Cresce l’opposizione interna alla scivolata filoamericana del governo di Tripoli
(a cura di Sergio Ricaldone)
A giudicare da ciò che scrive Richard A. Clarke nel suo recente libro – Contro
tutti i nemici – edito da Longanesi nel 2004, la Libia ha continuato a restare
iscritta, con un posto di riguardo, nella lista degli Stati canaglia, nemico
mortale degli Stati Uniti, almeno fino al marzo 2003. L’autore è uno che se né intende. Ex coordinatore dei servizi
antiterrorismo USA (è stato liquidato da Bush, nel marzo del 2003), nella lunga
escursione di 350 pagine che compie
dentro la guerra americana al terrorismo da lui diretta, non c’è una sola
parola che lasci supporre che qualche mese dopo George Bush cominciasse invece
a lisciare il pelo a Muhammar Gheddafi contro il quale si erano spesi (anche
con rappresaglie militari) ben quattro
presidenti degli Stati Uniti.
Invece qualche cosa è successo.
Dopo 12 anni di embargo e di isolamento politico internazionale sostenuti dalla
Libia con grande dignità e senza mai rinunciare al suo tradizionale
atteggiamento di sfida antimperialista,
la simultanea e improvvisa sistemazione, con un compromesso al ribasso,
delle tensioni e dei conflitti che l’hanno opposta in questi anni a Washington,
Londra, Parigi e Berlino, ha destato non poca sorpresa. Non tanto per le sue
finalità, più che comprensibili in nome della realpolitik, quanto per le sue
inconsuete modalità. Dopo essere stato per decenni paladino dei diritti degli
africani appare ancor più sorprendente
che Gheddafi sottoscriva con Berlusconi una collaborazione politica e militare,
pressoché gratuita, per bloccare il
“cammino della speranza” di migliaia di disperati verso l’Italia e l’Europa:
curioso e paradossale perché, in questo caso, è l’Italia ad avere un debito con
la Libia, sempre aperto e mai saldato, relativo ai danni di guerra e
all’occupazione coloniale.
Ad essere sinceri, le spettacolari iniziative cui ci ha abituati il colonnello
libico in più di trent’anni non hanno mai mancato di sorprendere e le sue
svolte sono spesso apparse intelleggibili ai comuni mortali. Anzi, più volte,
la coerenza dei suoi pur avanzati progetti politici e sociali è apparsa viziata
da improvvisi e poco comprensibili contraddizioni. E tuttavia non si può non
riconoscere il ruolo propulsore svolto dalla Libia sul piano internazionale da
quando il 1° settembre 1969 il giovane colonnello Gheddafi rovescia con un
colpo di stato la monarchia di Re Idris,
proclama la repubblica, sloggia le base americane da Paese, adotta una
linea di unità panaraba di ispirazione nasseriana e si schiera su una linea di
politica internazionale decisamente antimperialista. Ma la vera svolta sociale
e politica interna viene compiuta nel 1976 con la pubblicazione del Libro
Verde. Un autentica bomba che sconvolge e rovescia le precedenti letture del
Corano e ripropone l’Islam quale fonte di ispirazione di un profondo
rinnovamento sociale e politico. L’esatto contrario dell’uso fatto del Corano
dei tirannici regimi del mondo arabo e dall’integralismo islamico, ma anche un
esempio considerato contagioso, perciò
pericoloso, dalle cancellerie occidentali.
Ricordo le vivaci discussioni avute a Tripoli, insieme al compianto compagno
Guido Valabrega, con gli amici libici dell’Istituto del Libro Verde, per capire
da parte nostra se esistesse una possibile discendenza, ostinatamente negata
dai nostri interlocutori libici, del pensiero “socialista libico” da quello un
po’ più antico, ma non meno avanzato
espresso dal pensiero marxista. Ridiscutendone separatamente Guido ed io
convenimmo, parafrasando Deng, che tutto sommato il colore del gatto poco
importava, poteva essere rosso/comunista o verde/islamico purché mirasse allo
stesso fine liberatorio. E su molti punti il Libro Verde non ha deluso le
aspettative aprendo alla Libia una “ terza via”, del tutto inedita per il mondo
arabo, che ha introdotto pesanti limitazioni alla proprietà terriera e
immobiliare, la nazionalizzazione delle grandi imprese, l’accesso dei salariati
alla comproprietà delle aziende
private, l’alfabetizzazione di massa,
la promozione sociale delle donne (fino agli alti gradi della gerarchia
militare), ecc..
