www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 27-03-07

La partita libanese
 
di Puttini Spartaco
 
Nel corso degli ultimi due anni il piccolo Libano si è imposto all’attenzione internazionale per tre avvenimenti (tra loro indubbiamente connessi): l’affaire Hariri, la guerra scatenata l’estate scorsa da Israele ed il braccio di ferro, tuttora in corso, tra il governo incostituzionale di Fuad Siniora e l’opposizione patriottica.
 
Per quanto possa risultare assai complessa la questione libanese, in particolare al lettore italiano che viene tenuto nell’ignoranza pressoché totale dai media nostrani, occorre sottolineare sin dal principio alcuni aspetti:
 
1° Pur tenendo conto della particolare articolazione e frammentazione di questo paese arabo al suo interno tra gruppi confessionali, tribali, politici e pur tenendo presente le importanti e storiche rivalità all’interno degli stessi raggruppamenti confessionali (ad esempio tra i cristiani) occorre comprendere che non tutte le variabili dell’equazione libanese possono essere risolte unicamente sulla base delle tensioni endogene alla società di questo piccolo paese arabo.
 
2° Grandissima importanza sull’assetto libanese hanno avuto anche, se non soprattutto, le spinte esogene esercitate dall’esterno sul Libano dalle Potenze (mondiali o regionali che fossero).
 
3° Per la sua posizione questo piccolo stato mediorientale si è trovato suo malgrado al crocevia di spinte e rivalità geopolitiche che anelavano a farne di volta in volta o la porta da cui passare per penetrare profondamente nel Levante arabo (come fece la Francia dopo il primo conflitto mondiale), o un protettorato che fungesse al contempo da cuscinetto e da trampolino in vista di future e più complicate partite con altri protagonisti regionali (come fece Israele nel corso degli anni ’70-’80 in funzione anti-siriana). A queste tentazioni si sono sempre contrapposte le forze nazionaliste locali che cercavano di riportare il Libano nella comunità del mondo arabo esorcizzando una sua frammentazione ed una sua “satellizzazione” da parte delle forze imperialiste o neo-colonialiste.
 
Quello che segue è un piccolo contributo di ricostruzione storica della “partita libanese”.
 
Il Medio Oriente nel suo complesso ha ricevuto l’assetto attuale (se si esclude la nascita di Israele) con la fine della prima guerra mondiale e con la sconfitta dell’Impero ottomano. Da allora i popoli arabi hanno riconquistato un’indipendenza (dapprima puramente virtuale) ma hanno dovuto rinunciare all’unità della loro nazione per volere delle Grandi Potenze occidentali (Gran Bretagna e Francia) che hanno imposto la frammentazione del mondo arabo in una serie di stati che hanno controllato tramite i cosi detti “mandati” fino alla fine del secondo conflitto mondiale; (ciò nonostante le promesse fatte da Londra agli arabi stessi e concernenti la loro unità e sovranità!).
 
Anche il Libano non è sfuggito a questa sorte e si è trovato per due decenni sotto l’influenza francese; risale ad allora l’escamotage di stabilire un equilibrio parlamentare ed istituzionale[1] tra le varie confessioni religiose che nel corso dei secoli si erano installate nel paese dei cedri, spesso per sfuggire a feroci persecuzioni. Questa ripartizione delle cariche su base confessionale venne fatta in virtù di un censimento (che al giorno d’oggi è chiaramente superato dalla storia, dalla demografia, dalla situazione concreta) che garantiva alla comunità maronita un certo margine di potere. Come nel più classico gioco coloniale Parigi aveva scelto i suoi interlocutori. Con il passare del tempo lo svilupparsi della situazione ha logorato questi equilibri, che sono apparsi via via sempre più artificiosi e lontani dal paese reale, ma va sottolineato che la prima vera crisi che ha rischiato di travolgere il Libano è avvenuta sulla scia di una crisi internazionale di grande rilevanza: la crisi di Suez del 1956.
 
