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- popoli resistenti - libia - 13-02-12 - n. 396
L’aggressione alla Libia, crimine internazionale dei "forti", dunque impunito
di Aldo Bernardini, Professore emerito di Diritto internazionale dell’Università di Teramo
Roma, 7 ottobre 2011
I fatti
6. Abbiamo ripetutamente affermato come i principii giuridici che si è cercato di illustrare non siano modificati e neppure che si siano formate norme sovraordinate che consentano di scalzarli nel loro nucleo fondamentale. Essi sono sufficienti per inquadrare la vicenda libica: vedremo, non solo ingerenza nei fatti interni, ma crimine di aggressione contro uno Stato indipendente e sovrano, che assorbe, se mai fosse stato configurabile in modo autonomo, l’intervento in una questione interna libica (l’insurrezione e quindi la guerra civile). Qualunque ne sia l’esito ai danni del legittimo governo che ha al suo vertice (checché possa rilevarsi in base al diritto interno libico) il Colonnello Gheddafi.
Non è nostro compito analizzare le vicende storiche dello Stato libico, nel loro complesso non influenti sulle attuali valutazioni giuridiche. Ma, per meglio comprendere, alcune riflessioni o semplici menzioni di fatti: la Rivoluzione anticoloniale del 1969, capeggiata da Gheddafi, estromette il re Idris, esponente di una situazione di neocolonialismo, elimina le basi straniere (britanniche e statunitensi), nazionalizza petrolio e banche. Introduce profonde riforme sociali. Per descrivere di queste sommariamente la portata, si utilizza il testo di un appello di 37 cittadini russi, bielorussi e ucraini, per lo più medici, residenti anche da lungo tempo in Libia, e rivolto, subito dopo l’inizio dei bombardamenti, alle autorità russe (Medvedev e Putin). Essi avevano deciso di restare in Libia nella convinzione che la Russia avrebbe opposto il suo veto "all’aggressione degli Stati Uniti e dei loro alleati" ed esprimono la delusione per il fatto di essersi "ingannati: la Russia ha creduto sfortunatamente alle false assicurazioni degli americani e non si è opposta alla decisione criminale della Francia e degli USA". Di qui le considerazioni, utili ai nostri fini: "Solo pochi cittadini di altri Stati vivono in un tale benessere sociale come i libici. Hanno diritto a sanità gratuita e i loro ospedali sono attrezzati secondo i più elevati standard mondiali. L’istruzione in Libia è gratuita, i giovani capaci hanno la possibilità di studiare all’estero a spese dello Stato. Le giovani coppie ricevono un sostegno finanziario di 60. 000 dinari libici (circa 50. 000 dollari USA). Si danno prestiti statali esenti da interessi e senza termini temporali di restituzione…Benzina e pane costano una sciocchezza, le persone che lavorano in agricoltura non pagano tasse… Oggi le persone in Libia devono soffrire. In febbraio la vita pacifica è stata distrutta da bande di criminali e giovani deviati anche sotto l’effetto della droga, che l’Occidente ha considerato per precise ragioni «dimostranti pacifici». Hanno utilizzato armi e assalito stazioni di polizia, uffici del governo e unità militari - la conseguenza è stata spargimento di sangue. Chi tira le fila persegue un chiaro scopo: spargere caos e raggiungere il controllo sul petrolio libico. Sono state diffuse nell’ambiente internazionale informazioni false e si è affermato che i libici combattessero contro il regime. Ci si spieghi: chi non apprezzerebbe un tale regime? Se qualcosa del genere ci fosse in Ucraina o in Russia non staremmo a lavorare in Libia…"[28].
Anche se negli ultimi anni possono esservi stati nella politica libica momenti equivoci o non positivamente apprezzabili ed appannamenti, il toccante ed energico appello riporta alla realtà essenziale e induce a ricercare i reali motivi dell’aggressione alla Libia e dell’attacco a Gheddafi. Non vi è dubbio che tra questi vadano annoverati il sostanziale spirito di indipendenza della leadership libica, nonostante ogni recente compromesso, spirito che è stato trasmesso anche nel quadro dell’Unione africana. Ricaviamo da un saggio comparso in Italia e tradotto anche in Germania qualche elemento[29]. Si ricordano le riserve di petrolio della Libia, le maggiori in Africa e dai costi di estrazione fra i più bassi su scala mondiale (e aggiungiamo che sino ad ora la maggior parte dei proventi affluiva allo Stato libico). Ed ancora i fondi statali investiti dalla Libia all’estero (almeno 150 miliardi di dollari): con investimenti in più di cento paesi in tutto il pianeta. È vero che questo può aver aperto meccanismi di potere e corruzione, che Gheddafi nel 2009 ha cercato di contrastare proponendo di destinare trenta miliardi dagli introiti petroliferi "direttamente al popolo libico": con la conseguenza di divisioni nelle dirigenze libiche, ovviamente strumentalizzate da USA ed Europa (come anche taluni contrasti fra "tribù" dell’Est e dell’Ovest del paese). Trovando agganci all’interno: il rappresentante dell’Autorità libica di investimenti Mohamed Layas informava il 20 gennaio 2011 l’ambasciatore USA in Tripoli che erano stati depositati 32 miliardi di dollari in banche USA: il 28 febbraio, con l’inizio della vicenda, questi fondi sono stati congelati negli Stati Uniti e pochi giorni dopo l’Europa ha congelato altri 45 miliardi. Tutto ciò è mirato anche a danneggiare l’influenza libica in Africa: qui la Libia ha investito in diversi settori ed in più di 25 paesi. Tali investimenti sono stati decisivi per realizzare il primo satellite di telecomunicazioni (RASCOM) dell’Organizzazione regionale africana dei satelliti, lanciato in orbita nel dicembre 2007 (un secondo nel luglio 2010) e che dovrebbe consentire ai paesi africani di liberarsi gradualmente dai sistemi satellitari americani ed europei, con risparmio annuale di centinaia di milioni di dollari. Inoltre, gli investimenti libici sono stati destinati alla creazione di tre Istituti finanziari dell’Unione africana, ciò che permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale quali strumenti di dominio neocoloniale. E avrebbe portato anche alla fine del franco CFA, che 14 ex colonie francesi sono state costrette ad adottare. Gheddafi operava per l’unità africana e si è opposto con successo all’Unione per il Mediterraneo, di ispirazione occidentale e soprattutto francese, il fine della quale era sabotare l’unità africana con la separazione del Nord-Africa[30]. Si aggiunga l’opposizione all’AFRICOM (Africa Command), istituito dagli USA il 1 ottobre 2008, con competenza su tutta l’Africa tranne l’Egitto: un Comando unificato raggruppante US Army, US Navy, US Air Force, marines e forze speciali. Obiettivo di tale iniziativa, stabilizzare la dipendenza dell’Africa e la guerra contro la Libia è una prima tappa per imporre l’AFRICOM a tutto il continente. La resistenza dei paesi africani su spinta libica ha impedito finora l’accoglimento della sede centrale del Comando in un paese africano ed esso è rimasto a Stoccarda. È chiaro che tutto ciò viene addebitato pesantemente a Gheddafi[31].
Progetti e realizzazioni contro i quali si pone l’aggressione e che ne costituiscono "sufficienti" motivi materiali, al di là delle "idealistiche" mistificazioni. Per gli Occidentali - a parte altre esigenze, come l’auspicato controllo delle c. d. primavere arabe, che ben poco o nulla hanno a che vedere con la vicenda libica, e i contrasti di interesse fra i varii paesi partecipanti all’aggressione, con tutte le peculiarità della posizione e lo svantaggio definitivo subito dall’Italia - sono questi i veri "crimini contro l’umanità" - ovviamente non dichiarati - della dirigenza libica e in particolare del Colonnello Gheddafi.
7. Se si tengono presenti i fatti che abbiamo menzionato in modo sia pur alquanto casuale e solo sommario e schematico, si comprende facilmente come fosse necessario riattivare con particolare efficacia il copione della criminalizzazione che abbiamo sovente evocato. In realtà, se si legge la stampa "allineata", si colgono continue menzioni, a caratteri cubitali, degli "orrori" perpetrati dal "regime di Gheddafi", in passato e nella guerra attuale, intersecate non di rado però da contraddizioni e smentite ovviamente figuranti con assai minore evidenza (talora con la citazione, in toni molto più blandi, di atrocità compiute dagli insorti): secondo il costume solito della disinformazione.
Si segnala come eccezione la rivista "Limes", con tre quaderni del 2011 dedicati all’argomento[32]. Ne estraiamo anzitutto un esempio di manipolazione assolutamente incredibile di parole di Gheddafi, che può fare intendere a chi voglia la realtà complessiva delle cose. In un suo discorso all’inizio dell’aggressione, il Colonnello dice testualmente: "Se il popolo non ama Gheddafi, Gheddafi merita di morire" [33]. La traduzione ignobile e anzi farabuttesca, che viene fatta circolare, suona: "Se il popolo non ama Gheddafi, deve morire". Questa manipolazione sciagurata rappresenta il simbolo più affilato di quel che si va perpetrando in Libia.
Non deve meravigliare che qualche giornalista abbia provato nausea. Delle serie verità le dice Rampoldi ("Repubblica" del 16 settembre 2011): "Stando ad Amnesty International, gheddafisti e ribelli hanno praticato o praticano stili di combattimento qualitativamente simili che comprendono squadre della morte, camere di tortura e assassinio di arresi… Come denunciano da mesi varie organizzazioni umanitarie, nelle zone controllate dagli insorti bande brutalizzano gli immigrati africani e i connazionali con la pelle nera. Rapinano, stuprano o semplicemente sfogano il tradizionale razzismo arabo con il pretesto che le loro vittime siano «mercenari di Gheddafi»…". E prosegue, sempre più demistificando: per una transizione quale è quella a parole auspicata dagli Occidentali sarebbe stato necessario "un percorso concordato. Sappiamo che… fin dal primo momento Parigi e Londra esclusero quella soluzione. Perché solo la guerra assicurava protagonismo e un largo bottino petrolifero?": la vera ragione, secondo il giornalista. Che continua, fingendo di credere: "No, perché Gheddafi è un criminale. Ma non lo era forse anche prima, quando la sua polizia ammazzava oppositori a dozzine? Sì, ma mai era arrivato a far bombardare le piazze e il popolo. Le prove? Le fornisce "al-Jazeera", e i media occidentali le rilanciano: ma le più eclatanti sono falsificazioni. Il repertorio include immagini di cadaveri di soldati con le mani legate, «uccisi perché ammutinati». Poi rivedi il filmato e hai l’impressione che gli assassini siano i ribelli, infatti non soccorrono l’unico moribondo. Ora Amnesty indirettamente conferma: all’inizio della sollevazione gli insorti uccisero militari che avevano catturato. In futuro potremmo scoprire che messe in scena e rivolta furono agevolate da un sodalizio di servizi segreti. Dopo tutto già negli anni Novanta i britannici avevano provato a innescare moti in Cirenaica".
Chiaro a sufficienza. Si lascia sfuggire, la stampa, anche il disvelamento della mistificazione centrale, quella su cui tutta l’operazione di aggressione è stata costruita. Dal "Messaggero" del 10 agosto 2011, che fa riferimento alle parole di un portavoce NATO, viene posto allo scoperto che "anche se armati, i ribelli vengono identificati come civili e quindi ogni atto contro di loro viene inquadrato nell’ambito della missione Unified Protector": dunque, alla stregua della ris. 1973, di cui più avanti, come attività del legittimo governo da impedirsi con l’uso della forza armata, in concreto dei bombardamenti, destinati pertanto ad eliminare il legale contrasto del governo costituito contro l’insurrezione. Si tratta comunque di una delle "voci dal sen fuggite", che segnalavamo all’inizio, forse una di quelle più nitide, che dovrebbe definitivamente aprire gli occhi sulla sostanza della vicenda libica[34].
8. La massima disinformazione ed alterazione della realtà è stata indispensabile per occultare la lunga preparazione dell’insurrezione e dell’aggressione dall’esterno, il carattere armato sin dall’inizio della prima e l’apertura più o meno coperta della seconda anteriormente ai fatti di Bengasi, secondo l’ufficialità i fatti scatenanti di tutta la vicenda, nonché la partecipazione di forze esterne alle azioni degli insorti.
I ribelli libici sin dall’inizio, anzi già in precedenza, sono stati istruiti, allenati, sostenuti, armati da potenze occidentali. Sono documentati incontri segreti in paesi occidentali di esponenti libici più o meno dissidenti con elementi dei servizi segreti occidentali, organizzazioni di esuli libici all’estero sono da sempre state attive per la preparazione di un rovesciamento del governo libico[35]. Vengono poste in evidenza infiltrazioni di forze speciali e servizi segreti francesi, britannici e USA. Si segnalano anche la partecipazione saudita (di quello Stato che ha nello stesso torno di tempo impunemente represso nel sangue le manifestazioni "democratiche" nel Bahrein) e qatariote.
È fuor di dubbio che le operazioni militari dell’Occidente hanno avuto inizio prima di qualunque presa di posizione delle N. U. Sul "Sunday Mirror" del 20 marzo 2011 Mike Hamilton svelava essere all’opera in Libia già da "tre settimane centinaia di soldati britannici, fra cui due unità speciali, chiamate «Smash» a causa della loro capacità distruttiva". Anche altri giornalisti, in "International Herald Tribune" del 31 marzo, parlavano della collaborazione con queste centinaia di soldati britannici da parte di "piccoli gruppi della CIA… nel quadro di un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra… già prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo… per rifornire i ribelli e dissanguare l’esercito di Gheddafi".
"Repubblica" del 22 agosto, prescindendo pure da quanto preparato in precedenza dall’esterno, mostra come le proteste per l’arresto di un esponente antigovernativo a Bengasi siano sfociate subito in sommosse armate con attacchi a caserme e posti di governo. Il pezzo è certamente un esemplare da manuale degli illeciti criminali internazionali compiuti dagli Stati NATO e associati e dell’importanza decisiva dell’intervento NATO, attraverso la vigliaccheria dei bombardamenti aerei. Secondo il "Corriere della sera" del 23 agosto l’elemento determinante per i successi dei ribelli è stato l’aiuto esterno; per quello del 24 agosto si è avuto "un ruolo cruciale degli agenti stranieri, istruttori, militari e diplomatici… posti a fianco dei ribelli". Il "Messaggero" del 25 agosto titola trionfalisticamente: "Soldati inglesi, francesi e USA in battaglia al fianco degli insorti. Forze speciali di terra inviate per guidare l’offensiva finale" a Tripoli. "Repubblica" di stessa data: "Forze speciali NATO con i ribelli. Le prime ad entrare nel bunker [di Gheddafi]". E si specifica che la battaglia per Tripoli "viene combattuta anche da forze speciali di Gran Bretagna, Francia, Giordania e Qatar… Il portavoce dell’operazione Unified Protector ha ammesso che «alcune nazioni partner hanno una loro presenza sul terreno». Alle unità private di contractors la coalizione occidentale contro Gheddafi ha affiancato membri in servizio effettivo delle forze speciali. Secondo la Cnn, alcune di queste unità hanno viaggiato insieme ai ribelli mentre avanzavano verso Tripoli. Tra i compiti, l’addestramento, il supporto delle truppe, la raccolta di informazioni militari sugli obiettivi da colpire nei raid dell’Alleanza. Le unità del Qatar e della Francia, in particolare, hanno fornito armamenti agli insorti. Infine, sarebbero state le forze speciali del Qatar addestrate dai militari britannici - e non gli insorti libici - le prime ad entrare a Bab Al Aziziya, la residenza bunker di Gheddafi…: il compito delle forze speciali sembra decisivo".
Ce n’è abbastanza per riconoscere nei fatti e situazioni accennati un vero campo di applicazione, un ventaglio di concrete fattispecie, rispetto ai principii e normative internazionali evocati nel nostro paragrafo 2 e in specie a quelli della sentenza C. I. G. nel caso Nicaragua contro Stati Uniti.
28] Crediamo interessante riportare ulteriori brani dell’appello, che certamente non manderanno in sollucchero i fautori dei “giusti” interventi occidentali, ma che servono a far riflettere che cosa si pensi nel vasto mondo su tali interventi. “Vediamo che gli USA vogliono fare della Libia un altro Iraq. Compiono genocidio contro il popolo libico e coloro che in Libia risiedono. Noi adempiamo il nostro dovere medico e non lasciamo che i libici vengano lasciati soli nelle difficoltà… Noi speriamo che Ella, signor Presidente, ed Ella, signor Primo ministro, come cittadini russi e uomini onorevoli non permettiate ai fascisti americani ed europei del XXI° secolo di annientare il popolo libico amante della libertà e coloro che stanno con esso. Esigiamo dunque con forza che la Russia opponga il suo veto – quel diritto che è stato conquistato dall’Unione sovietica nella Seconda guerra mondiale con la perdita di milioni di vite umane – per fermare l’aggressione contro uno Stato sovrano e porre fine immediatamente ai bombardamenti degli USA e della NATO. Via le mani dalla Libia!”. L’appello è desunto dalla rivista tedesca
Rot-Fuchs, settembre 2011.
[29] DINUCCI (M.),
La rapina del secolo - Il sequestro del danaro del Fondo statale libico da parte dei “volenterosi”, in
Offen-siv, n. 4, 2001 (da
Il Manifesto, 22 aprile 2011).
[31] Per queste ultime notizie e relative valutazioni, cfr. COLLON,
Capire la guerra in Libia,
www.resistenze.org, n. 364 del 15 maggio 2011.
[32] Si tratta del numero 1, 2011,
Il grande tsunami (guerra di Libia e c.d. primavere arabe); numero 3, 2011,
(Contro)rivoluzioni in corso; quad. spec.
La guerra di Libia.
[33] Cfr. TINAZZI,
Bugie nel deserto, in
Limes, quad. spec.
La guerra di Libia, p. 77 ss., particolarmente p. 82.
[34] Sulla sistematica disinformazione, si vedano i numeri di
Limes sopraccitati e, in particolare, CADALUNU,
La guerra sceneggiata per i media occidentali, n. 3, 2011, p. 209 ss.; TINAZZI,
Bugie nel deserto, quad. spec., 2011, p. 77 ss.; MEZRAN,
Ora costringiamo Bengasi a rispettare i tripolitani, n. 3, 2011, p. 187 ss. (in particolare sul carattere armato dell’insurrezione sin dall’inizio); DOTTORI,
Disinformacija – L’uso strategico del falso nel caso libico, n. 1, 2011, p. 43 ss.
[35] Cfr. un numero speciale della rivista
Offen-siv, supplemento al numero di marzo-aprile 2011,
Der imperialistische Angriff auf Libyen; Limes, i quaderni citati in nota 32.
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