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- popoli resistenti - libano - 10-07-08 - n. 236
Libano: Comitato ‘Per non dimenticare Sabra e Chatila’
Beirut - 12 – 19 settembre 2008
Ricordiamo la Nakba con i profughi palestinesi in Libano
Il 2008 è l’anno della Palestina
In memoria di Stefano Chiarini
Sessanta anni fa la creazione dello Stato di Israele significò l’inizio della Nakba, la catastrofe, per il popolo palestinese. L’iniziativa di solidarietà con i profughi palestinesi che vivono in Libano che anche quest’anno organizza il Comitato Per non dimenticare Sabra e Chatila è più che mai importante e significativa: l’esistenza della diaspora palestinese (sulla quale riportiamo in fondo alcuni significativi e recenti dati) dimostra che al di là dei tavoli di trattativa, la questione palestinese ruota attorno al Diritto al Ritorno, sancito dalle Nazioni Unite con la Risoluzione 194 e mai attuato.
Le delegazioni del Comitato, nate nel 2001 dall’intuizione del suo fondatore, il compianto giornalista de Il Manifesto Stefano Chiarini, hanno voluto sottolineare fin dall’inizio la necessità di non abbandonare i rifugiati palestinesi, che scompaiono regolarmente da ogni agenda internazionale; così come quest’anno molti tra coloro che hanno voluto celebrare la nascita della Stato di Israele hanno tentato di cancellare la Nakba palestinese, la conseguenza più devastante e tutt’ora non risolta di quell’evento storico.
La memoria della catastrofe, invece, viene tramandata tra i palestinesi di generazione in generazione, anche tra quelle più giovani e tra la gente che vive nei campi profughi dove la consapevolezza delle proprie origini e della propria identità è una condizione essenziale per la loro stessa sopravvivenza.
Le loro condizioni di vita sono durissime: in alcuni paesi come Egitto, Iraq, Arabia saudita, Yemen e Libia, i palestinesi vivono spesso senza documenti, assistenza né visibilità. In Giordania i profughi del '48 hanno la cittadinanza, quelli del '67 no. In Libano, la loro esistenza è molto drammatica e peggiorata nel corso degli ultimi anni in conseguenza delle difficili condizioni di vita di tutto il paese, aggredito e gravemente distrutto dalla potenza di fuoco del vicino Israele nell’agosto del 2006. (Di seguito trovate a proposito del Libano un articolo di Chiarini dal titolo Un voto diviso per etnie, non recente ma di grande attualità)
In Libano vivono oltre 400.000 persone ghettizzate in dodici campi profughi sostenuti solo dagli aiuti sempre più miseri della comunità internazionale. Quegli uomini e donne vivono senza diritti, neanche quello di guardare al futuro.
Per questo abbiamo scelto di celebrare insieme a loro anche quest’anno l’anniversario del massacro di Sabra e Shatila (sul quale di seguito proponiamo un bellissimo testo di Stefano Chiarini intitolato Attualità di un insulto alla vita e ai morti). In questo modo vogliamo esprimere la nostra solidarietà al popolo palestinese e alla resistenza libanese ed il nostro impegno per impedire che il silenzio e l’oblio vengano gettati sull’esistenza di migliaia di uomini e donne.
Come partecipare
Il viaggio avrà luogo da venerdì12 settembre a venerdì 19 settembre 2008: per prenotarsi è necessario chiamare entro il 25 luglio uno dei nominativi indicati sotto, poi ognuno provvederà a contattare l’agenzia di viaggio per il pagamento del proprio biglietto.
La quota di partecipazione è di 120 euro da inviare entro la stessa data (25 luglio) sul conto corrente bancario n° 63105/32 intestato all'associazione "Per non dimenticare. Onlus" presso la Banca di Roma - filiale 10 via Monte Santo 48 - 00195 Roma –
Iban: IT37J0300205021000006310532
ALBERGO
L'organizzazione si limiterà a fare le prenotazioni per ottenere il massimo sconto possibile: ognuno provvederà individualmente al pagamento del proprio conto. E’ invece importante che ci fate sapere se preferite una stanza singola o doppia o tripla. Abbiamo scelto per un buon rapporto qualità prezzo l'hotel Casa D'or. Il costo di una camera singola si aggira attorno ai 60 dollari a notte per la singola; 70 per la doppia, 80 per la junior suite (trasformabile in tripla con un sovrapprezzo di 10 dollari). I prezzi vanno maggiorati di un 10% di tasse. Nel prezzo è compresa la prima colazione. Tutte le camere hanno aria condizionata e prese per il collegamento internet (a pagamento).
VOLI
Si viaggia con la compagnia libanese MEA e l’agenzia presso la quale ci siamo rivolti è la Raptim di Roma (Via Ostiense 193/D, tel. 065755950, fax: 065781394)
Il numero e gli orari dei voli andata e ritorno sono i seguenti:
1 ME 236 12SEP FCOBEY 1015 1650
°2 ME 235 19SEP BEYFCO 0640 0915
Il volo fa scalo a Milano sia all’andata che al ritorno. La quota a persona è di 350,00 + tasse che ad oggi ammontano a 136,45 euro, una cifra da riconfermare al momento della emissione del biglietto aereo.
IMPORTANTE: Prima del pagamento del biglietto è necessario contattare l’agenzia per verificare a quanto ammontata la quota delle tasse che varia continuamente. In vista di nuovi aumenti del costo del petrolio, è possibile che anche la quota che ci è stata indicata al momento subisca rialzi: per questo è consigliabile pagare il biglietto quanto prima, anche se la scadenza ultima è il 25 agosto 2008.
Il biglietto non è rimborsabile, escluse le tasse aeroportuali al netto delle spese di procedura di euro 20.oo.
Il riferimento presso l’agenzia è Nazzareno Venturi [nventuri@raptim.it] e le coordinate per il pagamento (inviate subito ricevuta tramite mail o fax) sono le seguenti:
Beneficiary: Raptim s.r.l. (Via Ostiense 195 - 00154 Rome, Italy)
Bank: Credito Artigiano Rome (Viale Leonardo da Vinci 187 – 00145, Rome, Italy)
Iban code: IT 93 M 03512 03203 000000001085
Swift code: ARTI IT M 2
Vaglia postale intestato a
RAPTIM SRL
Via Ostiense, 195
00154 ROMA
Per partecipare:
Stefania Limiti, 339 24 23 219
Maurizio Musolino, 335.5300861
Alessia Leonello, 347.7799884
Marco Benevento 347.1845229
Marta Turilli 3409254858
ALCUNI DATI SUI RIFUGIATI PALESTINESI
Ramallah – Quds Press. Da un report a cura dell’ente per il Censimento palestinese pubblicato venerdì 20 giugno in occasione della Giornata internazionale dei Profughi, emerge come la questione dei rifugiati palestinesi rappresenti "il nocciolo della questione palestinese nonostante i tentativi israeliani di toglierla dalle agende internazionali".
Il report parla della tragedia umana che ha sconvolto il popolo palestinese nel 1948: una catastrofe che ha provocato l'espulsione dai territori sequestrati da Israele di circa 957 mila arabi palestinesi. Secondo il censimento delle Nazioni Unite del 1950, sono 58 i campi profughi presenti in Cisgiordania e nei paesi arabi riconosciuti ufficialmente dall’UNRWA, e così distribuiti: 12 in Libano, 10 in Giordania, 9 in Siria, e 27 nei territori palestinesi - di cui 19 in Cisgiordania e 8 nella Striscia di Gaza.
Il rapporto sottolinea le discordanze sul numero ufficiale dei profughi palestinesi in base agli studi ufficiali eseguito dagli inglesi, dagli americani, dai palestinesi, dagli israeliani e dalle Nazioni Unite. Le Nazioni Unite hanno diffuso due versioni: secondo la prima, i profughi sono 726 mila; secondo l'altra, 957 mila. La differenza è dovuta ai periodi coinvolti nello studio: il 1949 e il 1950.
Invece, secondo le fonti ufficiali israeliane il numero dei profughi palestinesi è di 520 mila: la differenza è di 437.
Il rapporto ha chiarito che i profughi palestinesi residenti in Cisgiordania, iscritti nei registri delle Nazioni Unite, formano il 16,3% del numero totale; il 24,4% vive nei campi profughi. Parallelamente, i profughi palestinesi nella Striscia di Gaza registrati all’UNRWA rappresentano il 23%, di cui il 45,9% vive nei campi profughi.
Per quanto riguarda i paesi arabi, i profughi registrati all’UNRWA in Giordania sono il 41,7% del totale - di cui 17,4% vive nei campi profughi. In Libano risiede il 9,1% del totale - di cui il 52,5% si trova nei campi. In Siria vive il 9,9% - di cui 26,7% vive nei campi.
Secondo fonti dell’UNRWA, il numero dei profughi registrati è del 75% del totale, a cui si aggiunge un altro milione e mezzo di palestinesi in esilio. Il totale della diaspora palestinese nel mondo ammonta a circa 6 milioni.