Altrettanto dirompenti le conseguenze sul piano internazionale, soprattutto in
Africa. Non ha caso Gheddafi “
l’africano” è diventato uno dei leaders più popolari e rispettati di tutto il
continente nero. Sostenitore da sempre della causa del popolo Palestinese, il suo incitamento a rompere le relazioni
con Israele è stato l’asse centrale della sua politica africana nel periodo in
cui l’OLP aveva il vento in poppa a
nord e a sud del Sahara. Nel 1973 ben 23 Paesi africani erano stati convinti a
sospendere o a rompere le relazioni diplomatiche con Tel Aviv.
Con altrettanta audacia il leaders
libico ha proclamato ed attuato il pieno sostegno del suo paese ai movimenti di
liberazione anticoloniali o presunti tali,
compiendo anche clamorosi errori, come ad esempio la mini invasione del
confinante Ciad ed il sostegno offerto al tiranno ugandese Idi Amin Dada. Ciò
non toglie che l’ANC sudafricana, la Swapo in Nabibia, lo Zapu in Zimbabwe ed altri movimenti
africani debbano molto al sostegno politico e materiale generosamente offerto
dal leader di Tripoli.
Costantemente alla ricerca di pretesti per liquidare uno dei suoi nemici più
ingombranti, l'occidente non ha esitato ad accusate Gheddafi di ogni genere di
misfatti e di connivenza con tutti i terroristi del pianeta. La resa dei conti
finale è stata tentata nel 1986 con il bombardamento di Tripoli. Il bersaglio
principale fu mancato, ma alcuni suoi famigliari perirono sotto le macerie.
Anche la successiva strage del DC 9 di Ustica viene considerata da molti
analisti il maldestro tentativo della NATO di abbattere un aereo libico con a
bordo Gheddafi. Gli stessi tentativi di sollevazione contro Gheddafi compiuti
nel 1996 a Tripoli dagli integralisti islamici legati e Bin Laden, duramente
repressi dal deciso intervento dei soldati e dei Comitati rivoluzionari, sono
da attribuirsi con fondate ragioni agli imput, non solo virtuali arrivati dalla
Casa Bianca e dalla CIA.
Insomma, una storia infinita di aggressioni militari e tentativi di colpi di
stato nella vana attesa di un Termidoro libico. Ma è stato come aspettare Godot
.
Come si conviene ad un “noir” di John Le Carrè, non è azzardato supporre che,
fallite le maniere forti, i Servizi segreti dei paesi più coinvolti nello
sfruttamento delle risorse africane (petrolio in primis), individuati i vizi,
le debolezze e le ambizioni personali di alcuni membri dell’establishment,
abbiano scelto mezzi meno cruenti ma più efficaci per ricondurre la Libia al
rispetto delle regole imposte dai dominatori del pianeta. Il primo risultato di
queste pressioni occulte è stata la svolta economica liberale annunciata dal
governo di Tripoli nel 2001.
Ora arriva improvvisa la nuova svolta che alcuni giudicano una vera e propria
resa all’occidente. Non è dato di sapere quale sia stata la vera merce di
scambio richiesta a Tripoli in cambio di una sua assoluzione per i delitti
commessi da suoi presunti agenti (accusa peraltro mai provata) che avrebbero provocato le tragedie aeree di
Lockerbie, del Niger e quella della discoteca di Berlino. Difficile credere che
le sanguinose querelles siano state chiuse a suon di dollari pronta cassa ai
parenti delle vittime. Quello che è certo dalle notizie che trapelano non pare
che questo modo di saldare un debito, la cui esistenza è sempre stata negata,
abbia avuto un alto indice di gradimento popolare in Libia.
L’autore dell’articolo che segue, pubblicato dalla rivista Afrique Asie, luglio
agosto 2004, propone una testimonianza diretta interessante a partire dal
titolo e sottotitolo del servizio.
Svolta pericolosa!
di Muftah Lahmidi, Tripoli
Ancora un mese fa gli analisti politici occidentali erano convinti che il
colonnello Gheddafi fosse sempre il comandante assoluto della “Grande
Jamahiryia” e che suo figlio, Seif al-Islam, sarebbe potuto diventare suo
successore incontestato. Ma le
molteplici reazioni e le prese di posizione
di molti comitati rivoluzionari, strutture fondanti del sistema libico,
stanno dimostrando il contrario.
Regolato con un accordo franco-libico il difficile affare UTA (l’abbattimento
dell’aereo di linea carico di cittadini francesi nel cielo del Niger, n.d.r.),
che per anni ha opposto Tripoli alla Francia e alle famiglie delle vittime, da
allora non si sente più parlare del primogenito di Gheddafi, Seif al-Islam,
benchè fosse considerato, negli ultimi anni, un personaggio centrale
inaggirabile a livello di grandi decisioni politiche ed economiche, ovvero un interlocutore
obbligato per tutti coloro che volevano trattare con la Libia.
