www.resistenze.org - popoli resistenti - israele - 07-01-04

fonte: Arabcomint

Un'occupazione che nega ogni diritto


di Leah Tsemel (*)

I miei genitori lasciarono l'Europa poco prima dell'Olocausto, a causa del quale persero molti parenti. Vennero in quella parte del mondo che oggi si chiama Israele, e che era chiamata Palestina, per assicurarmi una vita migliore in un "nostro" stato. Dopo quasi 60 anni,   posso dire che non  ci sono riusciti; al contrario, sembra che i miei genitori e tutti coloro che vollero creare lo stato d'Israele non capirono che e' impossibile costruire un futuro sulle rovine dell'oppressione.

Difendo i palestinesi nelle corti israeliane da quasi 30 anni e, nonostante tutti i miei sforzi, non sono mai riuscita a far comprendere ai giudici questa semplice verità, siano essi dei tribunali militari che della Corte Suprema di giustizia. La situazione si deteriora sempre più e l'anno scorso, come in tutti i passati 25 anni, ho fatto tre passi indietro ogni passo fatto in avanti.
Il noto autore israeliano David Grossman ha scritto del lavaggio subito dalle parole nell'occupazione israeliana. "Occupazione", in ebraico, diviene "liberazione" o "salvezza". "Colonizzazione" diviene "insediamento pacifico". "Assassinio" diviene "bersaglio". I palestinesi hanno risposto a questi eufemismi radicalizzando il loro linguaggio. I miei clienti, una volta, venivano nel mio ufficio di Gerusalemme e parlavano di soldati e coloni; oggi parlano di "al-yahud", gli ebrei. "Gli ebrei mi hanno confiscato la carta d'identità", "gli ebrei mi hanno picchiato", "gli ebrei hanno distrutto questo e quello". Ciò mi spaventa. Se lo stato d'Israele viene identificato con tutti gli ebrei della terra, e questi vengono visti come soldati e coloni, bisogna stare molto attenti.

Un bambino palestinese che oggi dice al-yahud, intendendo gli ebrei, intendendo la gente in uniforme, svilupperà un fanatismo nazionalistico che si sposerà al fanatismo religioso giovanile. Ma un fanatismo religioso ancora peggiore sta emergendo da parte ebraica. La giovane generazione degli ebrei israeliani vuole bandire gli arabi. Vediamo slogans in ebraico sui muri delle città che dicono "Fuori gli arabi" o "Morte agli arabi". Siamo arrivati al punto in cui il governo israeliano dibatte apertamente su cosa fare di Yasser Arafat, il presidente eletto dei palestinesi: lo uccidiamo? lo deportiamo? optiamo per l' "elezione" di un altro presidente palestinese più utile, debole abbastanza da darci tutto ciò che vogliamo?

Le vittime principali dell'occupazione e dell'oppressione sono i bambini. Le vecchie leggi mandatarie britanniche sono ancora in vigore. Sono leggi d'oppressione che permettono ad ogni potenza occupante di imporre punizioni collettive. Recentemente ho perso una causa. Avevo cercato di impedire la distruzione della casa di un giovane, un kamikaze palestinese che si era fatto esplodere, uccidendo otto militari di una base presso Tel Aviv. Secondo la legge mandataria britannica, la casa di una persona colpevole di un atto di "terrorismo" deve essere distrutta. Quando ho chiamato la famiglia per dire che avevamo perso, la mamma del kamikaze mi ha detto: "Sapevo di non avere speranze. Abbiamo già evacuato la casa".

Solo di rado abbiamo il tempo di andare in tribunale in questi casi. Le demolizioni di solito puniscono un'intera famiglia.Molto spesso vengono condotte senza avvertimento. "Avete cinque minuti di tempo per uscire di casa", e' tutto ciò che viene loro concesso. I demolitori sfasciano tutto - abiti, mobili. Chiedo spesso alle famiglie cos'e' che prendono in quei cinque minuti ed esse rispondono: "Per prima cosa, i certificati scolastici dei bambini". Il loro ottimismo e' meraviglioso.

