dal Manifesto 24
settembre 2005.
«Non cederemo le armi, unica difesa contro Israele»
Parla Abu Muhammad esponente degli Hezbollah:
Washington vuole un mandato su Libano e Siria»
Scontro imminente in Libano di fronte alla richiesta di
Usa, Francia e Kofi Annan di disarmare la resistenza
Stefano
Chiarini
Inviato a Beirut
«La situazione in Libano è assai pericolosa in seguito al
tentativo americano di utilizzare la commissione dell'Onu sull'uccisione di
Hariri per acquisire una sorta di tutela sul nostro paese e per colpire la
Siria con l'obiettivo di imporci l'attuazione della risoluzione 1559 e quindi
il disarmo delle organizzazioni della resistenza libanese e palestinese. Ma ciò
non avverrà perché il nostro è un movimento di liberazione nazionale necessario
per continuare la lotta per la liberazione delle fattorie di Sheba ancora
occupate e per difendere la sovranità libanese dalle quotidiane minacce
israeliane».
Abu Muhammad, esponente della resistenza islamica degli Hezbollah e
responsabile dei rapporti con i profughi palestinesi in Libano - che lui
conosce bene essendo anche lui un sopravvissuto all'assedio e alla distruzione
nel 1976 da parte dei falangisti filo-israeliani del campo propalestinese di
Tal al Zaatar a Beirut est - non sembra avere il minimo dubbio che se Usa,
Francia e Consiglio di sicurezza continueranno a chiedere il disarmo della
resistenza libanese e di quella palestinese in Libano il rischio di un nuovo
drammatico scontro potrebbe essere più forte di quel che non si creda.
Lo incontriamo nel cuore della periferia sud di Beirut, in maggioranza sciita,
un groviglio di palazzoni uniti da una inestricabile rete di fili elettrici
dove sorgono molti degli uffici della resistenza islamica libanese. I controlli
sono discreti ma assai severi. Alcune vie sono sbarrate da grandi cancelli
mobili sorvegliati da guardie armate del movimento in divisa nera e basco rosso
e da gruppi di giovani in scooter o moto da cross. Secondo l'esponente libanese
in realtà sia la commissione Mehlis dell'Onu, sia l'assedio e la campagna di
disinformazione contro la Siria, sia gli incontri all'Onu tenutisi la scorsa
settimana al palazzo di vetro con le relative promesse di aiuti economici al
Libano in realtà non mirerebbero altro che a dividere di nuovo il paese e costringerlo
ad accettare il disarmo della resistenza.
Ma perché mai Usa, Francia e alcuni paesi europei vogliono imporre a tutti i
costi il disarmo degli Hezbollah e dei movimenti palestinesi? Secondo Abu
Muhammad gli obiettivi di questa strategia Usa sarebbero essenzialmente tre:
«1) Lasciare campo libero ad Israele la cui azione è ora molto limitata
nell'area del confine a causa della presenza della resistenza 2) disarmare le
organizzazioni palestinesi e privare i rifugiati di qualsiasi difesa e autonomia
politica 3) distruggere l'esperienza degli Hezbollah che hanno dimostrato come
l'esercito israeliano non sia affatto invincibile».
La resistenza islamica libanese ha sempre avuto al centro
della sua strategia la questione palestinese sia per ragioni ideologiche ma
anche perché le popolazioni sciite del Jabel Amel, sulle colline alle spalle di
Tiro, da sempre in comunicazione con la vicina Palestina fino al 1920, al
mandato francese, sono state dal `48 in poi sotto il fuoco e al centro delle
rappresaglie dell'aggressivo vicino che ha occupato dal `78 al 2000 una vasta
fascia nel sud del Libano saccheggiandone le terre e soprattutto le acque.
Le pressioni politiche di Francia, Usa e Israele sul governo libanese
tenderebbero in particolare a colpire il ruolo «nazionale» assunto con la
liberazione del sud dal movimento degli Hezbollah. Un ruolo «nazionale» che si
è andato rafforzando ulteriormente con l'entrata del movimento nel nuovo
governo libanese dove gli è stato affidato il ministero dell'energia. «Questo
ruolo non è affatto gradito ad Israele - continua l'esponente della resistenza
libanese - dal momento che il nuovo ministro dell'energia affidato agli
Hezbollah si occupa anche delle acque e quindi anche di quei fiumi nel sud da
sempre al centro delle mire israeliane. Basti pensare come Israele, sin dagli
albori dell' entità sionista, abbia sempre cercato di impedirci lo sfruttamento
delle nostre acque». «Israele si è ritirata dal Libano - ci dice abu Muhammad
dopo aver bevuto un dolcissimo te - ma non possiamo escludere nuove
aggressioni.
Il Libano è un paese vulnerabile e di fronte a questa asimmetria l'unica carta
che abbiamo è quella della resistenza capace di far pagare un caro prezzo agli
attaccanti. Ed è questa carta che la risoluzione 1559 si illude di poterci
togliere». Poi dopo essersi fermato a pensare l'esponente degli Hezbollah
aggiunge: «l'unica possibilità sarebbe quella di un riconoscimento dei diritti
nostri e dei palestinesi ma non mi sembra che questo stia avvenendo. La
risoluzione 1559 e la 1614 (sul dispiegamento dell'esercito libanese al posto
della resistenza lungo il confine con Israele) non considerano affatto le
necessità di «sicurezza» dei libanesi e dei palestinesi ma solo quelle di
Israele. E questo è molto grave perché così facendo la comunità internazionale
ha adottato il punto di vista israeliano secondo il quale sarebbero i libanesi
e i palestinesi ad attaccare Israele mentre in realtà da decenni avviene
esattamente il contrario: «Siamo noi e i palestinesi che dobbiamo difenderci
dagli attacchi israeliani e quindi ad aver bisogno delle nostre armi».