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- popoli resistenti - libano - 04-06-08 - n. 230
Beirut 14/05/2008; Editoriale del bimensile An-Nidaa
La patria è più importante delle "formule" e… dei leader
di D. Khaled Hadadah
Per la decima volta, e forse più, affermiamo che la patria è sull’orlo del baratro per non dire che ha già un piede nel vuoto… Una volta di più, è facile piangere sulle rovine, le morti, gli emigrati, i profughi e fare poemi sulla vita in comune e mendicare l'appoggio straniero nella attesa di soluzioni, ora sul ponte della USS Cole ora da parte di una Lega araba che non riconosce nemmeno più le regole della politica in Libano…
Tuttavia, due sono i punti rimasti in sospeso dinanzi ai dirigenti libanesi ed ai libanesi in generale: su chi pesa responsabilità di ciò che è accaduto e come uscire dalla crisi? Ma i responsabili sono occupati da arringhe confessionali e fanfaronate.
Il popolo muore, viva il leader!
Che i genitori delle vittime danzino! E, con loro, i feriti, gli handicappati ed i proprietari delle case distrutte: i leader sono sempre vivi e capaci di prodigarsi in un’altra guerra, se il regime confessionale è sempre intatto ed intoccabile. Non è questo lo stesso stato d'animo del regime ufficiale arabo che aveva trasformato in vittoria la disfatta del 1967 perché i regimi erano rimasti, anche se la terra era occupata?
Ritorniamo al nostro argomento. Due deliberazioni furono prese contro la Resistenza. Delle proteste si levarono. Il governo non volle sentire ragioni riguardo alla loro applicazione. La guerra esplose. Gli sguardi girarono verso la costa del grande blu, aspettando l'arrivo della USS Cole. Le orecchie erano attente a ciò che si diceva a New York, al Consiglio di sicurezza, ed anche nei corridoi della Lega araba…
Occhi ed orecchie non hanno visto né sentito nulla. La Cole era occupata a fare del turismo e Gorge Bush era preso da due problemi: l'Iraq e la via che conduce a Tehran. In più, la strada della Palestina, di Gaza in particolare, oggi non passa più per il Libano. Potrà tuttavia, se la situazione in questo paese diventasse critica, versare alcune lacrime, anche se ciò non piacerebbe all'Arabia Saudita ed al suo ministro degli Esteri che ha spinto il governo libanese a prendere le due disposizioni sopra citate…
Questi due misure furono sbattute in faccia a Hezbollah e all’opposizione allo scopo di metterli davanti al dilemma: o la morte della Resistenza o il suo sprofondamento nel fango delle divisioni confessionali interne. Era stato previsto che la Resistenza poteva scegliere solamente il secondo caso.
E la guerra esplose. E tutti i belligeranti uscirono perdenti.
Il primo perdente è il governo e la sua maggioranza. Non ha, in seguito alle centinaia di morti e feriti e dopo avere perso la battaglia sul campo, fatto retromarcia a proposito delle due decisioni. Poco importa citare tutti gli argomenti del mondo, chiamare in soccorso "il sanguinario di Maarab [cioè Samir Geagea] per affermare che la Resistenza è caduta nella trappola della politica interna, perché il ritiro rimane completo. Del resto, chi più di Washington e Tale Aviv hanno interesse a finirla con le armi della Resistenza ed a liquidare i suoi principi?
Qui verte la domanda che concerne il governo: basta ritrarsi e di dire che "avevamo previsto male ciò che sarebbe accaduto" per sfuggire alla responsabilità?... Nei paesi rispettabili, l'imprevidenza è sinonimo di dimissioni. Potremo lasciare passare i crimini commessi e le perdite patite?
Il secondo perdente, che nessuno ha accusato direttamente, è il regime saudita il cui ministro degli Esteri, Saoud Al Fayçal, ha spinto per lo stop della Resistenza libanese, cosa che il suo governo non ha mai fatto all'epoca della perdita della Palestina o della guerra israeliana nel 1967, né quando Israele aveva violato il territorio libanese nel 1978, 1982 e 2006. Difatti, al posto di suggerire ai libanesi di uscire dalla crisi per un ritorno al dialogo nazionale, avvelena la situazione ponendo nuove condizioni, prendendo il Libano in ostaggio nella sua guerra contro alcune forze regionali [si tratta della Siria e dell'Iran]. La conseguenza diretta di una tale posizione, che ha preceduto la missione della commissione della Lega araba, è di cambiare le priorità in funzione di cosa vogliono i suoi amici della maggioranza. Va detto che la dichiarazione di Saoud Al Fayçal conteneva un solo punto corretto, quello dell'elogio della democrazia alla libanese che avremmo voluto vedere in diversi paesi arabi, in Arabia Saudita particolarmente.
Il terzo perdente è la Resistenza. Sì, la Resistenza che, nonostante il ritiro del governo, non ha potuto che registrare una vittoria di Pirro, poiché la squadra governativa l'ha spinta a commettere un errore grave: quello di opporsi all'opinione pubblica e ai media, mostrando la sua incompatibilità a trattare con "l'altro". Di più, questa Resistenza così come tutta l'opposizione tradizionale ha dimostrato, una volta di più, di non avere, eccetto la lotta contro le aggressioni israeliane, alcun piano per l'avvenire… aggiungiamo che le linee del loro programma sulle riforme interne suscitano equivoci. Perché le pratiche vanno, talvolta, nel senso degli istinti confessionali che non mancherebbero, un giorno, di opporsi alla Resistenza… Questo perché, diventa molto urgente, oggi, operare nel senso di trascinare questa Resistenza fuori dalla palude nella quale l'hanno spinta le decisioni del governo. Tutti devono dare aiuto in questo senso, e non solo la forza militare. Diciamo una volta di più, che i principi della Resistenza e l'esperienza che ha acquistato ci rassicurano sulla sua capacità di alzarsi sopra la logica della vendetta; ciò vuole dire che può cercare la lotta sui piani politici e può consolidare il livello delle relazioni sane coi cittadini e questo significa rivedere il piano di "ribellione" in modo che sia diretto, non contro la popolazione, ma contro il solo governo…
Infine, l'ultimo perdente è il progetto di ricostruzione della patria che "la formula confessionale" è incapace di rimettere in piedi, tanto a causa della logica delle quote confessionali che in seguito alla tutela straniera. Questa formula è la prima responsabile del perpetuarsi della crisi che va nel senso di una morte della patria.
E, per non fare la parte di quelli che piangono e si accontentano di censire le perdite, proviamo a proporre una soluzione per salvare il nostro paese della distruzione che l'aspetta… Occorre, in primo luogo, dire che siamo contro "i tagliatori di teste" e rifiutare di dire "ciò che è fatto è fatto", perché la menzogna nelle relazioni politiche è ciò che può condurre il paese verso una nuova disgrazia che libanesi patiranno e che avrebbe la peggiore influenza sul futuro.
La crisi è il risultato di due fattori: "la formula confessionale" che ha la precedenza nello spirito dei governanti e la loro volontà di legare il problema libanese alle tutele esterne…
Ecco perché proponiamo una soluzione che si basi sulla convinzione della necessità di riformare il paese nel senso di minimizzare l'influenza esterna e superare il confessionalismo. Ciò che metterebbe il Libano sulla via della creazione di uno Stato moderno, democratico, laico e preserverebbe la sua arabità.
La soluzione ha, dunque, come punto di partenza il rifiuto delle due soluzioni: tagliare le teste o accettare gli errori senza giudizio. Questo perché è prima di tutto necessario che il governo che ha preso le due disposizioni, si dimetta. Questa decisione faciliterebbe il dialogo che dovrà basarsi su due punti comuni: l'elezione di Michel Souleiman alla presidenza della Repubblica e la formazione di un governo transitorio il cui primo compito è la promulgazione di una legge elettorale che superi la logica delle quote confessionali, verso il proporzionale, al di fuori del confessionalismo e considerando tutto il Libano come unica circoscrizione. Su queste basi, ci sarà possibilità di avere una vera maggioranza ed un'opposizione democratica.
La patria è più importante di tutte le formule. Dare la precedenza al cittadino ed ai suoi interessi nazionali e sociali, non ai leader delle confessioni.
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare