www.resistenze.org - popoli resistenti - perù - 18-04-06
I popoli sanno quel che vogliono
Analisi elezioni in Perù
Miguel Urbano Rodrigues
Il risultato del primo turno delle elezioni in Perù conferma una realtà che preoccupa Washington. In America latina da anni si assiste a un cambiamento nella correlazione di forze a scapito della destra. Il fallimento a livello continentale delle politiche neoliberiste ha contribuito ad elevare il livello di coscienza politica di ampi settori popolari. I popoli sanno quello che vogliono. Condannano le aggressioni imperialiste, il saccheggio delle risorse naturali, rifiutano l’ALCA. Tuttavia il consenso alle forze progressiste termina quando si formula l’inevitabile domanda: che fare? Dal Río Bravo alla Patagonia, con rare eccezioni, i latinoamericani continuano a pagare un elevato prezzo per il funzionamento dei meccanismi istituzionali di facciata democratica, concepiti per servire gli interessi della classe dominante. I popoli hanno difficoltà a comprendere che, di per sé, l’elezione di presidenti che si presentano con programmi anti-liberisti e anti-imperialisti non è una garanzia di poliche orientate alla trasformazione radicale di società sottomesse al sistema di potere imposto degli Stati uniti. Le promesse elettorali sono quasi sempre, non soltanto dimenticate, ma negate a causa di strategie con esse incompatibili. Tutto indica che in Perù cominciamo ad assistere alla replica di uno spettacolo ben noto. Ollanta Humala, un ex ufficiale del’Esercito, ha vinto le primarie. Per mesi, la candidatura della destra oligarchica, rappresentata da Lourdes Flores, è stata in testa ai sondaggi. Però ha perso posizioni nelle ultime settimane. Per la maggior parte dei 27 milioni di peruviani è stato chiaro che lei sarebbe stata nella Casa de Pizarro lo strumento di una politica di privatizzazioni, difendendo il Trattato del Libero Commercio (TLC) con gli USA, una docile esecutrice delle esigenze dell’amministrazione Bush, del FMI e della Banca Mondiale.
L’altro candidato, Alan Garcia, si è fatto ricordare per avere , negli anni ‘80, lasciato dietro di sé una scia di scandali di tale rilevanza da essere costretto a lasciare il paese per non affrontare la Giustizia. Mai ha risposto dei crimini e della corruzione della quale fu responsabile. Ollanta Humala, per la maggior parte degli europei è un’incognita. Forze progressiste, un settore importante, soprattutto giovani, identificano in lui un rivoluzionario. Intellettuali con responsabilità, in Francia, Italia e Spagna l’hanno paragonato a Chavez, sostenendo che, se sarà eletto opterà per una politica bolivariana, di orientamento squisitamente antiimperialista. Questi futurologi sono, come minimo, superficiali. Il passato di Ollanta Humala non giustifica l’ottimismo prematuro di ammiratori che pochi mesi fa ignoravano la sua esistenza. Si è presentato come il candidato dei poveri e il marketing della sua immagine ha funzionato. Il discorso infiammato di Ollanta e il suo antiimperialismo tuttavia non spengono la memoria del passato di quando era militare al comando di una guarnigione in aree selvagge. La repressione della popolazione fu allora segnata da atti barbarici. Lo sforzo che compie per convincere l’elettorato progressista che Fidel e Chavez sono per lui referenti per quanto riguarda la difesa della sovranità nazionale, non impressiona chi vede con apprensione le sue relazioni con gente che ha conti in sospeso con la Giustizia. Oltre ad appoggiare candidati al Parlamento come Torres Caro, che fu un uomo di Fujimori, si muove in un mondo di affari oscuri, ha situato in posti di responsabilità per la sua campagna elettorale uomini che lavorarono con Montesinos, forse il più sinistro avventuriero peruviano del XX secolo.
In un comunicato reso pubblico qualche giorno fa il Partido Comunista Peruviano ha chiesto a Humala che chiarisca i motivi della nomina di Salomón Lerner e di ex colonnelli dal passato oscuro che controllano le finanze della sua campagna elettorale. E’ un dato di fatto che gli uomini cambiano nel corso della vita e molte volte progrediscono con la storia. Però non tranquillizza che Ollanta eviti il dialogo con le organizzazioni di lavoratori, preferendo negoziare fra le quinte con personalità politiche. Di fronte a tre candidati -i principali- che ispiravano legittima sfiducia, non sorprende che si parli del “male minore” e che una percentuale significativa di elettorato abbia affermato che solamente al momento di votare prenderà la propria decisione.
Il precedente di Alejandro Toledo, un populista che funzionò come marionetta di Washington, preoccupa. La sinistra peruviana non è riuscita a unirsi attorno ad una piattaforma programmatica assunta da un candidato comune con prestigio nazionale. Per quattro decadi, un soldato progressista, il generale Juan Velasco Alvarado, ha utilizzato le Forze Armate per stabilire riforme di contenuto rivoluzionario che, in mezza dozzina d’anni, hanno profondamente trasformato la società peruviana. Velasco ha intrapreso la riforma agraria più radicale del Sudamerica, ha socializzato i grandi quotidiani, ha espropriato la IPC, la transnazionale che controllava il petrolio, e il gigante minerario Cerro de Pasco; ha creato le comunità industriali, ha nazionalizzato quasi tutto quello che c’era da nazionalizzare. Ma queste grandi riforme sono state attuate verticalmente, senza partecipazione popolare. Quando, il suo successore, un complice dell’imperialismo, il generale Morales Bermúdez, aprì le porte alla controrivoluzione -invocando la democrazia- il popolo rimase passivo e non seppe difendere ciò che aveva ottenuto, quasi non lottò. In pochi anni, il Perù ritornò ad essere un paese sottomesso all’imperialismo, trattato da Washington come una semi-colonia.
Sintetizzando: la vittoria di Ollanta Humala al primo turno delle elezioni peruviane è stata, senza dubbio, una sconfitta della destra. Tuttavia il futuro non si può ancora prevedere. Le incognite, molte, persistono. Il Partito Comunista Peruviano richiama l’attenzione del popolo relativamente ad esse dirigendosi al candidato:
«Speriamo, signor Ollanta Humala che, se sarà eletto, ascolti le domande popolari e che tutto il suo nazionalismo e antimperialismo non siano una posa; se non sarà eletto, speriamo che questo popolo, lottando per le proprie rivendicazioni nelle strade, costruisca l’unità della sinistra, che non sia solo alternativa di governo ma potere popolaree».
Traduzione perlumanita.it di Marina Minicuci