Di Ghennadij Ziuganov
Pur se pubblicato nel pieno della campagna elettorale presidenziale, il saggio
che proponiamo ai nostri lettori rappresenta
un esauriente contributo alla comprensione della posizione espressa dai
comunisti russi a proposito della drammatica crisi cecena, anche dopo la
conferma di Putin alla guida della Russia.
M. G.
Secondo i bollettini ufficiali e le assicurazioni dei massimi gradi militari,
l’operazione bellica in Cecenia sarebbe prossima ad un esito vittorioso. Vorrei
tanto credere che sia veramente così: che gli attuali successi delle Forze
Armate Russe, costati la vita e la
salute di migliaia di soldati e ufficiali si rivelino un’autentica vittoria e
non una sua imitazione propagandistica, come è avvenuto la volta scorsa; che
non debba ripetersi il vergognoso 1996.
Proprio perché non abbia a verificarsi la medesima eventualità, è necessario
fare un dettagliato confronto tra la prima e la seconda guerra cecena. Da un
punto di vista strettamente militare esse si assomigliano poco. I generali
russi hanno appreso l’amara lezione della spacconata di Graciov, che occupò
Groznij con le forze di un solo battaglione per due ore. Le nuove strategia e
tattica delle azioni militari hanno permesso di abbassare le perdite tra i
combattenti. D’altra parte ciò ha provocato un numero significativamente
maggiore di vittime tra i pacifici cittadini, un esodo massiccio di profughi,
enormi distruzioni, soprattutto a Groznij, trasformata in un cumulo di macerie.
Ma la somiglianza tra le due campagne risiede in un altro contesto, quello
politico, in cui vennero condotte e sono condotte al momento attuale. Cinque
anni fa la guerra, volente o nolente, fu trasformata dai politici nell’elemento
fondamentale della lotta elettorale. I “falchi” mostravano i muscoli, mentre le
“colombe” interpretavano la parte umanitaria e pacifista. Ciascuno aveva un
copione da recitare. Ma come venne ad esaurimento tale funzione della guerra
cecena, il potere perse ogni interesse nei suoi confronti. Esso con freddezza
tradì e gli interessi russi nel Caucaso, e l’esercito, e tutta la popolazione
della Cecenia, consegnandola a dei banditi. Fino alle successive elezioni…
Queste nuove elezioni sono dietro l’angolo. Ed è difficile non riscontrare
oscure analogie. Nelle circostanze di inizio e di svolgimento della seconda
guerra ci sono troppe coincidenze che paiono avere un carattere non casuale.
L’irruzione dei Wahhabiti nel Daghestan. La nomina di Putin. L’esplosione delle
case e la precipitosa, seppur finora non ancora confermata, sua attribuzione
all’attività dei terroristi ceceni… E come è possibile che anche la seconda
guerra cecena sia coincisa con
l’avvicinarsi di scadenze elettorali? E non potrebbe concludersi come la
precedente?
Ma tutti vogliamo partire dal presupposto che in Cecenia è in vista non una
finta, ma una vera, piena, definitiva e indiscutibile vittoria sui banditi.
E allora?
La risposta puramente teorica a questa domanda è chiarissima. Per assicurare
alla Cecenia il ritorno a una vita normale occorre la ricostruzione
dell’economia, della sfera sociale, della legalità. Assicurare lavoro.
Ricostruire scuole ed ospedali, i servizi sociali essenziali. E’ indispensabile
la riabilitazione lavorativa, sociale e psicologica di tutta la popolazione della
Cecenia e, in primo luogo, della generazione sotto i trent’anni, rovinata da
una guerra decennale, vissuta in mezzo al banditismo e all’illegalità. La
rieducazione di uomini che non hanno lavoro, che non conoscono altro mezzo con
cui procurarsi la sopravvivenza , tranne il saccheggio, i sequestri di persona,
la partecipazione al brigantaggio. Persino per tornare ad una situazione
sociale normale occorreranno decenni.
Ma, dato per scontato che il compito prioritario è riportare la popolazione ad
una vita normale, dove sta allora questa “normalità”, dove è possibile trovare
tali condizioni “normali”? E’ possibile nella Russia attuale?
L’esistenza nella composizione dello stato eltsiniano di una escrescenza, quale
è la repubblica banditesca di “Ickeria”, ha fortemente distorto la comprensione
da parte delle masse della differenza tra una situazione di normalità o meno.
Viene inculcata l’idea che le difficoltà della gente nel resto della
Federazione Russa non sono nulla a confronto delle disgrazie della popolazione
in Cecenia. Per cui c’è già da rallegrarsi del fatto che non vi taglino la
testa. Effettivamente nel resto della Russia, a confronto, la vita può apparire
“tollerabile”. Ma solo a confronto con la Cecenia…
Sono possibili due approcci alla questione cecena. Secondo uno di questi, la
Cecenia attuale è un ascesso, che infetta l’organismo sano dello stato e della
società russi. Il secondo punto di vista considera la Cecenia solo come la
manifestazione più grave della malattia di tutto l’organismo statale e sociale.
La prima posizione viene sostenuta essenzialmente dal governo. L’opposizione
popolare-patriottica fa proprio il secondo punto di vista: la Cecenia non è la
fonte originaria del contagio, ma il suo sintomo più evidente. Semplicemente in
Cecenia si è concentrato il peggio di ciò che si manifesta in qualsiasi regione
russa, da Mosca alla periferia. La differenza sta solo nel livello della
manifestazione, ma non nella qualità e nell’essenza. Se in tutta la Russia
viene ritardato il pagamento di salari e pensioni, molto semplicemente in
Cecenia non viene neppure erogato. Se in Russia la popolazione è stata
depredata attraverso ogni genere di manipolazioni canagliesche, dai “buoni”
alle piramidi finanziarie, in Cecenia essa è stata violentata con strumenti
militari. Mentre in Russia la proprietà del popolo è stata spartita tra i clan
oligarchici, in Cecenia è stata divisa tra i gruppi di banditi. I problemi
riguardanti la proprietà vengono sempre più frequentemente risolti in Russia
alla maniera cecena: con attacchi armati alle aziende.
Il regime terrorista ceceno è parte integrante del regime criminale-oligarchico
imperante in Russia, il suo prodotto più funesto. Non è possibile liquidare il
primo, senza toccare l’altro. Il regime eltsiniano agisce in maniera più
“morbida”, ma in realtà le devastazioni che produce sono maggiori. I risultati
delle “riforme” sono stati nefasti: si muore prematuramente, le nascite sono
calate paurosamente, si emigra all’estero,
si impazzisce più frequentemente, il numero dei suicidi è negli ultimi
tempi tre volte superiore al numero delle vittime cadute per mano dei banditi
di Basaev e Chattab. La popolazione russa è diminuita di otto milioni di unità
negli anni della direzione di Eltsin.
La spiegazione del perché in Cecenia i guasti del sistema si siano manifestati
in maniera più acuta, sanguinosa e crudele sta nella cause storiche, che
affondano le loro radici in un lontano passato. Se vogliamo parlare delle
radici del separatismo e del terrorismo in Cecenia negli ultimi anni, allora
dobbiamo affermare che questi mostruosi eventi
sono stati prodotti dalle azioni sconsiderate e criminali di Eltsin
nella lotta per il potere. Per attrarre dalla sua parte le regioni egli
affermò: “prendete tutta la sovranità che potete acquisire”. Naturalmente, ciò
venne immediatamente utilizzato nell’interesse egoistico sia delle forze
interne che di quelle straniere per favorire lo smembramento dello stato
unitario russo, in cui la Cecenia si presentava come il punto più pericoloso.
Inoltre nella stessa Cecenia, Eltsin e la sua cerchia avevano semplicemente
incoraggiato il separatismo. Eltsin e i suoi assunsero una serie di misure,
dirette alla rimozione del potere legale e all’ascesa del generale Dudajev. Ai
seguaci di Dudajev vennero lasciati tutti i beni e gli armamenti della regione
militare del Nord Caucaso che si trovavano nel territorio ceceno e fu concesso ogni genere di aiuto
finanziario e materiale. Intuendo che tutto era loro permesso, i separatisti
avanzarono la richiesta della piena indipendenza nazionale, scatenando il
brigantaggio. La repubblica venne trasformata in un centro di raccolta di
elementi criminali di ogni risma e nazionalità.
Bisogna in particolare sottolineare quanto segue. Secondo il parere degli
esponenti del popolo ceceno sostenitori di posizioni nazionali e patriottiche,
la guerra non ha assunto il carattere di lotta nazional-popolare contro la
Russia. I ceceni vi sono stati spinti e hanno utilizzato efficacemente armi
fornite loro in abbondanza.
Ricordiamo le disinvolte promesse di Graciov di risolvere la crisi cecena in
poche ore. All’inizio delle operazioni militari nel 1994 il popolo sembrava
seguire con distacco gli eventi della guerra. Le perdite tra i militari russi,
nel corso dell’attacco contro Groznij, si spiegano fondamentalmente col fatto
che i seguaci di Dudajev erano informati a fondo dei piani dell'esercito russo.
Gli scontri militari erano concentrati
soprattutto nei luoghi abitati, tra le case di parenti e vicini dei
combattenti del posto. Solo quando, nella primavera del 1995, cominciarono i
primi combattimenti corpo a corpo, soprattutto sotto Bamut, e la guerra passò
ad una fase più esasperata, Dudajev si è trovato nelle condizioni favorevoli
per affrontare il compito, a cui sin dal primo momento aveva preparato la
repubblica: scatenare una guerra su larga scala.
La guerra non è stata per nulla di liberazione nazionale. Come in altre
regioni, alla fine degli anni ’80, in Cecenia
esplose un complesso di problemi irrisolti che riguardavano le relazioni
tra le diverse nazionalità. Ma per risolvere questo intricato nodo, l’ultimo
strumento da utilizzare era proprio quello militare, dal momento che una serie
di importanti questioni sembravano essere affrontate in modo costruttivo dal
potere sovietico. Ne sono esempi il progetto di legge sulla riabilitazione dei
popoli ingiustificatamente repressi nel passato, l’aumento delle ore di
trasmissione radiotelevisiva nella lingua delle nazionalità titolari (1), il
ritorno all’uso della toponomastica nazionale. La repubblica acquisì il diritto
alla stipula di un nuovo trattato di Unione, alle stesse condizioni di tutte le
altre repubbliche. Nella Repubblica Autonoma Socialista Sovietica di
Cecenia-Inguscezia, all’inizio degli anni ’90 non esisteva assolutamente un
nazionalismo esasperato, né partiti e movimenti nazionalisti con basi di massa.
Fino al 1991 il “programma” dei nazionalisti si riduceva all’appello di un
gruppo giovanile rivolto al potere,
perché il monumento eretto a Jermolov (2) venisse trasferito dal centro di
Groznij in un museo, oppure nella richiesta di apporre targhe commemorative sui
muri delle case, in cui erano vissuti esponenti significativi della nazionalità
titolare.
La guerra non ha certo avuto il carattere di Gijad. Lo ha affermato anche uno
dei più rispettati esponenti religiosi del Caucaso, il muftì Mahomed Bashir
Chadzi, proprio alla vigilia del conflitto.
Ma cosa è stata in fin dei conti questa guerra?
Essa è stata certamente una sedizione, a cui è stato artificiosamente
attribuito il carattere di lotta religiosa e di liberazione nazionale.
E perché ha avuto luogo proprio in Cecenia? La
possibilità di scatenare guerre, che rappresentassero una copertura alle
più sporche e distruttive operazioni è stata ricercata anche in Abchasia, nel
Karabach e nel Pridniestr. Ma solo in Cecenia si è creato un “buco nero”,
grazie alla totale disoccupazione e a una certa tradizione “guerriera” del
popolo. La base sociale della sedizione si è così trovata negli elementi
disoccupati, declassati e criminali. La Cecenia occupava il primo posto
nell’URSS per livello di disoccupati. Più di metà della sua popolazione abile
al lavoro praticava occupazioni precarie e “attività commerciali” in tutte le
regioni del paese. La rovina economica, la dissoluzione proditoria dell’URSS e
l’impedimento a praticare commerci in altre parti del paese per decine di
migliaia di disoccupati hanno reso inevitabile l’esplosione della rivolta nella
repubblica. Che ha trovato terreno fertile nel temperamento di un popolo,
temprato nel passato da lunghe ed estenuanti guerre. Gli istigatori, che hanno
lasciato nel territorio della repubblica un enorme arsenale bellico, sapevano
perfettamente che esso sarebbe stato saccheggiato e che un esercito di senza
lavoro avrebbe impugnato le armi.
La guerra di Cecenia venne pianificata dal regime subito dopo la presa del
potere. Essa fu utilizzata a più riprese nel corso di crisi politiche e
situazioni drammatiche, per favorire soluzioni antipopolari. Ecco perché a
partire dal 1994 l’incendio della guerra non fu mai domato. Il conflitto venne
coltivato, per essere sfruttato alla prima occasione.
Per questa ragione la soluzione al problema ceceno deve essere ricercata in
primo luogo a Mosca. Con il cambiamento del corso politico, con lo
smantellamento del regime eltsiniano. Tutti gli avvenimenti legati alla
tragedia in Cecenia, dall’agosto del 1991 fino al momento attuale, e le loro
cause devono essere accuratamente analizzati e devono essere valutati sul piano
politico.
Io, quale candidato alla presidenza della Russia, ho una mia opinione a
proposito della possibilità di risolvere la “questione cecena”.
In primo piano c’è certamente la necessità di realizzare una politica
nazionale, che abbia come base il riconoscimento dell’uguaglianza di diritti
delle nazionalità. C’è poi la responsabilità storica di ogni popolo
nell’assicurare l’integrità statale della Russia. A tal fine è indispensabile
lo sradicamento dei conflitti tra nazionalità, di tutte le forme di
separatismo, di nazionalismo e di sciovinismo. Non è da oggi che i comunisti
proclamano la necessità di tale politica. E’ una delle proposizioni
fondamentali del Programma del PCFR. E noi, patrioti di Russia, faremo tutto
l’indispensabile e il possibile per realizzarla.
È essenziale – occorre subito sottolinearlo – che il regolamento della
questione cecena non esca mai dagli ambiti costituzionali. Ciò significa che:
- il mantenimento incondizionato dell’integrità territoriale della Russia
rappresenta la condizione preliminare del regolamento del conflitto, che non
può assolutamente essere messa in discussione;
- i problemi della sicurezza nazionale della Russia in generale, quali il
mantenimento della sua unità statale e dei suoi diritti di sovranità su tutto
il territorio del paese, hanno un’indiscutibile priorità rispetto ai problemi
regionali, per quanto acuti e dolorosi possano essere;
- il problema della Cecenia non può essere regolato, senza aver prima tenuto
nella dovuta considerazione l’opinione di tutti gli altri cittadini della
Russia.
Per quanto riguarda i contenuti della nostra politica per la ricostruzione
della repubblica, è manifesto il nostro impegno per la soluzione delle seguenti
questioni.
Primo. Noi creeremo posti di lavoro. Oggi più del 90 % dei ceceni è disoccupato.
Perciò la questione dell’occupazione per i ceceni idonei al lavoro assume un
significato decisivo sia sul piano economico che su quello politico. Se ci sarà
lavoro ci saranno i mezzi per l’esistenza. Nello stesso tempo i cittadini
saranno coinvolti in attività costruttive e pacifiche e assisteremo a una
drastica riduzione degli “affari” illegali. Cominceremo con l’approntare le
condizioni per una rapida erogazione di finanziamenti a settori come
l’energetico, quello delle costruzioni e l’industria di materiali per
l’edilizia. Nel processo di ricostruzione delle infrastrutture occorrerà tenere
conto della precedente caratterizzazione economica della Cecenia, e della
collocazione della popolazione nelle differenti località. E precisamente: le
produzioni industriali ed energetiche, che richiedono grandi investimenti e la
presenza di quadri qualificati devono essere ricostruite nel nord della
repubblica. L’agricoltura nei territori pianeggianti. L’allevamento nelle zone
montagnose meridionali e orientali della repubblica. La ricostruzione di una
specifica base economica permetterà di ottenere immediatamente tangibili mezzi
finanziari, indispensabili per la ripresa della repubblica, per la
ricostruzione del suo patrimonio stradale ed edilizio. Ciò dovrà rappresentare
la parte prevalente dell’intera somma degli stanziamenti statali e locali.
