www.resistenze.org - popoli resistenti - libano - 16-09-08 - n. 241

da Partito Comunista Libanese - www.lcparty.org/080902-2.html 
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Forum Medio Oriente
Istituto di Studi Marxisti
Belgio, 23-24 agosto 2008
 
La situazione attuale in Libano: Origini e Prospettive
 
di Marie Nassif-Debs
 
Membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Libanese
Prof. all’Università libanese.
 
Il 15 maggio 2008, l'accordo di Doha metteva fine ad una nuova guerra civile libanese che era esplosa, una settimana prima, in tutte le regioni del Libano e che aveva avuto origine dalla posizione del governo di Fouad Sanioura nei confronti dell'aggressione israeliana condotta due anni prima, da Washington e Tel Aviv, allo scopo di mettere fine alla resistenza armata guidata da Hezbollah.
 
Quest’accordo, composto di sette brevi clausole, prevedeva in un primo momento l'elezione del generale Michel Souleiman alla presidenza della Repubblica, seguita dalla “formazione di un governo di unità nazionale “, “una nuova legge elettorale” e la promessa di “astenersi da ogni ricorso alle armi e alla violenza da parte dell'alleanza delle classi al potere, divisa tra i due gruppi detti del “8 marzo” e del “14 marzo”.
 
Ciò che non è stato detto nell'accordo, e che i belligeranti così come i responsabili del Qatar non hanno divulgato ai media, era l’intesa su di un ritorno al passato per ciò che concerne “la nuova legge elettorale”. Un ritorno alla legge del 1960 che divideva il Libano in 26 circoscrizioni di diversa grandezza (dai tremila ai centomila elettori) su basi confessionali, o quasi, tra le comunità religiose cristiane e musulmane che formavano il tessuto sociopolitico del paese. In aggiunta a ciò, e a causa di questa suddivisione confessionale, questa legge fu anche alla base delle pericolose divisioni che avevano condotto alla guerra civile del 1975.
 
Per quale motivo il ritorno ad una tale legge costituisce, in principio ed in effetti, una contraddizione sostanziale con la nuova Costituzione del paese, votata in seguito all'accordo di Taëf , firmata nel 1989 per mettere fine a questa guerra civile, la più lunga (1975-1990) e, soprattutto, la più mortale e distruttrice [1] ?
 
I. Una pagina di storia
 
Per comprendere l’attuale situazione sociopolitica libanese, le cause e gli effetti della guerra civile sempre latente e sempre pronta ad esplodere, occorre ritornare alla fine della prima metà del XIX secolo.
 
A quel tempo, il Libano, ridotto alla sua parte centrale chiamata Monte Libano, era essenzialmente diviso tra due comunità religiose: i maroniti, cattolici orientali che esercitavano il governo del paese per tramite degli emiri appartenenti alla famiglia Chéhab, ed i drusi. Entrambi erano legati alla Francia; i maroniti, soprattutto, vedevano nella “figlia primogenita della chiesa” una “madre nutritrice” e benevola.
 
I. 1. La fine dell'emirato e la guerra civile
 
Con la fine dell’emirato sancita dagli ottomani nel 1842, i maroniti si legarono sempre di più alla Francia; ciò spinse i drusi a cercare altri alleati, che furono trovati nei britannici i quali fornirono armi e preparazione mentre i drusi aprivano ai loro missionari tutte le grandi vie del Libano… I problemi si moltiplicarono a tal punto che le due potenze europee proposero di dividere il Monte Libano in due caimacamats, o distretti, uno druso e l'altro maronita.
 
Questo sistema di governo durò diciotto anni; ma durante gli ultimi due, 1858-1860, affogò nel sangue di una rivolta contadina che degenerò molto rapidamente in guerra civile (molto violenta) tra maroniti e drusi che Gran Bretagna e Francia supervisionarono, una volta ancora, con l’obiettivo di dividersi il litorale orientale del Mediterraneo. Questa guerra costò la vita a più di sedicimila abitanti tra cui quattordicimila maroniti (quattromila erano morti di fame), e fu la causa dei massicci trasferimenti forzati dei cristiani: più di 100.000 persone.
 
I. 2. Da “Moutassarifiat” all'indipendenza [2]
 
In tali condizioni nel 1861 nasceva il Piccolo Libano (a maggioranza cristiana). Aggregava sette regioni (dette “cazas”) che erano: il Chouf, il Metn, Kesrouan-Jbeil, Batroun, Le Koura, Zgharta e Bécharré. A queste regioni si aggiungevano le due grandi città cristiane di Jezzine (a sud) e Zahlé (nella Bekaa). Al contrario, Beirut, Tripoli e la sua regione, Saïda ed il resto della Bekaa si erano separati dal paese che godeva oramai di una certa autonomia in seno all'impero ottomano e che era governato da un “Moutassarif” cristiano non libanese ma appartenente ad uno dei paesi di quest’impero…
 
Questo sistema di governo durò vent’anni (1860-1920). Fu certamente contraddistinto da molti aspetti positivi, il primo dei quali era la stabilità politica, a cui si può aggiungere la sicurezza e la creazione di un'amministrazione statale su basi moderne.
 
Tuttavia, i governatori non erano libanesi ed i problemi erano numerosi, soprattutto quelli creati durante la prima guerra mondiale e, in particolare, quelli della carestia e dell'antagonismo franco-turco. In seguito alla guerra, i francesi conquistarono nuovamente la tutela sul Libano e la conservarono fino alla fine della seconda guerra mondiale o quasi (1943) …
 
In ogni caso, prima del loro ritiro essi operarono in modo da instaurare in Libano un regime politico tale che gli avrebbe consentito un facile ritorno nel paese. Questo sistema era basato sugli scontri confessionali, poiché prevedeva una formula (sighat) basata sulla divisione del potere e dell'amministrazione in quote tra le confessioni religiose più importanti. Così, il presidente della Repubblica diventò maronita, il presidente del Parlamento sciita ed il presidente del Consiglio sunnita; il parlamento, formato da 99 deputati, fu diviso in 54 posti per i cristiani contro i 45 per i musulmani. Parimenti, i posti chiave del paese furono divisi tra le differenti confessioni religiose che avevano, inoltre, delle prerogative in materia di statuti della persona (matrimonio, divorzio, eredità…).
 
 I. 3. L'Accordo di Taëf
 
Questa situazione anormale si sarebbe dovuta concludere con l'applicazione dell'Accordo di Taëf, firmato nel 1989 e diventato parte integrante della Costituzione nel 1990. Difatti, quest’accordo prevedeva tutto ciò che poteva mettere fine al confessionalismo in materia di politica e di stile di vita:
 
-         L'elezione di un parlamento su basi non confessionali e la formazione, parallela, di un senato per rappresentare le confessioni.
-         La soppressione del confessionalismo al vertice della piramide amministrativa.
-         La formazione di un'alta commissione per la soppressione del confessionalismo in tutti i campi (gli altri gradi dell'amministrazione, le leggi e gli statuti della persona in particolare).
 
Tuttavia, malgrado diciotto anni di tensioni e di lotte e nonostante i dolorosi avvenimenti del 7 maggio passato, l'alleanza della borghesia e del feudalismo politico al potere (i gruppi dell'8 e del 14 marzo messi insieme) nega costantemente l’applicazione di queste clausole della Costituzione che i suoi rappresentanti avevano definito non solo come l'unica via possibile per far uscire il Libano dalla guerra civile in cui si dibatteva, ma anche da tutte le guerre civili a venire.
 
Il loro rifiuto, dapprima motivato dalla presenza siriana e la tutela che il regime siriano esercitava sul Libano dal 1976, attualmente si basa sulla “necessità di preparare gli spiriti prima di ricorrere al cambiamento delle leggi”. Ciò non corrisponde al vero, poiché la forza della legge può agevolare i cambiamenti voluti.
 
Del resto, se ciò che affermano i rappresentanti politici delle confessioni fosse vero, avrebbero dovuto agire diversamente. Essi non arringano forse le folle nel senso della suddivisione confessionale? E, malgrado i dissensi molto forti sulla questione della Resistenza contro l'occupazione israeliana e delle armi di Hezbollah, non hanno concluso, durante le elezioni del 2005, un'alleanza detta “quadripartitica” che raggruppa tutti i partiti politici a tendenza musulmana? E, lo stesso oggi, malgrado le divisioni sulla stessa questione delle armi della resistenza e della sua influenza in seguito alla risoluzione 1701 [3] del Consiglio di sicurezza dell'ONU che allontana, in principio, la Resistenza delle frontiere sud del Libano, non sono venuti a patti, nell'accordo di Doha, per una nuova redistribuzione della torta confessionale, tanto nel governo che sul piano della legge elettorale?
 
II.1. Il regime politico libanese
 
Innanzitutto si tenga presente che, per con il sistema politico confessionale ancora in vigore, il Libano non potrà conoscere che instabilità, divisioni e rivolte o guerre civili. La borghesia, allo stesso modo della classe feudale, è sempre ricorsa alle divisioni religiose e confessionali, verticali, per consolidare il suo regime: i lavoratori e le classi oppresse si scontrano per permettere a questa o quell’altra parte della borghesia di recuperare i privilegi persi e di ottenerne di nuovi. Una tale situazione apre sempre la via alle "tutele", fuorviando i problemi e, soprattutto, la lotta di classe.
 
Tale situazione è basata su una lunga storia di divisioni intestine, incoraggiate dalle forze mandatarie che il Libano ha subito, a partire dagli ottomani fino ai nostri giorni con gli Stati Uniti che hanno preso il posto lasciato dalla Siria nel 2005.
 
Così, se esaminiamo l'Accordo di Doha, sopraccitato, noteremo che costituisce in realtà un colpo di stato contro la precedente situazione (che applicava l'Accordo di Taëf), che aveva messo fine alla guerra civile. Infatti l'Accordo di Doha ha abbandonato le riforme previste, fra cui una nuova legge elettorale basata sulla “soppressione del confessionalismo politico” per “la mouhafazat [la grande circoscrizione], la vita in comune tra i libanesi ed una migliore rappresentazione politica di tutte le categorie sociali e di tutte le generazioni, dopo la rimessa in discussione delle divisioni amministrative nella cornice dell'unità territoriale e popolare del Libano”.
 
L'Accordo di Doha è basato sulle piccole circoscrizioni (cazas) create nel 1960 ed in ognuna delle quali si trova una maggioranza confessionale. Ciò fa si che il 75% dei deputati (per 96 seggi) siano già conosciuti; i restanti (25%, cioè 32 seggi) saranno materia di divisione, non perché le circoscrizioni in cui si presenteranno non hanno una tendenza confessionale maggioritaria, ma semplicemente perché, contrariamente ai sunniti (la cui maggioranza sostiene Saad Hariri, del "Movimento del futuro") e agli sciiti (raggruppati intorno ad Hezbollah e al "Movimento Amal"), i cristiani sono molto divisi tra "Le Correnti nazionali libere" di Michel Aoun e "Le Forze libanesi" di Samir Geagea.
 
Ciò significa chiaramente che i partiti della sinistra (di cui i comunisti raccolgono il 10% dei voti) e tutti quelli che si richiamano alla laicità, a uno Stato civile, saranno, una volta ancora emarginati, contrariamente a ciò che è stato detto in seguito alla revisione della Costituzione. Mentre i discendenti di certe "famiglie" feudali saranno eletti nelle loro piccole circoscrizioni.
 
Dunque, quest’accordo aiuterà l'alleanza di classe al potere a rigenerarsi.
 
Infine, non bisogna dimenticare che quest’accordo, sopraggiunto in seguito ai combattimenti di maggio, esprime un nuovo rapporto di forze in cui lo sciismo politico ha migliorato le sue posizioni in seno all'alleanza al potere; ecco il vero senso del "terzo di blocco" [il sistema costituzionale prevede che un terzo dei ministri siano indicati dalla maggioranza, un terzo dalla minoranza ed un terzo dal capo dello Stato. Ogni decisione del governo può essere bloccata qualora si opponga un terzo del governo, n.d.t.] che fu la parola d’ordine del gruppo "8 marzo". Questo non è, del resto, la prima volta che i cambiamenti politici determinino un cambiamento "sul campo": fu il caso della creazione del "Grande Libano" maronita ma anche quello del Libano "sunnita", espresso dall'accordo di Taëf…etc.
 
II. 2. Le tutele ed i progetti delle potenze straniere.
 
Questo stato di fatto aiuta anche le potenze straniere, arabe o internazionali, ad infiltrarsi in Libano e ad imporre la loro tutela.
 
Fu la via intrapresa dagli ottomani per imporsi al mondo arabo, tra cui il Libano, nel corso di molti secoli. Fu anche quella della Francia e della Grande Bretagna e, più tardi, dell'Egitto o degli Stati Uniti. Tutti "hanno obbedito" all’appello delle confessioni religiose che "hanno aiutato" a recuperare privilegi o ad ottenerne di nuovi.
 
La politica odierna va nello stesso senso: il Libano è diviso tra le zone di influenza statunitense, che controlla le azioni del gruppo del "14 marzo" (quello della maggioranza nata in seguito alle elezioni del 2005 che avevano seguito di poco l'assassinio dell'ex presidente del consiglio Rafic Hariri) e quella degli amici della Siria e dell'Iran. E, poiché il Libano è retto dai capi confessionali borghesi subordinati al nuovo regime mondiale, diviso in zone di influenza e progetti che vanno contro la sua indipendenza e sovranità, attualmente attende di capire ciò che farà Washington nella regione dopo le elezioni presidenziali e come la nuova amministrazione statunitense tratterà i problemi cruciali relativi a Gaza e la Palestina, ai profughi palestinesi, la normalizzazione delle relazioni con Israele, al problema del nucleare iraniano e l'occupazione dell'Iraq…
 
Ma, aspettando l’insediamento della nuova amministrazione, che non avrà una politica mediorientale molto differente da quella attuale, è ben noto che il Libano, se non sarà unificato e diretto da un governo di vera unità nazionale, costituirà l'anello debole, e il suo popolo continuerà a farne le spese .
 
C'è, in primo piano, il problema dell'acqua di cui Tel Aviv ha bisogno, di cui ha tentato di impossessarsi a partire dai fiumi di frontiera.
 
C'è, anche, il problema delle fattorie di Chebaa, delle alture di Kfarchouba e del villaggio del Ghajar, oltre a quello delle violazioni del territorio libanese da parte degli aerei da combattimento israeliani e al ruolo della Resistenza nella protezione e nella liberazione del territorio.
 
C'è, soprattutto, il problema del rifiuto israeliano di accettare il ritorno nel proprio paese dei 350.000 palestinesi che vivono in Libano; problema legato a quello del "trasferimento" di altri palestinesi dai territori del 1948 e da quelli occupati nel 1967.
 
Senza dimenticare, beninteso, i problemi socioeconomici legati alle direttive della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale che, dal 1992, hanno generato un debito che supera i 40 miliardi di dollari e che potrebbero generarne di nuovi se il futuro governo seguirà il percorso intrapreso, soprattutto attraverso le decisioni votate in seguito alla Conferenza detta di "Parigi-3" (tenuta qualche mese fa), fra le quali, in primo luogo, la privatizzazione dei servizi essenziali, la soppressione progressiva del settore pubblico e l'aumento dell'IVA fino al 16% in un paese dove la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e dove lo SMIG (Salaire Minimum Interprofessionnel Garanti, salario orario minimo, N.d.T.) supera le 300.000 lire libanesi (200 dollari); ed anche se si applicasse la decisione, teorica, di alzarlo a 500.000 (330 dollari), l'alto costo della vita, a cui contribuisce l'aumento dei prezzi del petrolio, avrebbero di fatto già annullato i benefici del possibile aumento.
 
III. Le prospettive
 
Sulla base di una tale situazione, le prospettive non sono molto ottimistiche, soprattutto se prendiamo in considerazione i due fattori già valutati: in primo luogo, le relazioni di tutela tra i rappresentanti della borghesia e del feudalismo politico (rappresentati, quasi senza eccezione, nel governo attuale) e gli Stati Uniti o quelli che si oppongono ai suoi progetti (le differenti resistenze in Libano ed in Palestina, così come in certi paesi della regione); secondariamente, i problemi sempre sollevati dal regime politico confessionale in Libano.
 
Il Libano e tutto il Medio Oriente sono, attualmente, in un periodo di tregua, in attesa dei risultati delle elezioni presidenziali statunitensi.
 
Tuttavia, dovremmo notare che le soluzioni ai problemi posti alla nuova amministrazione non sono evidenti, dato che sono in contraddizione con gli interessi statunitensi, particolarmente quelli dei "decisionisti" nei settori militare e petrolifero…
 
* C'è, innanzitutto, l'Iraq.  
 
Questo paese è molto importante economicamente e strategicamente per Washington. E, anche se per potere vincere le elezioni al Congresso o per preparare il loro ritorno alla presidenza, i Democratici avevano dichiarato la loro intenzione di ritirarsi da questo paese, questo non accadrà senza una resistenza che li spinga verso questa direzione. Le grandi società transnazionali, dirette dagli Stati Uniti temono molto il contrabbando del petrolio e del gas che si è creato nel sud e nel nord… Del resto, il patto sulla sicurezza, preparato da G. W. Bush è molto chiaro a questo proposito ed il suo impatto sarà molto pesante su tutta la regione, poiché permette alle truppe statunitensi di agire come padroni di casa. Per il Libano, e con ciò che già era accaduto a Nahr Al Bared, c’è da pensare che i "Salafiti" e gli altri gruppi tra cui quelli di Al Qaeda, troveranno in questi ambiti delle possibilità per colpire gli Stati Uniti… E, ciascuno può immaginare le conseguenze.
 
* C'è, poi, Israele.  
 
C’è da ritenere che sarà Tsipi Livni a salire al potere, in seguito al congresso di Kadima e alle elezioni. Vale a dire il Mossad. E, né il Mossad, né gli appartenenti alla classe politica israeliana pensano di fare grandi concessioni, soprattutto in Libano, dove cercheranno una rivincita per far dimenticare la cocente sconfitta dell'estate 2006. Dovremo aspettarci attacchi imminenti, dei raid soprattutto, da parte dell'esercito israeliano. Senza dimenticare il lavoro sovversivo che possono compiere le unità di spionaggio israeliano, le cellule dormienti sparpagliate sul nostro territorio e su cui il PCL e poi Hezbollah avevano attirato l'attenzione.
 
* C'è, soprattutto, la Palestina ed il problema palestinese.  
 
Pensiamo che, malgrado tutte le concessioni fatte dal governo palestinese e quelle che potrebbe fare Hamas, il diritto al ritorno sarà sempre negato. Se aggiungiamo a ciò, il rinnovato progetto del "trasferimento" dei palestinesi e teniamo conto dei 350.000 palestinesi (armati) che vivono in Libano e delle polemiche sollevate da alcune forze politiche tra cui le "Forze libanesi" (originariamente patrocinate da Israele), il quadro della situazione prenderà forma davanti ai nostri occhi. Tanto più che i campi palestinesi, quello di Aïn El Héloué soprattutto, sono delle roccheforti dove i gruppi dell’islamismo radicale trovano rifugio e dove, quasi ogni giorno, avvengono scontri armati (vi sono notizie, non ancora fondate, sul ruolo giocato dai gruppi dello spionaggio saudita e giordano infiltrati nei campi, attraverso elementi arrivati di recente dall'Iraq ed introdotti in Libano attraverso l'aeroporto e le frontiere di terra)…
 
* C'è, infine, il problema libanese.
 
C’è da prevedere che la tregua, nata in seguito all'accordo di Doha, sia di breve durata, poiché i libanesi aspettano anch’essi gli sviluppi nella regione e nel mondo. Le prossime elezioni legislative saranno probabilmente il punto di partenza dei nuovi sviluppi, poiché la maggioranza attuale, guidata dalla Corrente del futuro (pro saudita e, soprattutto, pro USA) è resa inefficace, a seguito della vittoria di Hezbollah nella battaglia militare condotta, il 7 maggio scorso, per contrastare le decisioni del primo governo di Fouad Sanioura riguardo alla rete di telecomunicazione di Hezbollah… Di più, ciò che accade a Tripoli, tra i sunniti e gli alawiti supportati da Damasco, lasciano prevedere sviluppi drammatici, soprattutto con la campagna anti-siriana che va crescendo.
 
Aggiungiamo a tutto ciò la volontà statunitense ed israeliana di colpire in Iran; e, in Libano, c'è Hezbollah…
 
Tutto questo, oltre al nuovo progetto della "Unione per il Mediterraneo" (l'edizione europea e sarkozista, del "Nuovo Medio Oriente") e alle azioni degli Stati Uniti nella regione, non lascia presagire nulla di buono, tanto più che il movimento della sinistra araba è ancora debole e che nessun legame esiste tra questa e le forze progressiste o religiose che si oppongono al progetto statunitense.
 
Solo un fronte delle forze antimperialiste nella regione araba, che esalti le due parole d’ordine della liberazione nazionale e dell'uguaglianza sociale, un movimento che sia in grado di cucire i legami col movimento progressista mondiale, in Europa soprattutto, potrà opporsi a quello che Washington prepara per l’intera regione mediterranea.
 
Note
 
[1] La guerra civile, cominciata nel 1975, e seguita da due aggressioni israeliane, nel 1978 e nel 1982, si era conclusa con più di 100.000 morti, migliaia di rapiti e scomparsi, decine di migliaia di abitazioni distrutte e perdite economiche molto importanti.  
[2] Cfr. Lo studio intitolato "Storia del Libano" e presentato, nel novembre 2007, all'università Pompeu Fabra di Barcellona.  
[3] Questa risoluzione, preparata da John Bolton, ambasciatore degli Stati Uniti, fu votata in seguito alle disillusioni dell'esercito israeliano nel Sud del Libano ma anche dopo che gli israeliani avevano scaricato sul popolo libanese migliaia di tonnellate di BSM (bombe a grappolo) e bombe contenenti uranio impoverito…La risoluzione 1701 dà indirettamente a Israele la possibilità di compiere nuove aggressioni contro il Libano, poiché non stabilisce un cessate il fuoco e permette a questo paese ogni azione definita "difensiva"… Infine, dà ragione all'aggressore e stabilisce che la Resistenza libanese costituisce la fomentatrice di agitazioni, a causa del rapimento di due soldati israeliani allo scopo di liberare i detenuti libanesi tra cui Samir qantar.