I censimenti palestinesi riferiscono che la percentuale dei profughi che vive nei territori palestinesi rappresenta il 47% della popolazione residente: il 19,4% in Cisgiordania e il 25,2% nella Striscia di Gaza.
I dati indicano che il 92,3% dei residenti dei campi profughi sono profughi cacciati via nel 1948. E' rifugiato il 41,3% degli abitanti delle città e il 23,3% delle zone rurali.
Il report accenna anche al grande numero di giovani tra i profughi e all’alto livello di natalità - tra i più alti, sia a livello arabo sia a livello internazionale. La media dei componenti di una famiglia di profughi è di 6,3 membri. Questo dato diminuisce tra i palestinesi della diaspora: 4,8 membri per famiglia. Le percentuali sono state diffuse dal rapporto dell’UNRWA del 2007.
Fonte INFOPAL giugno 2008
Un voto diviso per etnie
di Stefano Chiarini
L’onda lunga della guerra in Iraq e della balcanizzazione del Medioriente perseguita dall’Amministrazione Bush, secondo i dettami degli ambienti neocon “likudnik” filo-israeliani, sta investendo ora, dopo l’Iraq, anche il Libano per poi, nelle intenzioni degli apprendisti stregoni del “caos creativo”, proseguire la sua corsa devastante verso Damasco. Obiettivo: la disgregazione degli stati arabi su basi etniche o confessionali per assicurare agli Usa un totale controllo delle riserve di petrolio e ad Israele l’annessione definitiva e la colonizzazione, tranne qualche bantustan palestinese circondato dal muro, della Cisgiordania con Gerusalemme est, delle fattorie di Sheba libanesi e del Golan siriano. E’ vero che le sempre maggiori difficoltà incontrate in Afghanistan e in Iraq, così come la fallimentare invasione israeliana di quest’estate in Libano hanno suscitato forti critiche verso questo progetto non solo in Europa ma anche negli Usa e persino in Israele, ma in concreto la politica dell’Amministrazione Bush non sembra affatto cambiata e continua nella sua opera di divisione dell’Iraq, di cantonizzazione del Libano, di disgregazione della Siria, e di negazione dei diritti del popolo palestinese. Ne è un esempio classico il Libano dove gli Usa, dopo aver fatto di tutto durante la guerra di quest’estate per dare ad Israele il tempo di “portare a termine il lavoro”, continuano ora di concerto con la Francia e con l’Arabia Saudita a soffiare sul fuoco dei contrasti interni alla “Repubblica del cedri” cercando, anche qui come in Iraq e in Palestina, di trasferire lo scontro dal piano politico a quello confessionale e di creare dei regimi autoritari la cui legittimità non è data dal voto ma dal sostegno, politico e militare, occidentale: ecco il tentativo di spingere verso il golpe il presidente Abu Mazen o, in Libano, il veto apposto ad un “accordo nazionale” e il tentativo di mantenere tutto il potere nelle mani del premier sunnita Sinora, sostenuto dalla destra falangista cristiano maronita.
In realtà, attraverso Sinora, gli Usa, la Francia e i Sauditi si propongono di assumere una sorta di mandato coloniale sul paese che porti ad un disarmo della resistenza degli Hezbollah e di quella palestinese, ad un trattato di pace separato con Israele al di fuori - e contro - una conferenza regionale sul ritiro israeliano anche dai territori palestinesi e siriani, ed infine ad utilizzare la Repubblica dei Cedri, in collegamento con i gruppi fondamentalisti sunniti siriani, per rovesciare il regime alawita (sciita) di Damasco. Un progetto assai pericoloso per l’intera regione che si è accompagnato ad una vera e propria “strategia della tensione” costellata di omicidi “eccellenti” dall’uccisione dell’ex premier Hariri, nel febbraio del 2005, a quella di altri esponenti del mondo politico, giornalistico e culturale da Jibran Tueni all’ex leader del Pc, George Hawi, sino, pochi giorni fa, al ministro dell’industria Pierre Gemayel. A sparigliare le carte di Bush e Chirac è venuto però il ritorno dall’esilio, sempre nella primavera del 2005, del generale cristiano-maronita Michel Aoun, già capo di stato maggiore e primo ministro, costretto a riparare in Francia nel 1990 dopo una sfortunata “guerra di liberazione” contro la Siria. Presentatosi alle elezioni del 2005 su una piattaforma “nazionale” e “aconfessionale”, il generale Aoun ha conquistato ventuno seggi, ottenendo così il più numeroso gruppo parlamentare cristiano-maronita ma soprattutto impedendo alle forze filo-Usa di ottenere quei 2/3 dei seggi che avrebbero permesso loro di costringere alle dimissioni il presidente Emile Lahoud, favorevole al mantenimento di buoni rapporti con la Siria, e di cambiare la costituzione imponendo al paese l’agenda Usa. Questo fallimento – così come il disastro iracheno e la parziale rottura dell’isolamento da parte della Siria - ha così inceppato i progetti Usa facendo superare all’opposizione la drammatica crisi seguita all’uccisione di Hariri e al ritiro delle truppe siriane. A quel punto era necessaria una nuova spallata e questa è arrivata questa estate. Con l’aggressione israeliana al Libano non solo il governo Olmert ma la stessa amministrazione Bush speravano di eliminare dalla scena gli Hezbollah, la principale forza politica e militare che si opponeva, e si oppone, ai loro progetti. Questi sono infatti ormai egemoni nella comunità sciita (che dispone di circa 35 seggi al parlamento su 128), gestiscono gran parte degli enti locali del centro sud, ed erano presenti sino a poche settimane fa, con due ministri nel governo Siniora. Se il primo obiettivo della guerra era l’eliminazione della resistenza il secondo era senza dubbio quello di far esplodere le contraddizioni, latenti ma profonde, tra la maggioranza filo-Usa del governo Sinora - formatosi all’indomani delle elezioni del 2005 sotto la spinta emotiva dell’uccisione di Rafiq Hariri - e l’opposizione “nazionale” che sostiene la resistenza, rapporti di buon vicinato con la Siria e che rifiuta una tutela franco-americana-saudita sul paese dei cedri. Il fronte della maggioranza è composto dalla Hariri Inc con il suo partito-azienda sunnita, il Movimento del futuro (fondato da Rafiq Hariri con il sostegno dell’Arabia saudita), dall’ultradestra falangista dell’ex presidente Amin Gemayel e Samir Geagea ed infine dal leader tribale-feudale druso Walid Jumblatt.
L’opposizione invece ruota attorno ai due principali partiti sciiti, Hezbollah e il più moderato movimento Amal del presidente del parlamento Nabih Berri, al Movimento patriottico libero dell’ex generale Michel Aoun – con il suo progetto di costruire un Libano dei cittadini e non delle confessioni religiose – ad altri esponenti sunniti (Omar Karame a Tripoli), maroniti (Suleiman Franjieh), nasseriani (Osama Saad a Sidone), progressisti e, su posizioni autonome, il Partito comunista libanese. I contrasti tra i due campi si sono così approfonditi durante la guerra e sono poi esplosi all’indomani del conflitto quando il premier Fouad Sinora, forte del sostegno occidentale e saudita, ha accentuato la sua tendenza a prendere autonomamente, senza tener conto della minoranza di governo, decisioni di importanza strategica, come quella sull’istituzione di un tribunale internazionale sul caso Hariri - per il quale sono in carcere quattro capi dei servizi libanesi indicati come “possibili” responsabili del complotto insieme a settori dei servizi siriani da una assai poco credibile commissione di inchiesta dell’Onu - la riforma dell’esercito e dei servizi di sicurezza, la risoluzione 1701 sul cessate il fuoco. Questa vera e propria rottura del patto di governo ha portato alle clamorose dimissioni ai primi di novembre dei cinque ministri di Hezbollah e di Amal e di un ministro greco ortodosso e l’avvio nel mese di dicembre di una mobilitazione generale dell’opposizione che ha visto scendere in piazza oltre un milione di persone e un sit in permanente, con migliaia di dimostranti, davanti alla sede del governo. Mobilitazione che, nelle intenzioni dei suoi promotori, dovrebbe finire solamente con un cambio di governo o nuove elezioni. L’opposizione considera ”incostituzionale” l’esecutivo in carica dal momento che - contrariamente a quanto stabilito dalla costituzione - in esso non è più rappresentata la più numerosa comunità del paese, quella sciita e chiede al contrario di avere almeno un terzo dei ministri in modo da poter esercitare una sorta di veto sulle decisioni di “importanza strategica” . Il governo Sinora, forte del sostegno di Usa, Francia e Arabia saudita sembra deciso o però a continuare per la sua strada. L’impasse a questo punto è totale e le pressioni esterne a favore di un governo senza più ministri sciiti, rischiano ora di far saltare la delicata impalcatura istituzionale del paese prevista dalla costituzione e dagli accordi di Taif che nel 1989 posero fine a quindici anni di guerra civile. In quell’occasione vennero diminuiti i poteri del presidente cristiano maronita) a favore del premier sunnita mentre agli sciti (che in realtà costituiscono ormai il 45%, se non di più, della popolazione) restava solo la presidenza del parlamento. In questa delicata situazione il tentativo Usa di imporre il disarmo della resistenza degli Hezbollah, e la continuazione di un vero e proprio assedio a Damasco, rischia, senza un’intesa tra le parti e un accordo regionale, di far saltare i fragili equilibri della “Repubblica dei cedri” spingendo il paese verso lo scontro interno e un’ulteriore destabilizzazione sul disastroso modello importato dagli Usa in Iraq.
La Rinascita 18 dicembre 2005
Attualità di un insulto alla vita e ai morti
di Stefano Chiarini
"L'assedio di Beirut, Sabra e Chatila: di là dalla nebbia del tempo resiste la memoria di quell'insulto alla vita. Un incubo, le fitte che dà una vecchia ferita quando si fa sera e di colpo piove e t'accorgi ch'è finita l'estate. E allora pensi ai vivi e ami i morti rimasti laggiù. A Beirut". Così scriveva Igor Man a dieci anni dalla strage del 16 settembre del 1982 nella quale, in una Beirut occupata dall'esercito israeliano, vennero uccisi oltre 2.000 palestinesi (e tra di loro anche non pochi Libanesi) colpevoli solo di essere stati cacciati dalla loro terra, la Palestina alcuni decenni prima. Un massacro per il quale, in un mondo dove si parla sempre di crimini di guerra, nessuno ha pagato. Né degli esecutori, come l'allora capo dei servizi delle Falangi, Elie Hobeika che è stato fino a poco tempo fa ministro del governo libanese, diventato ora fedele servitore di Damasco come nell'82 lo era stato di Tel Aviv. Né dei mandanti come Ariel Sharon, l'allora ministro della difesa israeliano, che è di nuovo candidato alla leadership del Likud e a quella del suo paese. O come il generale Amos Yaron, che fece entrare i fangisti nei campi "per ripulirli dei terroristi" e che li sostenne logisticamente, illuminando con i bengala il campo per tutta la notte, bloccando vecchi, donne e bambini che tentavano la fuga e rimandandoli indietro verso morte sicura. E che è stato nominato da Ehud Barak direttore generale del ministero della difesa israeliano. Tutti sembrano voler cancellare non solo l'esistenza ma anche il ricordo dei profughi palestinesi uccisi in quel caldo giorno di settembre del 1982. Tutti transitano tranquillamente sull'autostrada che dall'aeroporto di Beirut (tra l'altro in quelle zona dovrebbe esserci secondo il giornalista inglese Robert Fisk un'altra fossa comune) porta al centro della città senza neppure gettare uno sguardo verso Chatila. Un misero campo, nei pressi del nuovo gigantesco stadio, dove vivono ammassati in condizioni sub-umane 18.000 palestinesi. E dove si trova la fossa comune con i corpi di centinaia di vittime del massacro. Uno sterrato pieno di immondizia. Per i palestinesi non c'è rispetto da vivi. Ma neppure da morti. Del resto la Palestina non era forse una terra senza popolo per un popolo senza terra? E quindi quei tre milioni e mezzo di persone ufficialmente non esistono. Ed ancora meno esistono i 350.000 profughi in Libano provenienti dalle fertili terre della Galilea. Non esistono nel mondo e non esistono al tavolo delle trattative nonostante la risoluzione 194 stabilisca
il loro diritto a tornare nel proprio paese. In un momento storico come quello attuale nel quale una guerra devastante contro la Serbia è stata giustificata proprio -nelle parole di Massimo D'Alema- "per riportare i profughi alle loro case in condizioni di sicurezza". E i palestinesi? Il mondo pensa veramente che si possa arrivare alla pace ignorando la loro esistenza? Il mondo pensa veramente che si possa continuare a negare loro una casa, un lavoro e, nel caso di Chatila, anche una degna sepoltura? Noi del manifesto non lo pensiamo. E abbiamo deciso di batterci perché il ricordo di quei morti non vada perduto. Che venga data loro una degna sepoltura. E siamo stati sommersi di lettere di sostegno. Una risposta che è anche una speranza di giustizia. Se ognuno portasse a Chatila un fiore nessuno potrebbe più ignorare quella fossa. Per quanto ci riguarda il sedici settembre noi saremo li con il "nostro fiore dall'odore del sangue ma anche del gelsomino".
Il Manifesto, 02 Settembre 2000