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da Granma Internacional Cubaweb

http://www.granma.cu/italiano/2006/julio/mar11/29mexico-it.html

 

Lopez Obrador dà battaglia

 

Nidia Diaz

11 Luglio 2006

 

Sono passate due settimane da quando 41,7 milioni di cittadini si sono recati alle urne per eleggere il nuovo Presidente del Messico, in una contesa che vedeva solo due opzioni: o scegliere la continuità di un modello neoliberista che privilegia una minoranza, con tutto quello che ciò ha rappresentato in questo paese in termini di genuflessione di fronte all’impero, oppure tentare di costruire una società nella quale ci sia spazio per tutti, sulla base di un programma di giustizia sociale e dignità nazionale.

 

Più di duecentomila messicani si sono concentrati sabato 8 luglio allo Zócalo per sostenere il loro candidato Andrés Manuel López Obrador e denunciare la frode che ritengono si sia prodotta contro di lui.

Entrambe le strade erano conosciute. Entrambe le strade sono state percorse.

La prima opzione, rappresentata dal candidato governativo Felipe Calderón del Partito Azione Nazionale (PAN), è quella delle illusioni perdute, del tradimento ad un elettorato che sei anni fa votò per il cambiamento dopo 70 anni di governi del PRI (Partito Rivoluzionario Istituzionale), che non solo non ha mantenuto le sue promesse di più impiego, migliori opportunità e soluzione del problema dell’emigrazione ma che, in quest’ultimo caso, ha ceduto a Washington ed ha quasi applaudito la criminalizzazione degli emigranti negli USA e la militarizzazione della frontiera comune con la potenza del Nord.

 

Andrés Manuel López Obrador, capo del Governo dell’importante Distretto Federale e candidato della coalizione Per il Bene di Tutti – composta dal Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), dal Partito dei Lavoratori (PT) e da Convergenza –, è arrivato alla contesa con il merito di aver amministrato onestamente i beni dello Stato a vantaggio delle masse della popolosa capitale, i cui contrasti sociali sono drammatici.

 

Non c’è da stupirsi quindi, che durante la contesa pre-elettorale le forze dell’estrema destra politica, dei rappresentanti degli interessi dell’oligarchia nazionale, delle transnazionali e dell’Amministrazione repubblicana di George W. Bush (che ha costantemente agito da dietro le quinte), si siano unite contro il candidato del PRD, in spudorata connivenza con il potere mediatico.

López Obrador è stato dipinto fin dal primo momento come "un pericolo per il Messico", un "satellite di Hugo Chávez", colui che avrebbe portato il paese verso il caos in caso di vittoria, senza contare le manovre che prima della campagna elettorale, partendo dallo stesso Esecutivo, hanno infruttuosamente tentato di privarlo della possibilità di candidarsi.

 

Vale la pena ricordare questi precedenti in un momento in cui, secondo il Comando della Campagna dell’Alleanza Per il Bene di Tutti, lo stesso López Obrador, importanti settori politici e sociali e la stampa indipendente, sostengono che il governativo PAN (con il via libera del presidente Fox) ha ideato una frode elettorale, un "colpo di Stato tecnico" che, a discredito della democrazia messicana, potrebbe venire consumato contro il candidato del PRD senza che gli incolpati abbiano potuto finora dimostrare il contrario.

Andrés Manuel López Obrador ha convocato sabato 8 luglio, di fronte a più di 200.000 messicani riuniti nello Zócalo ed in varie conferenze stampa sull’argomento, una marcia popolare contro quella che (per la prima volta dalla giornata elettorale) ha definito una frode. Marcia pacifica che dovrebbe ripetersi domenica.

 

Il riscontro "voto per voto e seggio per seggio", è la richiesta perentoria avanzata da lunedì 10 dalla coalizione Per il Bene di Tutti al Tribunale Elettorale del Potere Giudiziario (TEPJ), organismo che secondo le leggi federali ha il compito di dirimere le controversie sulle "irregolarità" commesse dall’Istituto Federale Elettorale (IFE), accusato di aver mantenuto prima, durante e dopo le consultazioni una condotta torbida o quantomeno irresponsabile, che in ogni momento ha favorito il candidato governativo.

 

Gli analisti locali hanno avvertito che l’IFE, dopo la chiusura dei seggi elettorali e quando l’esito del conteggio è improvvisamente e inaspettatamente cambiato a favore di Calderón, ha lasciato in mano ai media per più di tre ore le speculazioni su chi fosse il vincitore. È stato allora che il presidente dell’Istituto, Luis Carlos Ugalde, ha annunciato l’impossibilità di dare il risultato di fronte ad un eventuale pareggio tecnico e immediatamente lo stesso presidente Vicente Fox si è rivolto alla nazione in termini simili. Nel frattempo la CNN, Televisa e Televisión Azteca (solo per citarne alcune), avevano insistito ossessivamente sull’idea che il PAN era irreversibilmente in testa.

 

Secondo un editoriale del quotidiano La Jornada, "tutti i dubbi e le irregolarità messe in mostra negli ultimi giorni, quando la tendenza a favore di López Obrador si è invertita a meno di un punto percentuale a favore di Felipe Calderón, devono essere chiariti prima che il processo culmini nella proclamazione formale del vincitore. Diversamente" – aggiunge –, "si costituirebbe un Governo sulla base di un enorme discredito e di una frattura nazionale".

 

Felipe Calderón, in quest’atmosfera di grande confusione e apparente scorrettezza da parte del PAN e senza che il TEPJ lo abbia ancora dichiarato vincitore, si è rivolto al suo avversario proponendogli un Governo di coalizione. Non è passato inavvertito il fatto che, nonostante finora López Obrador venisse considerato "un pericolo" per il Messico, adesso viene invitato a far parte del Governo federale dei prossimi sei anni.

Oltre a ciò, richiama l’attenzione anche il fatto che Stati Uniti, Spagna e Canada si siano felicitati con il presunto vincitore, il candidato governativo Felipe Calderón e l’Unione Europea parli di elezioni "inattaccabili" che avrebbero visto la vittoria della "democrazia".

 

Ma le denunce di frode non sono poche e lo stesso López Obrador le ha elencate nei suoi ultimi interventi pubblici:

- L’esistenza di un’operazione di Stato per favorire Felipe Calderón;

- L’esistenza di un ordine di non apertura dei pacchetti elettorali e una strana fretta per concludere in meno di 24 ore un’elezione numericamente combattuta;

- Irregolarità in 55.000 seggi elettorali;

- Scomparsa di più di tre milioni di voti, più di due milioni dei quali, per ammissione delle autorità elettorali, sono stati scartati perché "illeggibili". Di questi voti, 600.000 sono inspiegabilmente "scomparsi" negli stati dove ha vinto il candidato del PRD.

 

Il TEPJ, unica istanza preposta a farlo, ha tempo fino al 31 agosto per pronunciarsi sull’appello presentato da López Obrador e dai suoi avvocati e fino al 6 settembre per pronunciarsi definitivamente su chi sarà il nuovo presidente del Messico.

Fino a quel momento il paese sarà in bilico.

 

I pericoli possono essere diversi, tenendo conto che è molto ciò che la destra e le forze che appoggiano il PAN possono perdere. Le provocazioni potrebbero costituire una forte tentazione per molti.

Tuttavia, al di là dello 0,58% di distanza che separa Felipe Calderón da Andrés Manuel López Obrador nel conteggio dei suffragi del 2 luglio scorso, quel che è certo è che la sinistra messicana, rappresentata dalla coalizione Per il Bene di Tutti, si è irreversibilmente trasformata in una delle più poderose forze politiche del paese, scalzando il PRI e che, anche se gli venisse rubata la vittoria come avvenuto nel 1988, sarà impossibile detenere la volontà di un’immensa maggioranza dell’elettorato, convinta che un altro Messico è possibile.