I sindacati contro la
cura liberista dell'Fmi
di Vittorio Longhi
“Salari decenti e garanzie sociali”. Con questo slogan, a metà ottobre, decine
di migliaia di lavoratori russi sono scesi in piazza per contestare le riforme
del governo che stanno producendo sempre più precarietà e povertà. A Mosca una
catena umana di oltre dodicimila persone ha attraversato la città, bloccando il
traffico, dal palazzo della Duma a quello della Casa Bianca, sede del governo.
Le manifestazioni si sono susseguite in tutto il paese per due giorni, anche
nelle province più remote, come il lungo corteo di Petropavlosk in Kamchatka,
penisola all’estremo oriente, e le proteste nella regione petrolifera di
Khanty-Mansy, nella Russia centrale. Tutti chiedono che vengano cambiate la
riforma del lavoro e le misure a favore della privatizzazione delle abitazioni.
La dismissione del patrimonio industriale e immobiliare dello Stato, infatti, è
frutto di una politica neoliberista che la Federazione russa ha scelto, su
indicazione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, e
intende perseguire fino in fondo. La disoccupazione prodotta dalla chiusura o
dalla vendita ai privati delle grandi industrie, poi, è aggravata dal congelamento
totale di paghe e liquidazioni che i sindacati hanno stimato in circa 34
milioni di rubli.
Nella lunga e difficile trasformazione dell’economia sovietica, però, sono i
cambiamenti strutturali portati dalle nuove leggi a minacciare maggiormente i
diritti acquisiti da quasi un secolo. La riforma del lavoro, in vigore già da
quasi un anno, punta a promuovere una flessibilità senza regole né
ammortizzatori. “La legge – afferma il segretario generale della confederazione
Vkt, Alexandr Bugaev – sposta l’equilibrio delle forze a favore delle imprese.
In passato il datore di lavoro era obbligato a cercare l’accordo con i
sindacati. Oggi prende atto della nostra opinione e poi agisce con totale
discrezionalità nei rapporti con i dipendenti”.
Tra le organizzazioni sindacali sono penalizzate le più piccole. Il diritto di
negoziare e di stipulare accordi collettivi, infatti, sarà prerogativa delle
confederazioni maggiori e delle categorie appartenenti a strutture nazionali. I
sindacati locali autonomi e indipendenti non potranno partecipare ai negoziati
anche se in un’impresa o in uno specifico distretto industriale sono assenti i
rappresentati delle grandi sigle. Forti limitazioni riguardano anche il diritto
di sciopero, vietato nelle ferrovie, nel trasporto aereo, nelle centrali
nucleari, nell’esercito e nelle agenzie governative. Nel settore privato lo
sciopero sarà legale, ma solo se approvato da due terzi dei lavoratori di
un’impresa, a prescindere dai sindacati che lo promuovono e dal numero di iscritti
che vi partecipano. Le categorie minori, perciò, non potranno invocare azioni,
specie nelle aziende più grandi.
Contro il nuovo codice i sindacati nazionali Vkt e Ktr hanno chiesto
l’intervento dell’Organizzazione internazionale del lavoro. La scorsa estate
quest’ultima, nella persona del direttore generale Juan Somavia, ha discusso i
punti più controversi della riforma con il ministro del Lavoro Alexandr
Pochinok, richiamando l’attenzione su altri aspetti come l’uso dilagante del
lavoro minorile e l’impatto dell’eventuale ingresso del paese
nell’Organizzazione mondiale del commercio.
Al problema dell’occupazione si somma quello, altrettanto drammatico, della
casa. Un’altra riforma, infatti, ha adottato i criteri del mercato anche nella
gestione del patrimonio immobiliare dello Stato e ha abbandonato le politiche
abitative pubbliche che garantivano a tutti il diritto all’alloggio. Una vasta
opera di dismissione e privatizzazione vorrebbe trasformare gli affittuari in
proprietari ma, considerando i bassi redditi medi, i padroni degli immobili
saranno i grandi gruppi che approfitteranno della svendita. Per la maggior
parte dei cittadini la privatizzazione non sarà un’occasione per acquistare la
casa, come sostiene il governo, ma per perderla. Oggi ogni affittuario paga
circa il 25 per cento delle spese, ma questa quota, apparentemente bassa,
rappresenta dal 50 al 70 per cento del reddito.
Il premier Mikhail Kasyanov ha dichiarato che occorre ridurre le spese
“inutili” del governo e mettere interi settori nelle mani delle imprese, capaci
di offrire servizi più efficienti. Il riferimento al patrimonio immobiliare è
chiaro, dato che è uno dei pochissimi settori ancora non privatizzati, dopo la
svendita totale dell’industria e dei servizi.
(Rassegna sindacale, n. 41, 12
novembre 2002)