All’epoca, in tutta la regione, spirava fortissimo il vento dell’emancipazione nazionale dal giogo imperialista e neo-colonialista. In prima linea per affrancare il mondo arabo dallo sfruttamento delle Grandi Potenze occidentali si era schierato l’Egitto rivoluzionario del colonnello Nasser, che al suo interno aveva distrutto le vecchie classi privilegiate (i pascià che avevano vissuto nel lusso e che avevano tenuto il loro popolo nella fame) e che aveva regolato i conti con la setta integralista e fanatica dei Fratelli musulmani per permettere la modernizzazione del paese sulla base della laicità e del progresso e che sul piano internazionale aveva difeso l’autonomia del suo paese nel delineare una politica neutralista, attivamente antimperialista e più tardi panaraba.
 
Come è ormai risaputo l ’Occidente “democratico” cercò di strozzare questo tentativo nella culla, dapprima coi ricatti anglo-americani, poi con l’attacco tripartito anglo-franco-israeliano all’Egitto che si sarebbe risolto con un disastro politico che avrebbe dato ancor più fiato alla lotta del nazionalismo arabo. Contrariamente a quanto fecero altri paesi arabi, in primo luogo la Siria, il presidente libanese Camille Chamoun volle tenere un atteggiamento di basso profilo e non condannò la Francia e l’Inghilterra per la loro aggressione. Le masse popolari (in gran parte sunnite) che simpatizzavano per la causa nazionalista iniziarono a manifestare contro il presidente. I presunti brogli denunciati nel corso delle elezioni del ’57 portarono ad un inasprimento della tensione con l’inevitabile corollario di manifestazioni e violenze. Quando i ministri sunniti lasciarono l’esecutivo il paese si trovò spaccato a metà come una mela e sull’orlo del precipizio.
 
In quell’occasione il comandante dell’esercito libanese, Fuad Chéhab, rifiutò di schierare i suoi uomini con una delle due parti in conflitto ma la risposta di Chamoun buttò benzina sul fuoco della contestazione: approfittando della “Dottrina Eisenhower”, in base alla quale gli Usa si dichiaravano pronti ad intervenire in Medio Oriente contro i tentativi di “sovversione” nazionalisti o comunisti che fossero, il presidente libanese chiese ed ottenne l’intervento dei marines, i quali fecero la loro apparizione sulle spiagge di Beirut[2]. Questa svolta provocò una recrudescenza degli scontri e provocò le dimissioni di Camille Chamoun da capo dello Stato ed il ritiro del contingente americano. Alla carica più alta dello Stato subentrò proprio il gen. Chéhab che garantì per un certo periodo alla “Svizzera del Medio oriente” una relativa tranquillità caratterizzata comunque dal congelamento dell’equilibrio esistente.
 
Non a caso la crisi libanese sarebbe esplosa nuovamente, e questa volta in maniera irreversibile, nel contesto della crisi regionale degli anni ’70, quando il braccio di ferro tra l’imperialismo americano ed il sionismo israeliano da una parte e le forze del nazionalismo arabo dall’altra entrò in una nuova fase.
 
Dopo la guerra del Kippur del 1973 il fatto che modifica lo scenario del conflitto arabo-israeliano è costituito dal cammino dell’Egitto di Sadat verso la pace separata con Israele. In cambio della restituzione del Sinai all’Egitto lo Stato ebraico ottiene l’uscita di scena del principale antagonista arabo posto ai suoi confini e da questo momento non deve più guardarsi su due fronti. Le conseguenze geopolitiche di questo fatto vengono ancor oggi clamorosamente sottovalutate da coloro che indicano negli accordi di Camp David l’esempio cui guardare per portare la pace in Medio Oriente e chiudere il conflitto arabo-israeliano. Chiudendo la partita sul fronte sud Tel Aviv ha ottenuto infatti di avere le mani libere verso nord, verso Siria e Libano. Come ha notato Patrick Seale la pace separata tra Egitto e Israele consentì l’invasione israeliana del Libano approfittando della crisi interna al paese dei cedri che si sviluppò negli anni ’70. Questa é stata la conseguenza degli accordi di Camp David. Tel Aviv ha così potuto mobilitare tutte le sue forze contro l’ultimo baluardo che era rimasto ad impedire la costruzione di un “nuovo ordine” in Medio Oriente: la Siria di Assad ed il Libano è stato (e resta tuttora) lo scenario in cui giocare il primo round della partita con Damasco per l’egemonia nel Levante arabo. In Israele già dagli anni ’50 si mostrava attenzione al paese dei cedri; all’epoca il ministro degli esteri israeliano Moshé Sharett pensava già ad una annessione del sud del paese ed alla costituzione di uno stato satellite “libanese” sotto la leadership maronita. (Da tempo in campo maronita avevano guadagnato l’egemonia le falangi di estrema destra legate al clan dei Gemayel). A metà degli anni ’70 sembrava giunto il momento opportuno per coronare queste aspirazioni, il nuovo premier israeliano Begin poteva sfruttare una congiuntura favorevole per portare in porto questo progetto annessionista.
 
A Damasco si era (e si è tuttora) perfettamente consapevoli della posta in gioco: la Siria rappresentava l’ultima barriera allo straripare di Israele e, se necessario, avrebbe dovuto resistere da sola; questo spiega, dal punto di vista strategico, il comportamento cha adotterà Assad nella crisi libanese. Nonostante la spartizione francese, Libano e Siria rappresentano comunque due vasi comunicanti e la crisi in corso da un lato della frontiera non può che avere conseguenze sull’altro versante. Se poi in mezzo alla vicenda si innesta la più complessa situazione regionale risulta comprensibile il significato e la reale portata della partita libanese.
 
Nella prima metà degli anni ’70 in Libano la temperatura politica non cessa di aumentare. Il delicato equilibrio che garantisce alle famiglie maronite un maggiore potere sulla società viene sempre più contestato e, dopo che i sunniti e soprattutto gli sciiti divengono la maggioranza reale della popolazione, appare come anacronistico. In particolare sono i gruppi che da sempre sono stati tenuti ai margini della scena politica e al fondo della piramide sociale (come i drusi e, soprattutto, gli sciiti) a non tollerare più un sistema gravitante attorno ai soliti clan, maroniti o sunniti che siano. La questione non è pertanto priva di una dinamica di classe, per quanto confusa. La situazione viene poi peggiorata dalla presenza destabilizzante dei palestinesi: dai rifugiati dei campi profughi del ’48 e del ’67, che attendono la restituzione della loro patria, ai guerriglieri che ne hanno rimpolpato le fila dopo la cacciata dalla Giordania avvenuta nel ’70-’71 a seguito della sanguinaria repressione del “settembre nero”. I palestinesi si sono arroccati nella regione meridionale dell’Arqub, dove hanno costituito la loro roccaforte, ma i loro campi profughi sono presenti un po’ ovunque nel sud come a Beirut. La loro presenza attira le simpatie e la solidarietà dei gruppi nazionalisti e progressisti mentre genera un meccanismo di rigetto presso gli strati più conservatori e presso la classe dirigente maronita. Come se non bastasse le azioni dei fedayn provocano le solite rappresaglie di Israele, che reagisce in modo spropositato bombardando villaggi, distruggendo le infrastrutture e seminando il terrore e la morte[3]. Dal sud si assiste ad un esodo della popolazione (prevalentemente sciita) che si affolla nella periferia della capitale. La politica libanese non può più, da sola, risolvere la duplice crisi interna ed internazionale che rischia di trascinare il paese dei cedri verso il precipizio. Al Libano servirebbe un accordo generale per tutto il Medio Oriente come cornice più ampia in cui risolvere le questioni che rischiano di dilaniarlo; ma Kissinger e Begin, scegliendo la strada di Camp David e dell’accordo separato con Sadat al fine di neutralizzare l’Egitto, non accolgono le richieste di Beirut e danno al piccolo paese arabo il colpo di grazia. Effettivamente è curioso notare come il degenerare della crisi libanese prosegua in parallelo con i progressi che ottiene la diplomazia di Kissinger!
 
Non è questa la sede per una ricostruzione puntuale della guerra civile libanese che esplode nel corso del 1975. E’ penoso dover rimestare nella spirale degli scontri che si susseguono tra i vari gruppi per trovare un punto di non ritorno dal quale la crisi non è più rientrata ed ha avuto una recrudescenza, ma forse lo si può intravedere nel cosiddetto “sabato nero” (dicembre ’75) quando circa 200 civili musulmani vengono rastrellati e massacrati solo a causa della loro appartenenza confessionale. Da questo momento in poi le barbarie si intrecciano in una spirale infernale. L’insicurezza e l’odio si mescolano e si scatenano. C’è quello dei palestinesi che si sentono abbandonati, quello dei maroniti che si sentono minacciati e non vedono un’uscita dal tunnel della crisi, c’è quello degli altri libanesi nazional-progressisti che si sono raccolti attorno al leader druso Jumblatt nel Movimento Nazionale per spezzare i privilegi dell’egoismo falangista, c’è infine quello dei cittadini inermi che cercano rifugio presso i correligionari per sfuggire ai massacri. Mentre l’esercito si dissolve ed i partiti si trasformano in milizie armate il Libano si frammenta inesorabilmente in mini-stati confessionali. I siriani osservano inquietati la situazione ed il fatto che ogni qualvolta venga stabilita una tregua accadano fatti raccapriccianti che la fanno precipitare suggerisce loro che qualche potenza stia mestando nel torbido. I rapporti sotterranei che TelAviv intrattiene con alcuni clan maroniti (come i falangisti di Gemayel) non sono del resto un segreto, quanto agli Usa un ex funzionario dell’NSA ha già da tempo ammesso che la stazione Cia di Atene venne utilizzata per armare la Falange ed attizzare focolai di guerra[4].
 
Onde poter confutare alcune assurdità sulle presunte “ingerenze” siriane in Libano, che i media diffondono in tutti i modi, occorre riconoscere che Damasco in questa prima fase della guerra civile libanese sviluppò un’iniziativa diplomatica volta a mediare tra le parti in conflitto per salvare il suo piccolo vicino ed evitare che esso si trasformasse in un boccone che gli israeliani avrebbero ingoiato senza alcuna preoccupazione. Solamente di fronte al fallimento dei negoziati i siriani sarebbero intervenuti direttamente nel paese dei cedri. Le vittorie ottenute sul campo dal Movimento Nazionale spinsero infatti Jumblatt ed Arafat verso l’intransigenza mentre la minaccia di un intervento israeliano si faceva sempre più consistente. In questo quadro la richiesta di aiuto dei cristiano-maroniti doveva trovare un qualche conforto e la Siria, desiderosa di spegnere l’incendio prima che potesse espandersi e risucchiarla, raccolse l’appello pensando fosse meglio che i clan maroniti trovassero ascolto presso la famiglia araba che non al di fuori di essa. Il Baath ha del resto sempre visto nel confessionalismo una forza disgregatrice dell’unità araba. E’ in questo quadro che si comprende il vero significato dell’intervento siriano in Libano del 1976 contro Jumblatt ed Arafat ed in favore degli arabi cristiani. Il 21 giugno del 1976 l’esercito siriano entra a Beirut in nome dei “caschi verdi” della Forza Araba di Dissuasione, il presidente libanese Frangieh ringrazia Assad. L’intervento siriano sembra poter porre fine alla guerra civile. Malauguratamente riuscirà solo a tamponare la situazione.
 
I tentativi siriani di rimettere in piedi il Libano sono palesemente osteggiati da Israele che nel 1978 invade il sud del paese fino al fiume Litani. Siriani e israeliani si trovano entrambi in Libano con le rispettive forze divise da una sottile “linea rossa”. Chi ha visto in tutto ciò il segno di una “spartizione” del Libano tra i suoi vicini dovrebbe considerare i fatti successivi, alla luce dei quali emerge come Israele abbia cercato di prepararsi su posizioni migliori per far naufragare i tentativi siriani di restaurazione dell’integrità, della sovranità e del carattere arabo del Libano. Tel Aviv, infatti, spinge l’alleato Bashir Gemayel a sfidare i siriani (1981), ma questo tentativo viene neutralizzato ed in accordo con il presidente libanese Sarkis si intavolano trattative. Le falangi paiono costrette ad accettare il ritorno all’ordine mentre un vertice arabo le accusa di “intelligence con il nemico”. A questo punto Israele, forse per timore di perdere l’unico grimaldello che le resta per scardinare la sovranità libanese, interviene con raid aerei; i siriani rispondono spostando le batterie di SAM nella valle della Bekaa: è la crisi dei missili.
 
Succederà più volte che Tel Aviv intervenga con la sua forza aerea al solo scopo di far naufragare gli accordi che si tentano di mettere in piedi in quei mesi. Quando il 6 luglio del 1981 un nuovo accordo sembra andare in porto (con i siriani che tolgono l’assedio alla roccaforte falangista di Zahlé e con il cartello della destra cristina, Forze Libanesi, che annuncia la rottura dei rapporti con Israele) Tel Aviv reagisce con un altro raid su Beirut provocando circa 200 morti![5]
 
Il premio Nobel per la pace, Begin, prepara l’escalation firmando un accordo strategico con gli Usa ed annunciando l’annessione delle alture del Golan. Poi dà l’avvio all’Operazione “Pace in Galilea”, vale a dire l’invasione del Libano (1982). Ispirandosi in un certo qual senso a Sharett, gli obiettivi di Begin sono chiari ed ambiziosi: occupare tutto il sud del Libano, installare a Beirut un governo-satellite guidato da Bashir Gemayel, cacciare i siriani e distruggere l’OLP. Grazie alla sua superiorità Israele riesce a far ripiegare i siriani a nord della vitale arteria Beirut-Damasco e a cingere d’assedio Beirut-Ovest per settimane di furiosi bombardamenti. Solamente a causa del bombardamento del 12 agosto si contano 500 morti! Il 21 agosto le forze siriane e palestinesi evacuano la capitale libanese mentre arriva una forza d’interposizione multinazionale. Poco dopo Bashir Gemayel viene proclamato presidente ed intavola con Tel Aviv trattative di pace. Che il nuovo potere resti in piedi grazie ai carri armati israeliani è reso palese dal clima ostile con cui la maggior parte della popolazione accoglie la svolta. Appena il giorno successivo la partenza delle forze multinazionali Bashir Gemayel, il presidente-fantoccio, viene ucciso in un attentato. La risposta israeliana e della milizia terrorista “Forze Libanesi” è la strage di Sabra e Chatila, a dimostrazione che Israele ricorre alla forza bruta per ridisegnare gli assetti della regione. A Bashir subentra il fratello Amin Gemayel che firma con Begin l’accordo del 17 maggio 1983 che pone momentaneamente fine alla sovranità libanese: il nuovo presidente cede a Israele una “fascia di sicurezza” che è circa un terzo del territorio libanese ed il carattere arabo del paese dei cedri viene messo in dubbio. A partire da questo momento tutte le forze patriottiche libanesi che rifiutano di piegare la testa (dagli sciiti di Amal ai nazionalisti, dai cristiani di Frangieh al Partito Comunista Libanese, dal leader druso Jumblatt ad altri gruppi) si riuniscono in un fronte di salvezza nazionale contro l’occupante ed i collaborazionisti ed iniziano la loro resistenza. Queste forze passano all’offensiva con l’appoggio dell’artiglieria siriana mentre Damasco, con aplomb, nega qualsiasi partecipazione siriana sul terreno pur riconoscendo le ragioni della resistenza.
 
Dal luglio del 1983 al febbraio del 1984 la partita libanese è caratterizzata da una totale svolta. Israele deve ripiegare verso sud sotto i colpi della guerriglia mentre le Forze Libanesi subiscono una sconfitta dopo l’altra. Il 24 settembre la resistenza si apre la strada per la capitale, in gennaio si combatte già per le vie di Beirut. Neanche la forza franco-americana, che era tornata in Libano e che era rimasta a “reggere il moccolo” del governo Gemayel, viene risparmiata e si lascia coinvolgere negli scontri con severe perdite fino a quando è costretta a lasciare il paese alla chetichella. Amin Gemayel è obbligato a giurare che seppellirà definitivamente l’accordo di capitolazione con Israele ed il 25 febbraio 1984 riconosce la sconfitta. Questo fatto segna lo scacco politico dei progetti israeliani e la vittoria delle forze patriottiche e di tutte quelle forze antimperialiste che avevano con queste una convergenza strategica ed un comune interesse a rimettere in piedi uno stato libanese sovrano, pacifico ed arabo.
 
Nonostante le guerre fratricide che continuano a tormentare il Libano fino al 1990, di cui la più grave è probabilmente la resa dei conti all’interno della comunità cristiana tra le milizie fedeli al gen. Aoun e le Forze libanesi di Geagea (che provoca l’esodo di circa 200 mila cristiani che cercano riparo nei campi profughi musulmani), il paese dei cedri è tornato progressivamente alla normalità grazie anche alla presenza siriana. La capacità che Damasco ha avuto nel tenere gran parte della comunità cristiana libanese nell’alveo dell’arabismo ha garantito in questi anni che il Libano potesse riprendersi e rimettersi in piedi con la collaborazione di tutte le sue anime. La presenza concreta dei siriani sul terreno ha altresì permesso di dare concretezza agli accordi di Taif, che hanno stabilito il criterio della collegialità tra il capo dello Stato (maronita), il primo ministro (sunnita) ed il presidente del parlamento (sciita), che hanno rimodellato il peso delle varie confessioni e che hanno portato progressivamente allo smantellamento delle milizie ed al ritorno ad una normale dialettica politica. Il 23 novembre del ’90 le milizie lasciano Beirut al ricostituito esercito libanese, all’inizio del ’91 i siriani, chiamati in causa dal presidente Hraoui costringono i partiti al disarmo (compreso il recalcitrante Jumblatt) che viene completato nella primavera con la sola eccezione di Hezbollah, cui viene riconosciuto il ruolo di forza resistente finché continua l’occupazione israeliana di alcuni villaggi nel sud del paese, una scelta indubbiamente lungimirante alla luce delle cattive intenzioni che Tel Aviv continua a covare (come si è visto l’estate scorsa).
 
Nel nuovo contesto internazionale, caratterizzato dall’offensiva a tutto campo degli Usa con il chiaro proposito di ridisegnare il Medio Oriente a loro piacimento e di imporre al resto del mondo la loro dittatura planetaria, la questione libanese doveva necessariamente riproporsi.
 
Alla luce della quantomeno difficoltosa occupazione dell’Iraq e dei presunti piani per aggredire l’Iran[6] (che già oggi si trova praticamente circondato) l’asse Usa-Israele non può non pensare ad una resa dei conti con la Siria che è da sempre in prima fila contro i tentativi imperialistici di rimodellare il Medio oriente e che è già da tre decenni alleato prezioso degli ayatollah.
 
Presumibilmente il primo round della resa dei conti con Damasco passa attraverso il Libano, come già avvenne nel corso degli anni ’70-’80. Credo risieda in questo il reale significato delle vicende libanesi degli ultimi due anni.
 
Il primo problema che Washington e Tel Aviv avevano trovato nell’affrontare la partita libanese e tentare un’escalation nella regione era costituito dalla presenza siriana in Libano. Con le pressioni esercitate dopo l’affaire Hariri Usa e Israele sono riusciti, tramite il carrozzone dell’ONU, ad obbligare i siriani a ritirare le loro truppe dal paese dei cedri e sono riusciti ad obbligare i libanesi a trovarsi alla mercè degli intrighi americani; quasi che Beirut non avesse il diritto di decidere chi ospitare sul suo territorio per garantire la propria sicurezza!
 
Non sappiamo di preciso chi uccise il premier libanese Hariri ma da più parti si sono affacciati dubbi circa le modalità operative della commissione internazionale che non sembra essere riuscita a trovare prove convincenti a sostegno della sua ipotesi sulla pista siriana. Come ha notato il criminologo tedesco Jurgen Kulbel l’inchiesta non ha battuto altra pista che quella siriana, senza peraltro riuscire a provare la colpevolezza di Damasco mentre ha tralasciato irresponsabilmente altri indizi sui nemici di Hariri, nei confronti dei quali si sono addirittura prodotte omissioni. Nel suo libro, “Mordakte Hariri”, Kulbel sottolinea addirittura la presenza di agenti israeliani in Libano oltre al fatto che le emittenti di disturbo in dotazione alle macchine del corteo di Hariri erano state prodotte in Israele. Comunque siano andate le cose dopo questi fatti i siriani sono stati costretti a ritirarsi dal Libano.
 
Il successivo passaggio chiave della partita libanese è stato la scontro Israele-Hezbollah, come è stato da più parti definito.
 
Data la profondità e l’intensità dell’aggressione israeliana vi sono pochi dubbi sulle reali intenzioni di Olmert e sulla portata che ha rivestito la guerra che si è svolta nell’estate scorsa (Olmert stesso ha ammesso, davanti alla commissione d’inchiesta israeliana che ha successivamente indagato sul fiasco di Israele, che l’attacco era previsto da parecchio tempo!)[7].
 
A guastare i piani dell’imperialismo è stata la Resistenza libanese, costituita principalmente da Hezbollah ma non solo. Alla guerra contro l’aggressione hanno dato un contributo anche altre formazioni patriottiche: dall’altro partito sciita Amal ai comunisti.
 
Il segretario del Partito Comunista Libanese, Khaled Hadadeh, ama ripetere che nella famiglia libanese ci sono sette figli, quattro stanno con Hezbollah, due con il Partito Comunista, uno con Amal e tutti con la resistenza. Secondo lui il suo partito ha contato almeno 12 caduti nella guerra dell’estate scorsa[8].
 
Il successo della Resistenza è stato indubbio, su molti fronti e da vari punti di vista. Hezbollah ha dimostrato di essere un partito molto organizzato, ben guidato, fortemente radicato tra le masse popolari. La sua struttura militare ha tenuto testa al più temibile esercito della regione dimostrando di essere probabilmente la più valida forza guerrigliera e partigiana oggi in circolazione. Entrambi questi aspetti hanno un loro peso perché rafforzano l’influenza ed il prestigio del “partito di Dio” (questo significa Hezbollah) in Libano ed ovunque nel Terzo Mondo. In primo luogo è riuscito a fermare l’invasione straniera e l’escalation che Bush ed Olmert volevano così iniziare. Di questo i libanesi pare abbiano coscienza, tanto è vero che il consenso di cui Hezbollah gode oggi è più ampio di quello su cui poteva fare affidamento prima delle ostilità. Chi può pensare oggi che i libanesi siano disposti a disarmare Hezbollah quando questo ha dimostrato di essere la sola vera garanzia per l’integrità e l’indipendenza del loro paese? D’altro canto è evidente che Israele non ha continuato la guerra perché non poteva più portarla avanti sul campo, dopo aver speso i reparti più prestigiosi e temuti delle sue forze armate. Secondariamente la sconfitta che la Resistenza ha inflitto ad Israele è stata cocente, anche dal punto di vista delle perdite in uomini e materiale. Questo ha prodotto due risultati. Per prima cosa ha spezzato la leggenda di invincibilità dell’esercito israeliano ed il segretario del partito di Dio, sheik Hassan Nasrallah, ha attribuito una grande importanza a questo fattore sulla scorta della sua analisi circa la natura militocratica della società e della politica israeliana; in un intervista concessa ad un giornale libanese ha sottolineato la sua tesi: “Israele non è uno stato che ha un esercito ma è un esercito che ha uno Stato”[9]. In secondo luogo la sconfitta ha aperto delle crepe in Israele, sia perché ha attizzato la rivalità tra i gruppi e le lobby che ne caratterizzano la vita politica, sia perché ha acuito le contraddizioni inter-tribali all’interno dello Stato ebraico. Entrambi questi fenomeni meriterebbero una trattazione a parte ed il loro sviluppo non è scontato, per i momento in palese crisi sembra soprattutto il partito del premier Olmert che ha allargato la sua coalizione all’estrema destra xenofoba.
 
Anche dal punto di vista militare è necessario fare una breve notazione: ad uscire relativizzato dalla guerra è stato il dogma dell’air power, cioè del potere totale dell’aviazione e dei bombardamenti dall’alto. Pur avendo distrutto il Libano Tel Aviv non ha potuto raccogliere il frutto politico della sua aggressione e, con buona pace di qualcuno, restando ancora valida la formula di Clausewitz sul fatto che la guerra ha una logica politica anche se la sua grammatica è militare, questa è la questione essenziale. Corollario: una guerriglia ben equipaggiata ed armata con armi sofisticate riesce a dettare legge sul campo e non si tratta solo di un dato accademico. Al di là delle katijushe che colpivano Haifa con un significato più che altro simbolico, a fare la differenza pare siano stati i missili anticarro di produzione russa(!) con infravisore notturno e con meccanismo teleguidato con portata variabile tra i 500 ed i 2900 metri circa[10]. Sono stati sufficientemente efficaci contro i carri Merkava, che gli israeliani ritenevano i migliori al mondo. Superato lo smarrimento, questo non ha mancato di scatenare una certa discordia all’interno del complesso militar-industriale di Israele.
 
Dopo la guerra gli Usa si sono ingegnati a sostenere il governo Siniora che, privo dei rappresentanti della comunità sciita e con una fortissima impopolarità, è ormai apertamente incostituzionale da mesi. Mesi in cui le masse popolari libanesi hanno affollato le piazze chiedendone le dimissioni insieme alle principali forze patriottiche: Hezbollah, Amal, PCL, etc. A queste forze si è sommata persino la destrorsa Libera Corrente Patriottica del generale maronita Michel Aoun. Di fronte a questa vera e propria lezione di democrazia e di fronte ai ripetuti richiami del presidente Lahoud all’indirizzo del governo gli americani hanno deciso di tenere in piedi Siniora col “respiratore artificiale” degli aiuti e delle sovvenzioni. Sono arrivati persino ad armare delle guardie pretoriane per il loro uomo di fiducia che, caso curioso, non pare essere l’uomo di fiducia dei libanesi, i quali chiedono un intervento almeno volto a restituire loro la casa che hanno perso sotto i bombardamenti israeliani. Per il momento gli unici che hanno iniziato a rispondere a questa esigenza del popolo libanese sono stati proprio gli uomini di Hezbollah tramite la loro articolata rete di sostegno assistenziale.
 
E’ evidente a tutti come il gioco scelto dagli Usa e dall’Occidente a questo riguardo acuisca ed esasperi la situazione nel paese arabo e vi sono segnali inquietanti che indicano come si stia cercando di buttare benzina sul fuoco con il malcelato disegno di far sprofondare il Libano verso pericolosi torbidi interni. Vanno in quella direzione gli scontri interni alla comunità cristiana che si sono verificati in piazza, quando i militanti della ricostituita organizzazione terroristica “Forze Libanesi” del criminale di guerra Geagea (il cui partito era stato disciolto nel ’95 ed al quale era stata attribuita una condanna al carcere a vita) hanno aggredito i sostenitori di Aoun. Già il fatto che “Forze Libanesi” sia stata riammessa nel campo della politica libanese dopo la cacciata dei siriani, in quella che viene dipinta fantasiosamente dalla stampa come la “primavera di Beirut”, dice tutto. Ma vanno in quella direzione anche l’incitamento continuo ai sunniti di guardarsi dall’aumento di influenza della comunità sciita: un dividi et impera che sembra il leitmotiv dell’attuale strategia americana in Medio oriente, strategia volta a dilaniare il mondo arabo-islamico dall’interno (probabilmente con l’aiuto di gruppi terroristici sunniti e/o wahabiti che hanno storiche ed amichevoli relazioni con Washington) onde poterlo conquistare meglio dall’esterno.
 
Molti politici libanesi hanno già denunciato questi fatti. La partita libanese è entrata dunque in nuova fase.
 
 


[1] In base all’attuale Costituzione libanese il Capo dello Stato deve appartenere alla comunità cristiano-maronita, il presidente del parlamento alla comunità sciita e il primo ministro a quella sunnita; tutte le comunità devono essere rappresentate nel governo.
[2] La manovra Usa si inseriva in realtà in un disegno più ampio della sola questione libanese: Washington stava infatti cercando di assediare l’altra cittadella del nazionalismo arabo, la Siria e stava cercando di arginare l’influenza sovietica e nasseriana nella regione.
[3] Tra il ’68 ed il ’74 c’è chi ha calcolato che sul Libano si siano abbattuti ben 44 raid israeliani con 880 vittime civili tra libanesi e palestinesi. Si veda M. Hudson: The Palestine factor in the Libanese civil war; in “Middle East Journal, v. 32, N.3, 1978; cit. in: P. Seale, Il leone di Damasco; Gamberetti, Roma 1995, p. 319.
[4] W. Peck in Anti; 17 aprile 1976; cit. in P. Seale, op. cit., p. 321.
[5] P. Guingamp, Hafez el Assad et le Parti Baath en Syrie; L’Harmattan, [Paris], 1996 p. 266.
[6] Si veda M. Chossudovsky, Nom de code “Tirannt”: les plans de guerre US contre l’Iran; in Horizons et débats, N.9, 10 marzo 2007
[7] Olmert recconnait que l’offensive contre le Liban était décidée de longue date; www.voltairenet.org; 9 marzo 2007
[8] K. Gajendra Singh, Hizbullah brucia la chioma di Sansone; in Eurasia, N.4, 2006, p. 206.
[9] Si veda l’intervista concessa da Nasrallah al quotidiano libanese As-Safir il 5 settembre 2006.
[10] K. Gajendra Singh, op. cit., p. 210.