La pace non si arrende
Passaggi
dell’intervento di Carlos Carvalhas, segretario generale del Partito Comunista
Portoghese (Lisbona 12 aprile 2003)
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Tutti sappiamo, per averlo visto alla televisione, come i fautori e i
comandanti della guerra di aggressione e di occupazione straniera dell’Iraq si
siano sforzati di strumentalizzare alcune immagini simboliche, nella speranza
che il loro impatto visivo e psicologico potesse funzionare quale diversivo
rispetto alle verità essenziali di questa guerra, alla sua mancanza di
legittimità, al suo significato e alle sue conseguenze estremamente gravi per
l’ordinamento e le regole del mondo contemporaneo.
Ma, siccome insisteranno tanto sulle immagini simboliche, sarà il caso di dire
che c’è un’immagine che effettivamente rappresenta ciò che, di fatto e come era
negli auspici, si è consumato il 9 aprile, ed è l’immagine della statua di
Saddam Hussein avvolta da una bandiera americana. Quella immagine è il modo
migliore per rendere l’idea del passaggio che il popolo iracheno ha compiuto,
da una detestabile dittatura in un paese sovrano, a un territorio occupato da
una potenza straniera, collocata a 15.000 chilometri dall’Iraq, ma che non ha
nessuna intenzione di porre né limiti né frontiere ai tentativi di realizzare i
suoi disegni imperialisti e la sua volontà di signoria del mondo e di dominio
delle ricchezze del pianeta.
I fautori e i sostenitori di questa guerra di distruzione potranno continuare
ad utilizzare il fatto compiuto, le loro manipolazioni ed intossicazioni, le
storie che hanno inventato e quelle che devono ancora inventare, ma la verità è
che, allo stesso modo dei comunisti portoghesi, ci sono milioni e milioni di
donne e di uomini che giustamente ritengono di non avere alcuna ragione per
celebrare e festeggiare il fatto che, nel terzo anno del terzo millennio
dell’era cristiana, venga imposto con la forza bruta delle armi un protettorato
nord-americano in Iraq. Perché, senza ricorrere ad artifici, non abbiamo alcun
dubbio che proprio di un protettorato si tratta.
Nessuna disfatta militare, peraltro prevedibile, riuscirà mai a convincere i
comunisti portoghesi e, con loro, molti altri democratici del Portogallo e
milioni di cittadini del mondo intero, ad arrendersi di fronte all’ingiustizia,
alla menzogna e ai progetti imperiali degli USA e della loro Amministrazione.
Nessun potere di fuoco, nessun arsenale militare, nessuna devastazione
portatrice di morte, come quella provocata dagli USA in Iraq, ci farà mutare o
rimuovere la nostra profonda convinzione del carattere ingiusto di una guerra,
che da molto tempo era stata decisa e preparata dall’Amministrazione Bush e del
fatto che le ispezioni dell’ONU sono sempre state considerate, non uno
strumento per appurare se l’Iraq possedesse o meno armi di distruzione di
massa, ma semplicemente come una fonte di raccolta di informazioni militari
utili per un’aggressione già programmata…
Nessuna operazione di marketing e di manipolazione attraverso la CNN nasconderà
le bombe, il sangue, la tragedia dell’Iraq e le sofferenze inenarrabili che
oggi si vivono, ad esempio, a Baghdad, una città con metà della popolazione
portoghese: cinque milioni di esseri umani.
(…)
Nel corso degli ultimi sei mesi si è venuta affermando l’idea che l’Amministrazione
Bush si trovi in conflitto profondo, irrimediabile ed insanabile con le Nazioni
Unite.
Da parte nostra, crediamo che sia necessario e sufficiente affermare solo
questo.
A nostro avviso, ha un valore di attualità e di prospettiva osservare come
l’Amministrazione Bush non entri in conflitto – né abbia intenzione di entrarvi
– con l’ONU, qualora l’ONU accetti di essere il forzato esecutore degli
orientamenti e degli ordini nord-americani, insomma, se l’ONU fosse disposta ad
adattarsi al ruolo di copertura legale e multilaterale, per confondere gli
ingenui sull’unilateralismo e l’illegalità dell’Amministrazione Bush.
Noi comprendiamo e giustifichiamo le richieste di coloro che, essendosi battuti
con fermezza e coraggio contro lo scatenamento della guerra USA all’Iraq, per
scongiurare mali maggiori, difendono ora la posizione, in base a cui, in tutto
il processo che seguirà la vittoria militare USA in Iraq, l’ONU dovrà assumere
responsabilità determinanti, per limitare, contenere e condizionare, in tal
modo, i margini di arbitrio e l’imposizione della volontà dell’Amministrazione
Bush.
Ma, a tal riguardo, ci sono due cose che intendiamo affermare con totale
chiarezza.
La prima è che l’esercizio di eventuali responsabilità determinanti dell’ONU
nel processo posteriore alla guerra non dovrà assumere, in nessuna forma, un
carattere di legittimazione o consenso retroattivo dell’aggressione
nord-americana – in palese violazione della Carta dell’ONU – e neppure assumere
quello di braccio esecutore dei progetti e delle decisioni nord-americane in
merito all’Iraq e alla regione o servire da copertura politica alle trattative
su quella “ricostruzione” che si presenta come una necessità, dopo che gli USA
hanno lasciato un cumulo devastatore e crudele di distruzioni.
La seconda per affermare che siamo convinti che si sbagliano di molto coloro
che pensano che l’esito militare di questa guerra seppellisca definitivamente,
relegandola nel limbo della storia, la straordinaria mobilitazione
dell’opinione pubblica che, in tutto il pianeta, ha fatto emergere una
fortissima condanna dell’aggressione e che ha preso nelle proprie mani la
bandiera della difesa della pace e per un mondo non sottomesso al diktat
imperiale degli Stati Uniti.
Da parte nostra, riaffermiamo l’impegno irrinunciabile del PCP a continuare la
lotta contro l’occupazione nord-americana e britannica dell’Iraq, per il
diritto del popolo iracheno a determinare, in condizioni di effettiva libertà,
il proprio destino, per l’urgente aiuto umanitario alle popolazioni sofferenti
dell’Iraq, contro l’appropriazione delle risorse petrolifere di quel paese da
parte degli USA e contro le nuove aggressioni che l’amministrazione Bush ha in
programma contro altri paesi della regione. Senza dimenticare l’impegno nella lotta
solidale per i diritti nazionali del popolo palestinese martirizzato.
La guerra in Iraq continua ora con altri metodi: il saccheggio, la dominazione,
l’umiliazione del popolo iracheno e già si odono le arroganti minacce alla
Siria e all’Iran. Per questo, è necessario che il movimento della pace continui
a sviluppare iniziative e a smascherare e condannare l’impero e i suoi
vassalli.
(…)
Traduzione di Mauro Gemma