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- popoli resistenti - palestina - 14-10-25 - n. 943
Il ritorno in una terra distrutta. Grida di sollievo, non di gioia
Chiara Cruciati | ilmanifesto.it
14/10/2025
Oltre 1.700 palestinesi liberati a Khan Younis, 250 in Cisgiordania. Per 154 la pena continua: l'esilio

L'arrivo dei prigionieri palestinesi di Gaza rilasciati a Khan Younis - Ap/Abdel Kareem Hana
La liberazione di quasi duemila prigionieri politici palestinesi è un mosaico di storie che hanno occupato i siti arabi e i canali Telegram per tutta la giornata di ieri. Ogni pochi minuti, una notifica: il video di un abbraccio, una foto di volti smagriti, sorrisi quasi sorpresi o lacrime e grida, quelle di chi al ritorno a Gaza ha ritrovato solo fantasmi. L'arrivo a bordo di vecchi autobus di centinaia di palestinesi vestiti tutti uguali, con la tuta grigia della prigione, non è stata una festa, ognuno di loro sa a quale prezzo è tornato libero. L'esplosione di gioia delle folle corse ad accoglierli negli ospedali sembrava più un grido collettivo di sollievo, perché sono usciti sulle loro gambe.
A Tulkarem, in Cisgiordania, c'è una moglie vestita a festa per il ritorno del marito che non vedeva da 24 anni, Omar Bsais. A Beit Rima, alle porte di Ramallah, c'è una madre che si abbandona tra le braccia del figlio, Tareq al-Barghouthi: non si toccavano da 22 anni, da quando era stato arrestato e condannato all'ergastolo. C'è un uomo che a Khan Younis ha scoperto che non lo avrebbe accolto nessuno: la moglie e i tre figli sono stati uccisi in un raid israeliano. Trema sulla sedia a rotelle che lo accompagna fuori, poi si butta a terra e urla, ripete la stessa frase innumerevoli volte: «Hanno ammazzato i miei figli». Mostra il braccialetto che aveva preparato in cella, un regalo per la sua bambina: «Tra cinque giorni è il suo compleanno», dice parlandone al presente. «Oh mio dio, nessuno di loro è vivo».
C'è Naji al-Jaafrawi che ha visto trasformare il suo primo giorno senza catene in dolore straziante: suo fratello, il giornalista e blogger Salah, è stato ucciso appena 24 ore prima da una gang al servizio dell'esercito israeliano. C'è una donna che dai bus non vede scendere il fratello, Mohammed Emran: quando le dicono che è tra gli oltre 150 esiliati fuori dalla Cisgiordania, sviene. Non lo vede da 25 anni. C'è un giovane uomo a Khan Younis portato a spalle dalla folla in festa, gli passano il figlioletto e lui lo stringe forte, come in una danza. C'è un ragazzo che si aggrappa al finestrino pur di abbracciare il prima possibile il fratello che spunta dal vetro. E poi ci sono le testimonianze. Come quella del fotoreporter Shadi Abu Sido, rapito dall'esercito israeliano il 18 marzo 2024 nell'ospedale al-Shifa di Gaza City mentre raccontava l'assedio: «Ho avuto fame per quasi due anni. Ci appendevano, nudi, ci picchiavano e ci insultavano. Ci dicevano: abbiamo ucciso i tuoi figli, Gaza non esiste più».
Un altro ex prigioniero racconta dell'escalation di violenze degli ultimi giorni. Alcuni la prova la portano in faccia, nei lividi intorno agli occhi. Un'altra la fornisce in diretta la tv israeliana Channel 13: riprende i prigionieri bendati, strattonati, costretti a camminare piegati in avanti e legati uno all'altro mentre vengono condotti verso gli autobus.
C'è anche l'assenza, quelli che non sono scesi da nessun autobus, né a Ramallah né a Khan Younis o al valico di Rafah, diretti in esilio in Egitto: Marwan Barghouti di Fatah, Ahmad Sa'adat del Fronte Popolare, Hassan Salameh e Abbas al-Sayyed di Hamas. Non c'è il dottor Hussam Abu Safiya, il direttore del Kamal Adwan Hospital scomparso dentro un tank israeliano il 27 dicembre 2024 e da allora sottoposto ad abusi e violenze.
In totale Israele ha liberato 1.968 prigionieri palestinesi, per la stragrande maggioranza - 1.718 - persone catturate a Gaza durante gli assedi nelle città e i campi profughi, rastrellati nelle scuole-rifugio o nelle case in briciole. Altri 250 sono prigionieri condannati al carcere a vita o a pene lunghe decenni per attività armate o politiche durante la Seconda intifada. Infine, 154 esiliati in Egitto, in Turchia, in Algeria o a Gaza. «È illegale - spiega Tamer Qarmout, docente al Doha Institute for Graduate Studies ad al-Jazeera - Sono cittadini palestinesi, non hanno un'altra cittadinanza. Da una piccola prigione vengono mandati in una più grande, lontano dalla loro società, in paesi diversi dove subiranno severe restrizioni».
Una forma, dicono gli esperti, di sfollamento forzato e di fatto una vittoria doppia per Israele. Nei giorni precedenti al rilascio, mentre nelle città israeliane ci si preparava all'accoglienza dei venti ostaggi ancora in vita, l'esercito di Tel Aviv ha vietato qualsiasi tipo di celebrazione in Cisgiordania. Lo ha fatto con volantini lanciati dai droni, blocchi stradali e incursioni nelle comunità. Raid preventivi: in alcuni casi sono stati arrestati i parenti di coloro che stavano per riacquistare la libertà.
Ieri lo ha ribadito lanciando lacrimogeni e sparando proiettili ricoperti di gomma contro le famiglie in attesa. Intanto, in carcere restano 10mila prigionieri palestinesi da Gerusalemme est e Cisgiordania e migliaia di gazawi di cui non si alcuna notizia.
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