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La legge sulla pena di morte come strumento giuridico di oppressione coloniale e violenza strutturale

Sahar Francis * | palestine-studies.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

04/05/2026

Non è stata una sorpresa che la Knesset, il 30 marzo 2026, abbia approvato una legge che autorizza il ricorso alla pena capitale nei confronti dei palestinesi. Né è stata una coincidenza che tale legge sia stata promulgata nell'anniversario della Giornata della Terra, a fungere da severo promemoria del fatto che il colonialismo non mira semplicemente al controllo della terra e delle risorse naturali, ma si estende all'oppressione dei popoli e alla cancellazione della loro esistenza fisica e spirituale.

Era inoltre prevedibile che una legislazione di questo tipo venisse adottata, in particolare alla luce della storia di Israele costellata di violazioni gravi e ampiamente documentate, tra cui genocidio, apartheid, pulizia etnica (la Nakba del 1948, il massacro della scuola elementare di Bahr al-Baqar in Egitto del 1970, il massacro di Qana in Libano del 1996, l'Operazione "Scudo difensivo" del 2002 in Cisgiordania, tra molti altri). In questo contesto, la legge sulla pena di morte non dovrebbe essere intesa come una misura isolata. Piuttosto, questo rapido intervento la colloca all'interno di un quadro giuridico e istituzionale in espansione che rafforza le disuguaglianze e facilita ulteriori violazioni. Essa illustra come i sistemi giuridici nazionali possano essere mobilitati per rafforzare strutture di dominio più ampie, operando al contempo in un contesto globale che si è dimostrato in gran parte restio a imporre vincoli significativi.

Misure deliranti che nascondono a malapena la loro natura razzista

Fin dalla sua fondazione nel 1948, Israele ha fatto affidamento sull'eredità del dominio coloniale britannico, in particolare sugli oppressivi Regolamenti di Emergenza del 1945, originariamente applicati nel Mandato della Palestina per reprimere la rivolta palestinese del 1936 e la successiva resistenza al progetto sionista. Incorporati nel sistema giuridico israeliano dopo il 1948, questi regolamenti sono diventati il fondamento giuridico della pena di morte, specialmente nel quadro degli ordini militari imposti nei territori occupati dopo il 1967.

Secondo la legge israeliana, la pena di morte è già presente in diverse leggi, tra cui la Legge sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, 5710-1950; la Legge per la punizione dei nazisti e collaboratori 5710-1950; il Codice Penale, 5737-1977 (articolo 97 sul tradimento); e la Legge sulla giustizia militare, 5715-1955 (articolo 43 sul tradimento in tempo di guerra). Nonostante il rifiuto di Israele di aderire al Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (1989), la pena di morte è stata, in pratica, applicata solo in due casi. Il primo riguardava un ufficiale dell'esercito giustiziato dal plotone d'esecuzione per tradimento nel 1949, mentre il secondo era il caso di Adolf Eichmann, giustiziato per impiccagione nel 1962. In quel caso, la legge fu applicata retroattivamente ad atti commessi prima dell'istituzione dello Stato e al di fuori della sua giurisdizione territoriale, in seguito al rapimento di Eichmann dall'Argentina e al suo trasferimento in Israele per essere processato.

Il partito Yisrael Beiteinu ha presentato nel 2015 un disegno di legge per modificare il Codice Penale aggiungendo la pena di morte per i "terroristi". Tuttavia, la proposta è stata respinta a larga maggioranza, in gran parte a causa delle dinamiche politiche interne tra Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman, il leader del partito Yisrael Beiteinu. Il disegno di legge è stato ripresentato più volte tra il 2016 e il 2018, ma non è andato oltre la fase di lettura preliminare e, in alcuni casi, ha incontrato un'opposizione esplicita, persino da parte di membri dei partiti di destra. Ulteriori tentativi nel 2020, 2021 e 2023 - guidati principalmente da esponenti dell'estrema destra come Itamar Ben-Gvir - non sono riusciti, analogamente, ad andare oltre le prime fasi del processo legislativo.

Nel 2025 sono stati presentati due disegni di legge per modificare il Codice Penale israeliano in materia di pena di morte. La Proposta di Emendamento 159 ("Pena di morte per i terroristi") ha superato la prima lettura il 10 novembre 2025. La seconda, la Proposta di Emendamento 160 ("Pena di morte per i terroristi"), è stata approvata in prima lettura lo stesso giorno. Alla fine, le due proposte sono state fuse e presentate alla Knesset per la seconda e la terza lettura il 29 marzo. La legge è stata poi effettivamente adottata il giorno successivo alla presenza del Primo Ministro israeliano, in un'atmosfera festosa guidata da Itamar Ben-Gvir e da diversi altri ministri e membri della Knesset che indossavano spille dorate a forma di cappio. Queste spille hanno reso visibile l'immagine dell'esecuzione all'interno dello stesso spazio legislativo.

Una legge che riflette un regime giuridico razzializzato e coloniale

L'articolo 1 della legge sulla pena di morte prevede l'imposizione della pena capitale per chiunque «abbia compiuto attacchi terroristici omicidi», inquadrati in termini di sicurezza dello Stato e deterrenza. L'articolo 3 impone al Ministro della Difesa di ordinare al comandante militare di modificare il quadro giuridico che disciplina la Cisgiordania occupata entro 30 giorni. Sebbene la pena di morte esistesse già in precedenza nell'ambito degli ordini militari, era soggetta a garanzie procedurali che sono ora sistematicamente smantellate dall'articolo 3, lettera e) (tra cui l'obbligo di emettere tale sentenza all'unanimità da parte di tutti i giudici del collegio, che i giudici abbiano un grado militare di almeno tenente colonnello e che la procura militare abbia presentato una richiesta esplicita).

L'articolo 3(d) rende la pena di morte la sentenza predefinita, consentendo una deroga solo in circostanze eccezionali strettamente definite, mentre la sua applicazione è strutturalmente discriminatoria, prendendo di mira di fatto i palestinesi ed escludendo i cittadini e i residenti ebrei israeliani. L'articolo 3(f) elimina la concessione della grazia o la commutazione della pena di morte in una pena minore, rimuovendo una garanzia fondamentale contro una punizione irreversibile.

La legge si estende ulteriormente al sistema giuridico civile israeliano. L'articolo 4 elimina le garanzie procedurali minime previste dal diritto penale, compreso il requisito che la pena di morte sia inflitta solo su richiesta esplicita o con il sostegno della procura. L'articolo 6 estende la pena capitale agli atti omicidi "con l'obiettivo di negare l'esistenza dello Stato di Israele". L'articolo 5 impone l'esecuzione entro 90 giorni e non garantisce chiaramente il diritto di ricorso, assicurando al contempo la segretezza e l'immunità istituzionale. Nel loro insieme, queste disposizioni consolidano ulteriormente la struttura del sistema giuridico israeliano secondo criteri razziali e politici, rafforzando modelli coerenti con l'apartheid.

Le implicazioni ai sensi del diritto internazionale sono profonde. La legge riguarda direttamente il diritto alla vita ai sensi dell'articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, un diritto inderogabile applicabile sia in tempo di pace che in situazioni di occupazione. Solleva inoltre gravi preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario. Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e dei Regolamenti dell'Aia, la potenza occupante non ha l'autorità di estendere il proprio quadro legislativo interno al territorio occupato oltre quanto strettamente necessario per il benessere della popolazione protetta. La presente legge, al contrario, estende il controllo punitivo anziché garantire protezione.

Inoltre, la pena di morte stessa può equivalere a un trattamento inumano o degradante ai sensi del diritto internazionale, in particolare quando viene imposta all'interno di un sistema privo delle fondamentali garanzie di un processo equo. I tribunali militari israeliani operanti nel territorio occupato sono da tempo criticati per carenze sistemiche, tra cui il ricorso a prove segrete e a pratiche di interrogatorio coercitive. L'imposizione della pena capitale in un contesto del genere intensifica le preoccupazioni relative all'arbitrarietà e all'illegittimità.

Va notato che, nella pratica, Israele non aveva bisogno di promulgare una legge sulla pena di morte, poiché le esecuzioni vengono effettuate a sangue freddo al di fuori del quadro di legge da parte delle forze militari e/o dei coloni contro civili palestinesi con cadenza quasi quotidiana. Allo stesso modo, la tortura, gli abusi, nonché le politiche di affamamento e di negligenza sanitaria, hanno causato la morte di detenuti all'interno delle strutture di detenzione. Le organizzazioni palestinesi hanno confermato che almeno 89 detenuti sono morti dall'inizio della guerra genocida alla fine del 2023. Si tratta di coloro i cui nomi sono noti, oltre alle migliaia di persone che sono state vittime di sparizioni forzate, il cui destino e le circostanze della loro morte in detenzione rimangono sconosciuti.

Al momento della stesura di queste righe, le organizzazioni palestinesi riferiscono che più di 9.600 prigionieri palestinesi sono detenuti nelle carceri delle autorità di occupazione (senza contare i campi di detenzione gestiti dai militari), tra cui 350 bambini, 84 donne, 3.532 detenuti amministrativi e circa 1.251 detenuti provenienti da Gaza classificati come "combattenti illegali". Tutti i prigionieri palestinesi, senza eccezioni, sono stati sottoposti a severe campagne di repressione e abuso a seguito della dichiarazione dello stato di massima emergenza nelle carceri dall'inizio della "guerra" del 2023. Queste campagne hanno comportato il completo isolamento dei prigionieri palestinesi dal mondo esterno, con il divieto di visita da parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa e dei familiari.