I figli dei combattenti, dei "terroristi palestinesi", restano segnati a vita. Sotto occupazione militare, non potranno mai lasciare il paese, né spostarsi in altre città, né studiare altrove. Non possono neppure visitare i loro genitori in carcere.
La punizione estrema per le famiglie dei "terroristi" e' costringerle ad andare via. Dall'inizio dell'ultima intifada, c'e' stato coprifuoco totale in ogni città e villaggio palestinese dei territori occupati, mentre i carri armati israeliani entravano ed uscivano a loro piacimento. Per i bambini palestinesi e' diventato uno sport oltrepassare colline, montagne, barriere ed ostacoli che Israele innalza per impedire gli spostamenti tra villaggi e città.

Ora Sharon sta costruendo una barriera - no, un muro - tra Israele e Palestina. Questo muro non e' un confine, non corre lungo le frontiere del 1967. E' un muro che intende stabilire l'apartheid tra le due popolazioni e rubare ai palestinesi ogni piccola parte di territorio agricolo non ancora rubato dagli insediamenti ebraici nei territori occupati ed annetterla ad Israele.
A volte si vedono scene buffe o commoventi, madri che si arrampicano sulle pareti di cemento armato o sui recinti. Molto più spesso si odono storie tristi, come quella di alcuni soldati israeliani che impedirono il passaggio ad una giovane palestinese che doveva partorire. Il bambino morì.

L'oppressione e l'umiliazione sono fardelli pesanti. Per farsi visitare in un ospedale cittadino, un bambino dei dintorni di Ramallah deve camminare per ore insieme a suo padre, per poi imbattersi in un blocco stradale. Secondo la loro cultura, il padre ha un'immagine di autorità, ed il bambino lo vede umiliarsi a chiedere il permesso di passare a soldatini stranieri. Che tipo d'immagine dei loro genitori  svilupperanno questi bambini?
Poi c'e' l'assassinio dei bambini. Recentemente un bimbo di 10 anni ha lanciato un sasso ad un soldato di un checkpoint presso Gerusalemme ed e' stato ucciso. Una bomba da una tonnellata lanciata da un aereo israeliano su Gaza City, la città più densamente popolata al mondo, uccise 16 bambini. Mohammed Durra, il bambino morto tra le braccia di suo padre all'inizio dell'intifada, tre anni fa, e' più di un simbolo: e' una realtà quotidiana. [...]

L'altro giorno, al confine tra Gerusalemme est ed ovest, ho visto 150 vecchietti palestinesi in un parco. Erano tutti della Cisgiordania e la polizia si rifiutava di lasciarli entrare in città - o non avevano i permessi o la polizia non riconosceva i permessi che avevano. Mi sono avvicinata, con il mio solito ottimismo, pensano: sono una donna, bianca, ebrea, avvocato, posso risolvere tutto, e ho cercato di parlare ai soldati ed alla polizia. I vecchietti restarono seduti tranquillamente. Erano stati obbligati a togliere le batterie dai loro cellulari ed era stato loro ordinato di non parlare. Mi sono sentita stupida. Avevano compreso la situazione molto meglio di me. Sapevano che avrebbero pagato un prezzo per il solo fatto di rispondermi; sapevano già che il mio intervento era inutile. I poteri arbitrari di soldati e poliziotti sono molto maggiori di quelli di qualsiasi sistema legale io possa rappresentare. Ho pensato: come si sarebbe sentito Primo Levi in questo momento, quando un altro popolo viene oppresso dagli ebrei?

L'ex primo ministro israeliano Golda Meir disse che aveva degli incubi, poiché i palestinesi si riproducevano troppo velocemente: 20 anni fa, la sua dichiarazione fece scandalo. Il 29 agosto 2003, la Knesset israeliana ha varato una legge: "In caso di matrimonio tra una israeliana ed un palestinese dei territori occupati, lo sposo non potrà entrare in Israele, e tutti i figli nati da tale matrimonio non saranno registrati negli anagrafi israeliani a meno che non siano registrati entro un anno dalla nascita". Abbiamo cercato con ogni mezzo di contrastare questa politica, che può essere solo definita razzista.

