da http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Giugno-2005/art80.html
Beirut, sangue dopo il voto. Ucciso Hawi
Il leader comunista libanese assassinato con una bomba
fatta esplodere sotto il sedile della sua auto, come Samir Kassir. Con
l'eliminazione di un altro simbolo va avanti la destabilizzazione del Libano.
Chi sarà il prossimo?
Stefano
Chiarini
Una forte esplosione ha scosso ieri mattina verso le 9:45 il
popolare quartiere di Wata Mousaitbeh, non lontano dall'incrocio di Cola, nel
cuore di Beirut ovest, uccidendo a bordo della sua «mercedes» nera l'esponente
comunista George Hawi, appena uscito di casa. L'ordigno (400 grammi d'esplosivo
secondo i primi accertamenti) che ha ammazzato l'ex dirigente della resistenza
contro l'occupazione israeliana del Libano negli anni ottanta, ex segretario
del partito ed esponente dell'opposizione interna al Pcl, era stato collocato
sotto il sedile di guida e sarebbe stato azionato con un comando a distanza,
come avvenne per l'uccisione, il 2 giugno scorso, del giornalista Samir Kassir,
del quotidiano an Nahar. Un omicidio mirato, di precisione, tanto che
l'autista, ferito ma non in modo grave, ha avuto il tempo di buttarsi fuori
dall'auto che ha proseguito il suo cammino per alcuni metri andandosi a fermare
contro un cartellone pubblicitario elettorale. La moglie di George Hawi - ci
racconta l'impiegato di un'organizzazione non governativa - ha sentito
l'esplosione dalla clinica nella quale stava lavorando (non lontana dal luogo
dell'attentato) ed è corsa verso l'auto mentre l'autista e il lavorante di un
bar stavano cercando di estrarre dalle lamiere il corpo del dirigente
comunista. Appena il tempo di riconoscerlo e la donna si è accasciata al suolo
svenuta. Il leader comunista, di origini cristiane, soprannominato il «gigante
buono» per il suo aspetto massiccio e bonario, ha resistito per alcuni minuti
dopo aver chiesto aiuto ai suoi soccorritori ma è spirato poco dopo tra le loro
braccia.
Il segretario di stato Usa, Condoleezza Rice, da Bruxelles ha
dichiarato di non sapere chi ha ucciso George Hawi, ma «la Siria deve smettere
di destabilizzare il Libano». Il capo dello stato Lahoud da parte sua ha fatto
sapere che «riguardo alle insistenti insinuazioni secondo le quali il
presidente è legato ai cosiddetti apparati di sicurezza, tutti sanno che egli
non controlla le agenzie di sicurezza».
Il paese dei cedri, uscito da appena due giorni da un'accesa
campagna elettorale, è ripiombato ieri nell'angoscia di una strategia della
tensione i cui registi evidentemente vogliono dimostrare l'incapacità del
Libano di governarsi da solo. Per il momento obiettivi degli attentati sono
state delle figure pubbliche molto note - la cui morte ha sconvolto il paese -
ma prive di un reale potere, come Rafiq Hariri, Samir Kassir, noto columnist di
an Nahar e ora il comunista George Hawi. Tutti e tre in qualche modo
esterni alle strutture del potere feudale. Il timore di molti è che ora, visto
che il paese fino ad oggi ha «tenuto», gli strateghi della tensione potrebbero
mirare più in alto, colpendo qualche esponente dei blocchi confessionali usciti
vincitori delle elezioni e facendo precipitare la situazione. Particolarmente
pericolosi saranno i prossimi quindici giorni, prima della convocazione del
nuovo parlamento che dovrà designare lo speaker sciita dell'assemblea dove Saad
Hariri ha sì la maggioranza di 78 seggi su 128 ma si trova a capo di una
coalizione assai variegata - dal druso Jumblatt alle forze libanesi - per nulla
unita al suo interno su tutte le questioni di fondo del paese. Il primo
ministro Najib Mikati, dimissionario, commentando l'uccisione di George Hawi ha
dichiarato: «Siamo sconvolti. Ogni qualvolta il paese fa un passo avanti
qualcuno cerca di minarne la sicurezza con questi delitti». Durissimo il
segretario del Pcl, che giunto sul luogo dell'attentato ha accusato
dell'uccisione i servizi israeliani ai quali ha ricondotto l'intera strategia
della tensione e ha messo in guardia i suoi concittadini dal cadere nella
trappola preparata per loro dagli Usa. E non solo dagli Usa. Il possibile
futuro premier del paese, Saad Hariri, per sondare i piani di Washington e
Parigi è volato ieri nella capitale francese dove si è incontrato a lungo con
il presidente Chirac.
Di tutt'altro tenore le dichiarazioni degli esponenti drusi e
di alcuni settori dell'opposizione che hanno colto l'occasione dell'attentato
per accusare di nuovo, come nel caso dell'attentato a Rafiq Hariri, la Siria e
i servizi libanesi e quindi indirettamente il presidente Emile Lahoud. La
richiesta di dimissioni del presidente libanese, criticato per i suoi rapporti
con la Siria ed in particolare con la resistenza degli Hezbollah, è sostenuta
anche dagli Usa ed è indirettamente sponsorizzata dalla stessa commissione di
inchiesta internazionale sull'uccisione di Rafiq Hariri che ha deciso ieri, con
grande tempismo, di iniziare le sue interviste con i vari esponenti
dell'establishment della sicurezza libanese proprio dal capo della guardia
presidenziale, il colonnello Mustafa Hamdan.
E che l'intera strategia della tensione possa mirare proprio
alla resistenza libanese, della quale gli Usa chiedono il disarmo insieme a
quello dei campi profughi palestinesi, è convinto Ibrahim al Mussawi, il
responsabile della redazione politica della televisione al Manar, vicina
agli Hezbollah, da noi raggiunto telefonicamente nel suo ufficio nella
periferia sud di Beirut: «È un orrendo crimine che ha colpito uno dei pilastri
e uno dei simboli della resistenza contro l'occupazione israeliana del Libano.
Un atto criminale che punta a destabilizzare il Libano e a dimostrare che la
situazione del paese è talmente fragile da richiedere un intervento esterno che
limiti ancora una volta la nostra sovranità nazionale».