www.resistenze.org - popoli resistenti - israele - 18-12-07 - n. 207

da Global Research - www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7589
 
“Noi – soldati israeliani – siamo stati messi là per punire i palestinesi”
 
11/12/2007
 
Quanto segue è un estratto dell’articolo, apparso il 21 ottobre 2007 nell'edizione in ebraico del quotidiano israeliano Haaretz, intitolato “Nuovi studi israeliani confermano i nostri peggiori timori”. Il titolo riflette il punto di vista, più volte riscontrato in Haaretz, secondo cui lo stato sionista, avendo ormai perso la suo spinta idealista, può e deve operare in modo umano verso i palestinesi. L'opposizione a questo condizione di innumerevoli e continue atrocità può soltanto essere benvenuta, ma il “può” di quest’idea non solo va contro la logica, poiché quello stato fu costruito in virtù della forzata esclusione dei palestinesi, ma anche contro le esperienze raccontate da questa e da altre simili preziose testimonianze.
 
L'articolo è centrato su di una ricerca effettuata dagli psicologi Nofer Ishai-Karen e Joel Elitzur, basata sulle interviste di Ishai-Karen con i soldati di un plotone in cui ella stessa aveva prestato servizio venti anni prima. I soldati descrivono le loro esperienze quando furono mandati a Gaza per stroncare la sollevazione palestinese del 1990. Quella prima Intifada, parola che significa “la rivolta della pietre”, era disarmata.
 
Con un’eccezione, questi soldati parlarono in forma anonima. L'esercito israeliano impedì ad Elitzer, il professore di Ishai-Karen, di condurre ricerche simili.
 
Testimonianza soldato “A”
 
«Decidemmo di usare una vecchia doccia nella nostra base come cella di detenzione. Un palestinese fu portato là, ammanettato e imbavagliato perché non potesse muoversi o parlare. Lo “dimenticammo” lì per tre giorni.»
 
Testimonianza soldato “B”
 
«Ero alla mia prima perlustrazione. Gli altri semplicemente sparavano come matti. Iniziai anch’io a sparare come loro (essi misero la sua arma su “automatico”). Afferrai la mia arma e sparai. Nessuno mi disse nulla.»
 
La psicologa Ishai-Karen fu sbalordita nel constatare che i soldati godevano di una “ebbrezza del potere” e che provavano piacere nell'esercitare violenza. Dichiarò: “La maggior parte dei miei intervistati trasse piacere dalla violenza esercitata durante il loro servizio d’occupazione.”
 
Testimonianza soldato “C
 
«La verità è che io amo tutto questo, mi fa godere. È come essere sotto l’effetto di una droga. Se non entrassi almeno una volta alla settimana a Rafah per reprimere la ribellione, diventerei una furia.»
 
Testimonianza soldato “D”
 
 «Ciò che è grande è che tu non devi seguire alcuna legge o regola. Senti di essere tu la legge, tu decidi. Una volta dentro i Territori occupati, sei dio.»
 
Testimonianza soldato “E”
 
«Guidavamo un APC (vettore blindato per il trasporto truppe) attraverso Rafah. Un uomo tra altri 25 ci camminava accanto. Non ci lanciava contro pietre o altro. Poi, senza alcuna ragione, ‘X ' gli sparò nello stomaco. Lo lasciammo a terra sul marciapiede…»
 
Nofer Ishai-Karen sostiene che alcuni sottufficiali incoraggiarono i soldati ad un comportamento brutale, dando essi stessi l’esempio.
 
Testimonianza soldato “H”
 
«Dopo due mesi arrivò a Rafah un comandante nuovo. La prima perlustrazione che comandò era alle sei di mattina. La città era sotto coprifuoco. Non un'anima era per strada. Poi vide un bambino, di approssimativamente quattro anni, che giocava nel cortile della sua casa. Il bambino stava costruendo un castello di sabbia. Improvvisamente il sottufficiale, un tipo del Genio, corse ad inseguire il bambino. Noi lo seguimmo. Lo catturò e gli ruppe il gomito. Ruppe il gomito del bambino! Possa essere dannato se non dico la verità! Poi gli salì sullo stomaco per tre volte prima di andarsene. Non potevamo credere ai nostri occhi. Ma il giorno successivo, andammo in perlustrazione con quel tipo ed i soldati cominciarono ad imitarlo.”
 
E poi cosa accadde?
 
“Alcuni non riuscivano a reggerlo, poi arrivò all’attenzione di un alto ufficiale il caso dei tre adolescenti che furono legati mani e piedi e gravemente percossi da un sergente. Quando il medico arrivò, i due ragazzi stavano sanguinando così abbondantemente che i loro vestiti erano inzuppati. Stavano tremando di paura. Erano stati fatti inginocchiare come cani e non osavano muoversi. Il sottufficiale fu punito con tre mesi di detenzione, ma il comandante del plotone appoggiò il sottufficiale e rimproverò i soldati obiettori che “diffamano il plotone” (Il soldato che denunciò l'incidente finì con l’essere isolato dal resto dell'unità.)
 
Torniamo finalmente a Ilan Vilenda - è stato citato nel titolo di questo articolo - l'unico soldato che permise a Nofer di usare il suo nome e anche di essere fotografato. Vilenda era il sergente di una unità “operativa”.
 
Chi è responsabile?
 
Il generale Matan Vilna'i (ora ministro della Difesa nel governo del Primo ministro Ehud Barak) era al tempo a capo del Comando meridionale dell'IDF (Esercito israeliano). Visitò spesso il nostro plotone e discusse con i soldati, dice Nofer. Doveva per forza sapere. Alti ufficiali, che prestarono servizio nei Territori occupati della West Bank, avevano segnalato comportamenti simili da parte dell’esercito israeliano. “Gli ordini lasciavano un'ampia discrezionalità, un margine… una intenzionalmente non specificata ‘zona grigia’ che incoraggiò il comportamento violento dei soldati”, ha dichiarato il colonnello Elisha Shapira al tempo in servizio nella zona di Nablus. Ai soldati fu detto “non picchiate i palestinesi, ma ammorbiditeli per bene prima degli interrogatori”.
 
Note del traduttore
 
Gli eventi che Nofer Ishai-Karen ha studiato sono accaduti 17 anni fa. Da allora la situazione è ulteriormente deteriorata. Ora i generali dell’esercito e dell’aviazione militare israeliana si vantano apertamente e orgogliosamente degli atti di vendetta contro i cittadini palestinesi. Per quanto se ne sappia, l’esercito israeliano non risulta imputato, presso una corte appropriata, per un solo caso d’abuso o assassinio da parte dei suoi soldati verso i palestinesi.
 
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare