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- popoli resistenti - libano - 27-09-07 - n. 196
Anche se risalente all'anno scorso, ai tempi dell'aggressione israeliana al Libano, il documento risulta tuttora di grande utilità ai fini della comprensione dell'importante movimento di resistenza Hezbollah
Sul movimento Hezbollah
Un’introduzione
di Lara Deeb*
Middle East Report On line, 31 luglio 2006
Tradotto dall’inglese da Marcel Charbonnier, membro di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica (www.tlaxcala.es). Questa traduzione è in copyleft: può essere liberamente riprodotta a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne le fonti e gli autori.
* Lara Deeb, antropologa, è professore assistente all’Università Irvine di California, dove insegna sociologia delle donne. E’ autrice dell’opera: “Una modernità re-incantata: genere e manifestazioni pubbliche della pietà presso gli sciiti del Libano”.
Il movimento sciita libanese di Hezbollah, che sta combattendo contro l’esercito israeliano nel sud del Libano, è presentato in maniera distorta nella maggioranza dei resoconti mediatici sul conflitto in corso. Molto più che una semplice milizia, questo movimento è anche un partito politico, che gioca un ruolo fondamentale nella vita politica libanese e fornisce servizi sociali importanti alla popolazione. Ben lungi dall’essere un’emanazione di una non meglio precisata sponsorizzazione iraniana o siriana, Hezbollah nasce dalla lotta contro l’occupazione israeliana nel sud del Libano tra il 1982 ed il 2000 e, più in generale, con lo scopo di difendere la comunità sciita del Libano, oppressa nel corso dei secoli. Pur avendo molti avversari nel Libano, Hezbollah è completamente integrato nel paese, di cui è un elemento costitutivo. L’unico aspetto positivo della campagna militare israeliana è stato quello di darne la dimostrazione.
Gli sciiti libanesi e lo Stato
Il rapporto tra lo Stato e la società nel Libano è di natura “confessionale”. Il potere politico e le cariche sono assegnate in base all’appartenenza religiosa. Attualmente nel paese vengono riconosciute ufficialmente diciotto comunità etnico-confessionali. La ripartizione dei poteri, stabilita nel 1943 da una legge non scritta – il Patto nazionale sancito alla fine del mandato francese tra cristiano-maroniti e mussulmani sunniti - attribuisce il potere sostanziale ad un Presidente della Repubblica (necessariamente) cristiano-maronita e ad un Primo ministro (necessariamente) mussulmano sunnita, lasciando la funzione relativamente meno rilevante di Presidente del Parlamento ad un mussulmano sciita. Le altre funzioni di governo ed i rimanenti seggi sono distribuiti nel Parlamento in un rapporto di 6 cristiani ogni 5 mussulmani. Questa ripartizione rappresenta in maniera falsata la composizione della popolazione libanese, rilevata in occasione del censimento del 1932, l’ultimo (!) realizzato nel paese.
Tale sistema confessionale non è più rispondente alla realtà, poiché non tiene conto dei cambiamenti demografici. Essendo la comunità sciita cresciuta più rapidamente delle altre, la rigidità del sistema ha aggravato la sua sotto-rappresentazione nel Governo. Nello stesso tempo, l’appartenenza alle varie comunità è diventato sempre di più un mezzo per accedere ai finanziamenti statali, dato che il Governo elargisce cospicui fondi per creare delle reti e delle istituzioni su base confessionale, come scuole ed ospedali. Essendo sotto-rappresentati nel Governo, gli sciiti non hanno mai potuto conseguire altrettante risorse che le altre comunità, cosa che ha causato tra loro un più elevato livello di povertà. Effetto aggravato dal fatto che i seggi sciiti nel Parlamento erano tradizionalmente occupati da proprietari terrieri feudali e da altre élites lontane dal popolo. Fino al 1960, la maggioranza degli sciiti del Libano viveva nelle regioni rurali, principalmente nel sud e nella valle della Bekaa, dove le condizioni di vita erano ben lontane dal livello di sviluppo delle altre regioni del paese.
In seguito ad un programma di modernizzazione che ha creato una rete stradale ed introdotto delle politiche di coltivazione intensiva nelle campagne, molti mussulmani sciiti sono emigrati a Beirut, dove si sono stabiliti creando una zona di periferie diseredate attorno alla capitale. L’urbanizzazione rapida del Libano, conseguente al suo inserimento nell’economia capitalistica mondiale, ha accentuato ancora di più le disparità economiche in seno alla sua popolazione.
Le origini
Inizialmente, questa popolazione urbana, composta essenzialmente da sciiti libanesi diseredati, non era suddivisa in gruppi definiti. Negli anni ‘60 e all’inizio degli anni ‘70, gli sciiti costituivano il nucleo originario dei militanti e dei dirigenti del Partito Comunista libanese e del Partito socialista nazionale siriano. Ma alla fine degli anni ‘70, Sayyid Musa al-Sadr, un prete mussulmano carismatico, che aveva studiato nella città santa sciita irachena di Najaf, cominciò ad entrare in competizione con i partiti della sinistra, conquistando la fiducia della gioventù sciita. Al-Sadr offriva loro l’alternativa del “Movimento dei diseredati”, impegnato nell’ottenimento dei loro diritti politici in seno alla società civile libanese. Una milizia derivante da questo movimento, Amal, fu fondata all’inizio della guerra civile libanese, nel 1975. A fianco di Al-Sadr c’erano anche altri capi religiosi sciiti libanesi, la cui gran parte aveva ugualmente studiato a Najaf e lavorava attivamente per creare delle reti sociali e religiose di base nelle periferie sciite di Beirut. Tra loro citeremo Sayyid Muhammad Husain Fadlallah, che è oggi una delle “fonti di emulazione” più rispettate tra gli sciiti nel Libano, ma anche oltre le frontiere libanesi, e Sayyid Hasan Nasrallah. Una fonte di emulazione (marja’ al-taqlid) è un erudito religioso la cui sapienza è così largamente riconosciuta che gli sciiti mussulmani cercano di conoscerne il parere sulle questioni religiose e di seguirlo. Presso gli sciiti il titolo di “sayyid” (maestro, signore) indica l’appartenenza alla discendenza di Maometto, il profeta dell’Islam. Tra il 1978 ed il 1982, una serie di avvenimenti portò alla ribalta il movimento sciita nascente e l’allontanò ancora di più dai partiti della sinistra: due invasioni del Libano da parte di Israele, l’inspiegabile sparizione di Musa al-Sadr e la rivoluzione islamica in Iran. Nel 1978, durante una visita in Libia, al-Sadr sparì misteriosamente e questa sparizione favorì la sua immensa popolarità. In quello stesso anno, per respingere i combattenti dell’OLP che erano allora dislocati in Libano, Israele invase il sud del paese, provocando lo sfollamento di 250.000 profughi. La prima conseguenza di questi due avvenimenti fu la rivitalizzazione del movimento Amal, tra i cui militanti combattevano i guerriglieri dell’OLP nel sud del Libano. Gli sciiti avevano sempre più la sensazione che la sinistra libanese aveva fallito, tanto nell’ottenimento di maggiori diritti per i poveri, quanto nella protezione del Sud dai combattimenti tra l’OLP ed Israele. L’anno seguente la rivoluzione islamica in Iran diede un nuovo modello da seguire ai mussulmani sciiti del mondo intero, ed offrì una prospettiva alternativa al capitalismo liberale occidentale, diversa da quella propugnata dai movimenti di sinistra. L’ultimo ingrediente – senza dubbio il più importante - di questo susseguirsi di avvenimenti, fu la seconda invasione del Libano, nel giugno del 1982. Questa volta le truppe israeliane, decise a scacciare definitivamente l’OLP dal Libano, si spinsero verso nord ed assediarono Beirut. Decine di migliaia di libanesi furono uccisi e feriti nel corso di questa invasione, e 450.000 furono cacciati dalla loro terra. Tra il 16 ed il 18 settembre 1982, sotto la protezione e la supervisione dell’armata israeliana agli ordini di Ariel Sharon, allora Ministro israeliano della Difesa, un’unità della milizia dei falangisti libanesi penetrò nei campi di rifugiati di Sabra e Chatila, a Beirut, violentando, uccidendo e mutilando atrocemente migliaia di civili. Circa un quarto di questi rifugiati erano sciiti libanesi sfuggiti alla violenza scatenata nel sud. L’importanza del ruolo giocato dall’invasione israeliana del Libano, nel 1982, nella comparsa del movimento Hezbollah non può essere sottovalutata. A seguito degli avvenimenti del 1982 molti membri eminenti del movimento Amal lasciarono questo partito, che era sempre più implicato in politiche decise dall’alto e sempre più staccato dalle lotte popolari contro la povertà e l’occupazione israeliana. In questi anni alcuni piccoli gruppi armati composti da giovani, organizzati sotto la bandiera dell’Islam, fiorirono nel sud, nella valle della Bekaa e nelle periferie di Beirut. Questi gruppi si prefiggevano la lotta contro l’esercito israeliano di occupazione e presero parte, anche, alla guerra civile libanese, che all’epoca vedeva impegnate qualcosa come quindici armate e milizie diverse. La formazione di base e l’equipaggiamento delle milizie sciite furono fornite dall’Iran. Con il tempo questi gruppi si fusero, fondando Hezbollah, ma l’esistenza formale di questo “Partito di Dio” (poiché questo è il significato di Hezbollah ndt) e della sua ala militare, la Resistenza Islamica, non fu annunciata che il 16 febbraio 1985, in una “Lettera agli oppressi del Libano e del mondo intero”.
Struttura e poteri
Dal 1985 Hezbollah ha sviluppato una struttura interna complessa. Negli anni ‘80 fu formato un Consiglio religioso che riuniva importanti dirigenti, chiamato “majlis-al-shura” (majlis-al-shura= Consiglio della concertazione e del consenso ndt). Questo consiglio composto da sette membri, si arricchì di varie derivazioni che si occupavano dei diversi aspetti del funzionamento del gruppo, con comitati per le questioni finanziarie, giuridiche, sociali, politiche e militari. Esistevano anche Consigli locali, a Beirut, nella Bekaa e nel sud. Verso la fine della guerra civile libanese, avendo iniziato Hezbollah a prendere parte alla vita politica dello Stato, furono istituiti altri organismi di decisione politica: un Consiglio esecutivo ed un Ufficio politico. Sayyid Muhammad Husayn Fadlallah è spesso individuato come il “capo spirituale” di Hezbollah. Tuttavia, tanto lui stesso quanto il Partito hanno più volte negato questo ruolo e, di fatto, c’è stata, per un certo tempo, una rottura con il Partito, sulla natura della istituzione islamica sciita della “marja’iyya”. La marja’iyya si riferisce alla pratica e all’istituzione consistente nel seguire o imitare un marja’iyya al-taqlid, vale a dire un erudito mussulmano sciita degno di essere imitato. Fadlallah ritiene che i teologi debbano operare in tutte le istituzioni e che non debbano aderire a partiti politici, né essere coinvolti nelle attività volgari di governo delle cose terrene. In questo è molto vicino alla dottrina tradizionale sciita, e molto lontana dal concetto di “velayat-e-faqih” (il governo dei sacerdoti –espressione persiana ndt) sostenuto dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini, dell’Iran. Hezbollah ed il suo majlis-al-shura (il suo Consiglio consultivo) entrano in contrasto con l’Ayatollah Ali Khamenei, il successore di Khomeini, nella sua veste di dirigente supremo della Repubblica islamica dell’Iran. Ma, a livello individuale, i seguaci o i membri del Partito sono liberi di scegliere quale marja’ (esempio) seguire, e molti preferiscono prendere a modello Fadlallah, piuttosto che Khamenei. E’ importante tener presente che (per ogni sciita, in questo caso libanese) l’appartenenza politica e l’emulazione religiosa sono due cose separate, indipendenti l’una dall’altra, che possono o no coincidere nella stessa persona.
Sayyid Hasan Nasrallah è l’attuale dirigente politico di Hezbollah. Benché sia lui stesso teologo e abbia fatto anche lui i suoi studi a Najaf, non ha abbastanza prestigio per essere ritenuto un marja’iyya, ed è anche lui un discepolo religioso di Khamenei. Nasrallah è diventato Segretario generale di Hezbollah nel 1992, dopo che Israele aveva assassinato il suo predecessore, Sayyid ‘Abbas Musawi (insieme a sua moglie e a suo figlio di cinque anni). Nasrallah è generalmente considerato, nel Libano, un dirigente che “dice le cose come stanno”, anche da quelli che non condividono l’ideologia e le azioni del Partito. E’ sotto la sua direzione che Hezbollah ha cominciato ad operare all’interno dello Stato ed a partecipare alle elezioni – una decisione che ha determinato la fuoriuscita dei sacerdoti più rivoluzionari dalla direzione del Partito.
Hezbollah e gli Stati Uniti
Negli Stati Uniti Hezbollah è generalmente associato agli attentati dinamitardi che distrussero, nel 1983, l’Ambasciata americana, la caserma dei marines e il QG di una forza multinazionale sotto la direzione francese a Beirut. Il secondo di questi attentati ebbe come conseguenza l’immediata partenza dell’esercito americano dal Libano. Il movimento è anche citato dal Dipartimento di Stato in relazione ai rapimenti di occidentali in Libano ed alla crisi degli ostaggi che portò allo scandalo Iran-Contra, al dirottamento di un volo della TWA nel 1985 e agli attentati dinamitardi contro l’ambasciata di Israele ed un centro culturale a Buenos-Aires all’inizio degli anni ‘90. In base a questi sospetti viene motivata la presenza del nome di Hezbollah sulla lista delle organizzazioni terroriste tenuta dal Dipartimento di Stato. Nel 2002, il vice-segretario di Stato Richard Armitage diede una definizione di Hezbollah rimasta celebre: “E’ una banda di terroristi”, capace di “colpire in ogni parte del mondo”. Secondo il suo parere “al-Qa’ida è forse solo un gruppo di serie B in materia di terrorismo”. L’implicazione di Hezbollah in questi attentati rimane tuttavia controversa. Anche se fosse dimostrata, risulterebbe nondimeno sbagliato quanto stupido relegare Hezbollah nella categoria “terroristi”. E questo per diverse ragioni. Innanzitutto l’attività militare di Hezbollah è stata fondamentalmente volta a porre fine all'occupazione israeliana del sud del Libano. Dopo il ritiro di Israele, nel maggio 2001, i membri di Hezbollah hanno operato per lo più all'interno di “regole del gioco” tacite ma reciprocamente condivise negli scontri di confine di bassa intensità, evitando le vittime civili. In seguito, Hezbollah si è evoluto ed è cambiato notevolmente dalla sua creazione: è diventato al tempo stesso un partito politico libanese riconosciuto ed una organizzazione – ombrello che raccoglie sotto di sé una moltitudine di organismi sociali. L’altro pretesto invocato per inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste è la convinzione che questo gruppo abbia organizzato numerosi “attentati kamikaze” o “operazioni di martiri”. In realtà, sulle centinaia di operazioni militari intraprese da questa formazione durante l'invasione e l'occupazione del Libano, solo dodici implicavano la morte intenzionale di un combattente di Hezbollah. Si tratta come minimo della metà degli “attentati suicidi” effettuati da membri di partito laici e di sinistra contro le forze di occupazione nel Libano. Infine, terza ragione, per gli Stati Uniti, per qualificare Hezbollah come organizzazione terrorista è la convinzione che esso abbia come scopo ultimo la distruzione di Israele, o della “Palestina occupata”, come viene definita nella propaganda del Partito. Questo obiettivo è sostenuto dalla Lettera aperta del 1985, che contiene espressioni come: “il ritiro definitivo di Israele dal Libano è l’inizio della sua cancellazione definitiva dalle carte geografiche e della liberazione della venerabile Gerusalemme dal giogo dell'occupazione”. Ci si dovrebbe però interrogare sull’effettiva realizzabilità di tale progetto, soprattutto in ragione dell'immensa asimmetria tra le parti in termini di potenza militare e di potenza distruttrice attualmente disponibile. Gli attacchi con i razzi da parte di Hezbollah, nel mese di luglio 2006, cominciati dopo l'inizio dei bombardamenti israeliani sul Libano, hanno ucciso finora 19 civili e danneggiato diversi edifici- ma questo non è niente in confronto alle devastazioni e ai morti causati nel Libano dall'aviazione israeliana. Fino al maggio 2000 quasi tutta l'attività militare di Hezbollah si è limitata a liberare il territorio libanese dall'occupazione israeliana. Gli attacchi di confine, dal maggio 2000 al luglio 2006, consistevano in operazioni limitate di ordine tattico (Israele non ha d'altra parte nemmeno risposto a questi attacchi).
Il documento fondativo di Hezbollah afferma, tra l’altro: noi non riconosciamo alcun trattato con Israele, nessun cessate-il fuoco ed alcun accordo di pace, né bilaterale, né globale”. Questo linguaggio era stato adottato nel periodo in cui l'invasione del Libano da parte di Israele aveva appena provocato la creazione della milizia di Hezbollah. Augustus R. Norton, autore di varie opere ed articoli dedicati ad Hezbollah, rileva che “ anche se le ostilità da parte di Hezbollah verso Israele non possono ancora essere messe da parte, di fatto questi negozia, tacitamente, da anni, con Israele”. Le trattative indirette di Hezbollah con Israele, nel 1996 e nel 2004, così come la volontà dichiarata di arrivare oggi ad uno scambio di prigionieri, denotano un certo realismo da parte della direzione di questo partito.
La resistenza, la politica e le regole del gioco
Nel 1985 Israele si ritirò da gran parte del territorio libanese, ma continuò ad occupare il sud del paese, controllando circa un decimo del Libano, utilizzando contemporaneamente soldati israeliani e truppe suppletive libanesi, l’Armata del Libano del sud (ASL). La Resistenza Islamica di Hezbollah prese la direzione delle operazioni, anche se altri contingenti partecipavano alla lotta conto l’occupante. Il Partito combatteva inoltre per difendere e rappresentare gli interessi sciiti nella politica libanese. La guerra civile libanese ebbe termine nel 1990, dopo la firma, l’anno precedente, degli accordi di Ta’if. Questi accordi rappresentavano una variante del Patto nazionale, accordando più potere al Primo Ministro ed aumentando il numero dei ministri mussulmani al Governo. Ma pur se l’effettiva forza numerica o religiosa delle diverse componenti della popolazione libanese rimane questione controversa, gli analisti più prudenti stimano che alla fine della guerra civile, i mussulmani sciiti rappresentavano almeno un terzo della popolazione, cioè la più importante comunità religiosa. Altre stime risultano ancora più elevate. Nel 1992, quando furono tenute nel Libano le prime elezioni dopo la guerra civile, diverse milizie (che, molto spesso, derivavano da partiti politici) riacquistarono il loro status di partito politico, e parteciparono alle elezioni. Hezbollah decise, anch’esso, di prendervi parte, dichiarando la propria intenzione di lavorare all’interno del sistema politico libanese esistente, pur conservando le proprie armi al fine di proseguire la propria campagna di guerriglia contro l’occupazione israeliana nel sud, così come previsto dagli accordi di Ta’if. A queste prime elezioni il Partito otteneva otto seggi, cosa che gli conferiva il più importante gruppo parlamentare, forte di centoventotto seggi, avendo i suoi alleati riportato quattro seggi supplementari. Da allora Hezbollah si è guadagnata la reputazione - anche presso quelli che rifiutano con forza la sua ideologia- di partito politico “pulito” e competente, sia a livello nazionale che locale. Questo tipo di reputazione è particolarmente apprezzabile in Libano, dove la corruzione politica è riconosciuta e tollerata, dove il clientelismo è la norma e le cariche politiche sono molto spesso ereditarie. Come categoria i parlamentari libanesi costituiscono il corpo legislativo più fortunato del mondo. La politica del Partito, pur generalmente rispettata, vede variare nel corso degli anni il sostegno nazionale alle azioni della Resistenza Islamica, nel sud. Gli attacchi israeliani contro i civili e le infrastrutture del Libano - fra cui la distruzione di centrali elettriche, a Beirut, nel 1996, 1999 e 2000 - hanno contribuito generalmente al rafforzamento del sostegno nazionale alla Resistenza. Questo in particolare accadeva dopo il bombardamento, da parte di Israele, di un rifugio dell’ONU, in cui civili avevano trovato riparo, a Qana, il 18 aprile 1996, che provocò la morte di 106 persone. L’occupazione del sud del Libano fu particolarmente costosa per Israele. Nel 1999 il primo ministro israeliano Ehud Barak nel 1999 inserì il ritiro dal sud del Libano nel suo programma elettorale, in seguito annunciò che il ritiro sarebbe stato effettuato nel luglio 2000. Un mese e mezzo dopo la data ultima annunciata, a seguito di diserzioni nell’ALS e della rottura delle possibili trattative con la Siria, Barak diede l’ordine di un ritiro frettoloso dal Libano, che prese molti di sorpresa. Il 24 maggio 2000, alle tre del mattino, l’ultimo soldato israeliano lasciava il suolo libanese e chiudeva dietro di sé il cancello del punto di frontiera di Fatima. Numerosi osservatori predissero che l’anarchia, la violenza settaria ed il caos sarebbero arrivati a riempire il vuoto lasciato dietro di sé dalle forze israeliane di occupazione e l’ALS, il quale non tardò a disperdersi. Queste predizioni furono smentite da Hezbollah, che riuscì a mantenere l’ordine nella regione di confine.
Nonostante il ritiro israeliano, un conflitto territoriale rimane aperto: esso riguarda una zona di qualche chilometro quadrato, chiamata “Le fattorie di Shebaa”, rimaste sotto l’occupazione israeliana. Il Libano e la Siria affermano che il lato delle colline è territorio libanese, mentre Israele e l’ONU dichiarano che è parte costitutiva delle Alture del Golan e che esso appartiene, di conseguenza, alla Siria (benché occupato da Israele ). Dal 2000 il Libano attende peraltro che Israele gli consegni la mappa indicante la localizzazione di qualcosa come 300.000 mine installate dall’esercito israeliano nel sud del Libano. “Regole del gioco” tacite, fondate sull’accordo di non mirare ai civili, interrotte dopo il bombardamento di Qana nel 1996, hanno caratterizzato lo scontro di confine israelo-libanese dall’anno 2000. Gli attacchi di Hezbollah contro le postazioni militari israeliane nelle fattorie di Shebaa occupate, per esempio, ricevevano come risposta un bombardamento israeliano limitato ad avamposti di Hezbollah e qualche superamento del muro del suono da parte degli aerei di guerra israeliani sul territorio libanese. Entrambi gli schieramenti, all’occasione, hanno violato queste “regole del gioco”. Tuttavia i rapporti sulle violazioni di confine riportati dagli osservatori dell’ONU indicano che Israele ha violato dieci volte di più rispetto ad Hezbollah la linea blu che contrassegna la frontiera tra i due paesi. Le forze israeliane hanno deportato pastori e pescatori libanesi: Hezbollah ha rapito un uomo d’affari israeliano in Libano, nell’ottobre 2000, ritenendolo una spia. Nel gennaio 2004, attraverso la mediazione di intermediari tedeschi, Hezbollah ed Israele concludevano un trattato in base al quale Israele avrebbe liberato centinaia di prigionieri libanesi e palestinesi, in cambio di quest’uomo d’affari e dei corpi dei tre soldati israeliani. All’ultimo minuto, i responsabili israeliani respingevano l’ordinanza della Corte suprema israeliana, e rifiutavano di riconsegnare i tre ultimi prigionieri libanesi, tra cui Samir al-Qantar, il prigioniero di “più vecchia data”, incarcerato da ventisette anni per aver ucciso tre israeliani dopo essersi infiltrato attraverso la frontiera in territorio israeliano. Hezbollah si è impegnato a raprire nuove trattative, in qualsiasi modo, quando ciò si rivelerà opportuno.
Il nazionalismo di Hezbollah
Come già detto Hezbollah segue ufficialmente Khamenei nel quale vede il marja’ del Partito, ed intrattiene relazioni amichevoli con l’Iran dagli anni ‘80, epoca in cui questo paese ha contribuito ad armare ed avviare la milizia che sarebbe diventata Hezbollah. Si consulta regolarmente con i dirigenti Iraniani, e riceve un aiuto economico di un importo imprecisato. L’Iran ha peraltro continuato ad aiutare militarmente la Resistenza Islamica, fornendo in particolare razzi dal suo arsenale. Queste relazioni, tuttavia, non significano affatto che l’Iran determini in qualche modo la politica di Hezbollah né le sue prese di posizione, né che esso sia in grado di controllare le azioni di questo partito. D’altronde i tentativi Iraniani di infondere tra i miliziani sciiti libanesi un’identità pan-sciita di tipo Irano-centrica, si sono scontrati con la loro identità araba e non hanno fatto che rinforzare il nazionalismo libanese dello stesso Hezbollah. E’ pressappoco ciò che si è verificato con la Siria, spesso considerata talmente vicina ad Hezbollah che la milizia di questo partito è spesso considerata la “carta libanese” della Siria nei suoi sforzi per riprendere il controllo delle alture del Golan dalle mani di Israele. Anche se Hezbollah intrattiene delle buone relazioni con il governo Siriano, la Siria non controlla né tantomeno detta le decisioni o le azioni di Hezbollah: le decisioni del Partito vengono prese in maniera indipendente, in accordo con l’analisi che Hezbollah fa degli interessi del Libano e dei propri in seno alla politica libanese. Dopo l’uccisione dell’ex primo ministro libanese Rafiq al-Hariri, nel febbraio 2005, e dopo il ritiro Siriano dal Libano che ne seguì, la posizione di Hezbollah è spesso stata definita, erroneamente, come “pro-siriana”. In realtà, la propaganda del Partito è stata scelta con cura al fine di non fare opposizione al ritiro Siriano, ed in modo da farlo passare per un ritiro che non portava alla rottura dei legami con il Libano, e che si sarebbe svolto in un’atmosfera piena di “gratitudine” verso la Siria. Non è dubbio che Hezbollah sia un partito nazionalista. La sua visione del nazionalismo differisce da quella di molti libanesi, ed in particolare dal nazionalismo “fenicio”, seguito dalla destra cristiano-maronita, e anche dal nazionalismo neo-liberale del partito di Hariri, sostenuto dagli Stati Uniti,. Hezbollah professa un nazionalismo che considera il Libano come uno Stato arabo che non può disinteressarsi di cause come quella palestinese. La sua ideologia politica conserva un aspetto esteriore di tipo islamico. La Lettera aperta del 1985 afferma l’aspirazione del Partito a creare uno Stato islamico, ma solo attraverso la volontà popolare. “Noi non vogliamo un Islam che regni nel Libano con la forza”, indica infatti il documento. La decisione presa dal Partito di partecipare alle elezioni del 1992 ha evidenziato la sua volontà di operare in seno alle istituzioni dello Stato libanese, ed ha segnato, peraltro, lo spostamento della centralità politica da una resistenza panislamica ad Israele ad una politica all’interno dello stato libanese. Di più, dal 1992, i dirigenti di Hezbollah hanno frequentemente riconosciuto le caratteristiche proprie della società multireligiosa libanese così come l’importanza della coesistenza intercomunitaria e del pluralismo in questo paese. Da notare anche che molti degli elettori di Hezbollah non desiderano vivere in uno Stato islamico. Ciò che essi in realtà vogliono è che il Partito Hezbollah difenda i loro interessi e li rappresenti in seno ad un Libano pluralista. La natura nazionalista del Partito si è rafforzata man mano, a partire dalla transizione di Hezbollah da milizia di resistenza quale era a partito politico e non solo. Dopo il ritiro Siriano, è divenuto evidente che questo partito avrebbe giocato un ruolo più importante nel governo libanese. In effetti, in occasione delle elezioni del 2005, Hezbollah ha accresciuto la sua rappresentanza parlamentare, passando a quattordici seggi, in seno ad un blocco parlamentare con altri partiti che ne hanno riportato trentacinque. Sempre nel 2005, per la prima volta, il Partito ha deciso di far parte del Governo, e detiene attualmente il Ministero dell’energia. Hezbollah non considera la propria partecipazione al governo in alcun modo in contrasto con il mantenimento del suo status di milizia non statale. In effetti il primo punto del programma elettorale di Hezbollah, nel 2005, era un appello a “salvaguardare l’indipendenza del Libano ed a proteggerlo contro la minaccia israeliana mantenendo la resistenza, conservando l’ala militare di Hezbollah ed il suo armamento, per raggiungere la liberazione totale dei territori libanesi ancora occupati”. Questa posizione pone il Partito in contrasto con la risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che nel settembre 2004 imponeva lo smantellamento ed il disarmo di tutte le milizie libanesi e non”, e anche con quelle forze politiche che, nel Libano, cercano di far applicare detta risoluzione. Prima degli attuali avvenimenti (luglio 2006), Nasrallah ed altri dirigenti del Partito hanno partecipato ad una serie di incontri di “dialogo nazionale” per discutere i termini per un disarmo di Hezbollah. Questo dialogo non era arrivato ad alcuna conclusione prima dello scoppio delle violenze attuali, in parte per la determinazione da parte di Hezbollah nell’affermare la necessità delle proprie armi per assicurare la difesa del Libano. Ma questo partito ha anche una piattaforma sociale, e si considera rappresentante non solo dei libanesi sciiti, ma più generalmente tutti i libanesi poveri. La milizia Amal creata da Sayyid Musa al-sadr si era anch’essa trasformata in partito politico, principale rivale politico di Hezbollah tra gli sciiti libanesi, benché oggi lavorino in collaborazione. Nadhi Berri, da molto tempo Presidente del Parlamento, e capo di Amal, è l’intermediario tra Hezbollah e i diplomatici che cercano le condizioni di un cessate il fuoco e di uno scambio di prigionieri. Il Partito mette in atto d’altronde il gioco politico abituale in Libano, che vuole che i candidati puntino su alleanze regionali multireligiose, piuttosto che su singoli individui e si allea, seppur transitoriamente, con uomini politici che non sostengono necessariamente il suo programma. In occasione delle elezioni parlamentari del 2005, il candidato sunnita, sulla lista di Hezbollah a Saida (Sidone) era Bahiyya al-Hariri, la sorella dell’anziano Primo Ministro libanese assassinato. Dopo le elezioni, il più potente alleato del movimento sciita è l’anziano generale Michel Aoun, personaggio “anti-Siriano” per eccellenza nella politica libanese. Il movimento di Aoun, vicino ad Hezbollah, apportò un importante contributo alle imponenti manifestazioni organizzate il 10 maggio scorso a Beirut, per protestare contro i progetti di privatizzazione del Governo, in procinto di attuare numerose soppressioni di posti di lavoro nel settore pubblico libanese.
Azione sociale
Tra le altre conseguenze della guerra civile libanese troviamo la stagnazione economica, la corruzione governativa ed un fossato che va allargandosi tra una classe media sempre più ristretta ed i poveri sempre più numerosi. I quartieri sciiti di Beirut dovevano far fronte anche ai massicci esodi di popolazioni provenienti dal sud e dalla valle della Bekaa. In questa situazione economica, il clientelismo comunitario diventa un mezzo indispensabile per la sopravvivenza. Una rete sociale mussulmana sciita si è sviluppata, nel corso degli anni ’70 e ‘80, con dei soggetti chiave tra cui Al-sadr, Fadlallah ed Hezbollah. Oggi Hezbollah rappresenta un’organizzazione-ombrello sotto la quale sono gestite molte istituzioni sociali. Alcune tra loro apportano sussidi mensili ed assicurano un aiuto nel campo alimentare, educativo, abitativo e sanitario alla popolazione diseredata; altre si dedicano al sostegno degli orfani; altre ancora si dedicano alla ricostruzione delle zone danneggiate dalla guerra. Ci sono anche scuole patrocinate da Hezbollah, cliniche ed ospedali quasi gratuiti. C’è anche una scuola specializzata nell’accoglienza dei bambini affetti da sindrome di Down. Queste istituzioni sociali sono presenti dappertutto nel Libano e sono al servizio della popolazione locale, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, anche se risultano particolarmente concentrate nelle regioni sciite del paese. Per la quasi totalità vengono gestite in maniera disinteressata da volontari, in particolare da donne, ed il maggior finanziamento proviene da donazioni individuali, da borse di patrocinio per orfani e dal denaro del culto. I mussulmani sciiti versano ogni anno un “denaro del culto” chiamato “khums”, che significa “il quinto”, corrispondente effettivamente al quinto delle loro economie, sottratte le spese correnti. La metà di questo denaro del culto è destinata al mantenimento del marja’ al quale essi aderiscono. Dal 1995, anno in cui Khamenei ha nominato Nasrallah ed un altro dirigente di Hezbollah quali suoi rappresentanti religiosi nel Libano, gli introiti del “khums” degli sciiti libanesi seguaci di Khamenei sono affluiti direttamente nei capaci /capienti forzieri di Hezbollah. Questi sciiti donano alla vasta rete di istituzioni sociali locali di Hezbollah anche il loro “zakat”, vale a dire l’elemosina richiesta a tutti i mussulmani nella misura in cui possono donarla. Il sostegno finanziario più consistente proviene da sciiti libanesi che vivono all’estero.
Chi sostiene Hezbollah?
Dato che l’”eliminazione “ di Hezbollah dal Sud del Libano è uno degli scopi dichiarati dell’attuale guerra condotta da Israele, è fondamentale rilevare che questo partito gode di un sostegno molto ampio, non solo nel Sud, ma nell’intero Paese, di un sostegno che non dipende affatto dall’appartenenza alle comunità. Essere nato in una famiglia mussulmana sciita, se non addirittura essere un mussulmano sciita devoto e praticante, non determina in nessun modo l’appartenenza politica. Nemmeno lo status socio-economico incide più di tanto su questo. Si ritiene a volte che Hezbollah si serva delle sue organizzazioni sociali per acquistare consenso, o che queste organizzazioni non siano altro che coperture per attività “terroriste”. Questo modo di rappresentare le cose denota una visione semplicistica di quello che è realmente questo partito. Una lettura più attenta e precisa suggerisce che la popolarità di cui gode questo partito è fondata in parte sulla sua attenzione ai poveri, ma anche sul suo programma politico e sulle sue realizzazioni nel Libano, sulla sua ideologia islamica, e sulla sua resistenza all’occupazione del Libano e alle violazioni della propria sovranità da parte di Israele.
La popolarità di Hezbollah è basata su una combinazione di ideologia, di resistenza e di una spinta allo sviluppo socio-economico. Per alcuni, l’ideologia di Hezbollah è considerata una valida alternativa a un governo libanese sostenuto dagli Stati Uniti e ai suoi progetti economici neo-liberisti nel Libano, così come una opposizione al ruolo giocato dagli Stati Uniti nel Medio Oriente. I suoi elettori non sono solo i poveri, ma sempre più libanesi appartenenti alle classi medie, e vi si trovano anche molti libanesi estremamente mobili ed altamente istruiti. Molti dei suoi affiliati sono mussulmani sciiti, ma ci sono anche molti libanesi appartenenti ad altre comunità religiose, che sostengono questo partito e/o la Resistenza Islamica. “Partigiano di Hezbollah” è in sé un’espressione che non potrebbe essere più vaga. Vi rientrano membri ufficiali del Partito e/o della Resistenza Islamica; volontari operanti nelle organizzazioni sociali affiliate al Partito; quelli che hanno votato per Hezbollah alle ultime elezioni; quelli che sostengono la Resistenza Islamica nel conflitto attuale, che siano o meno d’accordo con la sua ideologia. Pretendere di sgombrare il Sud del Libano da Hezbollah, farne il proprio obiettivo, rischia di arrivare a spopolare totalmente il Sud, il che equivarrebbe ad una pulizia etnica della regione.
Nel conflitto attuale, quando l’opinione pubblica sembra divisa sulla questione se incriminare Hezbollah o Israele per la devastazione che si è abbattuta sul Paese, questa divisione non segue necessariamente linee di divisione confessionale. Più importante: ci sono molti libanesi che non sono d’accordo con l’ideologia islamica di Hezbollah, o con il suo programma politico, e che pensano che la sua operazione del 12 luglio (comportante in particolare il rapimento dei due soldati israeliani ndt) sia stata un errore, ma che sostengono la Resistenza Islamica e che vedono in Israele il loro nemico. Queste posizioni non sono affatto in contraddizione tra loro. Uno degli effetti dei bombardamenti israeliani su alcuni quartieri mirati di Beirut è stato quello di accentuare i conflitti di classe in Libano, cosa che non farà che aumentare la popolarità di Hezbollah tra i libanesi che già si sentivano esclusi dal tipo di ricostruzione e di sviluppo messo in atto da Hariri.
Le violenze attuali
Il 12 luglio alcuni militanti di Hezbollah hanno attaccato un convoglio dell’esercito israeliano, e catturato due soldati. Il Partito ha dichiarato di averli catturati per usarli come mezzo di scambio al momento dei negoziati indiretti per la liberazione dei tre prigionieri libanesi detenuti senza processo e contro la pronuncia della Corte suprema di Israele. Come già detto, esistono dei precedenti di negoziati di questa natura. Il raid di Hezbollah era stato pianificato da mesi, ed il Partito aveva fatto perlomeno già un tentativo che mirava alla cattura di soldati israeliani. Nasrallah aveva già precedentemente dichiarato che l’anno 2006 sarebbe stato l’anno in cui avrebbero avuto luogo i negoziati per la liberazione dei tre prigionieri libanesi rimasti nelle carceri israeliane. Egli ha anche dichiarato, nel corso di un’intervista diffusa il 20 luglio dal canale arabo Al-Jazeerah, che altri dirigenti, nel Libano, erano al corrente della sua intenzione di dare l’ordine di un tentativo di cattura (di soldati israeliani), benché questi non fossero al corrente dei dettagli di questa operazione in particolare.
Dopo la cattura dei suoi (due) soldati, Israele ha scatenato l’attacco aereo contro le città e l’insieme delle infrastrutture del Libano in una misura mai vista dall’invasione del Libano del 1982. L’attacco è stato accompagnato da un blocco navale, poi, più recentemente, da un’incursione terrestre. L’invasione terrestre è stata fortemente contrastata dai combattenti di Hezbollah, così come da quelli degli altri partiti. Tanto il Partito comunista libanese che il Partito Amal riferiscono dell’uccisione di combattenti provenienti dalle loro fila nella battaglia. Sono almeno 516 i libanesi che hanno perso la vita, per la maggior parte civili; il bilancio dei morti comunicato dal governo libanese si attesta su 750 persone, come minimo. Un calcolo dell’ONU indica che un terzo delle vittime sono bambini. In molti casi degli abitanti che erano stati avvertiti da Israele tramite volantini lanciati da aerei, o da messaggi telefonici automatici di abbandonare le loro case che stavano per essere bombardate, sono stati uccisi sulle strade qualche istante dopo: gli Israeliani avevano preso le loro auto come bersaglio. Il 30 luglio alcuni aerei israeliani hanno bombardato uno stabile di tre piani utilizzato come rifugio a Qana, uccidendo almeno 57 civili (numero di vittime corretto al ribasso il 3 agosto, ndt), facendo tornare alla memoria il massacro perpetrato nello stesso luogo nel 1996. Il governo libanese stima che 2000 persone sono state ferite dal 12 luglio, mentre non meno di 750.000 sono state costrette a lasciare le loro case. Hezbollah ha risposto praticamente dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliani, lanciando centinaia di razzi su Israele, uccidendo finora 19 civili israeliani. Da registrare anche 33 soldati israeliani uccisi nei combattimenti. Nel Libano, in particolare nel Sud, interi villaggi sono stati rasi al suolo dalla bombe, così come interi quartieri nelle periferie del Sud di Beirut, le piste e le riserve di kerosene dell’aeroporto internazionale di Beirut. Le strade, i porti, le centrali elettriche, i ponti, le stazioni di servizio, così come i camions che trasportavano medicinali, ambulanze e minibus pieni di civili sono stati presi come bersaglio e distrutti. L’ONU ha lanciato l’allarme di una crisi umanitaria, ed ha comunicato che sono in corso inchieste sui crimini di guerra dopo gli attacchi ai civili sia nel Libano che in Israele. L’associazione Human Rights Watch ha documentato l’uso da parte di Israele di armi clusters (bombe a grappolo), ritenendo che “violino l’interdizione di attacchi indiscriminati sancita dal diritto umanitario”, dato che le “piccole bombe a grappolo”, largamente utilizzate nei bombardamenti, spesso non esplodendo, come dovrebbero al momento del loro impatto, divengono di fatto delle mine terrestri. Testimoni oculari, a Beirut, hanno raccontato che il tipo di distruzioni, nei quartieri duramente bombardati, ricorda quelle causate dalle armi termonucleari, o dalle “bombe a vuoto”, i cui effetti di risucchio provocano accecamento. I medici libanesi che ricevono i corpi dei morti e dei feriti ritengono che le bombe israeliane potrebbero contenere fosforo bianco, una sostanza che, se utilizzata in caso di operazioni offensive, è considerata un’arma chimica proibita.
Lo scopo dichiarato inizialmente da Israele, di arrivare alla liberazione dei due soldati catturati, è scomparso dai discorsi ufficiali israeliani, cedendo il posto a due nuovi obiettivi: il disarmo, o perlomeno l’“indebolimento” della milizia di Hezbollah, e la sua cacciata dal Sud del Libano. Secondo un articolo pubblicato il 21 luglio sul quotidiano americano San Francisco Chronicle, “un alto responsabile dell’esercito israeliano” ha presentato a diplomatici americani e di altri paesi, più di un anno prima che Hezbollah catturasse i due soldati israeliani, alcuni piani per un’offensiva avente questi stessi obiettivi. Pur in piena violazione di numerose risoluzioni dell’ONU, l’esercito israeliano sembra tentare, da solo - con l’unico sostegno degli Stati Uniti - di far applicare la Risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Non si comprende in che modo il bombardamento aereo di infrastrutture del Libano e l’uccisione di civili libanesi possa contribuire in qualche misura alla realizzazione di questi obiettivi, tanto più che il sostegno a Hezbollah e alla Resistenza Islamica sembra aumentare. Per molti libanesi oggi la rabbia contro le sopraffazioni di Israele prevale sul disaccordo ideologico con Hezbollah. Di conseguenza è prevedibile che il sostegno di cui gode questo partito vada via via aumentando.