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Capire la guerra in Libia
di Michel Collon - www.michelcollon.info
aprile 2011
da www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20919
Traduzione di Marcello Gentile per l'Ernesto online da www.michelcollon.info
Siete in molti a reagire sulla guerra in Libia e ad inviarci domande. Michel Collon che ha pubblicato vari libri sulle strategie di guerra degli USA e sulle falsificazioni dei media nei conflitti precedenti, risponde a tutte queste domande e presenta qui un’analisi globale di questo conflitto. Investig’Action vuole chiamare l’attenzione sull’ importanza di questo testo…
1ª Parte : Domande che bisogna porsi ad ogni guerra.
2ª Parte : Gli obiettivi reali degli USA vanno molto al di là del petrolio.
1ª Parte : Domande che bisogna porsi su ogni guerra
27 volte. Ventisette volte gli USA hanno bombardato un altro paese dal 1945.E ogni volta ci hanno detto che questi atti di guerra erano “giusti” e “umanitari”. Oggi ci dicono che questa guerra è distinta dalle precedenti. Lo stesso che ci hanno detto della precedente. E della precedente ancora. E di tutte le volte. Non è ora che si vada a mettere nero su bianco le domande che ci si debba porre su ogni guerra per non farsi manipolare?
Per la guerra ci sono sempre i soldi?
Nella più grande potenza del globo, 45 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Negli USA, le scuole e i servizi pubblici vanno a pezzi perché lo stato “non ha soldi”. Così anche in Europa “non ci sono soldi” per le pensioni o per la promozione di nuovo impiego…
Però quando l’avarizia dei banchieri provoca le crisi finanziarie, allora, in pochi giorni, appaiono migliaia di milioni per salvarli. Questo ha permesso ai banchiere degli USA di distribuire solo l’anno scorso 140 mila milioni di dollari di utili e bonus ai propri azionisti e speculatori.
Anche per la guerra appare facile trovare migliaia di milioni. Bene, allora sono le nostre tasse che pagano queste armi e queste distruzioni. E’ ragionevole trasformare in fumo centinaia di milioni di euro in ogni missile o buttare 50 mila euro all’ora per una portaerei? O è perché la guerra per qualcuno è un buon affare?
Allo stesso tempo un bimbo muore di fame ogni 5 secondi e il numero dei poveri non cessa di aumentare nonostante le molte promesse.
Che differenza c’è tra un libico, un bahreiniano e un palestinese?
Presidenti, ministri, generali, tutti giurano solennemente che il loro obiettivo è unicamente salvare i libici. Però allo stesso tempo, il sultano del Bahréin schiaccia i manifestanti disarmati grazie ai 2 mila soldati sauditi inviati dagli USA! Così in Yemen, le truppe del dittatore Saleh, alleato degli USA, ammazzano 52 manifestanti con le loro mitragliatrici. Questi fatti nessuno li mette in dubbio, ma il segretario della difesa statunitense, Robert Gates, dichiara: “ non credo che sia un mio compito intervenire negli affari interni dello Yemen”1.
Perché due pesi e due misure? Perché Saleh accoglie docilmente la 5ª Flotta USA e dice di si a tutto ciò che ordina Washington? Perché il regime barbaro dell’ Arabia saudita è complice delle multinazionali petrolifere? Ci saranno “buoni dittatori” e “cattivi dittatori”? Come fanno USA e Francia a pretendersi “umanitari”? Quando Israele ha ucciso 2 mila civili durante i bombardamenti su Gaza hanno dichiarato una “no fly zone”? No. Hanno decretato delle sanzioni? Nessuna. Ancora peggio, Solana, allora responsabile esteri della UE aveva dichiarato a Gerusalemme: “Israele è un membro della UE senza essere nelle sue istituzioni. Israele è parte attiva in tutti i programmi di ricerca e di tecnologia nell’Europa dei 27”. Aggiungendo anche: “nessun paese fuori dal continente ha lo stesso tipo di relazioni che Israele ha con l’Unione europea”. Su questo punto Solana ha ragione: l’Europa e i suoi fabbricanti di armi collaborano strettamente con Israele nella produzione di Droni, missili e altri armamenti che seminano la morte a Gaza.
Ricordiamo che Israele espulse 700 mila palestinesi dai loro territori nel 1948, si nega a restituire i loro diritti e continua a commettere innumerevoli crimini di guerra. Sotto questa occupazione, il 20% della popolazione palestinese è o è passata per le carceri israeliane. Donne incinte sono state obbligate a partorire legate al letto e riportate immediatamente alle loro celle con i propri bimbi. Questi crimini si commettono con la complicità degli USA e della UE.
La vita di un palestinese o di un bahreiniano vale meno di quella di un libico? Ci sono arabi “buoni” e arabi “cattivi”?
Per chi crede ancora nella guerra umanitaria…
Durante un dibattito televisivo a cui ho partecipato con Louis Michel, vecchio ministro degli esteri belga e commissario europeo per la cooperazione e lo sviluppo, lui mi ha giurato, con la mano sul petto, che questa guerra vorrebbe “ ripulire le coscienze dell’ Europa”. Era appoggiato da Isabelle Durant, dirigente dei Verdi belgi ed europei. Ecco come gli ecologisti “pace e amore” si sono trasformati in guerrafondai!
Il problema è che ogni volta che si parla di guerra umanitaria la gente di sinistra come Durant si fa fregare. Non sarà meglio leggere quello che pensano i veri dirigenti degli USA, piuttosto di guardare ed ascoltare la televisione? Ascoltate, per esempio, a proposito dei bombardamenti contro l’Iraq, il celebre Alan Greenspan, per molto tempo governatore della Federal reserve. Scrive nelle sue memorie: “ Mi sento triste quando vedo che è politicamente scorretto riconoscere quello che tutto il mondo sa: la guerra in Iraq fu esclusivamente per il petrolio”2. E aggiunge: “Gli ufficiali della casa bianca mi risposero”: 'si effettivamente, disgraziatamente non possiamo parlare di petrolio'”3.
Ascoltate, a proposito dei bombardamenti sulla Yugoslavia, John Norris, direttore delle comunicazioni di Strobe Talbot che allora era vice ministro degli esteri incaricato per i Balcani. Norris scrive nelle sue memorie: “ Ciò che meglio spiega la guerra della NATO fu la resistenza della Yugoslavia alle grandi riforme politiche ed economiche (vuole dire: non voleva abbandonare il socialismo) e questo non era nei nostri patti con gli albanesi del Kosovo”4.
Ascoltate, a proposito dei bombardamenti sull’Afganistan, il vecchio ministro degli esteri, Henry Kissinger: “Ci sono tendenze sostenute dalla Cina e dal Giappone, per creare una zona di libero scambio in Asia. Un blocco asiatico ostile che unisca le nazioni più popolate del mondo con grandi risorse ad alcuni dei paesi industriali più importanti, sarebbe incompatibile con l’ interesse nazionale americano. Per queste ragioni l’America deve mantenere la sua presenza in Asia…”5
Ciò conferma la strategia di Zbigniew Brzezinski, che è stato il responsabile della politica estera di Carter ed è l’ispiratore di Obama: “L’Eurasia (Europa+Asia) è lo scenario sopra il quale si sviluppa la lotta per il primato mondiale. (…) Le modalità con cui gli USA ‘maneggiano’ L’Eurasia è d’importanza cruciale. Il più grande continente della superficie del globo è anche il punto chiave geopolitico. La potenza che lo controlli, controllerà di fatto 2 delle 3 grandi regioni più sviluppate e più produttive: il 75% della popolazione mondiale, la maggior parte delle ricchezze fisiche, sotto forma di imprese o di giacimenti di materie prime, il 60% del totale mondiale”6.
Niente si è imparato nella sinistra dalle falsità mediatiche umanitarie delle guerre precedenti? Nemmeno quando Obama stesso lo dice gli si crede? Questo stesso 28 marzo Obama giustificava così la guerra in Libia: “Coscienti dei rischi e delle spese per l’ attività militare, siamo naturalmente reticenti a impiegare la forza per risolvere le numerose sfide che attendono il mondo. Però quando i nostri interessi e i nostri valori sono in gioco, abbiamo la responsabilità di agire. Visti i costi e i rischi dell’intervento, ogni volta dobbiamo valutare i nostri interessi prima della necessità di un’azione . L’ America ha un grande interesse strategico nell’impedire a Gheddafi di schiacciare l’opposizione”. Non è chiaro? E allora qualcuno dice:” Si è vero, gli USA non entrano in azione se non vedono il loro interesse. Però, visto che non si può intervenire ovunque, si sarà salvata almeno quella gente”. Falso. Possiamo dimostrare che sono solamente i propri interessi quelli che cercano di difendere. Non i valori. In primo luogo, ogni guerra degli USA miete più vittime di quelle che si potrebbero avere prima di un qualsiasi intervento (1 milione in Iraq, dirette o indirette). L’intervento in Libia si sta preparando a mieterne di più…
Chi si rifiuta di negoziare?
Nel momento in cui noi esprimiamo un dubbio sull’opportunità di questa guerra in Libia, immediatamente ci colpevolizzano: “Allora vi rifiutate di salvare i libici dal massacro?” Questione mal posta. Supponiamo che tutto ciò che ci hanno raccontato sia la verità. In primo luogo, si può fermare un massacro con un altro massacro? Già sappiamo che i nostri eserciti bombardando andranno ad uccidere molti civili innocenti. In più, come in tutte le guerre, i generali ci promettono che sarà “pulita”; già siamo abituati a questa propaganda.
In secondo luogo c’è un mezzo molto più semplice ed efficace per salvare vite umane. Tutti i paesi dell’America latina avevano proposto di inviare immediatamente una missione di mediazione presieduta da Lula. La lega araba e l’unione africana appoggiavano questa soluzione e Gheddafi l’aveva accettata (proponendo anche che si inviassero osservatori internazionali per verificare il cessate il fuoco). Però gli insorti libici e gli occidentali hanno rifiutato questa mediazione. Perchè? “Perché di Gheddafi non ci si può fidare”, dicono. E’ possibile. E degli insorti e degli occidentali ci si può sempre fidare? A proposito degli USA, conviene ricordare come si sono comportati in tutte le guerre precedenti ogni volta che un cessate il fuoco era possibile. Nel 1991, quando Bush padre attaccò l’Iraq perché aveva invaso il Kuwait, Saddam Hussein propose di ritirarsi se anche Israele si fosse ritirata dai territori illegalmente occupati in Palestina. Però gli USA e i paesi europei rifiutarono la sua proposta di negoziato.7
Nel 1999, quando Clinton bombardò la Yugoslavia, Milosevic aveva accettato le condizioni imposte a Rambouillet, però gli USA, la UE e la Nato ne aggiunsero intenzionalmente una inaccettabile: l’occupazione totale della Serbia.8
Nel 2001, quando Bush figlio attaccò l’Afganistán, i talebani avevano proposto la consegna di Bin Laden ad un tribunale internazionale se si fossero portate prove della sua implicazione, però Bush rifiutò il negoziato.
Nel 2003, quando Bush figlio attaccò l’Iraq con il pretesto delle armi di distruzione di massa, Saddam Hussein propose l’invio di ispettori, però Bush lo rifiutò perché sapeva che non avrebbero trovato nulla. Questo è confermato dalla divulgazione del memorandum di una riunione tra il governo britannico e i dirigenti dei servizi segreti britannici nel luglio del 2002: “ I dirigenti britannici si attendevano che l’ultimatum fosse redatto in termini inaccettabili in maniera tale che Saddam Hussein lo rifiutasse direttamente. Però non erano sicuri che questo avrebbe funzionato. Quindi avevano un piano B: gli aerei che pattugliavano la “no fly zone” dovevano sganciare molte più bombe in modo tale da scatenare una reazione che avrebbe dato il pretesto per lanciare una campagna ampia di bombardamenti”9 Quindi prima di affermare che “noi” diciamo sempre la verità e che “loro” mentono sempre, così come “noi” siamo sempre alla ricerca di una soluzione pacifica e “loro” non vogliono scendere a compromessi, bisognerà essere più prudenti… Prima o poi la gente scoprirà ciò che è accaduto nei negoziati e constaterà una volta di più che è stata manipolata. Però sarà molto tardi e i morti non resusciteranno.
La Libia è paragonabile alla Tunisia e all’ Egitto?
Nella sua eccellente intervista pubblicata qualche giorno fa da Investi’Action, Mohamed Hassan, ha posto la vera questione : “Libia rivolta popolare, guerra civile o aggressione militare?” Alla luce delle recenti inchieste è possibile rispondere: tutte e tre. Una rivolta spontanea rapidamente usata e trasformata in una guerra civile (che era già preparata) il tutto per avere il pretesto di un’aggressione militare, anche questa preparata. Niente in politica cade dal cielo. Mi spiego…
In Tunisia e in Egitto la rivolta popolare ha avuto una crescita progressiva di alcune settimane organizzandosi poco a poco e unificandosi in rivendicazioni chiare, ciò ha permesso di cacciare i tiranni. Però quando si analizza il concatenamento ultra rapido dei fatti occorsi a Bengasi, si rimane stupiti. Il 15 febbraio ci sono state manifestazioni dei parenti dei prigionieri politici della rivolta del 2006. Manifestazioni duramente represse, come è sempre stato in Libia e negli altri paesi arabi. Appena due giorni dopo, un’altra manifestazione, questa volta i manifestanti sono armati e passano direttamente ad una scalata contro il regime di Gheddafi. In due giorni, niente di meno, una rivolta popolare si trasforma in una guerra civile. Totalmente spontanea?
Per capirlo bisogna esaminare quello che si nasconde dietro la imprecisa parola “opposizione libica”. 4 componenti con interessi molto differenti:1º Un’ opposizione democratica. 2º Dirigenti di Gheddafi “ritornati” dall’ovest. 3º Tribù libiche scontente dalla distribuzione delle ricchezze. 4º Combattenti di tendenza islamista.
Da chi è composta questa «opposizione libica»?
In tutto questo groviglio è importante sapere di cosa si stia parlando. E soprattutto, quale fazione è quella su cui puntano le grandi potenze…
1º Opposizione democratica. E’ legittimo fare rivendicazioni di fronte al regime di Gheddafi, tanto dittatoriale e corrotto, quanto gli altri regimi arabi. Un popolo ha il diritto di voler sostituire un regime autoritario con un sistema più democratico. Ma queste rivendicazioni sono fino ad oggi poco organizzate e senza un programma concreto. Ci sono anche, all’estero, movimenti rivoluzionari libici, ugualmente dispersi, però tutti si oppongono all’ingerenza straniera. Per diverse ragioni che spiegheremo più avanti, non sono questi elementi democratici quelli che hanno molto da dire oggi né sotto la bandiera degli USA né della Francia.
2º Dignitari “ritornati”. A Bengasi si è instaurato un “governo provvisorio” diretto da Mustafá Abud Jalil. Questo uomo era, fino al 21 febbraio, il ministro della giustizia di Gheddafi. Due mesi prima Amnesty lo aveva inserito nella lista dei maggiori responsabili di violazione dei diritti umani dell’ Africa del nord. E’ quell’individuo che, secondo le autorità bulgare, aveva organizzato le torture alle infermiere bulgare e al medico palestinese detenuti per molto tempo dal regime. Un altro “uomo forte” di questa opposizione è il generale Abdul Faah Yunis, ex ministro degli interni di Gheddafi e precedentemente capo della polizia politica. Si capisce bene del perché Massimo Introvigne, rappresentante dell’ OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in europa) per la lotta contro il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, pensi che questi personaggi “non sono i sinceri “democratici” dei discorsi di Obama, ma sono tra i peggiori esponenti del regime di Gheddafi, che ora vogliono cacciare il colonnello per prenderne il posto”.
3º Tribù scontente. Come spiegava Mohamed Hassan, la struttura sociale libica continua ad essere tribale. Durante il periodo coloniale, sotto il regime di re Idriss, le tribù dell’ est erano dominanti e si avvantaggiavano con le ricchezze petrolifere. Dopo la rivoluzione del 1969, Gheddafi si appoggiò alle tribù dell’ovest e l’est si vide sfavorito. E’ deplorevole; un potere democratico e giusto deve garantire l’eliminazione delle discriminazioni tra le diverse regioni. Ci si potrebbe chiedere se le vecchie potenze coloniali non incitassero le tribù ribelli per minare l’unità del paese. Non sarebbe la prima volta. Oggi la Francia e gli USA appoggiano le tribù dell’est per prendere il controllo del paese. “Divide et impera”, un vecchio detto classico dell’imperialismo.
4° Elementi di Al-Qaeda. Notizie pubblicate da Wikileaks ci dicono che la Libia era, in proporzione, il primo esportatore al mondo di “combattenti-martiri”. Informazioni del Pentagono descrivono uno scenario “allarmante” sui ribelli libici di Bengasi e di Derna. Derna, una città di appena 80 mila abitanti, sarebbe stata la fonte principale di jiadisti in Iraq. Lo stesso, Vincent Cannistrar, l’ex capo della CIA in Libia, avverte che, tra i ribelli, ci sono molti “estremisti islamici capaci di creare problemi” e che “nel caso Gheddafi cada, la possibilità che gli individui più pericolosi possano avere influenza è molto alta”.
Ovviamente tutto ciò si scriveva quando Gheddafi era ancora un “amico”. Questo dimostra la totale mancanza di principi del leader statunitense e dei suoi alleati. Quando Gheddafi represse la rivolta islamica a Bengasi nel 2006, lo fece con l’appoggio e le armi dell’occidente.. Una volta stiamo contro i combattenti tipo Bin Laden, un’altra volta li utilizziamo.
Tra queste diverse “opposizioni” quale sarà a prevalere? Potrebbe anche essere uno degli obiettivi dell’ intervento militare di Washington, Parigi e Londra: garantire che i “buoni” vincano? “buoni” ovviamente secondo il loro punto di vista. Poi, più avanti nel tempo, si utilizzerà la “minaccia islamica” come pretesto per installarsi in modo permanente. In ogni caso una cosa è sicura: lo scenario libico è diverso da quello tunisino ed egiziano. Là c’era “un popolo unito contro il tiranno”. Qui siamo in una guerra civile, con Gheddafi che ha l’appoggio di una parte di popolazione. E in questa guerra civile il ruolo che hanno giocato i servizi segreti americani e francesi già non è molto segreto…
Quale è stato il ruolo dei servizi segreti?
In realtà, la questione libica non inizia a Bengasi in febbraio, ma a Parigi il 21 ottobre del 2010. Secondo le rivelazioni del giornalista Franco Bechis (Libero, 24 di marzo), proprio in quel giorno i servizi segreti francesi hanno preparato la rivolta di Bengasi. Hanno fatto “ritornare” (o lo hanno fatto già prima) Nuri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi, praticamente il suo braccio destro. L’unico che entrava senza avvisare nella residenza del leader libico. In un viaggio a Parigi con la sua famiglia, ufficialmente per un’operazione chirurgica, Mesmari non si è incontrato con dei medici, al contrario, ha avuto incontri con vari funzionari dei servizi segreti francesi e con collaboratori molto vicini a Sarkozi, secondo il bollettino digitale Magreb Confidential.
Il 16 novembre, nell’ hotel Concorde Lafayette, si era preparata una imponente delegazione che si sarebbe diretta 2 giorni dopo a Bengasi. Ufficialmente si trattava di responsabili del ministero dell’agricoltura e di dirigenti di aziende come France Export Céréales, France Agrimer, Louis Dreyfus, Glencore, Cargill e Conagra. Però secondo i servizi italiani, la delegazione includeva vari militari francesi camuffati da uomini d’affari. A Bengasi si erano incontrati con Abdallah Gehani, un colonnello libico che Mesmari presentava come disponibile a disertare.
A metà dicembre, Gheddafi, insospettito, invia un emissario a Parigi per provare a contattare Mesmari. Però viene arrestato in Francia. Altri libici vanno a Parigi il 23 dicembre e sono loro che dirigeranno la rivolta di Bengasi con le milizie del colonnello Gehani. In più, Mesmari ha rivelato diversi segreti della difesa libica. Da tutto questo si capisce che la rivolta dell’est non fu tanto spontanea come vorrebbero farci credere. Però questo non è tutto. Non ci furono solo i francesi…
Chi dirige attualmente le operazioni militari del “Consiglio nazionale libico” anti-Gheddafi? Un uomo ovviamente arrivato dagli USA il 14 marzo, secondo Al-Jazeera. Presentato come una delle due “stelle” dell’insurrezione libica dal giornale britannico di destra Daily Mail, Khalifa Hifter è un vecchio colonello dell’esercito libico passato agli USA. E’ stato uno dei principali comandanti della Libia fino alla disastrosa campagna militare in Ciad sul finire degli anni 80; è immigrato immediatamente vivendo gli ultimi 20 anni in Virginia. Senza alcuna fonte di guadagno conosciuta, però molto vicino agli uffici… della CIA10. Quanto è piccolo il mondo!
Come può un militare libico di alto grado entrare in tutta tranquillità negli USA solo qualche anno dopo l’attentato terroristico di Lockerbie, per cui la Libia fu condannata, e vivere per 20 anni tranquillamente accanto alla CIA? Per forza ha offerto qualcosa in cambio. Pubblicato nel 2001, il libro “Manipolazioni africane” di Pierre Péan, tratta dei rapporti di Hifter con la CIA e della creazione, con l’appoggio della stessa, del Fronte Nazionale di Liberazione libico. L’unica impresa del suddetto Fronte sarà l’ organizzazione, nel 2007, negli USA, di un “congresso nazionale” finanziato dal National Endowment for Democracy11, che è tradizionalmente il mediatore della CIA per entrare nelle organizzazioni al servizio degli USA…
Nel marzo di quest’anno il presidente Obama ha firmato un ordine segreto che autorizza la CIA a intraprendere operazioni in Libia per destituire Gheddafi. Il Wall Street Journal, che informa di questo il 31 marzo, aggiunge: “I responsabili della CIA riconoscono di essere stati attivi in Libia per varie settimane, come gli altri servizi segreti occidentali”.
Tutto questo già non è molto segreto, circola per internet da un po’ di tempo; quello che è strano è che i grandi media di comunicazione non hanno detto nemmeno una parola. Ma si conoscono molti esempi di “combattenti per la libertà” armati in questa maniera e finanziati dalla CIA. Per esempio, negli anni 80, i Contras, organizzati da Reagan per destabilizzare il Nicaragua e destituire il suo governo progressista. Non si è imparato niente dalla storia? Questa sinistra europea che applaude i bombardamenti non usa internet?
C’è da stupirsi del fatto che i servizi segreti italiani denuncino le imprese dei loro compagni francesi e che questi denuncino i loro colleghi americani? Questo solo se si crede alle belle favole sull’amicizia tra “alleati occidentali”…
Note:
1 Reuters, 22/3.
2 Sunday Times, 16 septiembre 2007.
3 Washington Post, 17 septiembre 2007.
4 Collision Course, Praeger, 2005, p.xiii.
5 Does America need a foreign policy ?, Simon and Schuster, 2001, p. 111.
6 Le Grand Echiquier, París 1997, p. 59-61
7 Michel Collon, Attention, médias ! Bruxelles, 1992, p. 92.
8 Michel Collon, Monopoly, - L’Otan à la conquête du monde, Bruxelles 2000, page 38.
9 Michael Smith, La véritable information des mémos de Downing Street, Los Angeles Times, 23 juin 2005.
10 McClatchy Newspapers (USA), 27 mars.
Traducción: José Mª Fernández Criado de Corriente Roja
Fonte originale: http://www.michelcollon.info/Comprendre-la-guerre-en-Libye-1-3.html?lang=fr
da www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20951
Traduzione di Marcello Gentile per l'Ernesto online da www.michelcollon.info
2ª Parte : Gli obiettivi reali degli USA vanno molto al di là del petrolio:
Quali sono i veri obiettivi degli USA? A questo punto della nostra riflessione, vari indizi permettono già di scartare definitivamente la tesi della guerra umanitaria o della reazione impulsiva di fronte agli eventi. Se Washington e Parigi hanno deliberatamente rifiutato qualsiasi ipotesi di negoziato, se hanno foraggiato da tempo l’opposizione libica e hanno preparato piani dettagliati d’intervento, se le portaerei erano pronte da tempo per intervenire (come ha confermato l’ammiraglio Gary Roughead, comandante della US Navy:” le nostre forze erano già posizionate di fronte alla Libia”, Washington, 23 marzo), è lecito pensare che questa guerra non è stata decisa all’ ultimo momento come reazione agli eventi improvvisi, ma era già pianificata. Perché questa guerra persegue vari obiettivi che oltrepassano di molto la figura di Gheddafi? Quali sono?
In questa guerra contro la Libia Washington persegue vari obbiettivi contemporaneamente:
1)Controllare il petrolio.
2)Garantire Israele.
3)Impedire la liberazione del mondo arabo.
4)Impedire l’unità africana.
5)Usare la NATO come gendarme dell’Africa
Sono troppi obiettivi? Si. Esattamente come per le guerre precedenti: Iraq, Jugoslavia, Afganistan. Una guerra di questo tipo, effettivamente, costa molto e presuppone gravi rischi per l’immagine degli USA, soprattutto se non riusciranno a vincerla. Se Obama si lancia in una guerra così, è perché si aspetta di ottenere grandi profitti.
Obiettivo n° 1: Controllare tutto il petrolio
Alcuni dicono che questa volta non è una guerra per il petrolio perché la quantità libica sarebbe marginale rispetto alla produzione mondiale e che, ad ogni modo, Gheddafi già vendeva il suo petrolio agli europei. Ma questa gente non capisce in che cosa consista la “guerra mondiale per il petrolio”…
Con l’aggravante della crisi generale del capitalismo le grandi potenze economiche sono invischiate in una lotta sempre più feroce. In questo gioco delle poltrone i posti costano caro. Per garantire una poltrona alle proprie multinazionali, ogni potenza deve battersi su tutti i fronti: conquistare mercati, conquistare zone che garantiscano manodopera a basso costo, ottenere grandi contratti pubblici e privati, assicurarsi monopoli commerciali, controllare stati che gli concedano vantaggi… e soprattutto assicurarsi il dominio delle materie prime conosciute. Primo fra tutti, il petrolio.
Nell’anno 2000, nell’analizzare le guerre che sarebbero scoppiate, nel nostro libro “Monopoly”, avevamo scritto: “ chi vorrà dirigere il mondo, dovrà controllare il petrolio. Tutto il petrolio. In qualsiasi luogo si trovi.” Se sei una grande potenza non basta assicurarti l’approvvigionamento di petrolio per il tuo consumo. Ogni volta ne vorrai di più, vorrai il massimo. Non solo per gli enormi benefici, ma perché assicurandoti un monopolio, sarai nelle condizioni di poterlo privare ai tuoi nemici e sottometterli alle tue condizioni. Avrai un’ arma assoluta. Il ricatto? Si.
Dal 1945 gli USA hanno fatto di tutto per garantirsi questo monopolio sul petrolio. Un paese nemico come il Giappone, per esempio, dipendeva al 95% dagli Stati Uniti per l’approvvigionamento di energia. Con questo si garantirono la sua obbedienza. Però le relazioni di forza cambiano, il mondo si fa multipolare e gli Usa devono affrontare la crescita della Cina, il recupero della Russia, l’emersione del Brasile e di altri paesi del Sud. Il monopolio si fa sempre più difficile da mantenere.
Il petrolio libico rappresenta solo l’1% o il 2% della produzione mondiale? D’accordo, ma è della miglior qualità, è molto facile da estrarre e quindi molto conveniente. Soprattutto è vicino all’Italia, alla Francia e alla Germania. Importare petrolio dal medio oriente, dall’Africa nera o dall’America latina ha un costo maggiore. E allora si che c’è la guerra per l’ oro nero libico. Più ancora per un paese come la Francia che è tanto compromessa in un programma nucleare sempre più a rischio.
In questo contesto bisogna ricordare 2 cose: 1) Gheddafi voleva incrementare la partecipazione dal 30% al 51% dello stato libico nel petrolio. In quest’ultimo 2 marzo, Gheddafi si lamentava del fatto che la produzione petrolifera del suo paese era al livello più basso. Ha minacciato di sostituire le compagnie occidentali che hanno lasciato la Libia, con società cinesi, russe e indiane. Una coincidenza? Ogni volta che un paese africano si avvicina alla Cina, sorgono i problemi. 2) Alì Zeidan, l’uomo che ha lanciato la notizia dei “6 mila morti civili”, vittime dei bombardamenti di Gheddafi, quest’uomo che è anche il portavoce del famoso CNL, il governo d’opposizione riconosciuto dalla Francia. Bene, su questo punto, Alì Zeidan ha dichiarato che “i contratti firmati saranno rispettati” ma il futuro potere “terrà conto delle nazioni che ci hanno aiutato”! Detto questo, si tratta certamente di una guerra per il petrolio. Però non si sviluppa solamente in Libia…
Perché tutta questa rivalità tra USA, Francia e Germania?
Se la guerra contro la Libia è giusta e umanitaria, non si capisce perché quelli che la conducono litigano tra di loro. Perché Sarkozy si è precipitato per essere il primo ad aprire il fuoco? Perché si è imbestialito quando la NATO ha voluto prendere il controllo delle operazioni? Il suo argomento “la Nato è impopolare nei paesi arabi” non sta in piedi. Come se lui, Sarkozy, sia tanto popolare dopo aver protetto, come ha fatto, Israele e Ben Alì!
