www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 23-04-08 - n. 224

da Partito Comunista Libanese - www.lcparty.org/080418-2.html
 
Il Libano in ostaggio
 
Marie Nassif-Debs
Beirut, 11/04/2008
 
Fra il 13 aprile 1975 ed il 13 aprile 2008
 
Domenica 13 aprile 1975, la guerra civile che covava sotto la cenere da un anno o quasi, esplodeva ad Aïn Ar-Roummanah, una delle regioni ad est della capitale libanese Beirut. Il pretesto: il passaggio di un autobus che trasportava alcuni palestinesi e libanesi lontano dalle strade “permesse” per i loro spostamenti tra i campi di Tal Zaatar a nord, ed i due di Sabra e Chatila a sud. Questa guerra omicida, che durò quindici anni, non lasciò che morte e distruzione [1], tanto più che fu sostenuta da tre grandi aggressioni israeliane di cui una, quella dell'estate 1982, si estese fino a Beirut e permise, per un breve periodo, l'arrivo al potere di un signore della guerra fedele agli Stati Uniti ed amico incondizionato d’Israele, Béchir Gemayel, fratello minore di un altro presidente, Amine Gemayel, non meno fedele a Washington.
 
Quale era l'obiettivo principale di questa guerra civile e cosa la lega a ciò che attualmente accade in Libano?
 
I progetti di Rogers e Kissinger
 
La risposta alla prima parte dalla domanda sta nei piani statunitensi per l’intera regione araba, che era in quel momento divisa tra l’influenza di Washington e quella di Mosca. Risiede anche negli sviluppi che precedettero e seguirono di poco la “Guerra dei sei giorni”, nel 1967 [2], di cui i due più importanti erano: il dominio di Washington sul petrolio del Golfo [3], eccetto quello dell'Iraq; il raggruppamento delle forze dell'OLP [4] in Libano, conseguenza di una sanguinosa guerra finanziata dagli Stati Uniti e condotta, nel settembre 1970, dal regime hashemita di Giordania.
 
I piani “Rogers” e “Kissinger”, dal nome di chi li aveva elaborati, miravano a ridisegnare i conflitti inter-arabi, per ritracciare le frontiere dei paesi arabi orientali (Libano, Siria e Giordania) in senso favorevole agli interessi d'Israele e consolidare l’influenza delle grandi società petrolifere statunitensi sull'insieme dei giacimenti arabi d’oro nero.
 
Il “Piano Kissinger”, soprattutto, era molto esplicito sulle priorità di Washington tra cui, in primo luogo, il frazionamento dell'Oriente e del Golfo arabi in un mosaico di mini-stati traballanti e rivali, che per sopravvivere necessitassero dell'appoggio dell'amministrazione statunitense la quale, con l'aiuto d’Israele ed anche dello Scià dell'Iran, avrebbe potuto dominare tutta la regione della produzione di petrolio e le vie per il suo trasporto verso l'Occidente, attraverso l’oleodotto di Haïfa (più quello di Tripoli). Del resto, questo piano aveva realizzato un notevole passo avanti alcuni anni dopo la morte del leader egiziano Gamal Abdel-Nasser, poiché il nuovo presidente di questo paese aveva dapprima, in seguito alla guerra del Kippour nel 1973, posto fine all'alleanza con Mosca per recarsi, poi, a Tel Aviv, per incontrare il proprio omologo israeliano e firmare a Camp David una pace separata con Israele, mettendo così fuori gioco la più grande potenza militare ed economica araba.
 
OLP e sinistra libanese
 
Un solo ostacolo frenava il progetto di Washington: il rifiuto del Libano e delle sue due componenti, OLP e sinistra libanese.
La prima si era installata, dal 1970, su tutta la frontiera sud con Israele. La seconda era diventata alquanto importante nel paese, particolarmente al sud dove aveva guadagnato interi villaggi, base per la successiva creazione della “Guardia patriottica” e delle “Forze degli Ansar” [5], con compiti di difesa del territorio libanese contro le incursioni militari israeliane.
Come eliminare questi due intralci se non con la guerra civile? Tanto più che alcuni leader dell'OLP avevano commesso un grande errore intromettendosi negli affari interni libanesi, creando così animosità nella minoranza “cristiana” che cominciò, in un paese basato sul confessionalismo politico, a vedere nell'OLP un esercito “musulmano” in grado di rovesciare l'equilibrio scaturito dal mandato francese del 1943, quindi di minacciare i privilegi di cui godevano i cristiani libanesi in seno al potere.
 
Il “nuovo Medio Oriente”
 
Se oggi ricordiamo questi fatti, è perché la regione si trova di nuovo in una situazione simile a quella che aveva vissuto durante gli anni settanta.
Gli Stati Uniti, in seguito all'implosione dell'Unione Sovietica, hanno rilanciato il “Progetto Kissinger”, però trasformato e ringiovanito, sotto il nome di “Progetto del nuovo Medio Oriente”. Erano convinti che l'occupazione dell'Iraq avrebbe aperto loro tutte le strade verso la sua realizzazione, poiché fuori della loro sfera d’influenza sarebbe rimasta, momentaneamente, solo la Siria.
 
Tuttavia, non avevano nuovamente fatto i conti con le due Resistenze sempre presenti nella regione, la libanese, diretta adesso da Hezbollah, e la palestinese, con alla testa il movimento di Hamas e della Jihad islamica. Entrambe amiche di Siria e Iran ed in possesso di un largo consenso tra le masse arabe, anche dal popolo di sinistra sempre attento ai cambiamenti.
 
Queste due Resistenze, più il movimento della sinistra e progressista del Libano, si sono pienamente manifestate nel 2006, resistendo all'aggressione più violenta mai condotta nella regione e gestita direttamente da Washington.
 
Ecco, dunque, perché oggi assistiamo, da parte di Stati Uniti e Israele, ad un’accelerazione dell’uso di tutte le possibili carte per mettere a tacere quelli che dicono “no” al loro progetto.
 
Per ottenere ciò, lavorano per l'internazionalizzazione ad oltranza del conflitto interno libanese, per l'introduzione sulla scena libanese del conflitto sunnita-sciita sperimentato in Iraq, per sbarrare tutte le vie d’uscita che potrebbero strappare il Libano dalla crisi nella quale si dibatte dal 2005.
 
È vero che la Siria possiede un ruolo, e non dei più marginali, nel gioco libanese attraverso le forze “amiche”. Questo è tuttavia, attualmente meno decisivo di fronte al progetto statunitense e ai mezzi a sua disposizione, a cominciare da una forte concentrazione di agenti FBI e CIA in Libano, fino alla presenza di navi da guerra davanti alle coste libanesi (l'ultima è il cacciatorpediniere USS Cole). Senza dimenticare, neppure, le quasi quotidiane dichiarazioni di G. W. Bush e della sua squadra sul “appoggio incondizionato” al governo del “amico” Fouad Sanioura, né, soprattutto, le ultime manovre israeliane [6] presso le frontiere libanesi, dirette da un ufficiale superiore statunitense e arricchite dalle minacce lanciate da differenti personalità del governo israeliano di Ehud Olmert, verso il Libano in generale, e contro Hezbollah in particolare.
 
Un avvenire buio?
 
Da questo panorama, come percepiscono i libanesi il futuro?
 
Il colore dominante è il nero. Un po’ perché le milizie hanno fatto un po' dovunque la loro riapparizione, sotto forme e colori differenti, rendendo così esplicite le dichiarazioni di guerra fatte dai differenti leader politici, tanto della maggioranza (pro statunitense e saudita) che dell'opposizione (pro siriana), ma anche perché il Libano va, da già più di sei mesi, alla deriva: non ha più il presidente della Repubblica, il suo parlamento è “chiuso” ed il suo governo monco è diventato illegale secondo la Costituzione.
 
Ogni giorno ci sono risse e scontri in differenti regioni del paese, specialmente nei quartieri della capitale Beirut. Se a ciò aggiungiamo le minacce di Washington e Tel Aviv, oltre che il peso di una crisi economica sempre più acuta, si ottiene un paese che soffoca e che si svuota. Un esempio significativo: le autorità dichiarano di aver rilasciato per il solo mese di marzo 40.000 passaporti.
 
Oltre a questo, gli arabi (il segretario generale della “Lega araba”, per primo) ed i libanesi rievocano, ora, una “estate calda” in cui il caldo degli avvenimenti bagnati di sangue ora arriverà da sud, da Israele. Aspettando, tutte le soluzioni restano bloccate… forse fino alle elezioni presidenziali statunitensi. Dunque, tutto può accadere durante quest’attesa lunga e cruciale…
 
Il 13 aprile 1975, la guerra civile fu il mezzo scelto da Washington per raggiungere un fine che si è rivelato impossibile.
Il mese d’aprile 2008 sarà, nuovamente, un mese fatidico o segnerà l'inizio di un consenso, aspettando… l'anno prossimo?
Ciò che sappiamo sulla politica di G. W. Bush e della sua amministrazione non lascia presagire una prossima distensione. Al contrario pensiamo, e le truppe rinforzate dell’UNIFIL lo pensano con noi, che le ultime manovre erano di preparazione, non un'azione preventiva.
 
La grande incognita resta la posizione dell'Unione Europea e, con lei, di Cina e Russia. Si sottometteranno una volta di più, al diktat di Washington e permetteranno una nuova aggressione contro di noi o tenteranno di stabilire un'altra politica?
 
Note
[1] più di 100.000 morti, 250.000 mutilati e feriti, alcune migliaia di scomparsi, con la completa distruzione delle infrastrutture e dell’economia, ed il trasferimento forzato tra le due zone, “cristiana” e “musulmana”, della Grande Beirut.
[2] guerra tra Israele, da una parte, ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra.
[3] controllato prima dai britannici.
[4] Organizzazione per la Liberazione della Palestina, creata nel 1965 e presieduta da Yasser Arafat fino alla sua morte.
[5] nel 1969 e nel 1970.
[6] tra martedì 8 e giovedì 10 aprile 2008.
 
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare