www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 18-12-06
Italia e Francia: ombre inquietanti sul Libano
di Marcello Graziosi
Senza voler entrare nel merito della delicatissima situazione interna al Libano e, più in generale all’intero scacchiere Mediorientale, dove l’asse Stati Uniti-Israele sembra deciso a giocare la carta delle “guerre civili” con l’aperto sostegno dei sauditi (dall’Iraq alla Palestina, allo stesso paese dei cedri), ciò che emerge con sempre maggiore chiarezza è la non-volontà da parte della sinistra italiana nelle sue diverse articolazioni, politiche come di movimento, a procedere sul terreno di una prima, seppur sommaria, valutazione rispetto alla missione Unifil 2 e al suo grado di multilateralità.
Terreno che, invece, nelle prossime settimane potrebbe rivelarsi fondamentale, se non decisivo, con il governo italiano, anche nelle sue parti più avanzate, alla ricerca di una nuova interlocuzione con il mondo arabo (quello “buono”, vicino agli Usa, anche se urtato dall’arroganza di Bush), che si schiera decisamente dalla parte del governo Siniora, apertamente sostenuto da Washington, Parigi e dalle forze più filo-occidentali in Libano (parte della comunità sunnita legata ai sauditi, da cui proviene lo stesso Sinora, e le componenti falangiste e fasciste della comunità drusa e maronita).
Al termine del recente incontro tenutosi a Roma, Prodi e il primo ministro israeliano Olmert si sono trovati “completamente d’accordo” sull’atteggiamento da tenere rispetto ai possibili esiti della crisi istituzionale apertasi a Beirut (e sui “piccoli passi” in Palestina, dove gli israeliani lavorano scientificamente e cinicamente a far implodere la situazione). Cosa pensa il governo di Tel Aviv del Libano lo abbiamo verificato, purtroppo, anche di recente (senza voler scomodare eccessivamente la memoria storica), nell’estate di quest’anno, con 33 giorni di brutale aggressione al costo di migliaia di morti civili.
Emblematico, per una prima valutazione sulla “nuova Unifil”, anche quanto accade in Francia, paese che detiene oggi il comando della missione, dove la campagna per le presidenziali comincia a entrare nel vivo. La candidata ufficiale del Partito Socialista, Ségolène Royal, si è recata in visita in Medio Oriente, dal Libano a Israele, ai Territori Palestinesi Occupati. A Beirut, nel corso di un’incontro con la commissione esteri del parlamento libanese, un deputato di Hezbollah avrebbe paragonato l’attuale politica di aggressione di Usa e Israele al nazismo. “Il nazismo che ha versato il nostro sangue – queste le parole riportate dai mezzi di informazione – e usurpato la nostra indipendenza non è meno cattivo di quello che ha occupato la Francia”.
La Royal, pur ribadendo il proprio punto di vista, è rimasta fino al termine dell’incontro. Al di là del merito (la correttezza o meno del paragone storico, discutibile finché si vuole ma non scandaloso, soprattutto se si provasse a considerare il punto di vista degli arabi, in alcun modo responsabili della Shoah ma costretti dal 1948 a subire i crimini e le usurpazioni dello stato di Israele), vale la pena considerare le reazioni suscitate da queste dichiarazioni, prontamente riportate dalla stampa francese, emblematiche dell’evoluzione in senso filo-atlantico e filo-israeliano dell’intero quadro politico.
I primi a denunciare l’atteggiamento “non scusabile e inqualificabile” della Royal sono stati i vertici dell’Unione per un Movimento Popolare (UMP), partito vicino all’attuale presidente Chirac, e il suo candidato alle presidenziali, Sarkozy, “filoamericano e filoisraeliano al 300%” (La Stampa, 6 dicembre 2006). Imbarazzate anche le reazioni della stessa Royal e del suo partito. La prima ha annullato l’incontro che avrebbe dovuto avere con Hamas a Gaza, si è schierata contro il diritto iraniano al nucleare per uso civile (nonostante il Trattato di Non-Proliferazione) e ha legittimato i sorvoli israeliani sul Libano in aperta violazione della tregua, che hanno fatto invece irritare il governo francese. Per la gioia di Olmert. Inequivocabile, invece, come lo fu Jospin quando nel febbraio 2000 definì Hezbollah un’organizzazione terroristica, il Segretario dei socialisti Hollande, intervistato alla radio “Comunità Ebraica”: dopo aver accampato improbabili incomprensioni ed errori di traduzione, ha chiarito che “Hezbollah non è un partito come gli altri poiché è un’organizzazione militare e provocatrice”. Evidentemente, si erano consultati con Fassino e Rutelli.
A questo punto, dopo aver valutato con attenzione la collocazione attuale (e futura) di Italia e Francia, paesi che svolgono e svolgeranno un ruolo centrale all’interno della “nuova Unifil”, rispetto alla crisi libanese, la domanda sorge davvero spontanea: dov’è il multilateralismo? Dov’è la necessaria equidistanza a garanzia di un processo di pace giusto ed equo che dal Libano possa allargarsi all’intera regione? Dov’è la volontà dell’Unione Europea, come dei singoli governi dei paesi più forti (Italia, Francia, Germania), di riconquistare una pur minima autonomia rispetto all’ingombrante alleato statunitense? Con ogni probabilità, oltre ad Andreotti dovremo rimpiangere, a partire dai prossimi mesi, anche De Gaulle e la tradizione di autonomia, pur se nel contesto atlantico, di parte consistente del gollismo francese.
In Italia, come in Francia, toccherebbe al movimento contro la guerra e alle parti più avanzate della sinistra di alternativa costruire momenti di discussione e mobilitazione con l’obiettivo di modificare gli orientamenti filo-atlantici e filo-israeliani prevalenti all’interno della sinistra moderata, al governo in Italia e sulla soglia del governo in Francia.
E’ tanto grave quanto emblematico che, invece, tutto, o quasi tutto, taccia.
Marcello Graziosi per resistenze.org