www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 18-07-06

da rebelion.org

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=34516

 

La lezione di Hezbollah

 

Alberto Cruz

13 Luglio 2006

 

L'Europa è solita mostrarsi sorpresa quando esplodono certe crisi che non sono all’interno del quadro del “politicamente corretto.” Se Israele viola ripetutamente il diritto internazionale, e tra le altre cose infligge una punizione collettiva alla popolazione di Gaza (ricordiamoci l'articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra che stabilisce che “il potere occupante non può applicare punizioni collettive contro la popolazione civile”), allora si limiterà agli appelli alla calma, alla saggezza e a stupidaggini del genere.

 

Qualcuno si ricorda della risoluzione del Tribunale di Giustizia dell’Aia contro il muro dell'apartheid alzato da Israele? Qualche governo ne ha forse reclamato le macerie, così come proclamava la citata risoluzione? No. Orbene, se i combattenti palestinesi catturano in un’operazione militare un soldato israeliano, subito se ne esige la sua liberazione senza condizioni, benché nelle prigioni israeliane si trovino da anni migliaia di palestinesi ed altri cittadini arabi senza che i benpensanti europei abbiano mai mosso un dito per essi.

 

Gaza bombardata, distrutta nelle sue principali infrastrutture. Silenzio.

Ministri e deputati scelti democraticamente dal popolo palestinese imprigionati da Israele. Silenzio. Famiglie sconquassate sotto le bombe degli “assassini selettivi”.

L’infame linguaggio utilizzato dai media torna sulla strada marcata da Javier Solana, oggi responsabile della politica estera della UE, che quando era segretario generale della NATO coniò un'altra espressione d’infami ricordi: “danni collaterali”. La usò per riferirsi ai bombardamenti di ponti, treni e case nella guerra contro la Yugoslavia del 1999, e venne ripetuta a corredo di immagini servite dai notiziari a pranzo e a cena come parte del paesaggio, senza una pacata risoluzione dell'ONU, così pronta a sanzionare l'Iran, la Corea del Nord, e chissà chi altri, tranne che Israele.

 

Ma non è una critica solo all’Europa e all’occidente in generale. I miserabili regimi arabi nascondono la testa ogni volta che si verifica un crimine o un attacco israeliano, e al massimo, firmeranno una dichiarazione con la condanna più ferma e più dura possibile. Pura retorica che non andrà oltre le parole. È già stata proclamata una riunione d’urgenza della Lega Araba per discutere il tema. Ma non si parla né del ritiro degli ambasciatori, (Egitto) Giordania e Mauritania hanno piene relazioni diplomatiche con Israele, né del ritiro degli addetti al commercio, è il caso di Marocco o Qatar, o dell'invio urgente del denaro con cui aiutare le malconce casse palestinesi di fronte all'asfissia economica imposta da Israele ed il ricatto europeo dopo il trionfo (democratico) di Hamás.

 

La sofferenza palestinese non conta, è nel copione.

Ed è qui che arriva Hezbollah. L'organizzazione che ha guidato, non con l’esclusiva ma con un'egemonia indiscutibile, la lotta di liberazione nazionale libanese contro l'occupazione israeliana, Ha compiuto un'azione audace e di conseguenza imprevedibile: la cattura di due saldati israeliani e la morte di altri nel sud libanese. Un'azione rivendicata per mettere sul tavolo il tema dei carcerati palestinesi (e di altre nazionalità) che si trovano ancora nelle prigioni israeliane.

 

I precedenti

 

Non è la prima volta che Hezbollah realizza un'operazione di questo tipo per ottenere la liberazione di prigionieri. A primi del 2004, nel mese di febbraio, dopo lunghe e laboriose negoziazioni con Israele (agì come mediatore e garante la Germania) quel movimento politico-militare ottenne la scarcerazione di 400 detenuti arabi in cambio della consegna di un ex colonnello dell'esercito israeliano e dei cadaveri di tre saldati israeliani morti in un attacco contro il territorio occupato delle fattorie della Shebaa (territorio libanese vicino alla frontiera con la Siria). Tra i carcerati c'erano palestinesi, libanesi e arabi di altre nazionalità. Inoltre, nell'accordo si aggiunse la consegna dei resti di guerriglieri palestinesi e libanesi, morti nei più di vent’anni di occupazione israeliana del sud del Libano. Quei guerriglieri appartenevano ad organizzazioni laiche come il Partito Comunista Libanese, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Al Fatah, tra le altre.

 

Quest’anno non poi è la prima volta che si verificano scontri tra Hezbollah e gli occupanti israeliani. Lo scorso 28 maggio un soldato di Hezbollah ed un altro israeliano sono caduti in un combattimento nelle fattorie della Shebaa, nella località di Yacub, a circa cinque chilometri dalle frontiere con la Siria. C’è anche stato un lancio dei famosi missili Katyusha contro il quartiere generale dell'Esercito israeliano nell'Alta Galilea, all'interno delle frontiere riconosciute dello stato di Israele, Non è chiaro se il responsabile del lancio sia stato Hezbollah o la Yijad Islamica, per rappresaglia, causa la morte di uno dei suoi dirigenti caduto in un attentato alcuni giorni prima.

 

Al di là delle divergenze che si possono avere con Hezbollha, bisogna vedere quest’organizzazione come un movimento politico-militare legittimo, la cui lotta costituisce un esempio da seguire. Hezbollah, per utilizzare una frase di Lenin, sta acutizzando molto abilmente le contraddizioni occidentali ed arabe. Ci si può immaginare il giubilo nei quartieri sciiti di Beirut, i più poveri e, certamente a Gaza e in altri posti. E la disperazione di chi, come il presidente dell'Autorità Palestinese - sempre sottomesso ai mandati occidentali - o il dirigente libanese druso, Walid Jumblat, sostenitore non solo del disarmo di Hezbolah bensì dell'invasione della Siria da parte degli Stati Uniti, affrontano ora una situazione nella quale non hanno margine di manovra. Uno si può immaginare come i telefoni siano surriscaldati mentre il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed il suo segretario generale in prima linea, cercano di uscire dal pantano e salvare la faccia, ancora una volta, a Israele. Ma questa volta è davvero difficile.

 

Da ottobre del 2004 il Consiglio di Sicurezza ha approvato quattro risoluzioni, che dopo la ritirata Siriana dal Libano ed il disarmo delle milizie palestinesi che proteggono gli accampamenti dei rifugiati, esige la consegna delle armi di Hezbollah, fatto che viene rifiutato da quell’organizzazione finché le truppe israeliane rimarranno nelle fattorie della Shebaa,

 

Consapevole dell’impossibilità del disarmo di Hezbollah con la forza, l’ONU ne aveva reclamato la sua integrazione nell'esercito libanese (2) e questa possibilità era stata discussa l’8 giugno durante l'ultima riunione che i partiti libanesi hanno tenuto per giungere ad un accordo di governabilità del paese e alla fine della presidenza di Emil Lahoud, considerato pro-siriano e che pubblicamente ha detto che Hezbollah esercita una "resistenza legittima" finché c'è una parte del paese occupata da Israele. La stessa cosa è stata riconosciuta pubblicamente dal primo ministro Fouad Siniora, considerato anti-siriano. Questi era giunto ad un accordo "d’onore" per trattare con Hezbollah e considerarlo come una forza importante dentro la politica libanese. In quella riunione ci furono opinioni favorevoli all’integrazione di Hezbollah nell'esercito libanese, se il sud del paese avesse potuto contare sulla presenza di forze internazionali per difendere la frontiera con Israele.

 

L’attualità

 

Tuttavia, nell'ultimo mese si sono verificati due fatti che sono passati inosservati nell’occidente e che hanno spinto verso la situazione attuale: da un lato, il supposto invio di razzi di media portata dall'Iran per rinforzare la situazione militare di Hezbollah (3); dall’altro, la scoperta di una cellula dello spionaggio israeliano in Libano, responsabile dell'assassinio di due alti dirigenti di Hezbollah e di altri due responsabili politici palestinesi, una della Yihad Islamica ed un altro del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina - comando Generale (4).

 

Chi sostiene la prima tesi crede che quell'invio di razzi sarebbe una parte della "dissuasione" iraniana di fronte ad un possibile attacco di Israele per il conflitto nucleare. Ma dimenticano che Hezbolah, anche se sciita, e un'organizzazione libanese e che non rischierebbe di perdere l'appoggio su cui conta nel paese. Ciò nonostante, negli ultimi mesi, e soprattutto a causa della risoluzione 1559, la "rivoluzione rossa" - mobilitazioni di settori antisirani -, si viene producendo un confronto (ancora larvato) tra sunniti e sciiti, che ha portato non solo questi ultimi a rinforzare le loro posizioni a Beirut, ma anche in altre città come Sidone. In Libano non c'è un confronto settario stile iracheno, ma il radicalismo sunnita è in auge in zone come Trípoli ed Akkar, dove sembra che Al Qaeda si stia rafforzando.

 

In quanto alla seconda, la scoperta della rete del Mossad integrata da libanesi e palestinesi, ha messo con le spalle al muro i partiti anti-siriani, che da allora, non sono più tornati ad insistere sul disarmo di Hezbollah.

 

È evidente che ora la situazione presenta un rovesciamento considerevole. Israele è tornata ad invadere il Libano e la comunità internazionale non sa ancora come reagire. Nel frattempo, Hezbolah guadagna un nuovo riconoscimento, tanto da sunniti come da sciiti, perché è l'unica organizzazione araba che torna a mettere lo stato ebraico in difficoltà. E dimostra che finché un'organizzazione mantiene intatta la sua volontà di lotta contro l'occupazione e l’espansionismo israeliano, nessun piano imperialista di riorganizzazione strategico della zona potrà avere successo.

 

 

(1) Alberto Cruz, "Gli USA cercano in Libano la ricomporre la loro strategia per il Medio Oriente", Rebelion, 10 aprile 2006.

(2) Alberto Cruz, “L’ONU di nuovo al servizio di USA ed Israele", Rebelion, 23 maggio 2006.

(3) Haaretz, 29 maggio 2006.

(4, al Bawaba) 10 giugno 2006.

 

 

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org di FR