Peggio ancora. Il tandem formatosi tra Seif e il primo ministro libico ultra
liberale Shucri Ghanem, sta perdendo rapidamente consenso. In realtà, dopo avere condotto nell’ombra
una battaglia senza esclusione di colpi per mettere le mani sui settori chiave
del potere, ossia il ministero degli Interni e quello del Petrolio, sul sistema
bancario e la Lafico (Libyan Arab Foreign Investement Corporation) braccio
secolare della finanza libica, questo tandem non ha tardato a mostrare i suoi
veri scopi.
Una svolta strategica di segno liberale, seguita da una umiliante resa alle
ingiunzioni di Washington, era stata decisa dopo il precipitare dell’invasione
americana in Iraq, più precisamente
dopo il compromesso raggiunto con Londra sull’affare di Lockerbie, seguito
dall’ammissione da parte libica di un fantomatico programma di armi nucleari in realtà mai esistito, se
non sulla carta. A seguito di questa inattesa svolta filoamericana i comitati
rivoluzionari (struttura storica che gestisce ai vari livelli il potere
popolare, n.d.r.), colti in un primo tempo alla sprovvista hanno rapidamente
iniziato ad esibire gli artigli, mostrando nei fatti che un voltafaccia di 180
gradi nel paese del “Libro Verde” era una cosa inconcepibile. La risposta è esplosa in modo molto chiaro:
non si gira impunemente la schiena a tre decenni di indottrinamento
rivoluzionario quali che siano le convenienze e i colpi di teatro del capo
dello stato libico ogni volta che valica le frontiere del suo paese per
giustificare, una volta rientrato a Tripoli, le sue capriole politiche. Le recenti prese di posizioni mediatiche di
rappresentanti delle differenti correnti, spina dorsale del regime, per
replicare alle iniziative del tandem Seif-Ghanem hanno permesso agli analisti
più avvertiti, che seguono l'evolversi palese ed occulto dell’establishment
della Jamahiryia, di comprendere che la svolta, cosi come è stata presentata
all’interno e “venduta” all’estero, non sarà una tranquilla e salutare
passeggiata.
Bruciando troppo rapidamente le tappe in difesa dei suoi tanti privilegi, il
clan di Seif al-Islam si è visto contrastare da forze interne tuttora convinte
che il sistema libico – dal funzionamento interno molto articolare – appartenga
loro allo stesso titolo che a Muhammar Gheddafi. Il messaggio giunto da questi
potenti gruppi di pressione è stato forte e chiaro: se finora abbiamo ubbidito
agli ordini del grande leader non abbiamo
nessuna intenzione di sottometterci a quelli del suo “signor figlio”. Ciò
significa che l’articolata gerarchia di potere non ha nessuna intenzione di
cedere sui “diritti acquisiti” né tanto meno di rinunciare agli spazi di
agibilità politica per i quali si è assunta grossi rischi e lottato per oltre
trent’anni. Dopo di che i vari clans si
sono dichiarati pronti a contrastare fino in fondo questa “svolta” che minaccia
le loro posizioni politiche e i loro interessi finanziari.
C’è stato un momento in cui il colonnello Gheddafi è riuscito a far ingoiare la pillola e a convincere certe figure
di punta del regime che la salvaguardia di quest’ultimo – specie dopo la
dissoluzione di quello di Saddam Hussein in Iraq – imponeva concessioni
dolorose: riconoscere cioè, vere o false che fossero, le responsabilità
ufficiali della Jamahiryia nei vari attentati e la sua formale rinuncia alle
armi di distruzioni di massa. E per essere sinceri, questa correzione di rotta,
presentata come necessaria per reintegrare la Libia nella comunità
internazionale, non ha incontrato all’inizio troppa resistenza. Ma i fatti
successivi hanno mostrato invece che la “svolta di Tripoli” recava i segni di
una pericolosa scivolata filoimperialista: davanti al Congresso del Popolo
(Parlamento) Gheddafi ha criticato violentemente i comitati rivoluzionari
gratificandoli con una sequela di insulti, poi il clan del figlio Seif ha
emarginato dai posti di comando personalità vicine ai centri di potere, come il
cugino Ahmed Kaddafeddam (già responsabile
del dossier francese), il genero Abdullah Senussi (capo di uno dei servizi di
informazione accusato dei due attentati di Lockerbie e dell'UTA), Abdullah
al-Badri, del ministero del petrolio insieme ad uno dei suoi luogotenenti,
Hammuda a-Aswad, direttore della National Oil Company ( NOC).
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’insistenza del figlio di
supervisionare la delegazione libica incaricata di negoziare con gli inglesi,
gli americani ed i francesi, e i suoi cedimenti alle pretese della controparte
su argomenti molto delicati, come quello del riavvicinamento a Israele, al
quale è stato promesso di risarcire gli ebrei di origine libica che avevano
lasciato il paese volontariamente. Questa iniziativa è stata considerata
inaccettabile dalla maggioranza dei clans ostili alla svolta, da sempre
schierati con il popolo palestinese.
Le dichiarazioni che alcuni loro rappresentanti hanno rilasciato a giornali
stranieri hanno incoraggiato i comitati rivoluzionari ad intensificare la
campagna contro il figlio Seif e il primo ministro Shucri Ghanem. In qualche
mese questo tandem è riuscito con la sua arroganza a ricompattare il fronte dei
contestatori ricreando l’unità di tutti i clans contrari alla svolta. La prima
avvisaglia è arrivata da Abderrahmane al Hodeiri redattore in capo del
quotidiano Al Zahf al Akhdar, portavoce dei comitati rivoluzionari.
Quest’ultimo ha esplicitamente richiamato la “Guida della Rivoluzione” (questo
l’appellativo usato abitualmente per Gheddafi, n.d.r) ad abbandonare questo
titolo altisonante e a definirsi più semplicemente “Presidente della
Repubblica”. Questa “provocazione” ha indotto Gheddafi a sospendere la
pubblicazione. Decisione che, viste le reazioni, è stata revocata qualche
giorno dopo.
Secondo messaggio dello stesso tenore è stata la risposta diretta del ministro
della giustizia Mohamed al-Mistrati (vicino all’anziano ministro dell’interno
che Seif aveva estromesso dal suo posto un mese prima) che ha preso come spunto
la vicenda del sangue contaminato nella quale erano implicati medici e infermieri
bulgari operanti in Libia. I giudici libici hanno ignorato i consigli del
“delfino”, che avrebbe voluto chiudere l’affare con un non luogo a procedere
per consolidare la propria immagine in occidente, ed hanno invece emesso un
verdetto di condanna dei responsabili alla pena capitale. Un evidente eccesso
di zelo giudiziario mirante a screditare agli occhi del mondo il futuro
successore del padre Muhammar Gheddafi e a stabilire chi comanda chi.
Nel quadro di questa diffusa fronda anti Seif e dei regolamenti di conti in
atto per ostacolare la svolta filo imperialista è bene menzionare il violento
attacco contro gli Stati Uniti apparso in un editoriale dello stesso quotidiano
Al-Zahf al-Akdar e firmato dal presidente del Parlamento Ahmed Ibrahim (cugino
di Gheddafi e uno dei suoi uomini di fiducia). Secondo lui gli Stati Uniti “non
trattano che con due specie di regimi: quelli controllati da agenti corrotti e
governi screditati, disposti ad ogni concessione, o quelli di regimi a forte
consenso interno in grado di tenere loro testa”. Questa esplicita allusione non
è sfuggita al capo dello stato che, a quanto sembra, ha ricevuto parecchi altri
messaggi di questo tenore dall’ala più dura ed intransigente del regime.
Le conseguenze di questo braccio di ferro sono andate aldilà del previsto.
Qualche giorno più tardi decine di migliaia di libici hanno manifestato per le
strade di Tripoli a sostegno della resistenza irachena nella città di Falluja.
Essi hanno bruciato bandiere americane e israeliane e scandito slogan
ostili alla “resa” e all’indirizzo di
Seif e di Shucri Ghanem. Particolarmente significativa la partecipazione a
questa manifestazione – che ha occupato per ore la piazza Verde di Tripoli –
del colonnello Al-Mutassem, genero di Gheddafi, e di Khaled Lahmidi (fidanzato
della figlia di Gheddafi, Aisha, e uno dei dirigenti dei comitati
rivoluzionari). Da segnalare infine che questa manifestazione è stata
inquadrata dai servizi d’ordine dei comitati rivoluzionari.
Parallelamente, alcuni responsabili libici di alto livello non hanno esitato a
spiegare agli interlocutori europei che nessuno, in Libia, potrebbe garantire
qualsiasi svolta senza l’accordo di tutte le componenti del sistema. A questo
proposito si è appreso, a titolo di esempio, che durante l’incontro all’Eliseo
del presidente francese Jacques Chirac con il ministro libico degli affari
esteri Chalgam, quest’ultimo ha sorpreso il suo ospite affermando che la Grande
Jamahiriya è un sistema solido e ben strutturato e che pertanto suggeriva “ai nostri
amici francesi di smetterla di contare sui figli o i cugini”. Una allusione
esplicita ai diplomatici e ai titolari delle grandi multinazionali francesi che
danno già per scontata la successione al potere di Seif al Islam.