www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 09-09-06

Libano bel suol d’amore

 

Appunti per un dibattito

di Cesare Allara

 

UNA GUERRA PROGRAMMATA

 

Con l’invasione del Libano, il 12 luglio scorso USA ed Israele hanno aperto il terzo fronte, dopo Afghanistan ed Iraq, nella guerra per la costruzione del loro Grande Medio Oriente.

La prima mossa sul terzo fronte, che consisteva nell’eliminare un pericoloso alleato di Teheran al confine settentrionale d’Israele, si è però rivelata più complicata del previsto per l’inaspettata, tenace resistenza dei patrioti libanesi di Hezbollah.

 

Le difficoltà sul terreno militare incontrate da Israele sono testimoniate dal comportamento tenuto dagli USA durante i 33 giorni del conflitto. Dapprima risoluti a non fermare l’offensiva israeliana nella convinzione d’una vittoriosa blitzkrieg, respingendo qualsiasi appello internazionale all’immediato cessate il fuoco; poi, una volta che le perdite materiali ed umane israeliane hanno superato il limite accettabile per la sensibilità occidentale non bilanciate da risultati apprezzabili sul terreno militare, hanno fatto approvare dall’ONU la vergognosa risoluzione 1701, in alcuni punti molto ambigua, ma che, sposando in pieno le tesi sioniste, addossa tutta la responsabilità del conflitto a Hezbollah e ne chiede il disarmo, in modo da garantirsi il fianco nord per un attacco alla Siria.

 

L’esercito USA impantanato in Iraq, ha l’urgente necessità di un cambio di regime a Damasco, se non altro per cercare di sigillare la frontiera tra Siria ed Iraq dove transitano molti dei rifornimenti alla resistenza irachena. L’aumento esponenziale degli attacchi della resistenza alle truppe USA come ammesso dallo stesso Pentagono; l’invio in Iraq di 600 militari della Guardia Nazionale dell’Alaska, fra cui diversi eschimesi; l’arrivo di 3.500 militari USA a Baghdad dalla provincia di Mosul per garantire l’ordine nella capitale che non ha affatto diminuito le azioni di guerriglia nella capitale, ma che ha provocato un aumento degli attacchi della resistenza a Mosul, sono tre circostanze molto indicative della situazione irachena.

 

Che l’aggressione al Libano, preparatoria dello scontro militare diretto con Siria e Iran, fosse programmata da tempo è confermata da un articolo sul The New Yorker del 14 agosto 2006 di Seymour Hersh, giornalista investigativo, già corrispondente dell’Associated Press e del New York Times, noto soprattutto per l’inchiesta sulla strage compiuta da un battaglione di marines il 16 marzo 1968 a My Lai nel Vietnam, e per aver scoperto e denunciato nell’aprile-maggio 2004 le torture sui prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib. Hersh, che cita come fonti alcuni consulenti del Pentagono senza nominarli per ovvie ragioni, scrive che l’attacco israeliano al Libano era stato pianificato nella primavera scorsa con l’assenso di Cheney, Rice, Rumsfeld e del presidente Bush; si trattava solo di cogliere l’occasione più propizia per una facile vittoria “contro il terrorismo” fra le tante scaramucce di confine fra Israele e Hezbollah, anche per rilanciare la popolarità di Bush jr e del partito repubblicano prima delle elezioni di medio termine negli USA dell’autunno 2006.

 

Alla luce di questi ultimi avvenimenti, l’attentato con autobomba avvenuto a Beirut il 14 febbraio 2005 in cui morì l’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, può a sua volta essere considerato propedeutico al piano d’invasione del Libano. Rivendicato da un gruppo terroristico sconosciuto, la responsabilità dell’attentato fu subito addebitata alla Siria, e gli USA ne approfittarono per intimare a Damasco il ritiro delle sue truppe dal Libano “nel rispetto delle risoluzioni ONU”. Sotto la pressione internazionale, la Siria, che manteneva le sue truppe in Libano in base ad un’intesa col governo libanese, e che ebbe nel 1990 anche il placet di Bush padre “per mettere ordine nel paese”, ottemperò alla risoluzione 1559 e il 26 aprile 2005 il ritiro fu completato. Ancora oggi però si attendono di conoscere, dalla commissione d’indagine incaricata dall’ONU di indagare sull’omicidio Hariri, le prove del coinvolgimento siriano nell’attentato.

 

IL RUOLO DELL’ONU

 

Invocata da più parti, l’ONU si conferma come sempre un docile strumento usa e getta nelle mani dell’imperialismo USA. Da un lato, la solerzia con la quale si corre in soccorso dell’aggressore sionista facendogli guadagnare diplomaticamente ciò che non è riuscito a conquistare militarmente; dall’altra le numerose risoluzioni approvate in più di mezzo secolo dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale riguardanti Israele e mai fatte rispettare.

 

Due pesi e due misure quindi. E’ bene ancora ricordare a questo proposito l’esempio più eclatante: il 6 agosto 1990, solo quattro giorni dopo l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene, il CDS dell’ONU con risoluzione 661, con la sola astensione di Cuba e dello Yemen e senza alcun voto contrario, decretava un embargo economico, commerciale e militare contro l’Iraq, bloccando i suoi conti esteri ed istituendo un Comitato per le sanzioni. Un embargo durato quasi 13 anni e che ha provocato 1,5-2 milioni di vittime civili. Poi, il 29 novembre 1990, col voto contrario di Cuba e Yemen e con l’astensione della Cina, il CDS dell’ONU con risoluzione 678 intimava all’Iraq il ritiro incondizionato dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991, ed autorizzava “all’uso di tutti i mezzi necessari” in caso di non ottemperanza “per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale nella regione”.

La guerra del 1991, l’uso da parte della coalizione anti-irachena di proiettili all’uranio impoverito, ed i quotidiani raid aerei durati sino alla successiva aggressione del marzo 2003 spacciati come necessari per proteggere la popolazione irachena dalla ferocia di Saddam Hussein, hanno causato altre 500-700mila vittime irachene. Infine, il 20 maggio 1991 il CDS dell’ONU, con la sola astensione di Cuba, con risoluzione 692 creava l’UNCC (United Nations Compensation Commission) per risarcire tutti i danni causati dall’Iraq con l’invasione del Kuwait. Secondo i calcoli dell’ONU, l’Iraq avrebbe finito di risarcire tutti i danneggiati nell’anno 2125.

 

L’aggressione al Libano del 2006, o in subordine il grottesco uso sproporzionato della forza da parte di Israele invece, non solo non viene condannata e sanzionata, ma all’aggressore sionista non s’impone neanche un indennizzo per i danni umani e materiali causati alla popolazione civile libanese. Due aggressioni ad altrettanti stati sovrani trattate dall’ONU con sfacciata disparità.

 

LA MISSIONE ITALIANA

 

In Italia, tutte le forze della cosiddetta “sinistra” si sono esaltate per la resurrezione dell’ONU, attribuendosi pure il merito per la spedizione militare in Libano. L’acme delle celebrazioni per questo nuovo miracolo italiano si è manifestato con un minicorteo di pacifisti interventisti filogovernativi domenica 27 agosto ad Assisi; non hanno cantato Libano bel suol d’amore, ma il corteo era aperto dal tragicomico striscione Forza ONU.

 

In uno dei pochissimi articoli contro la missione militare italiana in Libano apparsi sui quotidiani (Liberazione, 22 agosto), Piero Bernocchi si domanda giustamente sconcertato come facciano i pacifisti a non accorgersi che la presenza di truppe ONU e italiane appare o inutile o altamente dannosa e provocatoria. Nel primo caso ciò che il governo dovrebbe fare è convincere Israele a trattare sul serio una pace stabile con i vicini. Mentre nel secondo, quello nell’ordine delle cose, le truppe finirebbero, nel tentativo impossibile di fare il “lavoro sporco” che non è riuscito ad Israele, per essere utilizzate per dimostrare, pagandone il prezzo, “l’inaffidabilità” di Hezbollah, consentendo poi ad USA e Israele d’intervenire con una guerra a tutto campo e “alle fonti”... Il governo si fa carico delle esigenze sub-imperialistiche del capitalismo italiano che, privo di ricchezze strategiche e di forza economica autonoma, ritiene di poter partecipare al banchetto liberista mondiale solo attraverso un ruolo politico “mediatorio” che richiede però un forte impegno militare.

 

CHI HA VINTO

 

Su chi sia stato il vincitore di questo primo round sul terzo fronte si sono sviluppate diverse teorie. Alan Dershowitz scrive (La Stampa, 31 luglio) che la tattica impiegata da Hezbollah contro Israele ha avuto qualche successo in quanto le milizie schierano gli innocenti come spada contro le democrazie... se la democrazia non fa nulla, i terroristi continuano a sparare impuniti. Se la democrazia reagisce e produce vittime civili, i terroristi ottengono una vittoria propagandistica concentrando l’attenzione del mondo su questi morti uccisi dal loro nemico.

 

Secondo Avi Dichter, già capo del Shin Beth e neo ministro degli Interni israeliano, un tempo era facilissimo stabilire chi aveva vinto o perso, ci si scontrava sul campo di battaglia, il numero dei morti e il terreno conquistato assegnavano la vittoria. Con i terroristi è tutta un’altra cosa. Loro li devi neutralizzare, non vincere, li devi disseccare... gli Hezbollah sono una novità assoluta, un esercito terrorista: è la prima volta che un paese combatte una guerra contro un esercito che è anche terrorista, una divisione iraniana di combattenti organizzati, allenati e molto ben armati però secondo il metodo e la strategia terrorista.

 

Michael Ledeen, neoconservatore doc e studioso dell’American Enterprise Institute afferma che Hezbollah, Iran e Siria hanno ragione a cantare vittoria: ...gli israeliani si sono illusi di poter eliminare Hezbollah senza regolare la situazione con Assad, lo stesso errore che stiamo commettendo noi americani in Iraq e in Afghanistan. Noi ci illudiamo di poter vincere a Baghdad e Kabul senza fare i conti con Teheran e Damasco…Dobbiamo facilitare una rivoluzione democratica in entrambi i paesi.

 

Edward Luttwak (La Stampa, 19 agosto) fa un parallelo con la guerra del Kippur del 1973 che sembrò una sconfitta, ma in realtà non fu così. Con il suo solito cinismo Luttwak scrive che i miliziani Hezbollah non hanno combattuto con maggiore tenacia di quanta ne usarono gli egiziani nel 1973 o i giordani nel 1967, come dimostra il numero di perdite inflitte a Israele...che hanno perso dunque una o due persone al giorno, e anche dopo tre settimane, il totale complessivo è stato inferiore di quanto si sarebbe verificato con un solo attacco suicida. Infine, siccome Nasrallah ha diretto i suoi Hezbollah a convergere nella rapida ricostruzione dei villaggi e delle città proprio al confine israeliano, non può cominciare un altro giro di combattimenti che andrebbe a distruggere tutto un’altra volta. Un ulteriore e inaspettato risultato di questa guerra è che la base di potere di Nasrallah nel sud del Libano è adesso ostaggio del buon comportamento degli Hezbollah.

 

Involontariamente, Luttwak smentisce il catastrofismo interessato dei tanti commessi viaggiatori di Israele che infestano i media italiani. Per settimane hanno spacciato i razzi antigrandine caduti sulla Galilea per micidiali ordigni che hanno seminato rovina, accusando alcuni colleghi della RAI che trasmettevano dal Libano le immagini delle città devastate e completamente distrutte dalle bombe israeliane di essere filo-Hezbollah. Peraltro, parecchi dei civili uccisi dai missili Qassam sono cittadini arabo-israeliani, alle famiglie dei quali Nasrallah ha chiesto pubblicamente perdono. Basta infine confrontare il numero dei morti delle due parti per rendersi conto che vi è una proporzione da Fosse Ardeatine.

 

Resistere 33 giorni ad uno dei più forti eserciti del mondo facendogli guadagnare solo pochi chilometri di territorio è certamente una vittoria per Hezbollah; ottenuta grazie al radicamento popolare, ad una buona preparazione militare dei miliziani e alla segretezza della gerarchia militare e politica che non ha permesso ad Israele di eseguire i cosiddetti “omicidi mirati”, come con Hamas, per scompaginare la catena di comando. Hezbollah ha però dovuto accettare una risoluzione che lo penalizza perché deve assolutamente guadagnare tempo, al fine di ricostruire un sistema di difesa del Libano diverso da quello che gli ha consentito sinora di sorprendere Israele e tutto il mondo. Israele deve rivedere l’approccio militare e dotarsi di armi e tattiche più adatte per affrontare il secondo round, mentre gli USA sono costretti a procrastinare ulteriormente l’apertura del quarto fronte, quello iraniano.

 

LA VITTORIA DELLA LOBBY SIONISTA

 

Se militarmente Israele non ha vinto, la propaganda delle lobby sioniste mondiali ha però stravinto la battaglia mediatica. Quello che segue è un incompleto, ma esauriente campionario di menzogne sioniste che la quasi totalità degli operatori dell’informazione italiana, anche se in confezioni e dosaggi diversi, ha riversato sui lettori e sui teleutenti italiani.

 

Israele, l’unico paese democratico del Medio Oriente, avamposto della civiltà occidentale, è in grave pericolo in quanto circondato da paesi arabi musulmani e fascisti che vogliono la sua cancellazione dalle mappe geografiche, e perciò è obbligato a difendersi. I coloni israeliani che da decenni stanno a Gaza e in Cisgiordania, territori occupati in seguito all’aggressione subita da Israele da parte di Egitto, Giordania e Siria nel 1967, sono delle persone pacifiche che hanno trasformato il deserto in un Eden, a differenza dei palestinesi che, fanatici seguaci di Hamas, allevano i figli a norma del Corano per farne dei kamikaze pronti a colpire dei poveri civili inermi nelle operose città israeliane. Hezbollah è un’organizzazione terroristica, armata e istigata da Teheran ed appoggiata dalla Siria, che ha rapito due soldati israeliani e ne ha uccisi altri quattro mentre spensieratamente transitavano per il confine libanese per proteggere le loro case. Per liberare questi due ostaggi rapiti e riportarli alle loro mamme che sono tanto preoccupate, Israele deve bombardare le città libanesi perché i terroristi rapitori si nascondono fra i civili, e quindi alcuni missili, non molti, possono involontariamente infliggere qualche danno collaterale. La responsabilità della morte di qualche civile libanese è perciò tutta dei vili Hezbollah che tengono in ostaggio i cittadini libanesi, e si fanno intenzionalmente scudo di loro per mettere in cattiva luce Israele davanti all’opinione pubblica mondiale. Mentre Israele si sforza di colpire chirurgicamente il nemico, i perfidi terroristi Hazbollah lanciano su Israele i tremendi missili katiuscia che flagellano tutta la Galilea e provocano immensi danni ambientali, come gli incendi dei boschi amorevolmente piantati dai coloni, arrivando perfino a colpire Haifa. Oggi il diritto internazionale aiuta i terroristi e quindi deve cambiare: non deve più essere considerato crimine di guerra uccidere dei civili per sparare ai terroristi, ma deve diventare crimine di guerra sparare razzi da centri abitati e nascondersi in mezzo ai civili. Gli attentati che hanno colpito New York, Madrid, Londra e quello più tremendo di tutti fortunatamente sventato il 10 agosto 2006 contro aerei diretti negli USA, dimostrano che il terrorismo non ha come obiettivo solo la distruzione di Israele, ma colpisce tutto Occidente, che deve perciò difendersi anche limitando le libertà democratiche e i diritti dei cittadini, e lasciando agire le forze di sicurezza al di fuori della legge. La guerra d’Israele contro i terroristi Hezbollah è perciò anche la guerra dell’unica e vera civiltà esistente al mondo degna di tale nome (quella occidental-capitalistica) contro la barbarie musulmana che reprime ed uccide tutti indiscriminatamente, ma soprattutto le donne come dimostra l’assassinio di Hina Saalem a Brescia. Ahmadinejad, il nuovo Hitler sponsor dei terroristi, sta preparando l’arma finale e ha intenzione di usarla per distruggere Israele e per battere tutto l’Occidente. Israele difende anche te panciafichista cittadino europeo, e quindi non ti scandalizzare e non protestare per qualche migliaio di morti libanesi.

 

Normalmente, i governi impegnati nelle guerre cercano sempre di nascondere i danni e le perdite subite e di sottolineare invece quelli inflitti al nemico. In questa guerra invece, Israele ha enfatizzato le conseguenze dei missili Hezbollah, e minimizzato le morti e le devastazioni causate dai bombardamenti delle città libanesi. Addirittura, in un’intervista (La Stampa, 8 agosto) il  premio Nobel per la Pace Simon Peres, esponente di governo della sinistra israeliana afferma: A Beirut, nonostante i bombardamenti della parte sud, non ci sono morti.

 

E’ sempre stato tipico dei governi imperialisti fingersi aggrediti da paesi sempre molto più deboli militarmente, e creare o prendere spunto da piccoli incidenti di frontiera per conquistare nuovi territori. Tel Aviv e Washington sono storicamente maestri insuperati in quest’arte di invertire i ruoli dell’aggressore e della vittima. L’episodio che più somiglia alle attuali vicende confinarie israelo-libanesi riguarda però l’Italia ed avvenne il 5 dicembre 1934 a Ual-Ual alla frontiera fra Etiopia e Somalia, dove si verificarono scontri fra truppe italiane e etiopiche. Il regime fascista approfittò di questa scaramuccia per giustificare l’invasione dell’Etiopia.

 

Per rafforzare le ragioni dell’aggressione sionista, il Die Welt e il New York Post ai primi di agosto pubblicano degli articoli, ripresi da tutta la stampa, che rivelano che il figlio di Osama Bin Laden combatte con i terroristi libanesi, e accusano ovviamente Teheran di aver consentito a Saad Bin Laden di lasciare l’Iran per mettere in atto un piano della Guardia Rivoluzionaria teso a rafforzare la potenza di fuoco e la capacità di compiere attentati dei miliziani sciiti libanesi. Le cellule di cui Saad Bin Laden avrebbe assunto il comando in Libano sarebbero composte di volontari arabi reclutati, chi l’avrebbe mai detto, in Siria.

 

La bassezza di Hezbollah a confronto con l’innocenza di Israele è ben descritta in un articolo di Aldo Baquis (La Stampa, 4 agosto): Ormai è chiaro che, dal 2005 al 2006, mentre in Galilea si costruivano pensioni turistiche, Hezbollah e i suoi consiglieri iraniani approntavano in Libano bunker e trasformavano i villaggi in fortini.

 

Tuttavia, è stata la battaglia mediatica sulla quantità e qualità dei cadaveri quella fondamentale per dirigere l’opinione pubblica. Ad esempio, il giorno dopo la strage di Cana, quasi tutti i quotidiani evitano di aprire la prima pagina dicendo esplicitamente che Israele è responsabile della morte dei 37 bambini. Ai giornalisti de il Giornale risulta invece che Gli hezbollah fanno uccidere 37 bambini.

Quando il benemerito sito www.uruknet.info riprende e diffonde le fotografie pubblicate dal quotidiano libanese Al Safir, che mostrano gli strani e crudeli effetti delle bombe sulla popolazione civile, Giuseppe Zaccaria in un articolo dal titolo Un sospetto negli ospedali di Beirut TEL AVIV STA USANDO BOMBE PROIBITE” (La Stampa, 23 luglio) scrive che lo scopo di chi ha diffuso istantanee di pura macelleria è chiaro, si vuole spargere nel mondo orrore, esecrazione, sdegno, rispondere con la violenza delle immagini alla violenza delle armi. Poi, forse per evitare accuse di antisemitismo sempre in agguato per aver dato seppur criticamente una simile notizia, aggiunge: Certamente anche nella Galilea chi ha soccorso i coloni uccisi dai razzi di hezbollah avrà visto analoghe panoplie di resti umani...

 

Sulla questione delle armi utilizzate da Israele, l’autorevole New York Times inserisce una nota d’involontario umorismo. Il 22 luglio, dopo aver rivelato che gli USA stanno accelerando la fornitura ad Israele di bombe intelligenti in grado di distruggere con precisione bunker sotterranei, così prosegue: La decisione rischia di irritare i governi arabi e non solo, dando l’impressione che gli USA stiano attivamente aiutando la campagna di bombardamenti di Israele.

 

Per la serie fantozziana Com’è buono lei, Luttwak scrive (La Stampa, 28 luglio) che gli israeliani hanno scelto dall’inizio di limitare l’uso di artiglieria ed aviazione per evitare vittime civili come dimostra che con oltre 3.000 azioni aeree vi sono stati meno di 500 morti.

 

Ma i morti ammazzati quando ci vogliono ci vogliono perdinci, e quindi armatevi e partite. E’ lo spassionato consiglio del generale Carlo Jean (La Stampa, 3 agosto) ai suoi colleghi israeliani: Impossibile sconfiggere le milizie sciite sul piano della guerriglia, e l’attesa si può rivelare pericolosa. Meglio attaccare, anche se dovesse costare caro in termini di vite umane.

 

Ho evitato intenzionalmente di citare articoli di ex extracomunitari carrierati ed arruolati ormai da quasi tutti i quotidiani, che, a richiesta dei loro benefattori e padroni, ripetono i ritornelli su integrazione, integralismo islamico, terrorismo ecc. in quanto privi di qualsiasi spessore politico.   

Dulcis in fundo, merita però una lunga citazione un articolo pubblicato da La Stampa il 21 agosto a firma Fiamma Nirenstein. Confesso che sono un affezionato lettore del quotidiano torinese e leggo sempre con una certa attenzione in particolare gli articoli della Fiamma, di Luttwak e più in generale dei neoconservatori ebraico-evangelici. Consiglio a tutti di farlo, perché è utile conoscere bene il nemico per batterlo.

 

L’articolo in questione dal titolo LE FORESTE BIBLICHE INCENERITE DAL FUOCO è un capolavoro di mistica sionista: racconta del duro lavoro di due dottori in foresteria, tali Bonè e Weinberger  dirigenti di una organizzazione che dal 1948 ha piantato centinaia di milioni di alberi sulla terra sassosa e brulla che Israele fu, in lotta per un mese e quattro giorni contro il disastro gigantesco causato dal fuoco caduto dal cielo sotto forma di katiuscie degli Hezbollah... Il disastro è stato gigantesco: 1500 ettari di foresta piantata e 500 ettari di foresta originaria non ci sono più. Le bibliche montagne della Galilea...sono forate e violentate...Per un israeliano un albero è una vittoria personale contro una terra arida e sassosa nel cuore del Medio Oriente desertico e assetato: le foreste della Galilea, alte, silenti, sinonimo di pace e di tranquillità, erano state la prima impresa che Ben Gurion, il fondatore dello stato d’Israele, aveva lanciato per “far fiorire il deserto”, uno dei compiti storici del ritorno alla terra promessa...Con Weiberger, sotto un diluvio di katiuscie che seguitavano a colpire la foresta sopra Kiriat Shmona in cui ci addentravamo, rannicchiati sul sedile della jeep come se farsi più piccoli potesse proteggere dai missili, ci siamo trovati proiettati contro il vetro per una frenata che non ammetteva repliche: uno zikit, un piccolo camaleonte attraversava un sentiero ormai fatto solo di cenere pesticciata. Weinberger è sceso, lo ha preso in mano e l’ha accarezzato mentre i missili ci piovevano intorno con fragore, l’ha accompagnato su un tratto d’erba che conservava ancora una parvenza di verde e gli ha detto “vai”.

 

LA “SINISTRA” E LA GUERRA

 

Tutta la cosiddetta “sinistra”, ad eccezione di alcune frange che se ricordo bene Piero Fassino ha definito estreme e minoritarie, si è schierata compattamente dalla parte di Israele addossando ai patrioti libanesi di Hezbollah la responsabilità della guerra. Non solo la sinistra sionista che, con Fassino primo firmatario, ha sottoscritto nel novembre 2005 il documento Sinistra per Israele, ma anche quella ormai da considerare ex alternativa con poche eccezioni.

 

Come per le destre, anche per la “sinistra” l’esistenza di Israele è in pericolo in quanto Hezbollah è un movimento che dichiaratamente predica la distruzione d’Israele e ogni giorno agisce militarmente per questo (Fassino). Per il buonista  Valter Veltroni, Israele sta esercitando il proprio legittimo diritto di difesa, mentre secondo il suo compagno di guerre umanitarie Massimo D’Alema, quella d’Israele è stata una reazione al di là d’ogni ragionevole proporzione. Identico concetto espresso da Fassino per il quale Israele non deve smarrire un principio di proporzionalità nell’uso della forza. Sull’entità della sacrosanta rappresaglia da dispensare ai libanesi non è d’accordo il gandhiano Giacinto Pannella detto Marco, per decenni l’uomo di Israele in Italia, oggi soppiantato alla grande dai DS Democratici Sionisti (ubi maior minor cessat), che si lamenta della scarsa produttività in fatto di cadaveri dell’aviazione israeliana.

 

Non cambiano i concetti anche quando si varcano i confini. Il famoso trio di pacifinti israeliani Grossman-Oz-Yehoshua, che la stampa spaccia volentieri quali esponenti della “sinistra”, all’unisono con i pacifinti di Peace Now ci spiegano che la guerra è giusta perché Israele è stato attaccato lungo i suoi confini nazionali e di conseguenza aveva il diritto di rispondere.

 

Per primeggiare nella frenetica rincorsa per la ricerca del consenso delle comunità ebraiche italiane che lo sdoganamento dei fascisti di Gianfranco Fini ha vieppiù accelerato, Fassino scrive che esiste una campagna quotidiana, capillare, ossessiva messa in essere da una rete di associazioni islamiche che ogni giorno instillano in milioni di persone odio nei confronti degli ebrei e di Israele. Proprio il giorno dopo appare su alcuni quotidiani una foto che mostra dei ragazzini israeliani intenti a scrivere messaggi del tipo Muori amen, Ho aspettato questo momento così tanto, A Nasrallah con amore, sui proiettili di una batteria che si è installata nelle vicinanze della loro città.

 

Dalla ex sinistra alternativa non è arrivata, né poteva arrivare senza una conseguente uscita da questo governo, un’analisi diversa degli avvenimenti da quella fatta circolare dalla propaganda sionista, né un flebile balbettio di dissenso sul fatto che si spendano tanti soldi per una missione che supporta le ambizioni imperiali mondiali USA e del suo ascaro mediorientale, mentre si vogliono nuovamente colpire le pensioni e lo stato sociale. Solo un corteo di testimonianza su un percorso defilato (da piazza Venezia al Colosseo) molto bello ma non “visibile”, quasi come ci vergognassimo un po’ (Lidia Menapace, Liberazione, 19 luglio). Naturalmente una manifestazione di protesta davanti ad una sede israeliana non è stata neanche presa in considerazione.

 

Secondo Giovanni Russo Spena (Liberazione, 19 agosto) con il voto delle commissioni esteri e difesa del Parlamento a favore dell’impegno italiano nella missione ONU in Libano è stata scritta una pagina di grande importanza nella politica italiana... Chi conosce il Medio Oriente.. coglie a prima vista le opportunità che il ritorno in campo dell’ONU e del multilateralismo apre anche per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, quello che da decenni alimenta tutte le tensioni, le guerre e le tragedie dell’area. Russo Spena non dice, bisogna leggerlo su altri giornali, che per ottenere un voto unanime in commissione sono stati rimossi d’ufficio i probabili dissidenti. Ma davvero si pensa come venti anni fa che il conflitto israelo-palestinese sia ancora la chiave della pacificazione in Medio Oriente?  Credo che la scelta del pacifismo ad oltranza e il rigetto totale delle esperienze del comunismo novecentesco uniti al bieco opportunismo personalistico, impediscano a questa dirigenza di osservare gli eventi e valutarli anche solo con un minimo di buonsenso.

 

Pure i disobbedienti si sono messi ad obbedire. Francesco Caruso, a differenza di D’Alema che è equivicino, si dichiara equidistante fra israeliani e palestinesi, ma dopo aver visitato il campo profughi di Deisha, un paio d’anni fa, mi sono ricreduto. Gli israeliani non possono continuare così. Rischiano davvero di trasformarsi da vittime in carnefici.

 

A chiusura di queste note, mi sembra opportuno riportare una considerazione d’uno stimato amico, noto filosofo, tratta da una sua opera in uscita in questi giorni in libreria e che ho avuto il piacere di leggere in anteprima: A volte viene ancora da pensare che la continua, ostentata testimonianza del proprio “stato d’animo pacifista”, che evita sistematicamente uno studio sulle cause della guerra che vada al di là di generiche dichiarazioni sulla violenza umana, sia in realtà una forma di opportunismo e ipocrisia, tipica di chi vuole “salvarsi l’anima” proclamandosi semplicemente “buono”, mentre è un cialtrone.

 

Torino, 8 settembre 2006