Da allora Netanyahu ha plasmato una politica ostile a qualsiasi idea di restituzione di terra ai palestinesi
Trent'anni dopo l'assassinio di Yitzhak Rabin, non è solo Gaza rasa al suolo l'immagine che più simboleggia il clima in cui giunge questo anniversario. C'è anche la foto diffusa ieri, in cui i soldati accusati di aver duramente seviziato un prigioniero palestinese nel campo di Sde Teiman si abbracciano fiduciosi che la faranno franca e non subiranno le conseguenze della loro brutalità. E poi c'è il video in cui il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir, in visita a una prigione, umilia e minaccia di condanna a morte decine di detenuti palestinesi stesi per terra, con le mani legate e la faccia rivolta all'ingiù.
Non che Rabin, colpito a morte dai proiettili sparati dal giovane ebreo Yigal Amir, fosse stato in vita un sincero alfiere della pace. Yitzhak Rabin fu parte del progetto di costruzione dello Stato d'Israele e del suo apparato militare. Ad eccezione degli ultimi tre anni della sua esistenza, era stato un uomo di guerra. Fedele esecutore delle decisioni di David Ben Gurion e di altri leader israeliani nel 1948-49, culminate nella Nakba, contribuì all'occupazione della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est nel 1967. Durante la prima Intifada fece scalpore in tutto il mondo il suo ordine all'esercito di spezzare le braccia ai palestinesi che lanciavano pietre. Ma poi, nei limiti delle strategie israeliane, fu l'uomo che seppe puntare e credere nel dialogo con il leader dell'Olp Yasser Arafat. Non affermò mai ufficialmente che gli Accordi di Oslo del 1993-94 avrebbero portato alla creazione di uno Stato palestinese, ma neppure lo escluse pubblicamente. È importante sottolinearlo: l'impianto di Oslo si è rivelato una trappola per i palestinesi, e molti lanciarono subito l'allarme. Tuttavia, se da un lato è vero che la storia non si fa con i se e con i ma, dall'altro è legittimo chiedersi come si sarebbero sviluppate quelle intese - programmate per giungere a risultati concreti entro cinque anni e non decenni - se Yitzhak Rabin fosse rimasto in vita.
La straripante retorica della pace di quel periodo era insopportabile, ma il primo ministro ucciso da Yigal Amir comunque appariva un politico diverso e più determinato nelle sue decisioni rispetto all'ambiguo «pacifista» Shimon Peres e, ovviamente, al suo principale avversario, Benyamin Netanyahu, che meno di un anno dopo l'attentato del 4 novembre 1995 sarebbe diventato per la prima volta premier. Senza più Rabin, Netanyahu cominciò a plasmare un campo politico più visceralmente ostile a qualsiasi idea di restituzione, anche solo di un centimetro, di terra ai palestinesi.
Fa bene chi ricorda e sottolinea che al potere oggi in Israele c'è una maggioranza che è l'espressione diretta del movimento dei coloni e della destra più estrema, ossia gli ambienti in cui trent'anni fa vide la luce il piano per eliminare l'artefice degli Accordi di Oslo.
«L'assassinio di Yitzhak Rabin segna l'inizio della radicalizzazione del mondo politico e della società di Israele» ci dice l'analista Ghassan Khatib. «Con Rabin al potere l'opinione pubblica israeliana era spaccata a metà, tra coloro che ritenevano necessario o giusto un accordo con i palestinesi e la restituzione dei territori occupati nel 1967, e coloro che lo escludevano categoricamente. Questa seconda metà poi ha preso il sopravvento, al punto che oggi non esiste neppure una minoranza disposta al negoziato, solo pochi individui». Khatib non è sicuro che Rabin avrebbe accettato la creazione di uno Stato palestinese vero e proprio. Tuttavia, spiega, «senza di lui è stato facile per la destra gettare le basi di un quadro socio-politico in cui tanti israeliani esprimono principi fascisti e antidemocratici».
Non è chiaro se oggi Benyamin Netanyahu, impegnato nell'udienza del suo processo, dedicherà qualche parola alla memoria dell'avversario politico che ostacolò in ogni modo pur di fermare l'attuazione degli Accordi di Oslo. Il presidente Isaac Herzog, ieri alle commemorazioni ufficiali, ha incoraggiato ad "ampliare il cerchio della pace" nel nome e nel ricordo di Yitzhak Rabin. Scontate le frasi pronunciate da politici vecchi e nuovi di ogni orientamento. «Trent'anni fa Rabin fu assassinato, ma la democrazia non morì, e stiamo combattendo per la sua vita e per la nostra vita sotto di essa» ha detto l'ex ministra degli Esteri Tzipi Livni. «Erano altri tempi, quando i leader assumevano responsabilità, con le parole e con i fatti. Responsabilità è ciò che Israele oggi brama» ha affermato l'ex comandante militare Gadi Eisenkot, ora capo di un partito di centro. Il capo dell'opposizione Yair Lapid non è andato oltre l'affermazione secondo la quale «Yigal Amir non è l'ebraismo. Il razzismo violento di Itamar Ben Gvir non è l'ebraismo». Per Yair Golan, leader dei Democratici, «quegli stessi colpi risuonano ancora. Ogni volta che i patrioti sono chiamati traditori, ogni volta che manifestanti che compiono il loro dovere civico vengono picchiati». Un po' poco per il capo dell'unico partito sionista di sinistra, erede del Meretz che in passato ha espresso figure di un altro spessore come Shulamit Aloni e Yossi Sarid. Eppure Golan dovrebbe aver notato che pochi giorni fa c'erano in piazza a Tel Aviv decine di migliaia di israeliani a ricordare il premier assassinato e i suoi passi.
Più che discutere del recupero dell'eredità politica di Rabin, della radicalizzazione della società e dell'idea che distruggere Gaza e uccidere decine di migliaia di palestinesi sia stata la risposta adeguata al 7 ottobre 2023, per la maggior parte degli israeliani dopo trent'anni resta centrale il trauma non superato per l'uccisione di un primo ministro da parte di un cittadino ebreo e non da un arabo. Che, credono in molti, potrebbe ripetersi. Secondo un sondaggio del Jewish People Policy Institute di Gerusalemme, i due terzi degli israeliani sono preoccupati per un altro assassinio politico. E il 55% degli intervistati ritiene che gli accordi di pace firmati nel 1993 da Rabin siano stati un grave errore.
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