Il sionismo considera il genocidio un'arma di guerra perfettamente ammissibile
M. Mehdi (Intervista a cura di) | afrique-asie.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
15/09/2025
È uno dei pochi giornalisti al mondo ad aver vissuto le diverse fasi del genocidio dei palestinesi, dalla guerra dei sei giorni nel giugno 1967, all'assedio della residenza dell'Autorità palestinese nel 2000, da parte del genocida Ariel Sharon sulla scia della seconda Intifada, passando per i massacri di Sabra e Shatila (16-18 settembre 1982) a Beirut, dove è stato testimone, e il ritiro dell'OLP dal Libano nel 1982.
Si tratta ovviamente di Jacques-Marie Bourget, grande amico del martire Yasser Arafat, che nell'ottobre 2020 ha rischiato di pagare con la vita la sua determinazione a diffondere la verità sui crimini dell'entità sionista, lontano dalla parzialità dei media bugiardi. Jacques-Marie Bourget, a cui auguriamo tanta salute per superare le prove del suo coraggio, ci svela in questa intervista la dottrina genocida dell'entità sionista, evocando i massacri di Sabra e Chatila e il genocidio odierno a Gaza da parte di questo regime fascista che beneficia ampiamente della passività e del silenzio della comunità internazionale e soprattutto della politica disfattista dei paesi arabi.
Algérie54: Tra pochi giorni commemoreremo il 43° anniversario dei massacri di Sabra e Chatila. In qualità di reporter e testimone che ha vissuto questi massacri, quale lettura ne fa oggi?
Jacques-Marie Bourget: Ne faccio una lettura tardiva ma spaventosa, scopro che, fin dalle sue origini, il sionismo ha considerato il genocidio come un'arma di guerra del tutto ammissibile. In realtà, l'obiettivo appena velato del sionismo, e qui siamo molto prima dell'Olocausto, era la scomparsa dei palestinesi da una terra che, in modo del tutto errato storicamente e secondo un principio coloniale, essi consideravano loro.
Per "liberare" la loro cosiddetta "terra promessa", i sionisti avevano due mezzi: il genocidio (uccidere i palestinesi) o la pulizia etnica (costringerli a fuggire).
Modestamente, e perché era "antisemita" dirlo, i vari massacri compiuti sotto la tutela britannica, poi la Nakba quando 700.000 palestinesi furono cacciati con le armi nel 1947-48, provenivano da questo spirito, genocidio e pulizia etnica. I sionisti non hanno mai preso in considerazione la creazione di uno Stato palestinese.
Il massacro di Sabra e Chatila, che ho vissuto in prima persona il venerdì sera, al secondo giorno della carneficina, fa parte di questa serie di crimini che avevano come obiettivo l'eliminazione dei palestinesi. Non li elencherò, perché le uccisioni sono troppo numerose, ma da Tal el Zaatar nel 1977 a Gaza oggi abbiamo assistito a molteplici "eliminazioni". Sabra e Chatila ne fanno parte dopo il massacro della "Quarantena".
Ricordo ai ciechi che nel dicembre 1982 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che Sabra e Chatila erano "un atto di genocidio". Un atto imprescrittibile, ma mai punito. Eppure questa barbarie è stata organizzata dalla A alla Z da Israele e dal suo capo Sharon. Gli israeliani hanno addestrato i miliziani libanesi che sono entrati nei campi (accompagnati da ufficiali israeliani il giorno stesso). Dal 1982 abbiamo ritrovato gli appunti delle conversazioni tra Reagan e Sharon: quest'ultimo ha strappato a Reagan l'autorizzazione a commettere il massacro. Voler fare di Sabra Chatila un episodio libanese è una vergogna per la verità. Leila Seurat, figlia di un ostaggio morto in prigionia, oggi ricercatrice, ha appena pubblicato un articolo di rara qualità sulla storia di Sabra e Shatila, leggibile sul sito "Le grand Soir"; leggete anche la sua ultima analisi sull'inevitabile ritorno alla lotta armata del movimento palestinese (Orient XXI). Infine, per i più curiosi, la lettura del libro di Israël Shahak dimostra in ogni riga la possibilità dell'uso del genocidio come arma di guerra.
Algérie54: I massacri di Sabra e Chatila sono legati quest'anno al genocidio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Non ritiene che sia giunto il momento per la comunità internazionale di mobilitarsi per porre fine all'impunità di cui gode l'entità sionista?
Jaques-Marie Bourget: Penso che i palestinesi siano un popolo maledetto. Devono affrontare l'inattaccabile, ed è una prova mostruosa. Si parla sempre di "solidarietà araba"... ma i palestinesi non sono solo arabi e l'unico legame degli arabi con loro è religioso, quello dell'Islam (anche se tra loro esiste una minoranza cristiana). Da un lato ci sono i popoli del mondo che si infuriano contro il colonialismo sionista e il disprezzo delle leggi e delle decisioni internazionali, dall'altro i loro leader (ad eccezione di Algeria, Yemen, Irlanda, Spagna e pochi altri), che hanno opzioni capitalistiche o geostrategiche in cui il popolo palestinese non conta.
L'unica soluzione è nelle mani di un principe del sionismo, psicologicamente instabile e totalmente ignorante: Donald Trump. Finché i popoli non saranno in grado di piegare il braccio dei loro leader, nulla cambierà per la Palestina.
Algérie54: Tra un mese, Jacques-Marie Bourget commemorerà il 25° anniversario del tentativo di assassinio da parte dell'esercito sionista a Ramallah nei suoi confronti, mentre esercitava la sua professione di reporter. Questo scenario si ripete oggi con l'uccisione di oltre 250 giornalisti palestinesi a Gaza. Quale messaggio invierebbe per sottolineare l'aggressione fisica ai giornalisti?
Jacques-Marie Bourget: L'indignazione per l'uccisione dei giornalisti è inopportuna, poiché i sionisti si sono arrogati il diritto di fare ciò che vogliono, quando vogliono e senza sanzioni. Perché volete che la vita dei giornalisti, per di più palestinesi, sia rispettata? Sono bestiame come gli altri, vite che non sono vite, vite di non-esseri. Durante la Seconda guerra mondiale, prendiamo l'esempio di Pierre Brossolette, giornalista e resistente, assassinato dai nazisti, ma nessuno ha osato contestare le sue due qualità di «giornalista-resistente». A Gaza un giornalista non può che essere un «terrorista».
Avendo vissuto sulla mia pelle la barbarie di un tentativo di assassinio sionista, capisco molto bene la crudeltà che c'è nel considerare chi informa come un bersaglio. Quando un giornalista muore, è la verità che lascia il campo di battaglia. Eppure, nel paese dei diritti umani, questi omicidi sono considerati legittimi da troppe persone.
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