Mi rendo pienamente conto del fatto che il compito posto non è certamente
facile. L’economia del nostro paese si trova in una fase di grave declino. La
campagna cecena ha reso ancora più complicata tale situazione. Ma in ogni caso
dovremo cercare una via d’uscita, aiutando il popolo a liberarsi, quanto prima,
da questa tragedia.
Secondo. La sfera sociale. Proprio in questo settore sono urgenti “iniezioni”
di sovvenzioni federali per il pagamento delle pensioni e per l’adempimento
delle più svariate esigenze sociali, per la sanità pubblica, la cultura,
l’istruzione, per la costruzione di scuole di ogni ordine e grado.
Naturalmente, avvenendo tutto ciò in condizioni di estrema difficoltà, tutte le
regioni della Russia dovranno essere coinvolte nel programma di ricostruzione
della Cecenia. Con uno sforzo comune riusciremo a creare normali condizioni di
vita per i bambini, per le donne e per gli anziani, ma soprattutto un clima di fiducia
reciproca. Rivolgeremo particolare attenzione alla fascia degli adolescenti.
Oggi essi non frequentano la scuola e sono abbandonati a sé stessi. Non si può
più permettere che i ragazzi vivano in condizioni in cui maturi una potenziale
ostilità nei confronti sia della società cecena che, più in generale, di quella
russa.
Terzo. Con la conclusione della fase principale dell’operazione bellica, siamo
comunque ancora ben lontani dall’aver esaurito i compiti della lotta contro la
criminalità. È evidente che per ottenere il ristabilimento definitivo
dell’ordine c’è bisogno di lungo tempo e molte forze. Gli elementi criminali,
tra l ‘altro, covano piani di rivincita. Perciò la popolazione della repubblica
deve sapere bene che d’ora in avanti il peso principale della lotta contro la
delinquenza, del mantenimento della sicurezza dei cittadini e dell’ordine
pubblico graverà sulle strutture di sicurezza locali. Il diritto a portare armi
da fuoco sarà consentito solo a coloro che ne verranno autorizzati in base alle
norme della legislazione della Federazione Russa. Se in Cecenia e nelle
repubbliche vicine non venisse attuato un adeguato programma di lotta decisa
contro la delinquenza e non venisse regolamentato l’utilizzo delle armi,
nell’immediato futuro l’ordine non potrebbe essere garantito nella repubblica e
in tutto il Caucaso settentrionale.
Quarto. La condizione fondamentale per la normalizzazione della vita nella
repubblica è rappresentata dalla più rapida risoluzione del problema dei
profughi. A tal fine è indispensabile assicurare uno stretto coordinamento
degli organismi federali preposti ( Ministeri della sanità, del lavoro, ecc. ).
Inoltre sarebbe opportuno dar la possibilità di dimorare in altre regioni a
coloro che non hanno intenzione di tornare in Cecenia e, nello stesso tempo,
permettere ai profughi russi di rientrare nelle zone settentrionali della
Cecenia da cui sono stati cacciati, assicurando loro tutti i mezzi necessari
per il reinserimento.
Quinto. Noi comunisti attribuiamo un significato essenziale al fattore
psicologico-morale. Dimostreremo concretamente che il potere federale si ergerà
a difesa dall’illegalità e dalla violenza di ogni cittadino onesto della
repubblica e che garantirà le condizioni di una vita dignitosa per lui e per la
sua famiglia. Inoltre ci impegniamo ad assicurare ai ceceni che essi non
dovranno sentirsi in pericolo e temere minacce da parte dello stato russo.
Sesto. Occorrerà profondere enormi sforzi per ottenere l’integrazione dei
popoli della Cecenia. Senza tale integrazione non può essere risolto il compito
inerente al raggiungimento della concordia multinazionale. Risolvere questi
problemi è possibile solo attraverso la consapevolezza e gli sforzi collettivi.
Tenendo nel debito conto l’esperienza di un non lontano passato (1957), è
necessario porsi l’obiettivo della formazione di una “Commissione repubblicana
di riconciliazione”. Con lo sforzo comune della società civile russa e cecena,
si eviterebbe di rimandare alle calende greche l’attuazione delle più urgenti misure
umanitarie, finalizzate alla pacifica convivenza. Non c’è dubbio che avrebbe
una grande risonanza un appello rivolto dai capi delle confessioni religiose
principali alla popolazione cecena e, soprattutto agli esponenti del clero. A
conclusione di questo percorso si potrebbe giungere alla convocazione di un
“Congresso multinazionale del popolo ceceno”.
Naturalmente non potrà esservi sorta di compromesso e, a maggior ragione,
accordo con coloro che si sono macchiati dei peggiori delitti e che non hanno ancora
preso coscienza del carattere funesto dell’estremismo. Ma si sa anche che molti
combattenti hanno cominciato a condannare le azioni in cui sono stati coinvolti
inconsapevolmente per le più svariate cause. Noi ci rivolgiamo con comprensione
verso quelli che sono pronti a deporre le armi e a passare dalla parte dei
poteri federali. Si presume che tali misure contribuiranno considerevolmente a
neutralizzare i piani dei capibanda tesi ad organizzare azioni militari nelle
zone montagnose.
Settimo. Accanto alle misure indirizzate alla realizzazione dell’unità e della
concordia, a cominciare dalla società civile cecena, è necessario assumere
provvedimenti in certo qual modo eccezionali per il ristabilimento di un potere
legale e legittimo. Inoltre occorre prendere atto che, per la stabilizzazione
della situazione politica e sociale nella Repubblica Cecena, non appare
opportuno allestire qualsiasi caricatura di consultazione elettorale per la
formazione di organi del potere statale. È necessario invece un periodo di
transizione, nel corso del quale il governo verrà esercitato direttamente dal
centro federale. E solo nei limiti della stabilizzazione e della
normalizzazione della situazione nella repubblica potrà essere realizzato un
graduale passaggio dei pieni poteri dalle strutture militari agli organi di
autogoverno locale. La ricostruzione di tutto il sistema degli istituti del
potere statale in Cecenia sarà resa possibile solo dalla definitiva disfatta
delle formazioni di banditi e dal passaggio a una fase di effettiva
pacificazione.
Per risolvere questo compito occorre tener conto delle caratteristiche della
società cecena, utilizzando adeguati “contrappesi”. A tal fine sarebbe utile
creare un sistema di quote etniche nella formazione degli organismi del potere
e delle strutture di sicurezza della repubblica, rispettoso anche della
popolazione russa che vive in Cecenia ( 3 ).
Conseguentemente cercheremo di fare in modo che il popolo ceceno sia diretto da
persone rispettabili e riconosciute come autorevoli. “Leader” della Cecenia
dovrà essere un uomo di cristallina onestà e lungimiranza, nonché autentico
amico della Russia. È essenziale che non condivida aspirazioni separatiste,
comprenda i compiti da affrontare nel processo di ricostruzione della repubblica
e sia intenzionato a risolverli, mobilitando i cittadini di tutte le età.
Ma la scelta della forma di governo deve essere lasciata ai cittadini della
Repubblica Cecena, perché una volta per tutte siano da escludersi nel futuro
motivi di accuse, come quella per cui le diverse istanze del potere sarebbero
“manovrate” da Mosca attraverso proprie “marionette”. La formazione degli
organi del potere, attraverso libere elezioni, sarà determinata dal popolo,
come espressione di piena fiducia nei suoi confronti. A tal riguardo può essere
di riferimento l’esperienza della ricostruzione degli organi di potere della
Repubblica Autonoma della Cecenia-Inguscezia nel 1957-58. Allora venne creato
un comitato organizzativo per la ricostituzione della repubblica che, accanto alle
questioni relative al piano esecutivo, risolse una serie di problemi legati
alla preparazione e all’attuazione di elezioni nei diversi organi di potere.
Oggi si potrebbe incaricare un comitato analogo per la preparazione di un
progetto di costituzione della Repubblica Cecena (R.C.) e di un progetto di legge elettorale per gli
organi del potere statale della R.C. e per la ratifica di una legge riguardante
la creazione di un’assemblea costituzionale; per la determinazione dei tempi di
svolgimento delle elezioni e per la formazione di una commissione elettorale
repubblicana.
Per coordinare tutte le attività del potere statale in Cecenia sarebbe
opportuno istituire una commissione permanente diretta dal presidente o dal
capo del governo, che includa nel suo “staff” i rappresentanti dei diversi
ministeri ed enti federali, i deputati dell’Assemblea federale, dei
rappresentanti della società civile. Ai fini del mantenimento della sicurezza
si ritiene utile la creazione in ogni centro abitato di una certa importanza di
commissioni di osservatori, composte dai rappresentanti della società civile,
degli organi dell’autogoverno locale, delle strutture della magistratura e
militari.
In conclusione vorrei ancora una volta sottolineare che le nostre proposte a
riguardo della Cecenia sono parte di un programma generale per il rafforzamento
dell’unità nazionale dei popoli della Federazione Russa.
Esse si basano sul fatto che la componente principale della Federazione è
rappresentata dai russi (etnicamente, nota del traduttore), che costituiscono
l’85% della popolazione. Il popolo russo è così il nucleo basilare del paese .
Nello stesso tempo si è creata una situazione, in virtù della quale i russi,
per le più svariate ragioni che hanno determinato le loro migrazioni, non di
rado superano quantitativamente la nazionalità nativa. Così è venuto a
determinarsi storicamente. Perciò fissare oggi i confini della residenza di
ogni nazionalità e componente etnica, isolandola dalle altre, significa non
solo puntare alla distruzione del plurisecolare stato russo, ma anche ripetere
la triste storia dell’esodo di popoli, che ha tragicamente caratterizzato tempi
a noi molto vicini. È essenziale che ciò venga compreso da ogni cittadino della
Federazione Russa, anche perché nel processo storico della sua formazione,
soprattutto nel XX secolo, il meccanismo economico della Russia si è sviluppato
quale organismo integrato. E la perdita di qualsiasi sua componente porterebbe
immediatamente ad un indebolimento di tutto il sistema statuale russo.
Il compito consiste nel rafforzare l’unità tra i popoli e le etnie del paese;
nella ricerca della strada di una loro più forte compattezza e buona
convivenza; nell’instaurazione di un clima di rispetto e riconoscimento
reciproci tra membri dotati di pari diritti in uno stato unitario, che si
prenda cura, valorizzi e difenda ogni suo cittadino, indipendentemente dal peso
della sua componente etnica, qualora tale cittadino sia disposto a rispettare e
difendere l'integrità e l’indipendenza della Federazione Russa.
La soluzione di questi problemi dipende da noi stessi e, in primo luogo, dal
potere, che deve saper condurre una politica nazionale intelligente ed
equilibrata, che non dia alcun pretesto a manifestazioni di sciovinismo e di
separatismo.
In ogni caso il conflitto ceceno testimonia la presenza di un problema in primo
luogo politico, che richiama alla responsabilità dello stato. Risolverlo è
possibile solo operando in base ad una concezione della politica nazionale
formulata con chiarezza e lungimiranza. Le forze popolari e patriottiche ne
sono fornite. Una sua realizzazione incisiva e conseguente salverà la Russia e
tutti i suoi popoli dalla “sindrome cecena”.
NOTE del traduttore
( 1 ) Si intende il diritto ad una o più delle autonomie nazionali e
territoriali esistenti nella Federazione Russa.
( 2 ) Jermolov fu uno dei generali che diressero la guerra contro Napoleone I.
( 3 ) Quando fu avviato il processo di secessione della Cecenia, la componente
etnica russa rappresentava un quarto del totale della popolazione.
Saggio pubblicato su “Sovetskaja Rossija” del 29 febbraio 2000
Traduzione dal russo
di Mauro Gemma