Sale la protesta contro la criminalità e gli omicidi nelle comunità palestinesi in Israele
Palestinesi cittadini israeliani manifestano a Tel Aviv contro la criminalità organizzata e il ruolo dello Stato - foto Ap/Ohad Zwigenberg
«Anche qui ad Acri l'aumento della violenza delle gang è visibile, si sentono spari sempre più spesso durante la notte. Non avevamo mai avuto tanta criminalità nelle nostre strade. Ed è così in tante città e villaggi arabi». Marwan ci guida nei vicoli della città vecchia di Acri. Ristoranti, caffè e negozi pieni di cibo, utensili, souvenir e tanto altro rallegrano coloro che passeggiano all'interno delle mura di questa città con una storia lunga secoli. «Purtroppo - aggiunge Marwan - non pochi di questi commercianti ogni mese sono costretti a versare decine di migliaia di shekel al racket. Chi si rifiuta rischia la vita».
Marwan ci fa parlare con un suo amico ben informato che abita nei pressi della città vecchia. «La polizia conosce i mujrimin (criminali), sa delle famiglie Rubai e Tabarani e della loro lotta per il controllo dei traffici illegali. Eppure, non fa nulla, resta a guardare». Giungono notizie di nuove vittime. Nel villaggio beduino di Suweid Hamira sono stati uccisi tre uomini a colpi d'arma da fuoco. Altre due persone sono state giustiziate nel campo profughi di Shuafat, a Gerusalemme Est. Nelle ultime ore un giovane è stato freddato a colpi di pistola a Yafa an-Naserah.
Con queste uccisioni, nei primi 37 giorni del 2026 è salito a 35 il numero dei palestinesi uccisi in regolamenti di conti, agguati e vendette trasversali. Quasi uno al giorno. Tra le vittime ci sono anche donne e minori. Le scene di sparatorie sono diventate quasi quotidiane, facendo sentire le persone abbandonate al loro destino. Nel 2025 in Israele è stato ucciso un cittadino palestinese in media ogni 36 ore. Con 252 vittime, l'anno passato è stato il più insanguinato (230 del 2024). Gli omicidi avvengono in gran parte con pistole automatiche e mitra. Una strage oscurata dalla cronaca delle stragi a Gaza e delle uccisioni in Cisgiordania.
«Come è possibile che Israele, il paese che dice di avere la polizia più addestrata, che conosce tutto di tutti e sorveglia i palestinesi in ogni aspetto della loro vita, non sia in grado di stroncare queste bande criminali? La realtà è che (le autorità) restano intenzionalmente a guardare», afferma Marwan riferendosi senza nominarlo al ministro della sicurezza nazionale, l'ultranazionalista Itamar Ben Gvir, accusato da più parti di aver scelto di non intervenire. Il bilancio annuale delle vittime è aumentato drasticamente da quando c'è Ben Gvir al governo. Nel 2022, prima della sua nomina, erano stati assassinati 108 palestinesi.
Gli "arabo israeliani" rappresentano circa il 21% della popolazione, oltre due milioni di persone, però costituiscono il 73% delle vittime di omicidio.
La comunità palestinese di Acri non è tra le più colpite dalla violenza, ma avverte ugualmente quello che sta diventando un problema esistenziale. Una parte dei suoi abitanti ha partecipato alla mobilitazione senza precedenti contro la criminalità il 22 gennaio a Sakhnin, nel Triangolo arabo, e una settimana fa a Tel Aviv - presenti anche migliaia di israeliani ebrei - dove i palestinesi hanno scandito «Il sangue arabo non è a buon mercato» e hanno esposto striscioni con la scritta «Il governo e la polizia sono complici nel crimine».