I bambini palestinesi, frutto di questa guerra, forniscono i kamikaze. Io rappresento coloro che non sono morti e conosco coloro che sono morti, quindi parlo con cognizione. Essi non sono morti per le 70 vergini loro promesse allorché diverranno shahid (martiri), e non sono né costretti né plagiati. Questi giovani, di tutti i settori della società, scelgono di morire perché non hanno speranza. Sentono che non hanno nulla da perdere e forse solo gloria da guadagnare. E' terribile una società che produce bambini che desiderano la morte, e' terribile ciò che sta accadendo nella nostra società, in cui coloni piazzano una macchina piena di esplosivo fuori di una scuola elementare femminile palestinese di Gerusalemme. Solo per caso essa fu scoperta.

L'uccisione di bambini e' una sorta di ossessione. Dalla scorsa intifada ad oggi, sono morti 700 bambini palestinesi al di sotto dei 16 anni e 100 israeliani. Solo negli ultimi tre anni, 382 bambini palestinesi sono stati uccisi dai soldati o dai coloni a fronte di 79 bambini israeliani. 
La memoria dell'Olocausto - "il mondo ci odia, siamo sempre stati le vittime" - si e' offuscata nel nuovo vittimismo israeliano - "siamo vittime perché i palestinesi ci uccidono". Questo paragone e' inaccettabile. E' falso. Eravamo vittime ma ora rendiamo vittime altra gente. Dopo 35 anni di occupazione, c'e' una seconda generazione di coloni che invocano la Bibbia quando dicono "Non ci caccerete da qui".  Dopo il 1967 una giovane generazione di militari israeliani si interrogò su cosa stesse facendo e si chiese: abbiamo il diritto di conquistare la terra di un altro popolo? Ora non ci sono più domande. I soldatini diciottenni vengono contaminati dall'esercito: tutti sono stati ad un checkpoint, tutti hanno fatto irruzione in una casa, di notte, e svegliato un'intera famiglia per arrestarne dei membri. C'e' una piccola minoranza, che aumenta lentamente, che si rifiuta di servire nei territori occupati. Un piccolo - ma crescente - numero di israeliani dice che non vuole essere coinvolto.

La speranza arriva da quegli eroici genitori palestinesi che, nonostante l'occupazione, crescono i loro figli parlando delle differenze che esistono tra un israeliano e l'altro, che non vedono  tutti noi come dei demoni, che insegnano ai loro bambini a giudicare la gente secondo ciò che fa e non secondo ciò che e' o il luogo da cui proviene.
Vorrei dire a questi genitori palestinesi di essere pazienti ed ottimisti. Di preparare la prossima generazione, perché nel futuro vi e' una promessa.

Vorrei ricordare a quei genitori israeliani che lottano per la pace, che essi hanno già vinto una battaglia. Le madri israeliane appartenenti ad un'organizzazione chiamata Le Quattro Madri hanno contribuito a che l'esercito israeliano uscisse dal Libano. Un'altra organizzazione, Donne in Nero, manifesta contro l'occupazione, ogni settimana, da 20 anni. Io dico loro: vinceranno. Un altro gruppo di donne monitora le atrocità commesse ai checkpoints contro i palestinesi e dicono ai militari ed ai palestinesi: "Non abbiamo colpa di tutto ciò: siamo contro".

Nurit Peled, il cui padre fu un generale dell'esercito, e' un'attivista per la pace. La sua figlia adolescente restò uccisa quando un giovane palestinese si fece esplodere a Gerusalemme. Scegliendo la strada della pace, Peled si e' ritrovata in un'organizzazione che riunisce i genitori di vittime palestinesi ed israeliane. Nel ricevere il premio Sacharov al Parlamento Europeo, nel 2001, fece un discorso molto toccante su Abramo, padre di Isacco ed Ismaele (simboli delle due nazioni del giudaismo e degli arabi). Abramo voleva sacrificare suo figlio per dimostrare a Dio quanta fiducia avesse in Lui, ma Dio glielo proibì. Peled disse: "Non vogliamo che il nostro pianeta divenga un regno di bambini morti. Dobbiamo alzare la voce, la voce delle madri, e costringere al silenzio tutte le altre. Dobbiamo fare in modo che tutti ascoltino la voce di Dio che disse ad Abramo: "Non lasciare che la tua mano colpisca il bambino".

Leah Tsemel e' un'avvocatessa israeliana che lavora a Gerusalemme. Questa e' una versione stampata del suo discorso sui diritti umani dei bambini alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia