www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 15-05-08 - n. 228

L’inverno di Beirut

 

La crisi libanese e la polveriera mediorientale

 

di Puttini Spartaco per www.resistenze.org

 

Subito dopo la partenza dei militari siriani dal Libano, avvenuta a seguito delle denunce americane circa un possibile ruolo di Damasco nell’assassinio del primo ministro libanese Rafic Hariri, i media occidentali parlarono di “primavera di Beirut” disegnando un futuro roseo per il paese dei cedri all’indomani della fine dell’”occupazione” siriana. Gli eventi che si sono susseguiti da quel 2005 in poi hanno però delineato un quadro assai diverso: il paese si trova infatti spaccato a metà; il governo è asserragliato nei palazzi del potere a dispetto di qualsiasi manifestazione di piazza; la crisi è tracimata dal livello politico a quello istituzionale a seguito della vacanza alla presidenza della repubblica (la cui poltrona è rimasta vuota dal novembre scorso, quando scadde il mandato dell’allora capo dello Stato Emile Lahoud). Per non parlare della guerra scatenata nell’estate 2006 da Israele contro il suo piccolo vicino settentrionale, delle infiltrazioni di schegge terroristiche potenzialmente letali al delicato equilibrio interconfessionale libanese e degli spaventosi attentati che hanno mietuto numerose altre vittime politiche. Per restare sulle metafore “stagionali” sarebbe più opportuno parlare di “inverno di Beirut”. Un inverno che pare interminabile ed ostinato a non lasciare spazio al minimo segno di disgelo. Cosa succede in Libano? Che relazione corre tra le oscure trame che si dipanano nel paese arabo e gli equilibri regionali e globali? Chi ha interesse a spingere il paese dei cedri nell’abisso di una nuova guerra civile? Quali ombre proietta la questione libanese sulle vicende mondiali? L’articolo che segue tenta di ricostruire le vicende libanesi dalla fine della guerra dell’estate 2006 contro Israele all’inizio degli scontri di maggio 2008 tenendo in considerazione la storia del Libano, l’equilibrio regionale e le complesse reciprocità che caratterizzano gli attuali scenari nel Vicino Oriente. Per comprendere i rischi che corre il Libano è opportuno fare qualche passo indietro.

 

- Sulla via di Damasco

 

A seguito dell’oscuro omicidio dell’ex premier libanese Rafic Hariri venne avviata un’inchiesta internazionale, sotto la chiara pressione politica degli Stati Uniti. All’epoca venne dato ampio risalto sui media alle accuse che da più parti mirarono a coinvolgere i servizi segreti siriani nel criminoso complotto. Come è noto la commissione d’inchiesta dell’Onu venne affidata al tedesco Detlev Mehlis il quale, basandosi principalmente sulle testimonianza rese dal siriano Mohammad Zuhair as-Siddik, tentò di battere l’impervia “pista siriana” consigliando alla giustizia libanese l’incarcerazione di ben 4 generali dell’esercito libanese; gli alti ufficiali finirono dietro le sbarre alla fine dell’agosto 2005 e lì si trovano tuttora.

 

Meno fragore, tuttavia, hanno provocato i successivi sviluppi dell’affaire. I tentativi d’incolpare la Siria dell’accaduto sono finiti per il momento in un nulla di fatto (almeno dal punto di vista giuridico) mentre Mehlis ha dovuto rassegnare le sue dimissioni anche a seguito dello scandalo provocato dal fatto che alcune testimonianze risultarono poi “comprate”. Lo stesso Siddik, come hanno affermato più volte i suoi stessi famigliari, avrebbe esternato la sua gioia per essere diventato ricco. Pare in effetti che questo esule siriano, innalzato precipitosamente al rango di supertestimone, fosse già conosciuto come truffatore e falsario. Quanto alla sua collaborazione va sottolineato come le sue deposizioni presentassero ampie incongruenze. Tuttavia, nonostante queste notizie cominciassero a circolare, sulla sorte dei 4 graduati libanesi non vi furono sviluppi: lo stesso Comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite ha riconosciuto la loro incarcerazione arbitraria e “politica”. Nell’infuocato clima politico libanese la campagna per la liberazione dei 4 alti ufficiali è ripresa nel mese di marzo 2008 proprio mentre il supertestimone Siddik, rifugiatosi nel frattempo a Parigi, è stato ufficialmente dichiarato “scomparso” dalle autorità transalpine. Stando a Kouchner non vi sarebbero più tracce di lui su territorio francese a partire dal 13 marzo u.s.! I parenti dell’esule temono che sia stato eliminato ed accusano coloro i quali ne hanno voluto fare un falso testimone[1].

 

Al di là delle questioni giudiziarie di un’inchiesta che finora ha mostrato più lati oscuri che luci ci interessa qui guardare all’aspetto più propriamente politico della stessa.

 

Pur evitando di sostenere precipitosamente tesi e accuse (come troppo spesso si è fatto in questa vicenda) ci interessa soprattutto mostrare come alcuni attori regionali ed internazionali abbiano cercato di trarre profitto dalla situazione che si era venuta creando pur di raggiungere i loro scopi. Le radici del male che oggi affligge il Libano e rischia di travolgerlo nuovamente sono assai profonde e vedono un elemento di innesco proprio nello strascico politico che si è voluto imporre alla tragica scomparsa di Hariri.

 

Se dal punto di vista giuridico il tentativo di imbastire un processo alla Siria non è per ora riuscito dal punto di vista politico le pressioni esercitate su Damasco sono state tali da costringere la dirigenza siriana a ritirare la sua forza di stabilizzazione dal paese vicino. Tale passaggio ha lasciato il paese de cedri senza copertura militare di fronte alle ambizioni della leadership israeliana, che si è preparata a colpire (come si è visto nell’estate 2006).

 

Occorre infatti tenere presente quale significato aveva la presenza siriana in Libano e quale funzione ha storicamente svolto per il paese dei cedri nel recente passato.

 

Fin dalle prime avvisaglie della guerra civile che a metà degli anni ’70 travolse il Libano Damasco cercò sempre di scongiurare lo svilupparsi di un pericoloso incendio alle sue frontiere, dapprima tramite lo sviluppo di iniziative diplomatiche e successivamente non rinunciando anche ad intervenire direttamente. Nel contesto dell’equilibrio di potenza regionale successivo a Camp David (quando l’Egitto uscì dal campo arabo lasciando la Siria da sola di fronte ad Israele) la stabilità libanese divenne prioritaria per Damasco. Qualsiasi torbido nel paese vicino avrebbe potuto creare un vuoto che Israele avrebbe potuto sfruttare per spingersi in profondità nel Levante arabo e minacciare la Siria su tutto il delicato confine meridionale, ben oltre le strategiche alture del Golan. Da allora si gioca una delicata partita a scacchi che vede le strategie israeliane e statunitensi confrontarsi con il ruolo antimperialista svolto dalla Siria nella regione[2]: e il Libano si è trovato in mezzo.

 

Alla luce di queste reciprocità è forse maggiormente comprensibile il significato e l’importanza della partita che si gioca in Libano e proprio alla luce di questi elementi risultano poco credibili le accuse che sono state rivolte a Damasco in merito alle attività destabilizzatrici che negli ultimi anni hanno scosso la vita politica libanese a suon di autobombe.

 

Il Libano si trova evidentemente nel mirino di Washington ed anche attualmente riveste un particolare interesse per la politica americana riuscire a potarlo nella propria orbita. Il fatto che la scacchiera libanese rappresenti per gli Usa una delle priorità della loro agenda mediorientale (in un contesto in cui balzano agli occhi le difficoltà in Iraq e la tensione con l’Iran) la dice lunga sulla dimensione della partita politica che si sta giocando a Beirut.

 

Nel nuovo contesto regionale caratterizzato dal tentativo statunitense ed israeliano di modificare, se necessario con la forza, gli attuali assetti di potere per costruire sulle macerie fumanti un nuovo ordine in Medio Oriente che sia loro più congegnale i veri ostacoli sono stati individuati nella Siria (l’ultima potenza araba ad opporsi ai progetti Usa) e nell’Iran. Sin dall’arrivo al potere degli ayatollah i due paesi sono alleati, nonostante le notevoli differenze ideologiche tra i due regimi. Pare che la strada per domare gli ultimi stati nazionali che ancora resistono a Washington nel Vicino oriente passi da Beirut: secondo una strategia abbastanza logica mettere le mani sul Libano (in un modo o nell’altro) costituirebbe il primo passo per assediare la Siria e, nella migliore delle ipotesi, per costringerla a capitolare. A quel punto l’isolamento dell’Iran sarebbe pressoché completo. Ovviamente ci troviamo in presenza di uno scenario che ha notevolmente sottovalutato alcune tra le variabili in gioco: dall’influenza di cui Damasco e Teheran godono nella regione alla volontà di resistenza che attraversa ampie fasce di popolo arabo, alla sostanziale realtà rappresentata dal fatto che nelle attuali condizioni uno show-down diretto con gli avversari avrebbe probabilmente conseguenze tali da renderlo politicamente controproducente e militarmente molto, molto costoso.

 

Eppure sembra che a Washington come a Tel Aviv la determinazione a proseguire lungo questa strada sia molto salda. Lo dimostrano i fatti passati e recenti. L’assassinio di Hariri è stato usato ad arte per cacciare i soldati siriani dal Libano, perché con i soldati siriani appostati nel paese dei cedri Israele non avrebbe mai potuto tentare un’aggressione al suo piccolo vicino settentrionale come invece ha fatto nell’estate 2006 per ovvie ragioni politiche e militari[3].

 

Nel corso della guerra d’estate fu Hezbollah a sconfiggere Israele e a rompere le uova nel paniere degli Stati Uniti. Da quel momento l’ipotesi tornata in auge a Washington pare essere quella di alimentare le controverse interne tra libanesi per isolare le forze dell’opposizione nazionale (radunate attorno ad Hezbollah) e stremarle in un confronto interno. A quest ultimo scenario sembrano rispondere i principali avvenimenti che hanno travagliato il Libano nell’ultimo anno e mezzo.

 

- La crisi libanese

 

Subito dopo la fine dell’aggressione israeliana la situazione politica libanese è stata caratterizzata dalla spaccatura tra la coalizione del 14 marzo e le altre formazioni politiche. La fuoriuscita dei ministri sciiti dal governo non ha impedito alle forze del 14 marzo di tenere in piedi l’esecutivo del primo ministro Siniora, nonostante la costituzione libanese emendata dagli accordi di Taif (che posero fine alla sanguinosa guerra civile) enunciasse chiaramente la necessaria partecipazione di tutte le principali comunità confessionali al governo del paese. Il governo di Siniora, tuttora in carica, è così divenuto incostituzionale. Le forti manifestazioni popolari, che si sono tenute in Libano contro la politica economica e sociale dell’esecutivo e per chiedere un governo di unità nazionale che sanasse la spaccatura prodottasi e che rimarginasse le ferite provocate dai bombardamenti israeliani, non sono riuscite per il momento a scuotere la presa del 14 marzo sul potere e, da questo punto di vista, a Siniora ed alle forze che lo sostengono è risultato particolarmente utile l’appoggio incondizionato fornito dagli Usa e dall’Occidente.

 

La spaccatura politica risulta particolarmente grave dato il carattere confessionale che assume in Libano l’organizzazione della vita democratica, anche se viene spesso sottovalutato dai media il fatto che la crisi taglia trasversalmente quasi tutte le comunità. Così, come è noto, nella coalizione del 14 marzo troviamo la maggioranza delle rappresentanze sunnite, strette attorno alla Corrente del Futuro di Saad Hariri, il principale gruppo druso legato a Jumblatt e l’estrema destra cristiano-maronita, rappresentata dai falangisti legati al clan dei Gemayel e dalle Forze Libanesi del noto criminale di guerra Samir Geagea, che tuttavia è rappresentativa solo della minoranza della comunità cristiana-moronita libanese. All’opposizione è rimasta praticamente l’intera comunità sciita (rappresentata in toto da Amal e da Hezbollah), la maggioranza cristiana (che si riconosce nella Libera Corrente Patriottica di Michel Aoun e nel partito del clan Frangié), e varie formazioni delle altre comunità oltre al Partito Comunista Libanese (una delle poche forze effettivamente inter-confessionale).

 

Dal novembre 2007 in poi il clima politico si è ulteriormente deteriorato: alla crisi politica è subentrata la crisi istituzionale a seguito della fine del mandato presidenziale di Lahoud. Da quel momento il Libano è senza presidente della repubblica.

 

In questi mesi di vuoto si sono registrati numerosi tentativi di mediazione, patrocinati in primo luogo dal presidente del parlamento (nonché leader di Amal) Nabih Berri, ed altrettanti numerosi fiaschi. Stando alla Costituzione il capo dello Stato deve essere cristiano e deve essere eletto dai due terzi del paramento, il che significa che l’investitura può esserci solo con l’accordo politico tra il 14 marzo e l’opposizione nazionale. Sulle prime il gruppo di potere aveva espresso addirittura l’intenzione di boicottare le iniziative di Berri e di eleggere in seduta separata e a maggioranza semplice il nuovo presidente: una chiara minaccia di golpe cui l’opposizione ha reagito con compattezza e fermezza. Successivamente, sulla scia di vari tentativi di mediazione interni ed internazionali, pareva che si fosse riusciti a trovare un candidato di consenso alla guida dello Stato: il gen. Suleiman, comandante in capo dell’esercito libanese. Tuttavia la nomina di Suleiman a presidente si fa attendere ed i nodi da risolvere affinché si concretizzi sono assai difficili da sciogliere. L’opposizione nazionale rivendica infatti una partecipazione al governo che le consenta di controllare le forze filo-statunitensi e di avere una qualche influenza nell’indirizzo di un nuovo esecutivo di unità nazionale. Così, per l’opposizione, la nomina di Suleiman deve essere legata ad un accodo politico generale che preveda la costituzione di un governo di unità nazionale per far fronte ai problemi del paese ed una nuova legge elettorale per regolare le prossime elezioni (previste per la primavera 2009) in modo da costruire un clima nel quale il nuovo presidente possa operare proficuamente senza restare “impagliato” (come è accaduto al suo predecessore nell’ultima fase del mandato). Il governo de facto rifiuta tale trattativa e si dimostra disposto a tirare la corda.

 

- La posta in gioco: le armi della guerriglia

 

Principalmente Hezbollah ed i suoi alleati mirano ad evitare l’infeudamento della giustizia libanese ad un tribunale internazionale pilotato dagli Usa che potrebbe essere usato come una clava per svuotare la sovranità libanese e colpire i nemici dell’imperialismo. Del pari cercano di fermare l’intenzione di disarmare la Resistenza libanese, la quale ha dimostrato nella guerra contro Israele di essere l’unica garanzia di difesa del paese dalle mire espansioniste ed egemoniche di Tel Aviv. E’ proprio questo secondo punto uno di quelli che stanno più a cuore all’Amministrazione Usa: è del resto ovvio che Stati Unti ed Israele preferiscano tentare la loro avventura mediorientale disarmando preventivamente le loro successive vittime. Ma occorre tenere presente che il disarmo della Resistenza è una delle promesse che il 14 marzo ha dato ai suoi sponsor d’oltrealtlantico ed uno dei motivi del sostegno che capi-clan come Jumblatt e Geagea godono a Washington. E’ abbastanza esemplificativo che il 14 marzo continui a sparare a zero sulla Siria mentre i pericoli per il Libano siano venuti e vengano da tutt’altra direzione. Del resto risulta inesatta e strumentale anche l’accusa rivolta all’opposizione di essere filo-siriana (accusa prontamente ripresa dai media occidentali). Va ricordato in effetti che gran parte degli attuali dirigenti del 14 marzo erano già al vertice del potere durante la presenza siriana (presenza senza la quale il Libano non sarebbe mai riuscito a mettere a tacere le faide tra i clan e a tornare alla normalità ricostruendo la sua economia). In secondo luogo va detto che alcuni leader dell’opposizione non hanno mai assunto posizioni vicine a Damasco (è il caso del gen. Michel Aoun che si scontrò fortemente con la Siria e che è tornato in Libano proprio in tempi recenti, dopo un lungo esilio a Parigi). Casomai tra Damasco e l’opposizione nazionale vi è una convergenza strategica che mira ad evitare che il Libano perda il suo carattere arabo e venga frantumato da rivalità alimentate dall’esterno.