Perché la Germania e l’Italia sono così reticenti di fronte a questa guerra? Perché il ministro Frattini, al principio, aveva dichiarato che si doveva “difendere la sovranità e l’ integrità territoriale della Libia” e che “l’Europa non avrebbe dovuto esportare la democrazia in Libia”[1]? Semplici divergenze sull’efficacia umanitaria? No, si tratta, anche in questo caso, di interessi economici. Nell’Europa che affronta la crisi, le rivalità, anche qui, sono sempre più accese. Fino a pochi mesi fa sfilavano tutti a Tripoli per abbracciare Gheddafi e mettersi in tasca i generosi contratti libici. Quelli che li avevano ottenuti, non avevano nessun interesse nel destituire Gheddafi. Gli altri, che non li avevano ottenuti, si che avevano interesse nel destituirlo. Chi è il primo cliente del petrolio libico? L’ Italia. E il secondo? La Germania. Continuiamo con gli investimenti e le esportazioni delle potenze europee. Chi ha preso la maggior parte dei contratti in Libia? L’ italia. E il numero due? La Germania.
E’ la tedesca BASF quella che è arrivata ad essere la principale produttrice di petrolio in Libia con un investimento pari a 2 mila milioni di euro. E’ la DEA, filiale del gigante dell’ Acqua RWE, quella che ha ottenuto più di 40.000 chilometri quadrati di giacimenti di petrolio e di gas. E’ la tedesca Siemens quella che gioca il ruolo più importante negli enormi investimenti del gigantesco progetto “Great Man Made River”, il maggior progetto di irrigazione al mondo, una rete di condutture per portare l’acqua dalle falde acquifere della Nubia fino al deserto del Sahara. Più di 1.300 pozzi, spesso ad una profondità maggiore di 500 metri, che una volta terminati, somministrerebbero ogni giorno 6,5 milioni di metri cubi d’acqua a Tripoli, Bengasi, Sirte e altre città[2]. 25 miliardi di dollari che attirano gli avidi. Oltre a questo, la Libia con i suoi petrodollari si era impegnata in un ambizioso programma per rinnovare le sue infrastrutture, costruire scuole e ospedali e per industrializzare il paese.
Approfittando del suo potenziale economico, la Germania si è associata con partners privilegiati della Libia, dell’Arabia Saudita, e dei paesi del golfo Persico. Quindi non ha nessun interesse nel macchiare la sua immagine nel mondo arabo. In quanto all’Italia bisogna ricordare che colonizzò la Libia con una brutalità inaudita appoggiandosi alle tribù dell’ovest contro quelle dell’est. Ma con la mediazione di Berlusconi le imprese italiane hanno ottenuto ottimi contratti. Allora questi due paesi hanno molto da perdere. Al contrario Francia e Inghilterra, che non hanno mai ottenuto buone fette della torta, vanno all’offensiva per accaparrarsi la loro parte di torta. La guerra in Libia è semplicemente la continuazione della battaglia economica fatta con altri mezzi. Il mondo capitalista, decisamente, non è molto bello.
La rivalità economica si traduce in termini militari. In un’Europa in crisi e dominata da una Germania dagli alti profitti (grazie soprattutto alla sua politica di bassi salari), la Francia rompe le sue alleanze e torna ad avvicinarsi all’ Inghilterra per provare a riequilibrare la situazione. Parigi e Londra hanno più mezzi militari di Berlino e provano a giocare questa carta per compensare la loro debolezza economica.
Obiettivo n° 2: Garantire Israele
Nel Medio Oriente tutto è intrecciato. Come ci spiega Noam Chomski in un’intervista [3]:”A partire dal 1967, il governo degli USA considera Israele come un investimento strategico. Come un distretto di polizia incaricato di proteggere le dittature arabe produttrici di petrolio”. Israele è il poliziotto del Medio Oriente.
Solo che il nuovo problema per Washington è che i numerosi crimini commessi da Israele (Libano, Gaza, Flottiglia umanitaria…) lo isolano sempre di più. I popoli arabi reclamano la fine di questo colonialismo. All’improvviso è il “poliziotto” che ha bisogno di essere protetto. Israele non può sopravvivere senza un contorno di dittature arabe che non tengano, in assoluto, conto della volontà dei propri popoli di essere solidali con i Palestinesi. Per questo Washington proteggeva Mubarak e Ben Alì e seguirà proteggendo altri dittatori.
Gli USA temono di perdere Tunisia ed Egitto nei prossimi anni. Questo cambierebbe i rapporti di forza nella regione. Dopo la guerra in Iraq nel 2003, che è stata anche un avvertimento e un’intimidazione per gli altri dirigenti arabi, Gheddafi si è sentito minacciato. Così ha incominciato a moltiplicare le concessioni, a volte esagerate, alle potenze occidentali e al loro neoliberismo. Ciò, lo ha indebolito al suo interno sul piano della resistenza sociale. Quando si cede al FMI, si fa danno alla popolazione. Però, se domani Tunisia ed Egitto virassero verso sinistra, Gheddafi potrebbe riconsiderare le sue concessioni. Un asse di resistenza Il Cairo - Tunisi - Tripoli, facendo fronte contro gli Usa e deciso a non piegarsi ad Israele, sarebbe un problema per Washington. E così far cadere Gheddafi è una prevenzione.
Obiettivo n° 3: Ostacolare la liberazione del mondo arabo
Chi domina oggi l’ insieme del mondo arabo, la sua economia, le sue risorse e il suo petrolio? Già lo sappiamo, non i popoli arabi. Però nemmeno i dittatori del luogo. Si, loro occupano la scena, ma i veri padroni stanno dietro le quinte. Sono le multinazionali statunitensi ed europee quelle che decidono cosa produrre o no in questi paesi, che salari si debbano pagare, a chi distribuire i profitti del petrolio e quale classe dirigente sarà imposta. Sono le multinazionali quelle che arricchiscono i propri azionisti sulla pelle dei popoli arabi.
Imporre tiranni all’insieme del mondo arabo ha conseguenze molto gravi: il petrolio, ma anche le altre risorse naturali che servono solamente ai profitti delle multinazionali, non servono a diversificare l’economia e a creare posti di lavoro. In più le multinazionali accentuano i bassi salari nel turismo, nelle piccole imprese e nei servizi in sub appalto.
All’improvviso le economie diventano dipendenti, squilibrate e non rispondono più alle necessità dei popoli. Negli anni che verranno si andrà ad aggravare la disoccupazione perché il 35% degli arabi ha meno di 15 anni. I dittatori sono come degli impiegati delle multinazionali, sono incaricati di assicurare loro i benefici e reprimere la contestazione. I dittatori hanno il compito di impedire la giustizia sociale.
Trecento milioni di arabi distribuiti in 20 paesi, che però si considerano a giusto titolo, una sola nazione, si trovano così di fronte ad una scelta decisiva: accettare il sostentamento di questo colonialismo o farsi indipendenti prendendo una nuova rotta? Tutto il mondo intorno è in piena trasformazione: Cina, Brasile e altri paesi si emancipano politicamente, questo gli sta permettendo di progredire economicamente. Il mondo arabo rimarrà indietro? Continuerà ad essere alle dipendenze degli USA e dell’Europa, un’arma che questi utilizzano contro le altre nazioni nella grande lotta politica ed economica internazionale? O alla fine suonerà anche per loro la campana della liberazione?
Questa idea terrorizza gli strateghi di Washington. Se il mondo arabo e il petrolio gli scappassero dalle mani, dovrebbero dire addio al dominio del pianeta. Perché gli USA, una potenza in declino politico ed economico, sono sempre più incalzati: dalla Germania, dalla Russia, dall’America latina e dalla Cina. In più numerosi paesi aspirano a stabilire relazioni sud-sud, più vantaggiose rispetto alla dipendenza dagli Stati Uniti..
Ogni volta gli costa sempre più mantenersi come la maggiore potenza mondiale, capace di rapinare nazioni intere e di portare la guerra in ogni luogo dove decide di portarla.
Quelli per cui la democrazia è pericolosa
Le potenze coloniali di ieri o neocoloniali giurano di essere cambiate. Dopo aver finanziato, armato, consigliato e protetto Ben Alì, Mubarak e compagnia, adesso USA, Francia e gli altri ci inondano con dichiarazioni commoventi. Come Hillary Clinton:” Noi appoggiamo l’aspirazione dei popoli arabi alla democrazia”.
Grande bugia. Gli USA e i loro alleati non vogliono assolutamente una democrazia araba, non vogliono per nessuna ragione che gli arabi possano decidere sul petrolio e le altre ricchezze. Hanno fatto di tutto per frenare la democratizzazione, per mantenere al potere i responsabili del vecchio regime. E quando questo non funziona, imporgli altri dirigenti che hanno il compito di smobilitare la resistenza popolare. Il potere egiziano, per esempio, ha appena preso provvedimenti anti sciopero molto brutali.
Spiegare la guerra contro la Libia con l’idea che, dopo la Tunisia e l’Egitto, Washington e Parigi avrebbero “capito” e vorrebbero lavarsi la coscienza o, in ogni caso, migliorare la propria immagine, non è altro che una grande bugia. In realtà la politica occidentale nel mondo arabo forma un insieme che si applica sotto tre differenti forme: 1. Mantenere dittature repressive. 2. Sostituire Mubarak e Ben Alì con pedine sotto il loro controllo. 3. Destituire i governi di Tripoli, Damasco e Teheran per la ricolonizzazione di questi 3 paesi “persi”. Tre metodi per un solo obiettivo: lasciare il mondo arabo sotto dominio per continuare a sfruttarlo. La democrazia è pericolosa quando rappresenta solamente gli interessi di una piccola minoranza sociale. Quello che fa paura agli stati uniti è che lo scontento sociale sia scoppiato in quasi tutte le dittature arabe…
In Iraq (i nostri media non ne hanno parlato per niente) numerosi scioperi hanno danneggiato l’industria petrolifera, il settore tessile, l’ elettricità e altri settori. A Kut, anche truppe statunitensi hanno accerchiato una fabbrica tessile in sciopero. Ci sono state manifestazioni in 16 delle 18 provincie, con tutte le comunità unite contro il governo corrotto che lascia in miseria il proprio popolo. In Bahrein, sotto la pressione della piazza, il re ha finito per promettere un aiuto speciale di 2.650 dollari ad ogni famiglia. In Oman, il sultano Oaboos Bin Said, ha cambiato la metà del governo e aumentato il salario minimo del 40% e ha ordinato di creare 50.000 nuovi posti di lavori. Lo stesso re saudita, Fahd, ha sbloccato 36 miliardi di dollari per sostenere le famiglie a basso reddito. Evidentemente, tra la gente semplice viene spontanea una domanda: come mai avevano tutti questi soldi? Perché li tenevano nelle loro casseforti? E la seguente domanda: Quante migliaia di milioni avranno rubato ai loro popoli con la complicità degli USA? E l’ultima: Come far cessare tutte queste ruberie?
Le “rivoluzioni Facebook”, un gran complotto made in USA o autentiche rivoluzioni?
Un’ interpretazione sbagliata si sta diffondendo in internet: le rivolte arabe sarebbero state scatenate e manipolate dagli USA, che avrebbero tirato la corda con la finalità di provocare cambi sotto il loro controllo per così poter attaccare Libia, Siria e Iran. Tutto sarebbe stato “fabbricato”. L’ argomento di questa ipotesi: organismi più o meno ufficiali avrebbero invitato e formato negli USA dei “ciberattivisti” arabi che hanno giocato un ruolo all’avanguardia nella circolazione di informazioni e che sono divenuti il simbolo di una rivoluzione di nuovo tipo, “la rivoluzione face book”. L’idea di questo gran complotto non sta in piedi. In realtà, gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per mantenere al potere il maggior tempo possibile Mubarak, un dittatore molto utile. Ciò nonostante negli USA si sapeva che era in cattiva salute e “finito”. In questo tipo di situazioni, evidentemente, gli USA preparano sempre un piano B e incluso un piano C. Il piano B consisterebbe nel rimpiazzare Mubarak da uno dei suoi fedeli. Però questo aveva poche possibilità di funzionare vista la rabbia del popolo egiziano. Cosicché gli USA avevano uno o più piani C, come sono soliti fare, d’altra parte, praticamente in qualsiasi paese che vogliono controllare. In che consiste? Comprano in anticipo alcuni oppositori e intellettuali – siano o no coscienti – e “investono” nel futuro. Arrivato il giorno, spingono questa gente sulla scena. Per quanto tempo funzionerà questo, è un’altra questione, visto che il loro obiettivo è mantenere lo sfruttamento delle persone, ma c’è un popolo che si mobilita e un regime, che anche con il trucco rifatto, non è in grado di risolvere queste rivendicazioni. Parlare di rivoluzione facebook è un mito che torna utile agli USA. Come abbiamo già segnalato da molto tempo l’importanza dei nuovi metodi d’informazione e mobilitazione via internet, ugualmente riteniamo assurda l’idea che facebook sostituisca le lotte sociali e le rivoluzioni. Questa idea fa comodo ai grandi capitalisti (di cui Mubarak era un ottimo rappresentante), però, in realtà, quello che loro temono più di tutto è la contestazione dei lavoratori, perché mette direttamente in pericolo la loro fonte di guadagni.
Il ruolo dei lavoratori
Facebook è un metodo di lotta, ma non è l’essenza della rivoluzione. Questa immagine vorrebbe nascondere il ruolo della classe operaia (nel senso ampio) che sarebbe sostituita da internet. In realtà una rivoluzione è un’azione mediante la quale quelli che stanno sotto liquidano quelli che stanno in cima. Con un cambio radicale non solo del personale politico, ma, soprattutto, delle relazioni di sfruttamento sociale. E’ da molto tempo che non avremmo il diritto, secondo i nostrani grandi pensatori, di usare il termine “lotta di classe”, che sarebbe antiquato ed anche un po’ osceno. Non hanno fortuna, il secondo uomo più ricco del mondo, il banchiere Warren Buffet, ha sciolto il dubbio già da tempo:” D’accordo, c’è una lotta di classe in America. Però è la mia classe, la classe dei ricchi, che fa la guerra e l’abbiamo vinta”. Signor Buffet, mai affermare questo prima di vincere la partita. Ride bene chi ride …
Però le realtà tunisina ed egiziana confermano l’attualità della lotta di classe, d’accordo con il signor Buffet… Quando Ben Alì ha dovuto fare le valigie? Il 14 febbraio, quando i lavoratori tunisini erano in sciopero generale. Quando Mubarak ha lasciato il suo trono? Quando un forte sciopero degli operai ha paralizzato le industrie tessili, i servizi postali e persino i media ufficiali di comunicazione. La spiegazione di Joel Benin, professore nell’università Stanford ed ex direttore dell’università americana del Cairo: “In questi ultimi 10 anni un’ onda di proteste sociali ha interessato più di 2 milioni di lavoratori in più di 3 mila scioperi, sit-in e altre forme di protesta. Questo è stato il retroterra di tutta questa sollevazione rivoluzionaria delle ultime settimane… Però negli ultimi giorni, si sono visti decine di migliaia di lavoratori unire le loro rivendicazioni economiche con l’esigenza di abolire il regime di Mubarak…”[5]
La rivoluzione araba non ha fatto altro che incominciare. Dopo le ultime vittorie popolari, la classe dominante, sempre al potere, cerca di riappacificare il popolo con qualche piccola concessione. Obama desiderava che la piazza si calmasse il prima possibile e che tutto rimanesse come prima. Questo può funzionare un tempo, ma la rivoluzione araba è in marcia. Potranno passare anni, ma sarà molto difficile fermarla.
Obiettivo n° 4: Impedire l’unità africana
L’ Africa è il continente più ricco del pianeta per abbondanza di risorse naturali, ma è anche il continente più povero. Il 57% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, quindi, con meno di 1,25 euro al giorno. Qual’ è la chiave di questo mistero? Ovviamente che le multinazionali non le pagano queste materie prime, gliele rubano. In Africa rapinano le risorse, impongono bassi salari, accordi commerciali sfavorevoli e privatizzazioni nocive, esercitano tutti i tipi di pressione e ricatti sugli stati deboli, li strangolano con un debito ingiusto, insediano dittatori compiacenti, provocano guerre civili in regioni appetitose.
L’Africa è strategica per le multinazionali perché la loro prosperità è basata sul furto delle sue risorse. Se si pagasse un prezzo giusto per l’oro, il rame, il platino, il coltan, il fosfato, i diamanti e i prodotti agricoli, le multinazionali sarebbero molto meno ricche, ma le popolazioni locali potrebbero allontanarsi dalla povertà
Per le multinazionali statunitensi ed europee è vitale impedire che l’Africa sia una e che si emancipi. Deve continuare ad essere dipendente. Un esempio, spiegato molto bene da un autore africano, Jean-Paul Pugala…”La storia inizia nel 1992, quando 45 paesi africani fondano la società RASCOM per disporre di un satellite che abbatta i costi delle comunicazioni nel continente. Telefonare da e verso l’Africa aveva la tariffa più cara del mondo a causa di un’ imposta di 500 milioni di dollari che ogni anno l’Europa incassava sulle chiamate telefoniche, anche all’interno di uno stesso paese africano, per il passaggio delle comunicazioni sui satelliti europei, come Intelsat.
Il satellite africano costava 400 milioni di dollari pagabili in modo definitivo e non i 500 milioni di affitto all’anno. Quale banchiere finanzierebbe quel progetto? Ma l’equazione più complicata da risolvere era: come può lo schiavo liberarsi dallo sfruttamento servile del suo padrone, chiedendo proprio a lui l’aiuto per ottenere la sua liberazione? Infatti per 14 anni, la banca mondiale, il FMI, gli USA, la UE, non hanno fatto altro che ingarbugliare le carte.
E’ stato allora che Gheddafi, nel 2006, ha messo fine al supplizio del chiedere inutilmente la carità ai presunti benefattori occidentali, che in realtà praticano tassi da usura; la Libia ha messo sul tavolo 300 milioni di dollari, la Banca Africana di sviluppo 50 milioni, e la Banca dell’Africa Occidentale di sviluppo 27 milioni, ed è così che l’Africa dal 26 dicembre 2006 ha il suo primo satellite per le comunicazioni della sua storia. In seguito sono intervenute la Cina e la Russia, cedendo la loro tecnologia, permettendo così la messa in orbita dei nuovi satelliti sud-africano, nigeriano e algerino e di un secondo satellite africano nel luglio 2010. Per il 2020 è prevista la costruzione del primo satellite frutto al 100% della tecnologia africana, sarà prodotto sul suolo africano, più specificatamente in Algeria. Si prevede che questo satellite sia in grado di far concorrenza ai migliori satelliti del mondo, però ad un costo inferiore di dieci volte, una vera sfida.
Ed ecco come un semplice gesto simbolico di un pugno di 300 milioni di dollari possa cambiare la vita ad un intero continente. La Libia di Gheddafi ha fatto perdere all’ occidente, non solo i 500 milioni di dollari all’anno, ma i miliardi di dollari in debiti e in interessi che questo stesso debito avrebbe generato all’ infinito e in modo esponenziale, contribuendo così a mantenere questo sistema occulto che sta spogliando l’ Africa…”
E’ la Libia di Gheddafi il paese che ha offerto la prima vera rivoluzione dei tempi moderni all’Africa: assicurare la copertura universale del continente per la telefonia, la televisione, la radiodiffusione e molte altre applicazioni come la telemedicina e l’educazione a distanza. Per la prima volta una connessione a basso costo, è disponibile in tutto il continente, fino alle zone rurali grazie al sistema di ponte radio WMAX. [6].
Avete visto che non vi abbiamo raccontato nulla del male che ha fatto Gheddafi! Che aiutava gli africani ad emanciparsi dalla tutela asfissiante degli occidentali. Non ci saranno altre cose di questo genere mai dette?
Gheddafi ha sfidato il FMI e Obama gioca al borseggiatore
Si. Sostenendo il “Fondo Monetario Africano” (FMA), Gheddafi ha commesso il crimine di sfidare il FMI. Si sa che il FMI, controllato dagli USA e dalla UE, presieduto da Dominique Strauss-Kahn, esercita un vero e proprio sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Gli presta i soldi solo a condizione che questi paesi si liberino delle proprie imprese a beneficio delle multinazionali, che eseguano gli ordini senza alcun beneficio proprio o che riducano i propri investimenti in salute ed educazione.
