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Nepal: Il re fa marcia indietro
Bert De Belder
2 maggio 2006
Il re Gyanendra non ricoprirà più
contemporaneamente le funzioni di capo di Stato, Primo ministro e di comandante
in capo dell’esercito. Questo fa sì che il popolo abbia più potere?
Da molti anni, i 25 milioni di Nepalesi si trovano sotto il giogo di una monarchia feudale.
Nel 1996, il Partito Comunista (maoista) del Nepal iniziava una guerriglia contro il regime.
Dieci anni più tardi, il partito controlla fra il 60 e l’80% del territorio nepalese.
Il re Guyanendra ha reagito con una violenta repressione, instaurando chiaramente una dittatura militare ed arrivando addirittura, l’anno scorso, a sciogliere il parlamento. Durante tutto questo tempo il monarca a beneficiato dell’appoggio degli Stati Uniti, della Comunità Europea e del Belgio. Louis Michel ha addirittura consegnato, fra l’altro, 5500 mitragliatrici Minimi, estremamente efficaci, per difendere questa “democrazia nascente”.
Vedendo aumentare la repressione, i maoisti hanno annunciato il cessate il
fuoco ed hanno iniziato delle consultazioni con i sette principali partiti
politici che siedono in parlamento. Alla fine dell’anno scorso ne risultò
un’alleanza e un accordo in dodici punti, di cui il più importante era:
instaurare una “democrazia assoluta” formando insieme a tutti i partiti un
governo che proclami delle elezioni al fine di costituire un’assemblea
consultiva. In questo modo il popolo potrà decidere in favore di una
costituzione democratica.
Nel mese di marzo, mentre la pressione contro la monarchia aumentava, la guerriglia ha organizzato il blocco della capitale Katmandu. Più tardi, il fronte dei maoisti e dei sette partiti ha raggiunto un accordo per interrompere il blocco e per iniziare uno sciopero generale di quattro giorni a partire dal 6 di aprile. Il resto lo abbiamo visto nei telegiornali degli ultimi giorni: lo sciopero continua, la polizia ha sparato sulla folla e il re ha finalmente dovuto fare un piccolo passo indietro. Ha tentato dapprima di accattivarsi i sette partiti, proponendo loro di designare un nuovo Primo Ministro, ma il 24 aprile, ha dovuto promettere di ripristinare il Parlamento e di dare le dimissioni dalla carica di Primo Ministro, dato che nelle sue mani si accumulavano troppe cariche.
La posizione dei maoisti nei confronti del Parlamento Costituente
I sette partiti si sono mostrati entusiasti della “proposta reale”, ma i
maoisti si sono dimostrati più prudenti, perché quella proposta, in realtà, era
solo un modo di attenuare la pressione del popolo e di salvare la monarchia. I
maoisti hanno obbligato i sette partiti a resistere sul fatto che l’obbiettivo
numero uno era la formazione di un’assemblea costituente, come era stato
convenuto nei dodici punti di accordo. Dopodiché i maoisti hanno annunciato un
nuova interruzione delle ostilità di tre mesi, periodo in cui i sette partiti
devono dar prova di avere davvero l’intenzione di conformarsi agli accordi.
Nello stesso tempo i maoisti invitano a mantenere compatta la “pressione
popolare”. Chiedono anche che i prigionieri politici maoisti detenuti in Nepal
e in India vengano liberati, e che il partito maoista smetta di essere
considerato come un’organizzazione terrorista.
Lo Zio Sam si intromette
Gli Stati Uniti, preoccupati della crescente influenza dei maoisti, hanno fatto
di tutto per tenerla sotto controllo. La settimana scorsa, l’ambasciatore Usa
in Nepal, James Moriarty, ha fatto chiaramente sapere la posizione dello stato
americano: “ Il nuovo governo nepalese deve fare rispettare ai maoisti il
cessate il fuoco, ed essi non devono poter entrare nel governo temporaneo se
non a patto di abbandonare le armi.”.
Fatto che contraddice chiaramente l’accordo dei dodici punti.
Moriarty ha parlato apertamente del motivo della propria ingerenza negli affari
della crisi nepalese. La prima proposta fatta del re ai sette partiti, quella
che prevedeva l’elezione di un Primo Ministro, è stata accolta da un’ondata di
proteste popolari e “..i maoisti erano vicini alla vittoria ed alla possibilità
di rovesciare la monarchia a mezzo di una rivoluzione violenta”, ha affermato
Moriarty. L’ambasciatore ha lasciato anche intendere in un’intervista concessa
alla CNN, che il re avrebbe dovuto fuggire se non avesse fatto delle
concessioni e che “tutto questo affare ha contribuito ad alcuni progressi della
democrazia”…ma forse bisogna leggere il tutto come “il re ha dovuto fare marcia
indietro per evitare che l’influenza dei maoisti dilagasse.”
Traduzione di Andrè Uno