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- popoli resistenti - libano - 07-12-12 - n. 433
da Marie Nassif-Debs
Traduzione dal francese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Si moltiplicano le iniziative per difendere il sistema confessionale
Ma come difendere il paese?
Marie Nassif-Debs
30/11/2012
Tanto rumore per nulla... Questo è il nostro problema con la classe dominante, sia all'interno che all'esterno del governo.
In effetti, tutti i partiti che compongono questa classe - che non hanno mancato di usare la corruzione in ogni sua forma o anche l'arma prediletta della guerra civile - ci parlano da qualche tempo di saggezza e ci bombardano con un flusso di iniziative che mirano, dicono, a far uscire il paese dal vicolo cieco in cui "ci siamo" impantanati, quando sono riusciti nell'impresa di trasformare la situazione interna in una guerra civile latente, che potrebbe esplodere da un momento all'altro.
Bisogna aggiungere, a proposito di queste iniziative - vendute a caro prezzo sul mercato della politica libanese -, che hanno come punto di partenza, direttamente o indirettamente, la crisi siriana. E siccome questa crisi presenta molte complicazioni, non solo a causa della guerra intestina, ma anche perché chi ne muove le fila sul piano internazionale non è desideroso di mettere la parola fine, il Libano e la sua gente devono aspettarsi ulteriori esplosioni, simili a quelle subite a seguito dell'assassinio del generale Wissam Al Acan. E' forse per questo motivo che il deputato Walid Jumblatt ha chiesto il rispetto degli accordi tra i libanesi (leggervi "i leader delle confessioni libanesi") e per evitare di interferire negli affari interni della Siria.
Il "Tavolo del dialogo"... e il conflitto reale
Tuttavia, questa richiesta, come tutti gli appelli a tornare al tavolo del dialogo interreligioso o anche in seno al parlamento, non supera il pio desiderio. Quelli che manovrano sanno che questi desideri non possono diventare realtà, per un intreccio di ragioni da loro stessi create, tra cui la più importante è l'essenza stessa del regime confessionale e il suo funzionamento. In primo luogo il diritto di veto accordato ai leader delle confessioni religiose (gli emiri Taifas) e la distribuzione del potere tra di loro, a partire dagli statuti personali, istituiti per dividere i libanesi a tutti i livelli della loro vita familiare e sociale, ma anche sul piano del potere politico, dei privilegi che ne derivano, degli appelli alla tutela internazionale per il paese.
E se vogliamo dire tutto questo in modo più chiaro, diremo che le posizioni sulla crisi siriana assunte sia dal governo (dominato dal gruppo cosiddetto dell'8 marzo) sia dall'opposizione (noto come del 14 marzo) non esprimono lontanamente la volontà di premunire il Libano dai pericoli di una guerra settaria (tra sunniti e sciiti). Sono, invece, posizioni attendiste e circostanziali, per congelare la situazione fino a quando non siano chiari i progetti, concepiti qua e là, contro la Siria e la sua gente ma anche contro il popolo palestinese nei territori occupati e all'esterno. Dovrebbe essere chiaro che la politica del governo libanese, salutata da alcuni governi (soprattutto in Europa) non ha preso in considerazione la necessità di salvaguardare, ora o in un futuro più o meno prossimo, l'unità nazionale... Al contrario, i partiti coinvolti stanno cercando di preparare il terreno che ritengono loro propizio. Per fare questo, giocano qualsiasi carta (religiosa e regionale) e approfittano delle lacune dell'Accordo di Ta'if (1990).
Tra queste lacune, citiamo quelle relative alla nuova distribuzione del potere politico tra gli emiri delle tre religioni principali del paese (maroniti, sunniti e sciiti). In effetti, l'accordo di Ta'if aveva sviluppato una nuova formula religiosa bipartita (sunnita-maronita al posto di maronita-sunnita). Di conseguenza il conflitto vissuto dal Libano oggi si basa per gli uni (la borghesia di origine maronita) sulla volontà di recuperare i privilegi perduti, per gli altri (la borghesia di origine sciita) di espandere la loro parte o (per la borghesia di origine sunnita) di mantenere la situazione invariata.
Il regime confessionale è crollato, e i suoi componenti stanno cercando di guidare il paese verso la caduta
Sulla base di quanto detto, asseriamo che il "Tavolo del dialogo" tra le diverse fazioni della borghesia libanese, coronato di aureole religiose, non ha fatto avanzare le cose, e la perseveranza del Presidente della Repubblica a riunirli non tutela il paese dai venti stranieri, sia quelli che spirano dal Golfo che quelli che soffiano da entrambi i confini, siriano e israeliano.
Il sistema confessionale libanese è in coma e la borghesia libanese non potrà resuscitarlo attraverso una nuova o vecchia legge elettorale su base confessionale, neanche nell'ipotesi venga messa a disposizione tutta la ricchezza del Golfo arabico e del Golfo persiano.
Il regime a carattere confessionale è sull'orlo del baratro. La borghesia che ha stabilito questo regime, cerca di guidare il paese nella sua caduta, secondo il famoso detto di Luigi XIV: "Dopo di me, il diluvio"... Essa continua infatti, nonostante le minacce alla pace civile, a seguire il percorso di esacerbazione dei conflitti settari e religiosi, e blocca nello stesso tempo ogni nuova riforma.
E poiché la situazione è molto critica, sia internamente che a livello regionale, e la classe dirigente è ora impossibilitata a riorganizzare la sua casa, la guerra civile tornerà nuovamente a bussare alla nostra porta se non stiamo attenti e non utilizziamo tutti gli impedimenti politici e sociali che abbiamo a disposizione. Qui si trova la complementarità tra le forze politiche di sinistra e le forze sindacali democratiche che attualmente occupano la piazza per difendere i diritti salariali e per preservare il settore pubblico.
Come affrontare l'estate rovente che si profila?
Inoltre, quando si parla di guerra civile, non possiamo dimenticare che, oltre ai fattori interni, Israele è lì, pronto a vendicare le sconfitte inflitte dalla Resistenza patriottica libanese nel 1982. Senza contare che il progetto avanzato da Netanyahu, "Israele, Stato degli ebrei del mondo", passa per i 450.000 profughi palestinesi che vivono in Libano a cui Israele nega il diritto al ritorno.
Quest'analisi ci porta a ribadire ciò che abbiamo detto più volte: la prossima estate sarà sicuramente politicamente e militarmente rovente a causa della sovrapposizione tra elementi regionali e internazionali che avranno luogo nel 2013 a tutto il 2014, a partire dalle elezioni in Israele, passando dal ritiro delle truppe NATO dall'Afghanistan, fino alla fine del mandato del presidente Bashar Assad in Siria.
È per questo che la situazione in Libano, già fragile, può subire ulteriori imprevedibili scosse, violente e distruttive. E, se ci basiamo su esperienze passate, vicine e lontane, si può prevedere che la borghesia libanese non mancherà di ricorrere ancora una volta alla tutela straniera, pensando di poter proteggere i propri interessi e privilegi, calandosi in un nuovo ruolo.
Di qui la necessità di prendere le redini in mano, di consolidare la pace civile e salvaguardare la sovranità e l'indipendenza della patria.
Articolo pubblicato in arabo sulla rivista "An Nidaa", 30 novembre 2012
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