Il giornale dei comunisti russi commenta i risultati del viaggio di Putin in Cina e India
articolo di Aleksandr Drabkin
“Pravda” n. 137, 10-15 dicembre 2002
giornale del Partito Comunista della Federazione Russa
A conclusione della visita del presidente russo Putin in Cina e
India, l’organo dei comunisti russi ha pubblicato un commento, firmato da uno
dei suoi più autorevoli redattori.
Si è avverato. In un futuro non lontano i missili per le azioni di teatro
americani, muniti di testate nucleari, potranno essere dislocati in Estonia,
alla distanza di cento miglia da Leningrado. Ciò potrebbe essere compiuto
nell’ambito delle azioni collettive dei paesi membri del blocco militare della
NATO, a cui l’Estonia ha di fatto aderito dopo il recente summit praghese
dell’Alleanza nord atlantica.
La situazione è pericolosa. Non è possibile intercettare i missili di teatro.
Inoltre, come affermano molti analisti, per l’utilizzo di simili armi, in
conseguenza della nuova dottrina militare americana, non è assolutamente
necessaria una decisione della Stato Maggiore: l’autorizzazione a premere il
bottone può essere data dal comandante dell’unità operativa. E ciò significa
che qualsiasi scapestrato colonnello americano, in base a una valutazione
soggettiva della situazione, potrebbe trasformare, in due o tre minuti, il
tesoro della civiltà umana in rovine fumanti.
Dicono che la NATO oggi non è più un’organizzazione militare, ma politica. Ma
provate a convincere di ciò i leningradesi che si troveranno sotto il tiro dei
missili NATO e che leggeranno sui muri delle case le scritte vecchie di mezzo
secolo che avvertono: “nel corso dei bombardamenti, questa parte della strada è
particolarmente pericolosa”. Pensate veramente che possano crederci?
I ben motivati pessimisti sono giustamente convinti che la situazione è
allarmante: che la Russia sia messa nella condizione di fronteggiare la
macchina da guerra più temibile della storia dell’umanità? Naturalmente la
borghesia compradora russa, avida oltre ogni limite, ha trasformato il nostro
paese in un’appendice coloniale dell’Occidente. Naturalmente l’establishment
politico al servizio di questa borghesia ha ceduto tutto quello che poteva: gli
alleati, le basi, i sistemi di difesa e di contrapposizione.
E tuttavia! Quando il presidente Putin ha deciso di non andare al summit della
NATO a Praga, dimostrando di non gradire l’allargamento di questo blocco ad
est, il mondo ha avuto un sussulto: persino con una Russia indebolita sul piano
nucleare è pericoloso litigare! Più preciso è quanto si è affermato in ambienti
americani: “Putin vuole dimostrare che la Russia può fare una scelta diversa da
quella degli USA e dell’Occidente”.
Queste parole appaiono di una logica stringente, se messe in relazione alla
visita del presidente in Cina e in India. Come ha affermato la radio iraniana,
la Russia ha inteso mostrare la sua disponibilità alla creazione di una
coalizione trilaterale con la Cina e l’India in contrappeso alla politica USA.
Premetto subito che non intendo affermare che il viaggio asiatico di Putin
abbia avuto un significato esclusivamente militare. Anche l’economia, la
cultura, la storia hanno avuto un ruolo in tali visite. Ma, poiché ho
cominciato parlando della guerra, intendo proseguire su tale oggetto.
Nulla avvicina i paesi più della comprensione reciproca dei problemi che
riguardano i “punti caldi”. La Cina ne ha due: Taiwan e il Turkestan Orientale.
In parole povere, l’utilizzo, nella dichiarazione ufficiale russo-cinese, del
vecchio termine “Turkestan Orientale” (al posto di Xinjiang) ha portato molti
analisti a supporre che ci si trovi di fronte ad un’estensione del significato
della questione oltre i confini della Regione autonoma degli Uiguri- Xinjiang.
Tale regione (monti e deserti) che supera per superficie di tre volte la Francia,
confina infatti con l’Afghanistan, l’India, la Mongolia, la Kirghisia e altri
stati dell’Asia Centrale. La componente fondamentale della popolazione è
rappresentata dagli uiguri (musulmani), che ormai da molti secoli attraversano
le frontiere dei paesi confinanti, portando con sé la propria interpretazione
dell’Islam e una brutale disponibilità a combattere in suo nome. Essi sono
bellicosi e minacciosi. La situazione nel Xinjiang preoccupa Pechino.
Esattamente come Mosca è preoccupata per le azioni dei ceceni. “I terroristi e
i separatisti della Cecenia e del Turkestan Orientale sono parte essenziale del
terrorismo internazionale”, - si afferma nella dichiarazione della Federazione
Russa e della RPC.
Vi si sottolinea che “Taiwan rappresenta parte inalienabile del territorio
della Cina”. Ciò rafforza la tesi, contenuta nel rapporto del Comitato Centrale
del PCC al XVI congresso del partito: la RPC si batterà con il massimo
accanimento per l’unificazione pacifica della patria, “ma non possiamo affermare
il rifiuto dell’uso della forza”. Tale modo di porre la questione ha
preoccupato molto gli USA, il Giappone, la Corea del Sud ed altri paesi. E la
valutazione comune su Taiwan di Russia e Cina ha accresciuto tale
preoccupazione. Particolarmente alla luce del fatto che la RPC rappresenta il
maggior acquirente di armamenti russi, mentre il programma atomico (energetico)
della RPC, realizzato insieme alla Russia, appare in continuo sviluppo. Gli
analisti sono convinti che un possibile cambiamento della situazione nello
stretto di Taiwan muterà la situazione strategica in tutta l’Asia Orientale.
Il tema della lotta al terrorismo ha tenuto banco anche nel corso della visita
del presidente russo in India. Vladimir Putin ha affermato con durezza che il
Pakistan ha l’obbligo, non solo di prendere misure per impedire il passaggio
dei combattenti del Kashmir in India, ma anche di rafforzare il lavoro per
liquidare tutte le infrastrutture terroristiche che operano nella regione. Ciò
è risultato molto gradito agli indiani. Se poi si tiene conto del fatto che
l’India è il secondo utilizzatore, dopo Pechino, di armi russe, allora tali
parole acquistano un peso ancora più rilevante. Come evidenziano gli
osservatori, i risultati dei colloqui relativi alla collaborazione tra Mosca e
Delhi appaiono estremamente produttivi. Secondo il ministro russo I. Klebanov,
sono stati perfezionati gli ultimi particolari relativi alla vendita all’India
della portaerei “Admiral Gorshkov”. Prosegue attivamente il lavoro congiunto
per la costruzione della base missilistica “Brachmos”. Sono in fase
preparazione contratti per la vendita all’India di strumenti per la difesa
antimissilistica e di sottomarini. Con tale armamento l’India diventerà un
fattore decisivo in Asia Meridionale.
Dopo le riuscite visite ai grandi vicini, il viaggio di Vladimir Putin nella
piccola Kirghisia ha destato una certa sorpresa tra gli specialisti. In quella
repubblica la Russia ha sempre più frequentemente trasferito propri reparti
militari dai paesi vicini. E in Kirghisia è arrivato un contingente
dell’aeronautica russa, poco tempo prima dell’arrivo di Putin. Sembrerebbe che
un potente reparto difensivo venga installato a Bishkek, dove già staziona il
contingente regionale antiterrorista dell’Organizzazione per la collaborazione
di Shanghai, di cui fanno parte la Russia, la Cina e gli stati dell’Asia
Centrale. Proprio i reparti russi costituiranno il fattore strategico
fondamentale in Asia Centrale.
Già Lenin, 80 anni fa, aveva auspicato l’avvicinamento tra Russia, Cina e India
nell’interesse di tutta l’umanità. Oggi, cercando di risolvere compiti comuni,
questi tre grandi paesi possono creare una barriera insormontabile, in grado di
bloccare ogni avventura non solo in Asia, ma in qualsiasi altro punto del
globo.
Traduzione dal russo
di Mauro Gemma