 

- Mediazioni e minacce

 

In questi ultimi 6 mesi (dal novembre 2007 all’aprile 2008) il Libano è sembrato come una barca in preda ai capricci di un mare in tempesta, portato dalle onde ora verso un orizzonte di compromesso, ora verso l’abisso di una prossima guerra civile.

 

L’opposizione nazionale si è raccolta compatta, scegliendo dapprima come candidato e successivamente come portavoce il generale Michel Aoun. Da questa parte politica sono venute pure proposte concrete per risolvere la crisi, anche se è stato ribadito che la costituzione di un governo di unità nazionale e la difesa della Resistenza non possono essere oggetto di contrattazione per questioni di sicurezza nazionale. Il cartello del 14 marzo ha risposto di volta in volta con toni e accenti diversi. I suoi principali rappresentanti hanno recitato ruoli contradditori, dimostrandosi in alcuni casi disponibili e moderati salvo trasformarsi subito dopo in intransigenti e incendiari in quello che, ad oggi, si potrebbe definire un gioco delle parti[4]. L’intento era probabilmente quello di non concedere nulla senza per questo passare per coloro che sono responsabili dello stallo in cui si trova il paese.

 

Numerosi osservatori hanno evidenziato come tale atteggiamento sembri suggerito (o quanto meno concordato) con alcune Potenze che stanno intervenendo pesantemente nella crisi. Anche se ad oggi non disponiamo ovviamente di dati e documenti consolidati per sostenere una determinata tesi va segnalato che a costituire l’oggetto privilegiato di tali congetture sono state le frequenti visite a Beirut di esponenti dell’Amministrazione Bush; tali visite si sono spesso tenute in momenti-chiave della crisi, quando erano in corso tentativi di mediazione imbastiti da attori anche esterni alla politica libanese (come la Francia e la Lega araba ad esempio), e dopo tali incontri i leader del 14 marzo hanno sempre irrigidito le loro posizioni. E’ quello che è accaduto lo scorso autunno, quando il ministro degli esteri francese Kouchner era impegnato in una intensa spola tra Parigi e Beirut. Nello stesso lasso di tempo la Rice aveva inviato in Libano Elizabeth Dibble per incontrare i rappresentanti del fronte filo-Usa. In un contesto caratterizzato da un tentativo di mediazione la posizione degli Usa di aperto ed esplicito sostegno a Siniora non poteva che produrre un irrigidimento del 14 marzo sulle proprie posizioni ed un conseguente inasprirsi della crisi. Quando ormai il tentativo della Francia aveva esaurito le sue possibilità è stato lo stesso Kouchner, pur noto per le sue posizioni filo-atlantiche, a mostrarsi profondamente seccato per quello che è apparso a tutti gli osservatori un chiaro atto di sabotaggio. All’uscita da un incontro con Saad Hariri avrebbe infatti esclamato: “Tutto era deciso. Adesso, io sono sorpreso, la Francia è sorpresa […] qualche cosa ha bloccato [la trattativa] e vorrei che ciascuno assumesse le proprie responsabilità. Vorrei sapere chi non è più d’accordo. Vorrei sapere chi ha interesse al caos, chi ha interesse che l’elezione non abbia luogo […]”[5]. Michel Aoun, da parte sua, ha puntato il dito contro un’influente membro della politica del Dipartimento di Stato Usa in Medio oriente: David Welch. In una intervista concessa ad “al-Jazeera” verso la metà di dicembre ha chiaramente affermato di ritenere gli Usa responsabili dello stallo in Libano. Welch, che si era recato più volte a Beirut, avrebbe a suo dire istigato il 14 marzo a rifiutare qualsiasi intesa con l’opposizione. Ad accusare Welch è anche Yves Bonnet, ex direttore dei servizi segreti francesi; Bonet sostiene chiaramente che Geagea, Jumblatt, il figlio di Hariri e Siniora sono “agli ordini” di Welch ed è del pari convinto che “senza alcuna ingerenza straniera i libanesi avrebbero potuto formare un governo d’unità nazionale”[6]. Secondo il leader druso dell’opposizione, Wiam Wahhab, Welch starebbe ancora incitando il governo de facto ad eleggere un presidente alla maggioranza semplice, vale a dire contro qualsiasi regola costituzionale. La stessa cosa è stata affermata dall’ex deputato della capitale, Nasser Kandil, su NBN (TV libanese vicina a Berri): “Il 14 marzo non è padrone delle sue decisioni. Il Libano è un aereo preso in ostaggio da David Welch e Condoleezza Rice”. Il 14 marzo, a sua volta, accusa dello stallo la Siria, accuse prontamente riprese in Occidente dove si chiede a Bashar Assad di esercitare pressioni sui suoi alleati libanesi. Da questo punto di vista Damasco si trova in una situazione “imbarazzante”: da un lato si fa di tutto per ridurre l’influenza siriana in Libano, dall’altro si chiede a Damasco di utilizzare l’influenza che gli resta per domare l’opposizione nazionale, come se le forze patriottiche libanesi rispondessero a qualcuno.

 

Altre Potenze sono tuttavia interessate agli assetti libanesi, come l’Arabia Saudita e la Francia.

 

Il più pericoloso fattore che ha fatto degenerare la crisi è però costituito dai discorsi incendiari di alcuni leader (Jumblatt e Geagea su tutti) che hanno parlato di una possibile divisione del paese in tanti mini-staterelli feudali, cha hanno fatto allusione alla guerra civile, che hanno sempre annunciato gli attentati mortali contro esponenti politici libanesi prima che questi si verificassero e che hanno iniziato ad armare le loro milizie.

 

- Beirut a mano armata

 

Già dallo scorso settembre erano circolate voci sul riattivarsi delle milizie in Libano. Approfittando di alcune società di sicurezza private (tra cui Blackwater) i partiti filo-americani avevano cominciato ad armare ed addestrare i loro uomini. Le armi sarebbero arrivate dall’Occidente e le fazioni di Saad Hariri, Walid Jumblatt e Samir Geagea avrebbero costituito dei campi per addestrarsi sulle montagne dello Chouf. Secondo alcune stime, difficili da valutare, il clan Hariri disporrebbe di una milizia di 4500 uomini circa[7]. Il 14 marzo, a sua volta, denuncia gli sforzi profusi da Hezbollah per addestrare i suoi alleati, cristiani, drusi o nazionalisti che siano. Secondo la testata statunitense “The Christian Science Monitor” il partito di Dio non si limiterebbe al riarmo nel sud del paese e a cavallo del fiume Litani (onde far fronte alle minacce israeliane) ma cercherebbe di coordinare altri gruppi in modo da creare una Resistenza più vasta, che possa abbracciare tutte le comunità. Presumibilmente tale strategia avrebbe un aspetto politico: consolidare il fronte patriottico e prepararlo eventualmente al peggio.

 

Ed il peggio è arrivato con gli scontri di maggio, i più gravi dalla fine della guerra civile. In realtà il sangue era già corso nei mesi passati. Durante una manifestazione che aveva per oggetto rivendicazioni sociali ed economiche tenutasi nella capitale nel gennaio u.s. si erano verificati gravi incidenti, con un bilancio complessivo di 9 morti e una cinquantina di feriti. La ricostruzione di quei fatti non risulta ancora interamente chiara ma pare che persone, non meglio precisate, appostate sui tetti delle case abbiano sparato sui manifestanti e sull’esercito che presidiava le strade. A questo punto alcuni reparti dell’esercito avrebbero perso il controllo e sparato ad altezza d’uomo. Sotto la pressione di Amal ed Hezbollah il comandante in capo delle Forze Armate ha imbastito rapidamente un’inchiesta. I rapporti tra l’esercito e le formazioni della Resistenza sono tradizionalmente buoni ed è vitale che così restino. Forse quei disordini miravano appunto a creare il clima per incrinare le relazioni tra queste forze, anche al fine di sabotare la candidatura del gen. Suleiman alla presidenza. O forse hanno rappresentato delle drammatiche prove generali di destabilizzazione. Nel corso dell’inchiesta sono stati arrestati alcuni miliziani delle Forze libanesi di Geagea. Il mondo arabo ha visto in quel frangente l’inizio della fine del paese dei cedri; significativo il corsivo apparso sul giornale degli Emirati Arabi Uniti “Al-Bayan”: “Quello che si temeva è alla fine accaduto […] il fuoco si è acceso di colpo, facendo morti e feriti, provocando il blocco delle strade della capitale […] E’ significativo che tutti gli scontri si siano verificati nei punti sensibili, nelle periferie della capitale, i cui nomi sono legati all’inizio della guerra civile”[8].

 

Ma il limite di guardia venne raggiunto quando i sostenitori del governo de facto cominciarono a minacciare le opposizioni. Nei mesi scorsi si erano infatti registrati numerosi episodi di matrice criminosa ad opera delle milizie del 14 febbraio; episodi che sono stati ignorati dai media di casa nostra. Ai discorsi incendiari tenuti da Jumblatt agli inizi di febbraio erano seguiti i fatti: uomini armati legati al clan Hariri avevano sparato contro il palazzo del presidente del parlamento Berri nel pieno centro di Beirtut nella notte del 10 febbraio u.s. Sempre negli stessi giorni alcuni uomini del Partito socialista progressista (druso) di Jumblatt avevano attaccato una sede del Partito democratico libanese del leader druso Talal Arslan, saldamente schierato con l’opposizione nazionale. Quest ultimo scontro è abbastanza indicativo perché dimostra chiaramente come la frattura che divide i libanesi attraversi trasversalmente le comunità confessionali. In entrambi i casi si registrarono feriti. Talal Arslan ribadì con determinazione la sua alleanza con le forze patriottiche dell’opposizione nel corso di una conferenza stampa il giorno successivo all’aggressione: “Nelle mie precedenti conferenze-stampa ho detto che il matrimonio dei drusi con il segretario generale dell’Hezbollah Hassan Nasrallah è un matrimonio maronita [nel rito maronita non è consentito il divorzio]”; ed aggiunse, riferendosi alla proposta di Jumblatt di dividere il Libano in mini-entità confessionali: “chi vuole il divorzio che divorzi da solo”.

 

A metà aprile si erano registrati dei violenti scontri nella cittadina cristiana di Zahlé ed anche in questo caso l’incidente si era verificato all’interno della stessa comunità. Alcuni militanti falangisti avevano minacciato il deputato dell’opposizione Skaff. In quell’occasione il bilancio fu più pesante: 3 morti e numerosi feriti.

 

La riscoperta di una fossa comune della passata guerra civile aveva rappresentato per il leader cristiano dell’opposizione Michel Aoun l’occasione per lanciare un monito alle forze filo-americane del 14 marzo a non scherzare col fuoco: “Ho incaricato i deputati di Jbeil di seguire la vicenda della recente scoperta della fossa comune a Halate. […] E’ necessario che si sappia la verità, una volta per tutte. Che essi [gli esponenti del 14 marzo] aprano una fossa e possano vedere la loro stessa immagine riflettersi là dentro. […] Gli Stati Uniti che incoraggiano Siniora assumono la responsabilità del vuoto [di potere] attuale”[9].

 

Aoun aveva avuto modo di annunciare che vari deputati cristiani della coalizione al potere stavano raggiungendo le sue file, evidentemente spaventati dalla deriva che i capi clan del 14 marzo stavano imponendo al Libano. Si era tuttavia rifiutato di fornire i nomi dei transfughi per difenderne l’incolumità visto che in passato altri esponenti cristiani erano stati ammazzati poco dopo aver aperto un dialogo con l’opposizione.

 

- Il ruolo dell’esercito

 

E’ evidente che, nell’attuale contesto, un ruolo di stabilizzazione spetti all’esercito libanese. Il comandante in capo, gen. Michel Suleiman, ha espresso pubblicamente la sua posizione in seguito alla catena di violenze, provocazioni ed attentati che hanno destabilizzato il Libano in questi mesi ed ha chiaramente indicato quali sono, a suo dire, i nemici del suo paese ed i potenziali mandanti dei disordini: “Non si consentirà a nessuno di attentare all’unità del paese e alla pace civile. L’istituzione militare non tollererà mai che il sangue dei martiri sia stato versato in vano […] Non si piegherà mai davanti ai complotti israeliani ed ai loro atti criminali”[10].

 

Tradizionalmente l’esercito conserva un chiaro ricordo della tragedia della guerra civile che era stata resa possibile proprio dal dissolvimento dell’apparato militare. L’esperienza dell’invasione israeliana negli anni ’80 e l’ampia resistenza delle forze che si erano riorganizzate grazie all’appoggio siriano hanno lasciato un vivo ricordo in molti quadri militari che sono andati maturando due convincimenti riguardo alla sicurezza nazionale: la necessità della collaborazione con la Siria e la necessità di costruire la difesa del paese su due pilastri, l’Esercito e la Resistenza. Il vertice militare libanese è infatti cosciente di non poter tener testa alla macchina bellica israeliana in caso di attacco e pertanto si affida alla guerriglia organizzata nel sud. La guerra dell’estate 2006 ha dimostrato la giustezza di questa dottrina.

 

Anche l’esercito però si è trovato nel mirino. Il 12 dicembre 2007 un autobomba è esplosa alla periferia di Beirut stroncando la vita del generale François el-Hadj, vice-comandante dell’esercito e braccio destro del candidato alla presidenza Suleiman.

 

Hadj era noto per la sua posizione intransigente nei confronti d’Israele ed era particolarmente apprezzato per il suo patriottismo dalle forze della Resistenza (da Hezbollah in poi). Hadj avrebbe dovuto assumere il comando dello Stato Maggiore dell’esercito libanese nel caso in cui Suleiman fosse riuscito a diventare presidente della repubblica. Ma c’è anche dell’altro: Hadj aveva diretto le operazioni contro il gruppo terrorista di Fatah al-Islam, che si era asserragliato nel campo profughi palestinese di Nahr el-Bared l’estate scorsa. In quell’occasione aveva avuto modo di sottolineare la collaborazione offerta dalla Siria per stroncare il focolaio integralista (quasi a smentire le accuse infondate di Siniora che aveva accusato proprio Damasco di tirare le fila del gruppo terrorista). Hadj aveva probabilmente avuto modo di farsi un’idea più precisa sul fattaccio di Nahr el-Bared.

 

La nascita del gruppo terrorista Fatah al-Islam resta avvolta in una nebbia piuttosto fitta, ma secondo molti osservatori l’organizzazione avrebbe avuto stretti contatti con la galassia del terrorismo di matrice qaidista che ha noti addentellati in Arabia Saudita. Il capo del gruppo, Shaker el-Abbassi era stato a fianco di Zarkawi per molto tempo. Quello stesso Zarkawi che operò per al-Qaida in Iraq e che venne denunciato da vari gruppi della guerriglia irakena per i suoi rapporti con l’occupante statunitense. Il ruolo dell’Arabia Saudita e degli stessi Usa nel reclutare ed utilizzare per i propri fini organizzazioni terroriste di matrice islamista ha una lunga storia, dalle campagne afghane degli anni Ottanta in poi. Per il giornalista francese Thierry Meyssan Fatah al-Islam era uno di quei gruppi ed era stato sostenuto per esportare in Libano la guerra confessionale che l’Amministrazione Usa stava sperimentando in Iraq per dividere le forze che si opponevano al suo potere.

 

Molti sospetti sono infine caduti anche sul clan di Saad Hariri, alcuni lo avevano accusato di avere finanziato e sostenuto il gruppo terrorista. Va detto che Saad Hariri ha sempre negato sdegnosamente le accuse. Ciononostante il partito di Hariri aveva votato in passato l’amnistia per pericolosi terroristi: da Samir Geagea (oggi suo alleato) a 29 mercenari islamisti che sembrano implicati negli attentati contro le rappresentanze diplomatiche italiane a Beirut. Inoltre l’esercito libanese aveva scoperto che nel recente passato i finanziamenti a Fatah al-Islam passavano per la banca di Hariri![11]

 

Nel corso di un’intervista rilasciata al giornale “Al-Intikad” nel pieno dei combattimenti attorno al campo profughi, lo stesso generale Pellegrini, ex comandante della FINUL, aveva risposto con un imbarazzato sorriso in merito al presunto coinvolgimento del leader del 14 marzo nella vicenda[12]. Sicurissimo dell’implicazione di Hariri è anche il già citato Yves Bonnet[13].

 

 La scomparsa dei capi sauditi del movimento terrorista, avvenuta il giorno precedente l’assalto dell’esercito che ha liberato Nahr el-Bared, ha infittito il mistero sul gruppo ed ha privato i servizi segreti libanesi di preziosi dettagli riguardo il piano criminoso dell’organizzazione. Lo stesso numero due del gruppo era stato ucciso tempo prima per una strada di Tripoli mentre un altro protagonista della tragedia di Nahr el-Bared (Abou Jandal, oscuro personaggio che operava nel sottobosco dell’intelligence libanese e che aveva avuto contatti con Fatah al-Islam) era stato ucciso dalla polizia mentre sorseggiava un succo di frutta su una terrazza, sempre a Tripoli[14].

 

Tra tanti misteri e congetture una cosa sembra certa: anche la tragedia di Nahr el-Bared si inserisce nel tentativo di destabilizzazione del Libano e mirava molto probabilmente a dare un duro colpo all’esercito ed ai suoi quadri.

 

- Punto di non ritorno?

 

Negli ultimi giorni la situazione è precipitata. L’escalation nello scontro tra le parti è stato prodotto dalle dichiarazioni di Jumblatt, secondo il quale Hezbollah mirava ad utilizzare la propria rete di telecomunicazioni segreta per preparare un attentato contro esponenti politici del 14 marzo all’aeroporto di Beirut. Il partito di Dio ha sdegnosamente respinto le accuse ricordando che la Resistenza non ha mai utilizzato le sue armi nello scontro interno ma soltanto per difendere il paese da aggressioni esterne. L’assassinio dei leader del 14 marzo sarebbe del resto stato un clamoroso autogol, visto che avrebbe aperto la strada ad una internazionalizzazione della crisi libanese che l’opposizione stava cercando in tutti i modi di evitare. Il terreno per un coinvolgimento diretto nelle vicende libanesi delle Potenze era stato fatto ventilare dall’Arabia Saudita e Berri aveva ribadito che la questione andava risolta dai libanesi. Siniora ha tuttavia deciso di mettere le mani sulle risorse di Hezbollah passando così la linea rossa rappresentata dal controllo dell’arsenale della Resistenza. Con un discorso insolitamente duro Hassan Nasrallah ha considerato le decisioni del governo illegittimo come una dichiarazione di guerra ed un attentato alla sicurezza nazionale. Tutte le forze di opposizione hanno appoggiato il segretario di Hezbollah.

 

Questa escalation si è prodotta quando la centrale sindacale libanese CGTL aveva già da tempo fissato per il 7 maggio una giornata di sciopero generale contro la politica economica e sociale di Siniora. Come è noto i primi scontri sono subito degenerati. Data la posta in gioco le forze dell’opposizione nazionale hanno risposto con le armi alle provocazioni, contrariamente a quanto era avvenuto sino a quel momento. I morti che si sono contati nei giorni di scontro tra il 7 ed il 10 maggio rivelano il bilancio più pesante dalla fine della guerra civile.

 

In breve tempo Hezbollah ed i suoi alleati hanno avuto ragione delle milizie filo-governative mentre l’aeroporto di Beirut è stato chiuso e le strade di accesso allo stesso venivano presidiate per evitare l’arrivo di rinforzi (e forse anche di commandos) dall’esterno in sostegno a Siniora. I dimostranti hanno infine occupato per qualche tempo i quartieri occidentali della capitale dando l’assalto ai media controllati dal clan Hariri. Occorre puntualizzare il carattere ed il significato degli scontri avvenuti in quei giorni.

 

Non si è trattato di un colpo di Stato, giacché le forze dell’opposizione patriottica non hanno dato l’assalto al palazzo de governo (il Serraglio), non hanno dichiarato l’assunzione del potere, non hanno eliminato gli avversari, rifiutandosi di generalizzare gli scontri a tutto il paese e successivamente si sono persino ritirati lasciando l’esercito a presidiare le strade. Hezbollah ed i suoi alleati hanno dimostrato chiaramente la loro forza dopo che avevano pazientato di fronte alle violenze cui si erano abbandonate le milizie filo-governative in varie parti del paese nei mesi addietro. Hanno chiaramente stabilito i limiti cui deve attenersi il confronto politico se non si vuole che il paese precipiti nel caos; nel caso questo avvenisse hanno dimostrato di poter spazzar via le milizie del 14 marzo. Qualsiasi ulteriore azzardo avrebbe portato ad un intervento straniero in Libano per sostenere Siniora e modificare i rapporti di forza sul campo, cosa non desiderabile per l’opposizione.

 

L’intervento dell’esercito non è a nostro parere spiegabile semplicemente con il tentativo di salvaguardare il carattere bipartisan della candidatura del gen. Suleiman ma ha ragioni più profonde. La prima e più elementare consiste nell’evitare il degenerare oltremodo della crisi. La seconda è comprensibile se si guarda alle decisioni adottate dai militari. Essi hanno trattato con l’opposizione per prendere possesso delle principali vie di comunicazione e per far sparire gli uomini armati dalle strade ma hanno altresì deciso di congelare le decisioni antipatriottiche assunte da Siniora in merito alla rete di sicurezza di Hezbollah, dimostrando così di restare fedeli alla concezione di difesa nazionale basata sul binomio Esercito-Resistenza cui si accennava in precedenza. E’ una questione che va al di là della semplice considerazione politica dei rapporti di forza che avrebbero, secondo qualcuno, consigliato ai militari prudenza nei confronti dell’opposizione. Non sorprende che nel suo discorso al paese Siniora abbai chiaramente mostrato insoddisfazione per il ruolo svolto dall’esercito. Il premier ha sostenuto la tesi del colpo di Stato di Hezbollah, ha ripreso, seppur in modo più velato, le accuse lanciate in quelle ore terribili dai suoi alleati in merito al presunto progetto di Hezbollah di realizzare un nuovo Iran sul Mediterraneo onde alimentare l‘apprensione dell’Occidente ed offrire una immagine caricaturale del proprio avversario che fosse propizia alla propaganda dello scontro sunniti-sciiti cara allo sponsor americano. Gli esponenti del governo si sono guardati bene dal sottolineare il carattere trasversale e multiconfessionale dell’opposizione e dei suoi obiettivi.

 

Lungi dal trarre l’opportuna lezione dal dramma di questi giorni e di riaprire la strada del dialogo con l’opposizione Siniora ha invitato i suoi sostenitori in piazza mentre a Tripoli i filo-governativi estendevano gli scontri dando l’assalto alle sedi di alcuni partiti dell’opposizione.

 

E’ difficile capire se gli scontri dell’inizio maggio abbiano segnato l’inizio di una nuova tragedia per il Libano, sicuramente hanno provocato una lacerazione profonda a livello politico. Se il tiro alla fune proseguirà (come è più che probabile) l’opposizione si troverà a dover gestire una partita difficile, giocata nello spazio ristretto che corre tra la linea rossa della difesa dell’arsenale della Resistenza ed il non cadere nella trappola della guerra civile cui la vorrebbero spingere quelle forze che dall’esterno puntano sullo sbriciolamento dello stato libanese onde poterlo fagocitare meglio nella propria orbita (su tutti gli Stati Uniti). Una nuova guerra civile in Libano potrebbe infatti investire tutta la regione e costituire un ulteriore passo verso l’edificazione del Nuovo Ordine in Medio oriente: sarebbe cioè come accendere la lunga miccia di un conflitto con le forze che localmente si oppongono agli Usa e che potrebbe incendiare tutta la polveriera mediorientale.

 

Altro corno del problema è costituito dal ruolo dell’esercito sul quale verranno esercitate pressioni sempre più forti. Il generale Suleiman ha malauguratamente annunciato da tempo che dal 21 agosto si ritirerà dal servizio attivo in ogni caso (sia in caso di elezione alla presidenza, ipotesi oggi assai più lontana che in caso di bocciatura della propria candidatura alla carica più alta dello Stato). Ha definito questa sua decisione “irrevocabile” nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano di Beirut “As-Safir” all’inizio di aprile. Dopo l’omicidio del suo successore in pectore il candidato che dovrebbe prendere il controllo dell’apparato militare è conosciuto come vicino a Jumblatt: cosa accadrà allora?

 

 



[1] Per maggiori informazioni sugli sviluppi dell’ affaire Hariri si veda: J. K. Kulbel, Kouchner a “perdu” le témoin-clé de l’enquete Hariri; in: www.voltairenet.org , 21 aprile 2008.

[2] Per una ricostruzione del ruolo regionale della Siria ci permettiamo di segnalare: S. Puttini, USA e Siria: storia di un antagonismo; in: Eurasia, n. 2, 2007, pp. 189-200

[3] Occorre tenere presente che quando Israele intervenne massicciamente in Libano nel 1982 la situazione regionale era assi diversa da come si presentava nell’estate 2006: in primo luogo perché il Libano era travagliato già da molti anni di guerra civile e presentava dunque, almeno sulla carta, minore capacità di resistere all’urto di una invasione; secondariamente perché la Siria era allora ritenuta dalla maggior parte degli osservatori, anche se a torto, quasi al tappeto ed alle prese con il terrorismo islamista all’interno; infine perché l’intervento, anche indiretto, di altri attori regionali era completamente da escludere visto che l’Iran era alle prese con la terribile guerra di posizione con l’Iraq.   

[4] La coalizione filo-statunitense ha anche tentato di dividere l’opposizione: se all’inizio della contesa sostenne di non poter approvare Aoun come presidente a causa della sua alleanza con Hezbollah negli ultimi tempi ha giocato la carta di proporre alle due formazioni sciite (Amal ed Hezbollah) un apparentamento alle prossime elezioni politiche al fine di spezzare l’opposizione e di isolare le altre formazioni nazionaliste di matrice sunnita e drusa ed il partito di Aoun

[5] Si veda: “Tendences et événements au Liban”, 20 novembre 2007, www.voltairenet.org

[6] Si veda: Liban: L‘ancien directeur des services secrets français accuse les Etats-Unis ; www.geostrategie.com. 15 febbraio 2008

[7] Le clan Hariri a constitué une milice privée de 4500 hommes; www.voltairenet.org  27 settembre 2007

[8] Enquete sur le massacre de Beyrouth ; www.voltairenet.org 29 gennaio 2008

[9] “Tendences et événements au Liban”, 15 aprile 2008

[10] Ibidem, 21 aprile 2008

[11] T. Meyssan, Le dossier des mercenaires du Fatah al-Islam est clos ; in : www.voltairenet.org , 23 giugno 2007

[12] Domanda : “A vostro avviso chi è dietro Fatah al-Islam ?” Risposta: “Non avete bisogno di molte riflessioni per conoscere chi li sostiene. [I terroristi] sono degli estremisti sunniti attivi in una zona che è sotto il controllo di una fazione conosciuta” D.: “Gli Hariri?” R.: largo sorriso; si veda: Général Pellegrini “Il n’est pas difficilede savoir qui soutien le Fatah al-Islam et les attaques contre la Finul ; www.voltairenet.org 13 luglio 2007      

[13] « Bisogna sapere che i gruppuscoli conosciuti con il nome di Fatah al-Islam erano sostenuti finanziariamente dagli Hariri, con un salario mensile di settecento dollari per individuo » ; si veda : Liban: l’ancien directeur; op. cit.

[14] “Tendences et événements au Liban”; 14 settembre 2007