Tra i partecipanti era diffusa la convinzione che lo Stato non solo non protegga i cittadini arabi, ma consenta deliberatamente la diffusione della criminalità. Ne è convinto Nader M., attivista impegnato in Galilea. Da queste parti, sottolinea, si combattono i clan Hariri e Bakri, uno scontro vecchio di decenni che ha fatto decine di vittime; eppure, la polizia non interviene. «Non lo fa - aggiunge - perché Ben Gvir e i suoi colleghi alla Knesset e nel governo considerano la minoranza araba un'entità ostile, quindi lasciano fare e concentrano il loro impegno sulla repressione politica dei palestinesi». La deputata Aida Touma-Suleiman (sinistra) in un podcast ha accusato lo Stato di aver «tradito il patto sociale». «Abbiamo obbedito alla legge, pagato le tasse. Lo Stato avrebbe dovuto proteggerci e destinarci le risorse finanziarie a cui abbiamo diritto. Non solo non lo ha fatto, ha subappaltato alla criminalità organizzata il controllo dei cittadini arabi».
Aggiunge: «Se accadesse in una città ebraica, schiaccerebbero i criminali in due mesi», ha denunciato. Molti palestinesi vedono nella diffusione della criminalità una strategia di controllo politico. Un attivista riassume: «Seminano il crimine nelle nostre città per imporre maggiore controllo. È colonialismo nella sua forma più brutta».
Un elemento centrale è la diffusione delle armi. La maggior parte, scrivono i media locali, proviene da depositi militari o di polizia. Anwar Abu Kias di Umm el Fahem, condanna senza appello il governo Netanyahu. «Come può affermare di guidare forze di sicurezza più forti al mondo e allo stesso tempo di non sapere da dove provengono le armi? Sa che vengono vendute nella nostra comunità dalle loro stesse forze (militari)».
La collusione tra intelligence e criminalità, dicono in tanti, è un ulteriore sviluppo dell'impiego nelle comunità palestinesi di Israele di informatori e spie giunti in passato dai Territori occupati. Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, Israele trasferì centinaia di collaborazionisti, e loro famiglie, da Gaza e Cisgiordania a Nazareth, Giaffa e altre località arabe. «Ecco perché la polizia e l'intelligence (Shin Bet) non toccano i criminali - sottolinea Muna T., una giornalista - Se lo facesse, distruggerebbe la rete di informatori incaricati di sorvegliare i cittadini palestinesi. Ciò spiega la mancata operazione di forza contro i mujrimin». Secondo ex funzionari dello Shin Bet citati dal giornale Times of Israel, le gang godono di un'immunità non dichiarata. Nel 2021 la tv Canale 13 rivelò che «i leader criminali sono agenti dello Shin Bet e non possono essere toccati». Lo Shin Bet respinge accuse vecchie e nuove, Ben Gvir neppure risponde alle critiche.
In assenza di interventi, la mobilitazione si intensifica. I prossimi giorni vedranno uno sciopero generale di tutti i cittadini palestinesi di Israele.
SCHEDA
Famiglie criminali al potere in Galilea
La criminalità organizzata nelle comunità palestinesi è una rete fitta. Le organizzazioni principali sono:
1) La famiglia Abu Latif in Galilea, guidata da quattro fratelli, conta 200 uomini e domina Rama;
2) La famiglia Jaroushi, che agisce a Ramla e Lod, ha trasformato l'area di Al-Jawaris in una capitale del crimine. Da anni è impegnata in una guerra con la famiglia Misrati che ha provocato decine di morti;
3) La famiglia Hariri estende la sua influenza in tutta la regione di Wadi Ara grazie a 300 uomini. Da sempre è impegnata in una lotta di potere con la famiglia Bakri, attiva a Nazareth, che ha ucciso oltre 36 persone;
4) La gang Karaja è meno potente, ma ha decine di uomini armati ed è coinvolta in usura ed estorsioni.
5) A Baqa al Gharbiyya comanda sempre la famiglia Abu Mur sebbene i suoi capi siano stati eliminati uno dopo l'altro;
6) Il clan che fa capo a Suhaib Al Asmar (120 membri) semina il caos nella città di Umm Al Fahem;
7) Nell'area di Acri dominano le famiglie Rubai e Tarabani.
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