www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 15-12-06

Da: Liberazione
 
Destabilizzazione, attentati e guerra: spettri balcanici sul Paese dei cedri

L’omicidio in Libano di Gemayel riapre l’interrogativo “cui prodest?”: la modifica dei rapporti di forza interni fa parte della strategia Usa di penetrazione nell’area
 
Fosco Giannini

15 dicembre 2006
 
Il recente omicidio di Pierre Gemayel, giovane ministro dell’Industria libanese, rischia di precipitare il paese dei cedri in una nuova guerra civile, con conseguenze difficilmente calcolabili per tutti, anche se le divisioni attuali attraversano trasversalmente le diverse comunità etniche e religiose. Il bersaglio, come nel caso dell’ex primo ministro Hariri, non è scelto a caso: Gemayel era l’ultimo erede della destra falangista e fascista cristiano-maronita, sostenuta da Stati Uniti e Israele, parte di quella coalizione che da almeno un anno lavora alla destabilizzazione violenta del paese insieme ai drusi di Jumblatt e a parte della comunità sunnita (legata ai sauditi).
 
E’ vero che, come notato da Matteuzzi (Il Manifesto, 22 novembre 2006), il giochino del cui prodest (a chi giova), se applicato al Libano, rischia di tradursi in un esercizio inconcludente, ma il quesito rimane centrale se si considera che la modifica dei rapporti di forza interni costituisce parte integrante della strategia di penetrazione nell’area da parte degli Stati Uniti, un aspetto fondamentale della “guerra preventiva” di Bush -con le reiterate minacce a Siria e Iran e il sostegno incondizionato a Israele - e del progetto di Grande Medio Oriente. Come si schiererà, su questo delicatissimo terreno (Libano, Iraq, stato palestinese, Iran e Siria), l’Unione Europea, stretta tra prevalenti pulsioni filoatlantiche e timidi tentativi di ripresa di relazioni positive e autonome con il mondo arabo e, più generalmente, islamico? Come si comporterà il contingente militare inquadrato nella “nuova Unifil”, a partire da italiani e francesi? Cosa farà il nostro governo?
 
Il copione che ha portato all’omicidio di Gemayel non è molto dissimile da quello dell’attentato in cui ha trovato la morte l’ex primo ministro Hariri nella primavera 2005, che ha avuto come conseguenza il ritiro delle forze siriane sotto la pressione internazionale e un tentativo, solo parzialmente riuscito, di destabilizzazione del paese sostenuto da Stati Uniti ed Unione Europea, Francia in testa. Solo la pronta risposta del movimento sciita Hezbollah (sul banco degli imputati insieme a Siria e Iran per l’omicidio Hariri) ha impedito il successo dell’ennesima “rivoluzione colorata”, passaggio fondamentale per il dispiegarsi del disegno di Washington contro Damasco e Teheran (e, con esse, Mosca e Pechino), mentre dalle successive elezioni del maggio 2005 è uscito un esecutivo di unità nazionale, comprendente il movimento sciita e l’intero fronte patriottico. Un equilibrio precario per i fautori del disordine, che la brutale e devastante aggressione israeliana dell’estate 2006 aveva l’obiettivo di rovesciare con ogni mezzo: l’azione militare era chiaramente finalizzata a colpire indiscriminatamente l’intero territorio libanese nel tentativo di sollevare il popolo contro Hezbollah, individuato come responsabile delle sofferenze patite. Questo progetto è fallito, anche se al prezzo di migliaia di morti innocenti, solamente perché Israele è stato fermato sul campo da Hezbollah e dai suoi alleati (il maronita Aoun, alcuni esponenti della comunità drusa, i sunniti di Tiro e Sidone, i comunisti).
 
Senza voler ritornare sulle tante e evidenti ambiguità della risoluzione 1701 e sulla non utilità dei toni trionfalistici utilizzati da tanta parte della sinistra radicale e del movimento, la situazione sul campo, unico “termometro” in base al quale misurare l’effettivo multilateralismo della missione, continua inesorabilmente a deteriorarsi: le regole d’ingaggio hanno accresciuto le possibilità di ingerenza nel quadro politico libanese da parte del contingente internazionale, a sostegno degli interessi occidentali; Israele non rispetta il cessate il fuoco, rischiando addirittura di scontrarsi con i contingenti francese e tedesco, e continua a occupare illegalmente parte del territorio libanese; il tribunale internazionale per l’omicidio Hariri è stato utilizzato come una clava per minare il governo di unità nazionale, con il primo ministro Siniora che, nonostante un’evidente delegittimazione politica, rimane in carica, anche in barba alla costituzione, sostenuto dal blocco filo-occidentale e dal binomio Usa-Ue, Italia inclusa.
 
Da parte sua, Hezbollah rivendica con forza (una forza straordinaria, che trae origine dal popolo e dal proprio carattere di liberazione nazionale, come ha dimostrato l’immensa manifestazione del 1 dicembre a Beirut e che sconsiglia ogni tentativo di disarmo, da ogni parte esso venga, di Hezbollah) insieme agli alleati, la formazione di un nuovo governo di unità nazionale che tenga conto degli equilibri successivi alla guerra o l’indizione di nuove elezioni, scenario che con ogni probabilità finirebbe per ridimensionare le forze antisiriane (da Hariri figlio, ai falangisti, allo stesso Siniora), a vantaggio di chi ha resistito e difeso il proprio paese. Le ultime dichiarazioni di Nasrallah sono chiare e inequivocabili, volte a inserire il movimento sciita all’interno di un Libano sovrano e autonomo, unica strada forse per evitare la guerra civile nel paese dei cedri ma anche per rafforzare le prospettive di una pace giusta in Medio Oriente (insieme alla formazione di uno stato palestinese degno di questo nome e alla fine dell’occupazione in Iraq).
 
Altri, al contrario, lavorano per l’implosione del paese, sfruttando le contraddizioni esistenti e tentando di separare su base etnico-religiosa le diverse comunità, sul modello balcanico o iracheno. Pochi giorni addietro si è tenuta a Beirut una Conferenza Internazionale sulla resistenza, alla quale hanno preso parte 400 delegati provenienti da oltre 34 paesi, compresa l’Italia, con i comunisti in prima fila (dal Brasile, alla Grecia, all’India). Nel corso dell’incontro, il vice-segretario generale di Hezbollah, Naim Qassim, ha sottolineato che «un mondo senza l’egemonia degli Stati Uniti e di Israele sarebbe un mondo di pace ». Senza la loro egemonia, che vuol dire sostenere i popoli e i governi che resistono alle aggressioni e pongono di nuovo al centro la questione della loro autodeterminazione, a partire dal popolo palestinese, da quello iracheno a quello libanese. Le forze della sinistra d’alternativa, se non vogliono consumare sino in fondo, sull’altare del governismo, il loro rapporto con il popolo della sinistra e del movimento per la pace, hanno oggi il dovere politico e morale di riaprire una grande campagna, istituzionale e sociale, volta a far uscire l’Italia dall’Afghanistan, una campagna ancor più necessaria dopo il summit della Nato a Riga, ove la richiesta da parte dei comandi Nato di allargare il fronte dell’attacco a sud e ad est dell’Afghanistan si è rafforzata e incombe ora più pesantemente anche sul governo italiano.
 
La guerra afgana e i pericoli libanesi rimbombano nelle piazze ancora troppo vuote: servirebbe come il pane, oggi (sulla scorta della grande manifestazione a Roma del 4 novembre contro la precarietà e di quella davvero straordinaria di Vicenza del 2 dicembre contro la base Nato) riempirle con un nuovo e grande movimento contro la guerra, che assieme alla parola d’ordine “fuori all’Afghanistan”, faccia crescere un senso comune ed una “vigilanza di massa” sulle potenzialmente esplosive contraddizioni libanesi, attraverso la costruzione sul campo delle parole d’ordine essenziali per la pace: difesa e rilancio dell’equidistanza e della multilateralità della missione Unifil, attraverso un suo reale allargamento internazionale (ancora oggi insufficiente), al fine di sottrarre la stessa missione al compromesso egemonico Usa-Ue e ai loro interessi in Medio Oriente; centralità della questione palestinese e immediata difesa della Striscia di Gaza; arresto definitivo, come obiettivo ineludibile per ogni concreto progetto di pace, dell’aggressività israeliana e messa in discussione della cooperazione militare Italia-Israele; chiarezza definitiva sulle regole d’ingaggio sino ad un “no” chiaro relativamente alla possibilità che i soldati dell’Unifil possano - direttamente o meno – disarmare Hezbollah.
 
E’ su questo terreno che va ripresa la riflessione all’interno del movimento contro la guerra e della sinistra, prima che il Libano si trasformi in un nuovo Afghanistan o in un nuovo Kosovo. Prima che sia di nuovo troppo tardi.