In una parola questo Fondo Monetario Internazionale è molto nocivo
Quindi, ugualmente ai latino americani che hanno promosso il “Banco del Sur”, per contrapporsi ai ricatti arroganti del FMI e decidere da soli quali siano i progetti realmente utili da finanziare, il FMA potrebbe incominciare ad offrire una via più indipendente agli africani. Chi finanzia il FMA? L’ Algeria ha contribuito per 16 miliardi, la Libia per 10 miliardi, come dire il 62% del capitale.
Di contro, nel silenzio mediatico, Obama sta ultimando semplicemente la rapina di 30 miliardi al popolo libico. Come? Il 1° di marzo (molto prima della risoluzione dell’ ONU) ha dato ordine al tesoro USA di bloccare i depositi libici negli USA. Successivamente, il 17 di marzo, se li è arraffati facendo includere nella risoluzione 1973 dell’ ONU una breve frase che autorizza a congelare i beni della Banca Centrale libica, così come della Compagnia Nazionale Petrolifera libica. E’ risaputo che Gheddafi ha accumulato un tesoro petrolifero che gli ha permesso di investire in grandi imprese europee, in grandi progetti di sviluppo africano (e qualche volta anche in alcune campagne elettorali europee, però questo non sembra garantire una forma efficace di assicurazione sulla vita).
Riassumendo, la Libia è un paese molto ricco (200 miliardi di dollari di riserve) che ha attratto le ambizioni di una grande potenza super - indebitata, gli USA. Quindi per deviare le decine di miliardi di dollari della Banca Nazionale libica, come dire, frugando nelle tasche del popolo libico, Obama ha così battezzato, semplicemente, tutta questa “fonte potenziale di finanziamento del regime di Gheddafi” in modo tale che il gioco è stato fatto. Un autentico borseggiatore.
Nonostante tutti i suoi sforzi per ammorbidire l’occidente moltiplicando le concessioni all’imperialismo, Gheddafi ha continuato ad inquietare i dirigenti statunitensi. Un’ informativa dell’ ambasciata statunitense a Tripoli, datata novembre 2007, lamentava questa resistenza: “Quelli che guidano la direzione politica ed economica della Libia, portano a politiche sempre più stataliste nel settore dell’ energia.” Rifiutare in toto la privatizzazione giustifica i bombardamenti? La guerra è sicuramente la continuazione dell’economia con altri mezzi.
Obiettivo n° 5: usare la NATO come gendarme dell’ Africa
In principio la NATO era stata concepita per proteggere l’Europa contro la “minaccia sovietica”. Dissolta l’ URSS, dovrebbe sciogliersi anche la NATO. Però accade il contrario…
Dopo aver bombardato la Bosnia nel 1995, Javier Solana, segretario generale della Nato, dichiarava: “ L’esperienza maturata in Bosnia, potrà servire come modello per le operazioni NATO future” Quindi io scrissi: “ La Nato pretende di fatto una zona d’azione illimitata. La Jugoslavia è stata un laboratorio di preparazione per le prossime guerre. Dove saranno?” [7]. E avanzavo questa risposta: “ Asse n°1: Europa dell’ Est. Asse n°2: Mediterraneo e Medio Oriente. Asse n°3: Il terzo mondo in generale.” Infatti questo è il programma che oggi si sta realizzando.
Nel 1999 la NATO bombardava la Jugoslavia. Come abbiamo visto, una guerra per sottomettere un paese al neoliberismo. Studiando le analisi degli strateghi statunitensi, io sottolineavo questa frase di uno di loro, Stephen Blank: “ le missioni della NATO saranno ogni volta “out of area” (fuori dall’ area difensiva). La sua funzione principale, sarà quella di essere il veicolo dell’integrazione di regioni ogni volta più numerose nella comunità economica occidentale, della sicurezza politica e culturale.” [8]
Sottomettere regioni ogni volta più numerose all’ occidente! Allora io scrivevo: “ La Nato è l’esercito al servizio della globalizzazione, l’esercito delle multinazionali. Passo dopo passo, la NATO si trasforma effettivamente nel gendarme del mondo:” [9] Ed indicavo i probabili prossimi obbiettivi: Afganistan, Caucaso, il ritorno in Iraq… Questo per cominciare.
Oggi che il tutto si è compiuto, qualcuno mi domanda: ma hai una sfera di cristallo? No, non è necessaria una sfera di cristallo, basta studiare i documenti del Pentagono e gli importanti alti dispacci strategici statunitensi, che non sono neanche segreti, per dedurre e capire la loro logica. E questa logica imperialista di fatto è molto semplice: 1. Il mondo è una fonte di guadagni. 2. Per vincere la guerra economica devi essere la superpotenza dominante. 3. Per questo devi controllare le materie prime, le regioni e le rotte strategiche. 4. Tutte le resistenze a questo controllo devono essere infrante: mediante la corruzione, il ricatto o la guerra, non importa con quali mezzi. 5. Per continuare ad essere la potenza dominante, bisogna impedire assolutamente che i rivali si alleino contro il padrone.
L’ espansione della NATO nei tre continenti
Per difendere questi interessi economici e convertirsi nel gendarme del mondo, i dirigenti della NATO seminano il panico: “Il nostro mondo sofisticato, industrializzato, complesso è stato assalito da molte minacce mortali: cambio climatico, siccità, fame, ciber - sicurezza, questione energetica”[10]. Così, problemi non militari, ma sociali e medio ambientali, si utilizzano per aumentare le spese degli armamenti e gli interventi militari.
L’ obiettivo della NATO, di fatto, è quello di sostituirsi all’ ONU. Questa militarizzazione del mondo, fa divenire il futuro ogni volta più pericoloso. Tutto ciò ad un costo esagerato: gli USA prevedono una spesa militare record per il 2011, 708 miliardi di dollari. Come dire 2.320 dollari per ogni abitante. Il doppio rispetto all’ inizio dell’ amministrazione Bush. In più, il ministro statunitense della guerra, Robert Gates, non smette di spingere gli europei a spendere di più: “La demilitarizzazione dell’ Europa costituisce un ostacolo per la sicurezza e per una pace duratura nel secolo XXI” [11]. I paesi europei hanno dovuto scendere a compromessi con Washington per non diminuire le loro spese militari. Tutto questo a beneficio dell’industria bellica.
L’ espansione mondiale della NATO non ha niente a che vedere con Gheddafi, Saddam Hussein o Milosevic. Si tratta di un piano globale per continuare a dominare il pianeta e le sue ricchezze, per mantenere i privilegi delle multinazionali e per impedire ai popoli di decidere del proprio destino. La NATO proteggeva Ben Alì, Mubarak e i tiranni dell’Arabia Saudita, la NATO proteggerà coloro che gli succederanno, la NATO abbatterà solamente quelli che resisteranno all’impero.
Per arrivare ad essere il gendarme del mondo, la NATO avanza effettivamente passo dopo passo. Una guerra in Europa contro la Jugoslavia, una in Asia contro l’ Afganistan e adesso una in Africa contro la Libia. Sono già tre continenti! Avrebbero voluto intervenire anche in America Latina organizzando, da due anni, manovre in Venezuela. Ma lì il rischio era troppo alto, dato che l’ America Latina è sempre più unita e rifiuta “gendarmi” nord americani. Perché Washington vuole assolutamente usare la NATO come gendarme in Africa? A causa dei nuovi rapporti di forza mondiali analizzati precedentemente: gli USA sono in declino, incalzati dalla Germania, dalla Russia, dall’America Latina, dalla Cina, incluso da piccoli paesi del Terzo mondo.
Perché non si parla di Africom?
Ciò che più inquieta Washington è la crescente potenza della Cina. Nel proporre relazioni maggiormente paritarie ai paesi asiatici, africani e latino – americani, comprando le loro materie prime a prezzi migliori e senza ricatti coloniali, offrendo crediti più convenienti, costruendo infrastrutture utili allo sviluppo, la Cina sta offrendo un’ alternativa alla dipendenza da Washington, Parigi e Londra. Quindi “che fare per fermare la Cina?
Il problema è che una potenza in declino ha meno mezzi di pressione finanziari, anche verso i paesi africani: pertanto gli USA hanno deciso di usare la loro miglior arma: la forza militare. Bisogna sapere che le loro spese militari superano quelle di tutti i paesi del globo messi assieme. Quindi da anni stanno facendo avanzare passo dopo passo le loro pedine nel continente africano. Il 1° di ottobre del 2008 hanno costituito l’ Africom (Africa comand). Tutto il continente africano, escluso l’ Egitto, è sotto il comando USA unificato che raggruppa la US Army, US Navy, la US Air Force, i Marines e le “operazioni speciali” (sbarchi, colpi di stato, azioni clandestine…). L’idea è ripetere il meccanismo con la NATO in appoggio alle forze USA.
Washington, che vede terroristi da tutte le parti, li ha anche trovati in Africa. Guarda a caso nei dintorni del petrolio nigeriano e di altre risorse naturali desiderate. Dunque, se vorreste sapere dove si svilupperanno i prossimi episodi della loro famosa “guerra al terrorismo”, basterà che cerchiate una mappa del petrolio, dell’ uranio e del coltan e lì li troverete. Siccome poi, l’ islam si sta espandendo in numerosi paesi africani, Nigeria inclusa, già avrete il prossimo scenario…
L’ obiettivo reale dell’ Africom? Stabilizzare la dipendenza dell’ Africa, impedirne la sua emancipazione, impedirle di arrivare ad essere un attore indipendente che potrebbe allearsi con la Cina e con l’ America Latina. Africom costituisce un’ arma essenziale nei piani di dominazione mondiale statunitensi, che vorrebbero potersi appoggiare sull’Africa e sulle sue materie prime sotto il loro controllo per la grande battaglia che si è scatenata per il controllo dell’Asia e il controllo delle sue rotte marittime. In effetti, è l’ Asia il continente dove si giocherà la battaglia economica decisiva del secolo XXI. Però è un boccone difficile con una Cina molto forte e un fronte di economie emergenti che ha interesse nel formare un blocco. Washington vuole per questo controllare l’ Africa del tutto, per chiuderne la porta ai cinesi.
La guerra contro la Libia è in effetti una prima tappa per imporre l’ Africom a tutto il continente africano. Apre un’ era non di pacificazione del mondo, ma di nuove guerre. In Africa e in Medio Oriente, ma anche attorno all’Oceano Indiano tra L’Africa e la Cina.
Perché l’ Oceano Indiano? Perché se guardate una mappa, vedete che è la grande porta per accedere in Cina e in tutta l’Asia. Così, per controllare questo oceano, Washington tenta di dominare varie zone strategiche: 1. Medio Oriente e Golfo Persico, da qui il suo nervosismo a proposito di paesi come Arabia Saudita, Yemen, Bahrein e Iran. 2. Il Corno d’ Africa, da cui scaturisce la sua aggressività verso la Somalia e l’ Eritrea. Torneremo più avanti riguardo queste geostrategie nel libro che stiamo preparando e che uscirà presto: “Comprendre le monde musulman: entretiens avec Mohamed Hassan.
Il gran crimine di Gheddafi
Torniamo alla Libia. Nell’ambito della battaglia per il controllo del continente nero, l’Africa del Nord è il maggiore obbiettivo. Dispiegando una decina di basi militari in Tunisia, Marocco e Algeria, così come in altre nazioni africane, Washington si aprirebbe la via per stabilire una rete completa di basi militari che coprirebbe tutto il continente.
Ma il progetto Africom si è trovato con una serie di resistenze dei paesi africani. In modo altamente simbolico, nessuno ha accettato di accogliere nel proprio territorio la sede centrale di Africom. Così Washington ha dovuto mantenere la sua sede a Stoccarda, in Germania, la cosa è stata molto umiliante. In questa prospettiva, la guerra per abbattere Gheddafi è in fondo un avvertimento molto chiaro ai capi di stato africani che avessero una tentazione di seguire una via un po’ troppo indipendente.
Questo è il grande crimine di Gheddafi: la Libia non ha accettato nessun accordo con l’ Africom o con la Nato. Nel passato gli USA posizionarono un’ importante base militare in Libia. Ma Gheddafi la chiuse nel 1969. E’ evidente che la guerra attuale ha soprattutto come obbiettivo il recupero della Libia. Sarebbe un’avanzata strategica che gli permetterebbe di intervenire militarmente in Egitto, nel caso la situazioni scappasse dal controllo degli USA.
Quali saranno i prossimi obbiettivi in Africa?
Allora la domanda seguente sarà: a chi toccherà dopo la Libia? Quali paesi africani potrebbero essere attaccati dagli USA? E’ molto facile. Sapendo che la Jugoslavia è stata anche attaccata perché si rifiutava di entrare nella NATO, è sufficiente guardare la lista dei paesi che non hanno accettato di integrarsi con l’ Africom, sotto il comando militare degli USA. Sono 5: Libia, Sudan, Costa d’Avorio, Zimbabwe, Eritrea. Questi sono i prossimi obiettivi.
Il Sudan è diviso e sotto la pressione di sanzioni internazionali, anche lo Zimbabwe è sotto sanzioni. La Costa d’Avorio si è ritrovata in una guerra civile fomentata dall’occidente. L’ Eritrea, obbligata ad una guerra contro l’ Etiopia, l’ agente degli USA nella regione, attualmente si trova anch’essa sotto sanzioni.
Tutti questi paesi sono stati o saranno l’ obiettivo di campagne di propaganda e disinformazione. Siano o no guidati da dirigenti virtuosi e democratici, non conta nulla. L’ Eritrea sta tentando un’ esperienza di sviluppo economico e sociale autonomo e rifiuta gli “aiuti” che gli potrebbero essere imposti dalla Banca Mondiale e dal FMI controllati da Washington. Questo piccolo paese sta raccogliendo i primi frutti del suo sviluppo, però continua ad essere sotto la minaccia internazionale. Gli altri paesi se “si comporteranno male” saranno anche loro nel mirino degli USA. L’ Algeria concretamente. Di fatto non è cosa buona seguire la propria via…
E per quelli che ancora credono che tutto ciò non sia altro che una “teoria del complotto”, che gli USA non hanno programmato così tante guerre, ma che improvvisano reagendo secondo le necessità del momento, ricordiamo quello che aveva dichiarato l’ ex generale Wesley Clark (comandante supremo delle forze NATO in Europa tra il 1997 e il 2001, che ha diretto i bombardamenti sulla Jugoslavia): “ nel 2001 nel Pentagono, un generale mi disse: andiamo a prendere 7 paesi in 5 anni, cominciando dall’ Iraq, seguito dalla Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per terminare l’ Iran” [12]. Dai sogni alla realtà c’è un margine, ma i piani sono lì. Sono solamente in ritardo.
Fonte: www.michelcollon.info
[1] Marianna Lepore, The war in Libya and Italian interests, inaltreparole .net, 22 février.
[2] Ron Fraser, Libya accelerates German – Arabian peninsula alliance, Trumpet.com, 21 mars.
[3] Michel Collon, Israel, parlons-en! Bruxelles 2010, p. 172.
[4] New York magazine, Novembre 2006.
[5] Interview radio Democracy now, 10 fevrier.
[6] J-P Pougalas, Les mensonges de la guerre contre la libya, Palestine-solidarite.org, 31 mars.
[7] Michel Collon, Poker menteur, Bruxelles, 1998, P. 160-168.
[8] NATO after enlargement, US Army College, 1998, P. 97.
[9] Michel Collon, Monopoly-L’OTAN à la conquete du monde,, Bruxelles, 2000, P. 90 et 102).
[10] Assemble commune OTAN-Lloyd’s à Londres, 1er octobre 2009.
[11] NATO Strategic Concept seminar, Washington, 23 fevrier 2010.
[12] Interview radio Democracy now, 2 mars 2007.
da www.lernesto.it:80/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=20992
Traduzione di Marcello Gentile per l'ernesto Online da www.michelcollon.info
Ad ogni guerra è sempre lo stesso. All’inizio è quasi impossibile opporsi. Il martellamento mediatico è tale che immediatamente si viene catalogati come complici di un mostro. Dopo un po’ di tempo, quando cominciano ad esserci gli “errori”, i morti civili, le sconfitte militari e le rivelazioni sui “nostri amici”, il dibattito finalmente si apre. Però all’inizio è molto dura.
3ª Parte : Strade per reagire
Per sbloccare questo dibattito, la battaglia dell’informazione, come diciamo già da una settimana [1], è la chiave. Questa battaglia non può che stare sulle spalle di ognuno di noi, ovunque staremo, in funzione delle persone con le quali ci incontreremo, ascoltando bene quello che li influenza, verificando le informazioni con loro, pazientemente… Per affrontare efficacemente questo dibattito, è molto importante studiare l’ esperienza della disinformazione sulle guerre precedenti.
I 5 principi della propaganda della guerra applicata alla Libia
Questa esperienza l’abbiamo riassunta nei “5 principi della propaganda di guerra”, esposti nel nostro libri “Israel parlons-en”. Ad ogni guerra i media vogliono persuaderci che i nostri governi stanno operando bene e per questo applicano i 5 principi: 1. Occultare gli interessi economici. 2. trasformare la vittima in aggressore. 3. Occultare la storia. 4. Demonizzare. 5. Monopolizzare l’ informazione. Questi cinque punti si sono applicati di nuovo contro la Libia. Ce ne siamo già resi conto nelle pagine precedenti. Per finire, chiamiamo l’attenzione sul quarto: la demonizzazione dell’avversario. I guerrafondai devono sempre persuadere l’ opinione pubblica del fatto che loro non agiscono per ottenere vantaggi economici o strategici, ma per eliminare una grave minaccia. Ad ogni guerra, da decenni, il leader avversario è sempre stato presentato come crudele, immorale e pericoloso, con le peggiori descrizioni delle sue atrocità. Più tardi, molte di queste notizie, a volte tutte, vanno sgonfiandosi; ma non importa, perché hanno già fatto il loro lavoro: manipolare le emozioni del pubblico per impedirgli di analizzare gli interessi che sono realmente in gioco. Impossibile a questo punto tornare indietro.
Non abbiamo avuto i mezzi per essere presenti in Libia. Però siamo stati in Jugoslavia, sotto le bombe della NATO, abbiamo constatato e provato, che la NATO ha mentito sistematicamente [2]. Anche in Iraq. In quanto alla Libia, la cosa ha molte somiglianze, ma fino ad ora non abbiamo avuto i mezzi per procedere nel contrastare le informazioni presentate. La nostra squadra di “Investing’Action” non ha i mezzi necessari. Però vari osservatori hanno già trovato molti indizi di disinformazione. Per esempio i “seimila morti ipotizzati vittime dei bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione civile”. Dove sono le immagini? Non c’era nessuna videocamera, nessun telefonino lì, come c’erano a Gaza, in piazza Tahrir, a Tunisi o in Bahrein? Nessuna prova, nessun testimone affidabile, smentiti dai satelliti russi o dagli osservatori della UE, eppure, l’informazione rimane instancabilmente impermeabile e nessuno si azzarda a contraddirla a meno di essere tacciato di “complicità”. Una guerra civile non è mai un merletto (pizzo) e questo è vero per entrambe le parti. Un’informazione parziale tenterà sempre di farci credere che le atrocità si commettono solo da una parte e quindi si dovrà appoggiare la parte avversa. Tuttavia è conveniente essere prudenti su questo tipo di racconti
Chi ci informa?
Una cosa che bisogna spiegare… è che la demonizzazione non cade dal cielo. E’ diffusa da media che prendono partito, spesso senza dichiararlo. Per questo la prima domanda che bisogna porsi ad ogni guerra è “mi hanno fatto ascoltare l’altra parte? Perché in Europa e negli USA i media sono tutti d’accordo su Gheddafi? Perché in America Latina, in Africa, in Russia, al contrario, si denuncia una nuova crociata imperialista? Si sbagliano tutti? Sono gli occidentali che sanno meglio degli altri quello che succede? O è meglio che ognuno sia influenzato dai suoi media? Quindi dobbiamo seguire ciecamente i nostri media o contrastarli?
Ci stanno saturando abbondantemente sugli aspetti negativi di Gheddafi. Ma ci hanno informati dei suoi aspetti positivi? Chi ci ha informato del suo aiuto ai progetti di sviluppo africano? Chi ci ha detto che la Libia ha, secondo le istituzioni internazionali, il più alto “indice di sviluppo umano” di tutta l’ Africa, molto lontano dai favoriti dell’ Occidente come l’ Egitto o la Tunisia? Speranza si vita, 74 anni; analfabetismo ridotto al 5%; investimento in educazione il 2% del PIL, mentre quello per la difesa il 1,1%.
Distinguere due questioni differenti.
C’è molta intimidazione intellettuale nel dibattito sulla Libia. Se denunci la guerra contro la Libia, ti si accusa di tutto quello che ha fatto Gheddafi. E allora no. C’è da distinguere due problemi distinti.
Da una parte i libici hanno assolutamente il diritto di eleggere i loro rappresentanti e di cambiarli con i mezzi che considerano necessari. I libici! Non Obama, nemmeno Sarkozy. Dopo aver separato dalle accuse contro Gheddafi, ciò che è veramente provato da quello che è propaganda interessata, un progressista può perfettamente desiderare che i libici abbiano un leader migliore. Dall’altra parte, quando la Libia viene attaccata perché dei pirati vorrebbero fare un colpo di mano sul suo petrolio, sulle sue riserve finanziarie e sulla sua posizione strategica, allora bisogna dire che il popolo libico soffrirà in maniera peggiore sotto il potere di questi pirati e delle loro marionette. La Libia perderà il suo petrolio, le sue imprese, le riserve della sua banca nazionale, i suoi servizi sociali e la sua dignità. Il neoliberismo le applicherà le sue zozze ricette che hanno già mandato in miseria tanti altri popoli.
Allora, un “buon dirigente” non arriva mai nelle valigie degli invasori a colpi di bomba. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Iraq, Al-Maliki e un piccolo gruppo di corrotti che stanno vendendo il loro paese alle multinazionali. In Iraq hanno si la “democrazia”, ma hanno perso il petrolio, l’ elettricità, l’ acqua, la scuola e tutto quello che gli permette una vita degna. E’ lo stesso che gli USA hanno portato in Afganistan, Karzai che regna sopra il nulla o forse su un quartiere di Kabul, e, mentre le bombe USA annientano villaggi, feste di matrimonio, scuole, il commercio della droga non è mai stato così prospero
I dirigenti che si imporranno alla Libia mediante le bombe occidentali saranno ancor peggio di Gheddafi. Per questo bisogna appoggiare il governo legale libico, quando lo stesso resiste a quella che è un’ autentica aggressione neocoloniale. Perché tutte le soluzioni previste da Washington e dai suoi alleati sono pessime: sia il rovesciamento o l’ assassinio di Gheddafi, sia la scissione del paese in due o la “somalizzazione”, cioè una guerra civile a bassa intensità e lunga durata. Tutte queste soluzioni porteranno sofferenze alle popolazioni.
L’ unica soluzione interessante per i libici sarebbe il negoziato, con mediatori che non abbiano interessi diretti e che non siano parte del conflitto, come Lula. Un buon accordo implicherebbe il rispetto della sovranità libica, il mantenimento dell’unità del paese, la preparazione delle riforme per la democrazia e la fine delle discriminazioni regionali.
Far rispettare il diritto, il contrario del “diritto di ingerenza”
Bisogna sempre portare i principi di base delle relazioni internazionali in questi delicati dibattiti politici: sovranità degli stati, coesistenza pacifica tra i differenti sistemi, non ingerenza negli affari interni. Alle potenze occidentali piace presentarsi come coloro che cercano di far rispettare il diritto. E’ totalmente falso.
Se ci si dice che gli USA oggi sono molto più rispettosi del diritto internazionale rispetto a quando c ’era il cow-boy Bush e che questa volta c’è stata una risoluzione ONU. Non è qui il luogo per discutere se l’ONU rappresenti veramente la volontà democratica dei popoli o se i voti di numerosi stati non siano oggetto di compra vendita o di pressioni. Semplicemente rispondere dettagliatamente che questa risoluzione 1973 viola il diritto internazionale e, in primo luogo, la carta fondamentale… della stessa ONU. Effettivamente il suo articolo 2/7 dice: “Nessuna disposizione della presente Carta autorizza le Nazioni Unite ad intervenire negli assunti che appartengono essenzialmente alla giurisdizione interna di uno stato. Reprimere un’ insurrezione armata è competenza di uno stato, anche se si dovessero deplorare le conseguenze. Ad ogni modo, se bombardare dei ribelli armati è considerato un crimine intollerabile, allora bisognerebbe giudicare con urgenza Bush e Obama perché hanno fatto lo stesso in Iraq e Afganistan.
Ugualmente l’ articolo 39 limita i casi in cui la coercizione militare è autorizzata: “ L’ esistenza di una minaccia contro la pace, di una rottura della pace o di un atto d’ aggressione”. Bisogna segnalare, anche solo per riderci sopra, che incluso nel trattato della NATO il suo articolo 1 precisa: “ Le parti si impegnano, come stipulato nella carta delle Nazioni Unite, a regolare con mezzi pacifici tutte le controversie internazionali nelle quali si possa essere implicati”
A noi ci viene presentato questo “diritto d’ingerenza umanitaria” come una novità e un gran progresso. In realtà, il diritto d’ ingerenza è stato praticato per secoli dalle potenze coloniali contro i paesi africani, asiatici e latino americani. Dai forti contro i deboli. Ed è precisamente per metter fine a questa politica delle cannoniere che nel 1945 furono adottate le nuove regole del diritto internazionale. Nel concreto la Carta delle Nazioni Unite ha proibito ai paesi forti di invadere i paesi deboli e questo principio della sovranità degli stati costituisce un progresso storico. Annullare questa conquista del 1945 e tornare al diritto d’ ingerenza, è come tornare al tempo delle colonie.
Quindi per far approvare una guerra con dietro molti interessi, si tocca la corda sensibile: il diritto d’ ingerenza sarebbe necessario per salvare le popolazioni in pericolo. Tali pretesti erano anche utilizzati a suo tempo dalle colonialiste Francia, Inghilterra e Belgio. Anche tutte le guerre imperiali degli USA sono state fatte con questo tipo di giustificazioni.
Con gli USA e i suoi alleati come gendarmi del mondo, il diritto di ingerenza lo avranno con ogni evidenza i forti contro i deboli e mai al contrario. Ha per caso l’ Iran il diritto d’ ingerenza per salvare i palestinesi? Ha il Venezuela il diritto d’ ingerenza per metter fine al sanguinoso colpo di stato in Honduras? Ha la Russia il diritto d’ ingerenza per protegge la popolazione del Bahrein?
In realtà, la guerra contro la Libia è un precedente che apre la via all’ intervento armato degli USA e dei suoi alleati e non importa in quale paese arabo, africano o latino americano. Oggi si ammazzano migliaia di libici “per proteggerli” e domani si ammezzeranno civili siriani, iraniani o venezuelani, o eritrei “per proteggerli”, nel frattempo i palestinesi e tutte le altre vittime dei “forti” continueranno a soffrire sotto dittature e massacri…
Dimostrare che l’ intervento occidentale viola il diritto e ci riporta al tempo del colonialismo, mi sembra che sia un tema che si debba mettere al centro del dibattito.
Che fare?
Gli USA hanno battezzato la guerra contro la Libia “ l’alba dell’Odissea”. Allora i loro nomi codificati contengono sempre un messaggio diretto al nostro inconscio. L’ Odissea, un gran classico della letteratura greca, parla del viaggio decennale di Ulisse e delle sue peripezie attraverso il mediterraneo per tornare ad Itaca. Con mezze parole ci si sta dicendo che la Libia oggi è il primo atto di un lungo viaggio degli USA per (ri)conquistare l’ Africa.
Tentano così di frenare il loro declino. Però alla fine sarà invano. Gli USA perderanno inevitabilmente il loro trono. Perché questo declino non è dovuto al caso o a circostanze particolari, ma al loro stesso modo di funzionare. Smith mise in guardia da molto tempo: “ L’ economia di un qualunque paese che pratichi la schiavitù, inizierà una discesa verso l’ inferno che sarà molto dura il giorno che le altre nazioni si sveglieranno.”
Di fatto gli USA hanno rimpiazzato una schiavitù con un’ altra. Nel XX secolo hanno basato la loro prosperità sulla dominazione e sul saccheggio di interi paesi, hanno vissuto come parassiti, per questo hanno indebolito le loro capacità economiche interne. L’ umanità ha un gran interesse affinché il sistema cada definitivamente. Lo stesso popolo statunitense ha interesse in questo. Affinché si finisca di chiudere fabbriche, di distruggere posti di lavoro, di farsi confiscare le proprie case per poter pagare bonus ai banchiere e profitti di guerra. Anche il popolo europeo ha lo stesso interesse per un’ economia che non sia al servizio delle multinazionali e delle loro guerre, ma al servizio della gente.
Così stiamo ad un incrocio. Che alba vorremmo? Quella annunciata dagli USA che ci porterà per 20 o 30 anni per incessanti guerre in tutti i continenti? O sarebbe meglio una vera “alba”, un altro sistema di relazioni internazionali, nel quale nessuno imponga i suoi interessi con la forza e dove ogni popolo possa intraprendere liberamente il proprio cammino?
Come ad ogni guerra degli ultimi venti anni, nella sinistra europea regna una gran confusione. I discorsi pseudo-umanitari diffusi dai media accecano perché noi dimentichiamo di ascoltare l’ altra versione, di studiare le guerre precedenti, di contrastare l’ informazione.
Michel Collon
[1] S’informer est la clè – Michel collon lanza un llamamiento
www.michelcollon.info/S-informer-c-
[2] Kosovo, OTAN et medias, debate entre Michel Collon, Jamie Shea (portavoz de la OTAN) y Olivier Corten (profesor de derecho International), 23 de junio de 2000, DVD Investig’Action.
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