www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 23-06-08 - n. 233

da Partito Comunista Libanese - www.lcparty.org/080605-1.html
 
La borghesia al governo e all'opposizione: il Libano passa… noi rimaniamo
 
di Marie Nassif-Debs
 
Le riunioni di Doha, in Qatar, sul Libano si sono concluse con lo stesso esito degli accordi che vanno da quello del Cairo, alla fine degli anni 1960, ai successivi sino a quello di Taëf, nel 1989: un accordo ottenuto tra i decisionisti da una parte, con Stati Uniti ed il loro progetto per il "nuovo" Medio Oriente ed i loro arabi "moderati", e dall’altra Iran e Siria. Questa intesa è stata poi tradotta in cinque punti dalle forze politiche libanesi. La guerra è cessata, nell’attesa…
 
Così, e come ogni volta che le grandi potenze e le potenze regionali non sono d’accordo sulla ripartizione di ruoli e interessi al loro interno, in un Medio Oriente considerato regione centrale nella strategia internazionale, una guerra interconfessionale esplode in Libano; e la "rivolta" dei belligeranti si placa solamente se i grandi giocatori danno la parola d’ordine che annuncia, in realtà, una tregua più o meno lunga, in funzione degli interessi realizzati e dei ruoli toccati da un accordo internazionale molto traballante.
 
Una volta di più, dunque, i libanesi, dopo avere patito il combattimento fra i locali "Orazi" e "Curiazi", divisi in "14 marzo" (data della manifestazione in seguito all'assassinio dell'ex-primo ministro Rafik al-Hariri), e "8 marzo" (a favore della Siria), hanno potuto ammirare l’ingresso del Qatar, al posto dell'Arabia Saudita o dell'Egitto e della Siria, nell'arena delle soluzioni difficili, e questo in seguito allo scontro tra le differenti forze internazionali e regionali sull'Iraq, o altrove. Ed essi furono confortati nel vedere i capi libanesi inchinarsi davanti al principio «lâ ghaleb wa lâ maghloub» (né vincitori, né vinti), sebbene abbiano notato oramai un regresso visibile nella posizione tenuta da certi belligeranti locali in favore di altri, la cui l'importanza era cresciuta dal 2000 e il ruolo in seno al potere non si era evoluto in favore di questa notorietà.
 
E è così che gli incontri di Doha, preceduti da questi di Beirut del 15 maggio, si sono conclusi con un accordo sulla nuova ripartizione delle forze politiche libanesi, a partire da due punti: il primo che rileva dei cambiamenti nelle relazioni tra le forze influenti in Iraq; il secondo, che parte dalla situazione sul campo libanese dove occorreva ad ogni costo fermare (per il momento?) la guerra civile che ha fatto più di 80 morti in pochi giorni.
 
La storia si ripete in Libano dal 1860: alcune quote ripartite tra le confessioni religiose dalle forze colonialiste prima, e poi dalle forze di tutela che si sono succedute. Il popolo libanese non aveva una vera appartenenza patriottica, visto che era diviso tra le confessioni religiose, vecchie e nuove. Tale era la situazione durante il potere del "feudalismo politico" che governò fino al 1975 in nome ed al posto della borghesia nascente, e tale è la situazione nuova, da quando la borghesia ha preso in mano le redini del potere, anche se l'accordo di Taëf (1989) ha trasferito il potere dalle mani della borghesia di origine "maronita" in quelle della borghesia "sunnita" ed anche se la borghesia "sciita" rivendica la sua parte di potere attraverso la parola d’ordine "vogliamo la partnership" lanciata dall'opposizione, in seguito alla vittoria della Resistenza diretta da Hezbollah, nel 2006.
 
È vero che la scienza politica borghese, e la logica stessa della lotta politica in seno alla borghesia, parlano del passaggio del potere attraverso regole e principi quali, in primo luogo, le elezioni. Tuttavia, il regime politico libanese non ha niente da vedere con queste; è un regime imbastardardito, di tendenza borghese ma basato su pratiche confessionali. Ciò significa che non c'è passaggio vero del potere secondo i canoni borghesi della democrazia.
 
Il potere politico in Libano, contrariamente a tutte le forme della democrazia borghese applicate un pò dovunque nel mondo, è retto dagli equilibri che si creano, ad un dato momento, tra le differenti confessioni che non formano e non potranno formare, in nessun caso, una nazione. Questa pratica, chiamata comunemente la "democrazia consensuale", costituisce un'intesa sull'imposizione del confessionalismo in politica; invece, le porzioni della torta confessionale possono cambiare in funzione del ruolo economico, in primo luogo, ma anche dell'evoluzione demografica e degli sviluppi regionali ed internazionali, vale a dire delle forze esterne che possono favorire il cambiamento dello status quo interno.
 
Per tutte queste ragioni, il Libano conosce delle esplosioni cicliche di violenza che possono prolungarsi o meno a seconda del cambiamento desiderato nell'equilibrio delle forze confessionali e, soprattutto, della confessione della parte della borghesia che tenta di operare il cambiamento per suo profitto.
 
I motivi ed il cambiamento nelle quote
 
A partire da quello che è appena stato detto, analizziamo i motivi di ciò che è accaduto il 7 maggio 2008, in seguito alla decisione presa dal governo presieduto da Fouad Sanioura riguardo la rete di telecomunicazioni utilizzata da Hezbollah.
 
Questo provvedimento ha costituito il detonatore in una situazione in crisi dalla fine dell'aggressione israeliana contro il Libano, nel luglio 2006. Difatti, ha assunto la forma di un tentativo, votato da subito all'insuccesso, finalizzato a legare i grandi interessi internazionali (statunitensi ed israeliani, particolarmente) a quelli interni del gruppo "14 marzo", perché mirava allo stesso tempo, a detta di molti osservatori, a dare alle Nazioni Unite il pretesto di dispiegare le forze potenziate dell’UNIFIL nel Libano meridionale lungo le frontiere con la Siria, rispondendo così alle aspettative espresse dagli Stati Uniti e da parecchi governi europei, tra cui quello di Berlusconi, ed anche all’utilizzo della politica di erosione delle zone di influenza di Hezbollah, allo scopo ultimo di applicare la clausola concernente le armi di questo partito, contenuta nella risoluzione 1559.
 
Allo stesso momento, nel gruppo "8 marzo", due tendenze hanno coinciso: quella che da precedenza alla difesa delle armi della Resistenza e quella che chiede un riequilibrio delle forze in seno al governo sulla base del nuovo peso acquisito da Hezbollah in seguito alla sua seconda vittoria consecutiva sull'esercito israeliano.
 
Dunque, i vecchi motivi, accumulatisi dall'aggressione israeliana del 1996 (chiamata "uva della collera"), si sono mescolati ai nuovi sviluppi sul futuro delle armi di Hezbollah, e hanno prodotto la deflagrazione che ha preso, questa volta, l’aspetto di un conflitto sunnita-sciita, rivolto a ciò che accade in Iraq in seguito all'occupazione statunitense, tanto più che la borghesia di origine "cristiana" che fece la guerra nel 1975, è divisa oggi in due dopo l'insuccesso del suo progetto di dominio sul Libano; insuccesso ben scritto negli articoli dell'accordo di Taëf.
 
E qui, è necessario fermarsi per dire che la frattura che ha avuto luogo negli ultimi scontri confessionali resterà, purtroppo, molto visibile per lunghissimo tempo; e questo, malgrado l'accordo di Doha tra la borghesia sciita e sunnita ed il trattato tra l’amministrazione Bush ed il governo iracheno (pro iraniano) di Maliki, firmato il 25 marzo scorso, o ancora la tacita intesa tra gli Stati Uniti e l’Iran sulla necessità di ricostruire lo stato iracheno (intesa che si traduce, per alcuni, in ciò che è accaduto alla resistenza condotta da Moktada Sadr) o infine ciò che è appena stato divulgato sul ruolo giocato, da due anni, dalla diplomazia turca per rilanciare i negoziati di pace tra Siria ed Israele, anche se questi negoziati attualmente prendono una strada indiretta.
 
Il svolta nel conflitto arabo-israeliano
 
Ci troviamo, dunque, di fronte ad una svolta storica nuova sul piano dell’intera regione araba. Questa svolta annuncia, dopo sessant’anni dalla "nakba", una nuova tappa nel conflitto tra arabi ed israeliani e, di conseguenza, un riassetto della carta geopolitica della regione e del ruolo statunitense nel nuovo Medio Oriente.
 
Difatti, se il progetto del "Nuovo Medio Oriente" attualmente segna il passo, a causa dello sviluppo della resistenza in parecchi paesi arabi, ma anche dell'entrata degli Stati Uniti nel periodo del dopo Bush, sarebbe mortale per le resistenze pensare a questo progetto come morto e sepolto. Soprattutto se prendiamo in considerazione la possibilità di una guerra statunitense contro l'Iran, malgrado l'intesa attuale, dopo l'arrivo al potere a Washington del candidato "repubblicano", ed il voltafaccia del Partito democratico che ha abbandonato la sua posizione contro il finanziamento della guerra di Bush in Iraq votando un nuovo stanziamento di 160 miliardi di dollari.
 
A questo va aggiunto ciò che si prepara contro i palestinesi: il progetto di "trasferimento" che disperderebbe nuovamente decine di migliaia di famiglie palestinesi, ivi comprese quelle che vivono nei territori occupati da Israele nel 1948; il progetto di liquidazione del diritto al ritorno di cui le premesse si ritrovano nella dichiarazione di Georges Bush, il 16 maggio 2008, riguardo l'appoggio incondizionato di Washington al rilancio della costruzione di nuovi kibbutzim sionisti nei territori palestinesi in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, e questo, per accelerare la realizzazione del progetto di "giudaizzazione" di tutta la Palestina.
 
L'accordo di Doha ed il ruolo nuovo previsto per il Libano
 
La svolta spicca di più e più chiaramente come il ruolo futuro previsto per il Libano, che dovrà trasformarsi in uno Stato che accetta i palestinesi a cui Israele già rifiuta il diritto al ritorno, nel caso in cui il progetto statunitense ed israeliano trionfi…
 
Questo nuovo ruolo va a complicare la situazione interna, non solo a partire dalla rottura confessionale evocata tra Sunniti e Sciiti ma anche dal ruolo crescente di alcune formazioni fondamentaliste sovvenzionate dai paesi del Golfo arabo e di cui il concentramento in Libano fu facilitato da certe forze politiche.
 
L'esempio del comunicato pubblicato da Fath Al Islam, ultimamente, ne costituisce un esempio; ed è forse per questo che l'accordo di Doha ha seguito quello di Beirut esprimendo più chiaramente, nel suo articolo 5, la necessità "di applicare la legge e di rispettare la sovranità dello stato su tutte le regioni libanesi, in modo da impedire la presenza di zone infestate da fuorilegge e per consegnare alla giustizia tutti quelli che commettono crimini o che violano la legge."
 
In quanto all'accordo tra i belligeranti, il cui carattere confessionale nasconde le vere lotte di classe e ritarda il vero cambiamento, costituisce una tregua che ha lo scopo di evitare una nuova estate "calda", se possibile, facendo promesse alla maggioranza dei libanesi, gli emarginati, i disoccupati e tutti quelli i cui stipendi non bastano a procurarsi il pane, che mangiano impastato col sangue. Promesse sui giorni belli che presto torneranno sulle ali della pace civile, questa volta ancora, dal lato del Golfo… E questo, aspettando la conclusione delle trattative arabo-israeliane, dei cambiamenti in Iraq ed in Afghanistan e le loro ripercussioni sull'equilibrio delle forze interne libanesi…
 
In quanto alla legge elettorale adottata a Doha, sulla base di un ritorno alle piccole circoscrizioni del 1960, il "caza", coi cambiamenti necessari operati a Beirut, per accordare la circoscrizione della capitale all'atmosfera generale confessionale, costituisce il nuovo detonatore che darebbe fuoco alle polveri…E’ impossibile sapere su cosa i registi del nuovo accordo si sono basati per affermare che tale legge elettorale garantirebbe la stabilità per un lungo tempo.
 
Tutti sanno che la legge elettorale del 1960 fu alla base delle divisioni sfociate nella guerra civile del 1975, e di tutte le catastrofi che ne seguirono.
 
Tutti sanno che le tensioni, tanto interne che regionali, esigono soluzioni radicali già riconosciute, in principio, dalla stessa borghesia in alcune parti dell'accordo di Taëf tra cui, in primo luogo, la soppressione del confessionalismo dalla vita politica e dalle norme civili.
 
E tutti sanno che la legge elettorale costituisce la porta d’accesso obbligato verso la stabilità, la pace civile e la trasformazione del Libano in una patria vera.
 
Ma il consenso, raggiunto tra le differenti fazioni della borghesia, si riassume nella seguente frase: la patria passa… noi rimaniamo.
 
Beirut, 25 maggio 2008
Anniversario della Liberazione
(Per il numero del 30 maggio del bimestrale «An Nidaa»)
  
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare