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- popoli resistenti - libano - 16-06-09 - n. 278
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Elezioni parlamentari del Libano
di Marie Nassif-Debs
11/06/2009
La legge del 1960 e i risultati attesi
Lunedì 8 giugno a mezzogiorno, il ministro libanese degli Interni ha pubblicato i risultati ufficiali delle elezioni parlamentari, annunciando la vittoria della maggioranza uscente alleata agli Stati Uniti e conosciuta con il nome di "Gruppo 14 marzo", sull'opposizione, alleata invece di Siria e Iran e nota come "Gruppo 8 marzo" [1]. La differenza è di 14 seggi: 71 a 57.
L'annuncio chiude il periodo dell'ascesa confessionale in atto da oltre dieci mesi, che ha esacerbato le divisioni conseguenti l'aggressione israeliana del luglio 2006 da cui erano conseguiti gli scontri popolari e armati culminati nella battaglia del 7 maggio 2008 e che portarono all'accordo di Doha con la legge secondo cui si sono svolte le elezioni del 7 giugno 2009.
L'accordo di Doha e la legge del 1960
L'accordo, siglato il 16 maggio 2008, poggia su tre punti principali:
1-L'elezione di un presidente frutto di consenso politico, concludendo così il vuoto costituzionale durato oltre 8 mesi.
2-La formazione di un governo di "unità nazionale" dove il Gruppo 8 marzo rappresentasse un terzo delle cariche, in modo da avere la garanzia e il diritto di veto se la maggioranza avesse cercato di far passare dei progetti sui quali non c'era accordo.
3-Il ritorno alla legge del 1960, basata sul sistema maggioritario e la divisione del paese in 28 circoscrizioni, ognuna delle quali con un colore confessionale dominante. Un solo cambiamento: una nuova divisione delle circoscrizioni della capitale, per consentire al movimento di Saad Hariri di accaparrarsi i seggi sunniti.
E se al rientro in Libano i leader presenti a Doha, nella loro stragrande maggioranza, denigravano la legge del 1960, tuttavia non fecero niente per prenderne le distanze; al contrario non hanno esitato ad approvare tutte le clausole, compresa quella relativa alla formazione di una lista comune tra il "Movimento del Futuro" (14 marzo), Hezbollah e il "Movimento Amal" (8 marzo) nella seconda circoscrizione di Beirut. Inoltre, alla luce dei colori confessionali delle circoscrizioni, era facile prevedere, ben prima delle elezioni, i risultati di circa 100 seggi sui 128 che compongono il Parlamento: il che significa che il popolo libanese non ha votato e che la stragrande maggioranza dei membri sono stati nominati e non eletti.
Questa situazione ha reso quasi impossibile vigilare adeguatamente sullo svolgimento democratico delle elezioni, dal momento che la legge stessa sfalsa il voto. A ciò si deve aggiungere la corruzione, l'abuso di potere, e questa volta, il voto di alcune centinaia di migliaia di libanesi immigrati (alcuni non conoscono una sola parola di arabo), chiamati (con biglietti di viaggio pagati anticipatamente) in soccorso nelle circoscrizioni dove le forze si equilibravano.
Tutti i mezzi sono buoni
In aggiunta a tutte le forme di interferenza, è opportuno notare il sostegno internazionale ai due blocchi, al Gruppo 14 marzo in particolare.
Esempi:
1-Gli Stati Uniti non si sono accontentati dell'attività del loro ambasciatore e del suo predecessore, Jeffry Feltman, attuale ufficiale capo per il Medio Oriente del Dipartimento di Stato americano; hanno supervisionato la partecipazione al voto degli immigrati libanesi e, cosa ancora più importante, hanno triplicato gli sforzi: a cominciare dalla visita del ministro degli Esteri Hillary Clinton, seguita da quella del Vice Presidente Biden - che ha riunito il Gruppo 14 marzo – per finire con l'intervento del Presidente stesso che ha voluto parlare della minoranza maronita in Libano nel discorso all'Università del Cairo.
2-Israele ha utilizzato tutti i mezzi politici e militari in suo possesso. Così, nel corso di oltre un mese, i suoi editorialisti e le altre personalità mediatiche hanno "avvertito" i libanesi dei pericoli che poteva assumere la vittoria di Hezbollah, arrivando a lasciare intendere che Tel Aviv sarebbe stata pronta a intervenire direttamente nella battaglia.
3-Quasi tutti i governi europei hanno espresso la loro preoccupazione per l'evoluzione della situazione in Libano, tanto da mettere in secondo piano le elezioni europee del 7 giugn ... Inoltre, tutti i paesi della UE hanno espresso il loro sollievo per la "vittoria" degli amici degli Stati Uniti e dell'Arabia Saudita.
4-L'invio da parte dei governi del Golfo, arabi e altri, di delegazioni il cui ruolo era quello di convincere con qualsiasi mezzo, questo o quel rappresentante o partito politico a cambiare campo (come è accaduto con Al-Jamaa al-Islamiya a Saida).
5-Le continue visite di alcuni responsabili del Gruppo 8 marzo a Damasco, per discutere le liste.
6-L'appello di voto del patriarca maronita.
7-La mancata applicazione degli articoli di legge in materia di informazione e propaganda elettorale. Cosicché i capo-lista, proprietari di canali televisivi, hanno dispiegato tutte le armi confessionali, mentre i candidati indipendenti erano quasi del tutto oscurati.
8-Le differenze, di migliaia di voti, tra le liste elettorali inviate ai comuni nei mesi precedenti e quelle presentate alle urne il giorno delle elezioni.
9-Il ruolo che alcuni hanno voluto attribuire al Presidente della Repubblica nelle liste per il Gruppo 14 marzo, in previsione della formazione di quello che abbiamo iniziato a chiamare "il gruppo di centro".
Il Partito comunista libanese
E' vero che il Partito comunista libanese è stato il primo a rifiutare la legge del 1960: in primo luogo per una questione di principio che riguarda la necessità di creare una società civile non confessionale, e in secondo luogo, perché l'avvio di un cambiamento democratico passa per una legge elettorale di tipo proporzionale, che garantisce la maggior rappresentatività.
E' anche vero che il PCL ha dichiarato a più riprese che avrebbe condotto una battaglia politica contro la legge del 1960, basata su cinque principi: il proporzionale, l'abolizione del confessionalismo, la soppressione delle circoscrizioni, una quota femminile temporanea e il voto a 18 anni.
E' vero infine che il PCL ha dichiarato la disponibilità ad allearsi con alcune forze politiche sulla base di un programma minimo politico (legge elettorale) e socio-economico (l'eliminazione delle nuove imposte e delle misure antisociali votate in occasione della terza conferenza di Parigi).
Tuttavia, dato che gli appelli del partito non hanno trovato risposte concrete, i suoi candidati hanno corso da soli nelle cinque circoscrizioni dove sono stati presentati. E qui occorre ammettere che il PCL ha commesso un errore tattico: bisognava ritirarsi dalla campagna elettorale e continuare la battaglia politica contro la legge. Perché oltre la sconfitta, il partito non è stato in grado di raccogliere tutti i suoi elettori che hanno risposto con il "voto utile".
I risultati e le previsioni
Alcuni ritengono che i risultati delle elezioni siano stati ben controllati dai Grandi elettori internazionali e regionali, che non hanno alcuna urgenza di infrangere lo status quo creato dall'accordo di Doha. Tuttavia, queste elezioni e la campagna elettorale che le ha precedute, hanno ulteriormente aggravato la divisione verticale della società libanese. Il confessionalismo e le interferenze esterne hanno aggravato i problemi già esistenti, per cui non è azzardato dire che il paese possa precipitare nella violenza, mentre decine di cellule spia di Israele vengono smantellate.
A questo si aggiunga l'impatto della crisi capitalistica mondiale su un paese fortemente indebitato e con un'economia reale in sofferenza, nell'inerzia della classe dominante che si accontenta di seguire le istruzioni del Fondo Monetario Internazionale riguardo l'abolizione del settore pubblico e dei servizi di base. Entrambi i gruppi della borghesia, "8 marzo" come "14 marzo", hanno ripetutamente proclamato il loro impegno a favore delle privatizzazioni e per l'applicazione delle clausole delle tre conferenze di Parigi; il presidente della Camera, Nabih Berri, lo ha dichiarato apertamente in una intervista rilasciata appena tre giorni prima delle elezioni, mentre si ricandidava al posto che stava lasciando.
Alcuni hanno visto nelle sue dichiarazioni politiche e socio economiche i segni premonitori di un nuovo raggruppamento che, oltre Saad Hariri e Walid Jumblatt, darebbe vita a una formazione politica, il Centro destra, la cui immagine sarebbe "la moderazione" secondo la linea sostenuta e realizzata dall'ex-ministro degli Esteri degli Stati Uniti Condoleezza Rice in Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania.
La borghesia libanese (in particolare quella finanziaria ed imprenditoriale) e alcuni rappresentanti del feudalismo politico ritengono che tale formazione potrebbe ridare lustro al regime libanese sull'orlo del collasso. Questo è il motivo per cui, approfittando del ritorno, precario, alla normalità nelle relazioni tra Riad e Damasco, come tra Washington e Damasco, mossi dal timore di non riuscire a salvare il regime in tempo, si sono convinti che questa soluzione, abbinata a qualche concessione "democratica" ai giovani (il voto a 18 anni), li risparmi dai bruschi cambiamenti che pensavano di aver seppellito per sempre quando avevano liquidato il movimento sindacale nella prima metà degli anni Novanta... Inoltre il movimento di sinistra in Libano, e più in generale, i democratici non sono ancora stati capaci di uscire dalla crisi esistenziale che li attanaglia dalla fine della guerra civile, lasciandoli prigionieri degli slogan riformisti, decisamente distanti dalle rivendicazioni di cambiamento lanciate negli anni Settanta del secolo scorso.
Marie Nassif-Debs
Responsabile delle Relazioni Internazionali del Partito Comunista Libanese
Beirut, 9 giugno 2009