Tutto ciò è stato accompagnato da forme brutali di violenza sessuale e trattamenti degradanti, come costringere i detenuti a inginocchiarsi o a sdraiarsi a pancia in giù a terra per lunghi periodi, e immobilizzarli in posizioni dolorose per periodi prolungati.

Quando la legge non ha conseguenze: la normalizzazione delle violazioni sistematiche

Questo sviluppo giuridico deve essere compreso in un contesto più ampio in cui gravi violazioni del diritto internazionale sono state sempre più normalizzate. Nonostante gli ampi quadri giuridici che vietano il genocidio, la punizione collettiva e l'apartheid, e nonostante i procedimenti legali in corso dinanzi ai tribunali internazionali (il caso storico contro Israele dinanzi alla Corte internazionale di giustizia intentato dal Sudafrica, l'emissione da parte della Corte penale internazionale di mandati d'arresto contro funzionari israeliani e il caso del Nicaragua contro la complicità tedesca), la violenza e la repressione strutturale di Israele persistono da decenni con conseguenze concrete limitate. La persistenza di tali pratiche riflette non solo la condotta dello Stato direttamente responsabile, ma anche l'incapacità degli Stati terzi di intraprendere azioni efficaci.

Sebbene vari governi abbiano emesso condanne (come gli Stati latinoamericani), intrapreso azioni legali (come gli Stati africani) o espresso un sostegno retorico alla responsabilità (come i governi europei), queste misure sono rimaste in gran parte simboliche. In pratica, molti Stati continuano a mantenere normali relazioni diplomatiche, economiche e commerciali, sollevando questioni critiche sul divario tra impegni giuridici e applicazione concreta. Ad esempio, il Sudafrica - ampiamente lodato per la sua causa dinanzi alla Corte internazionale di giustizia - è anche noto come uno dei principali esportatori africani verso Israele. Allo stesso modo, la Spagna, nonostante sia tra i più accesi sostenitori dei boicottaggi e delle condanne, continua a intrattenere relazioni commerciali che la posizionano come uno dei principali partner europei di Israele. E l'elenco potrebbe continuare all'infinito. Quando gli interventi non riescono a imporre costi economici tangibili, è improbabile che alterino il comportamento di uno Stato impegnato in violazioni sistematiche e prolungate. Queste dinamiche potrebbero, in ultima analisi, contribuire alla codificazione giuridica di tali pratiche.

Questo divario è ulteriormente rafforzato da dinamiche politico-economiche più ampie. In molti contesti, gli Stati operano all'interno di sistemi globali di capitale e di investimento che creano disincentivi all'azione dirompente. Il risultato è un contesto più ampio in cui le violazioni non solo si perpetuano, ma si normalizzano gradualmente, indebolendo l'integrità dell'ordinamento giuridico internazionale stesso.

Conclusione

Sebbene il diritto internazionale contenga i quadri normativi necessari per vietare il genocidio, porre fine ai blocchi e alle occupazioni e garantire l'autodeterminazione, la sua incapacità di essere applicato efficacemente ha fatto sì che queste garanzie giuridiche rimangano irrealizzate, mentre i palestinesi, dietro o fuori le sbarre, continuano a subire violenze estreme.

In questo contesto, la legge sulla pena di morte non rappresenta una rottura, ma piuttosto una continuazione e un consolidamento delle strutture esistenti. Essa codifica forme di violenza che Israele pratica da tempo, radicandole più profondamente nei quadri giuridici formali e contribuendo al contempo a un più ampio deterioramento delle norme giuridiche internazionali. L'adozione della legge sulla pena di morte evidenzia una tendenza più ampia in cui i sistemi giuridici vengono utilizzati non solo per regolamentare i comportamenti, ma anche per istituzionalizzare le disuguaglianze e rafforzare le strutture di dominio. Allo stesso tempo, le risposte limitate e in gran parte simboliche degli Stati terzi hanno contribuito a creare un clima in cui gravi violazioni persistono senza conseguenze significative.

Questa combinazione - la normalizzazione della violenza, la mancanza di responsabilità concreta e l'erosione delle norme giuridiche - pone una sfida significativa all'ordine giuridico internazionale. Solleva questioni fondamentali sulla capacità dei quadri esistenti di sostenere i propri principi fondamentali e sulla volontà degli Stati di agire quando tali principi vengono violati.

La posta in gioco non è solo la protezione di una particolare popolazione, ma la credibilità e il futuro del diritto internazionale stesso. Ciò deve iniziare con l'obbligo imposto a Israele di porre immediatamente fine all'occupazione, cessare tutte le misure illegali, assicurare alla giustizia i responsabili di gravi crimini e garantire un risarcimento al popolo palestinese.

* Sahar Francis, Direttrice generale dell'organizzazione palestinese per i diritti umani Addameer Prisoner Support and Human Rights Association.

Note: palestine-studies.org


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