Gli sviluppi della politica interna in Russia, alla vigilia delle elezioni politiche
di
Mauro Gemma
Passati tre anni dalla vittoria nelle elezioni presidenziali,
se si fa riferimento ai sondaggi, sembrerebbe che la popolarità del presidente
russo Vladimir Putin non sia stata scalfita. Gli ultimi dati, forniti dai più
importanti istituti demoscopici del paese, attestano che ancora una salda
maggioranza (il 49% agli inizi di marzo 2003) di cittadini della Federazione
Russa riconfermerebbe oggi l’attuale capo dello stato.
E’ noto come Vladimir Putin, alto funzionario del KGB ai tempi dell’Unione
Sovietica, anche grazie alla sua precedente posizione di rilievo nel settore
più delicato e segreto dell’apparato statale, dopo la sua “conversione” alla
“democrazia”, abbia costruito le sue fortune nell’ambito delle discusse
amministrazioni “liberali”, che si sono succedute a San Pietroburgo negli anni
’90 dello scorso secolo, saldando attorno alla sua figura una rete di interessi
politici ed economici, che hanno creato le basi della sua ascesa al vertice
dello stato (1).
Putin, entrato nella cerchia di Eltsin e divenuto suo stretto collaboratore nel
periodo più critico della presidenza, è poi riuscito (anche in virtù di
un’efficacissima campagna pubblicitaria, organizzata dai “media” controllati
dai magnati dell’economia russa, in crisi di consenso politico) a costruire,
sulla sua persona, l’immagine di inflessibile “uomo d’ordine”, sensibile ai
bisogni del suo popolo, e capace di interpretarne l’attaccamento ai valori
della dignità nazionale, che fino a quel momento sembrava essere la “bandiera”
della sola opposizione comunista.
Così, mentre i partiti al potere raggiungevano il minimo storico negli indici
di gradimento popolare, nel momento in cui (nell’ultimo scorcio del 1999)
sembrava profilarsi una vittoria elettorale comunista, Putin, che già
all’inizio del 2000 subentrava al dimissionario Eltsin dopo avere guidato
l’esecutivo, compiva il prodigioso miracolo di salvare le sorti di quel regime
che, uscito dal collasso dell’Unione Sovietica, aveva condotto il paese ai
limiti del baratro economico e nel torbido politico dai contorni medievali.
Quello che si è rivelato come l’ “asso nella manica” dei gruppi di potere
russi, chiamato a sostituire il malato e traballante Eltsin, è stato in grado
anche di sfruttare i tragici sviluppi della situazione cecena, sfociati in
spaventosi attentati (in cui molti hanno visto la mano degli stessi apparati di
sicurezza russi controllati da uomini vicini allo stesso Putin), che hanno
provocato centinaia di vittime civili in alcune città russe, ed è riuscito
nell’intento di convincere l’opinione pubblica della sua determinazione a
risolvere, anche con metodi poco “ortodossi” (che hanno dato la stura ad alcuni
disgustosi rigurgiti razzisti, giustificati da alcuni “media” di regime, nei
confronti dei cittadini russi originari delle regioni del Caucaso), i terribili
problemi di “ordine pubblico”, in cui versava allora il paese.
E’ in particolare da quel momento che abbiamo assistito ad una veloce rimonta
nei sondaggi di quello, che veniva presentato come l’uomo a cui Eltsin aveva
affidato le sorti del paese, e, quindi, nel dicembre del 1999, all’affermazione
di “Unità” (il cui emblema è il simbolico “orso” russo), il partito creato di
fatto attorno alla figura di Putin, che
riusciva ad impedire ai comunisti (pur in avanzata) il conseguimento di quella
maggioranza parlamentare, che aveva frapposto numerosi ostacoli all’iniziativa
di Eltsin nella legislatura precedente, sbaragliando, allo stesso tempo, la
formazione di centro-sinistra “Patria-Tutta la Russia”, che annoverava tra i
suoi dirigenti il potente sindaco di Mosca Luzhkov e l’ex primo ministro
Primakov.
All’inizio della primavera dell’anno successivo il trionfo di Putin veniva
coronato dalla vittoria nelle elezioni presidenziali, dove gli unici a tenergli
testa erano, come al solito (a conferma del loro indiscusso radicamento), i
comunisti di Zjuganov.
A consolidare il prestigio di Putin venivano anche le sue prime sorprendenti
iniziative in qualità di capo dello stato, che generavano l’impressione che ci
si stesse preparando ad una netta modifica delle scelte di politica interna e
internazionale operate nell’ “era Eltsin”, riprendendo l’ispirazione di quel
governo Primakov, presto rovesciato con un “colpo di palazzo”, che, alla fine
nel 1998, in presenza di una grave crisi economica e di grandi lotte operaie,
aveva rappresentato, con l’aperto sostegno dei comunisti, l’unico esperimento
in controtendenza rispetto al corso liberista del decennio.
Con mosse abilissime, Putin, che, già immediatamente dopo le elezioni
legislative, aveva dato vita ad un “compromesso istituzionale” con i comunisti,
attribuendo loro - sebbene avessero perso la possibilità di condizionare le
scelte del parlamento - la presidenza della Duma e di una serie di commissioni
parlamentari strategiche, si presentava con un “messaggio alla nazione”, in cui
sembravano profilarsi significative aperture sociali negli indirizzi economici
del governo.
E in effetti, una prima proposta indirizzata al “Consiglio di stato” da
Ishajev, l’uomo che sembrava affermarsi come il principale collaboratore
economico del presidente, raccoglieva molti dei suggerimenti proposti dal PCFR,
in materia di politiche sociali e di bilancio.
Nello stesso tempo, con molto scalpore, venivano presentati i documenti
programmatici (2), in cui si tratteggiavano le linee portanti di
quel protagonismo in politica estera, che ha definito, agli occhi del mondo, il
più rilevante elemento di differenziazione di Putin rispetto alla pratica del
suo predecessore.
La Russia, finalmente, sembrava aspirare a ritagliarsi un suo efficace ruolo
nello scenario internazionale, rompendo con anni di subalternità alle scelte
delle potenze dell’Occidente, e mettendo al primo posto i propri “interessi nazionali”.
Il nuovo corso in politica internazionale si è concretizzato in una serie di
iniziative (il rafforzamento della partnership strategica con Cina e India e
del ruolo della importante “Organizzazione di Shanghai”, nata per impulso di
Mosca e Pechino, un ruolo attivo di mediazione nella penisola coreana, il
mantenimento e, in alcuni casi il rafforzamento, di relazioni con i cosiddetti
“paesi canaglia”, ecc.), che hanno avuto come tratto unificante la ricerca
delle condizioni più favorevoli alla creazione di un “mondo multipolare”. Ciò
ha significato che, in più di un’occasione (l’ultima è rappresentata dalla dura
contrapposizione all’aggressione contro l’Iraq) la Russia è entrata in rotta di
collisione con le aspirazioni egemoniche dell’imperialismo americano (3).
A rafforzare le speranze dell’opinione pubblica, in particolare negli strati
meno privilegiati, interveniva anche l’almeno apparente apertura di un fronte
di lotta contro l’invadenza di quelle oligarchie, in particolare i gruppi
legati a Gusinskij e Berezovskij (controllori degli strumenti mediatici che
avevano favorito la vittoria di Putin), che avevano imperversato all’ombra di
Eltsin e del suo clan.
Si determinava l’impressione che fosse giunto il momento della resa dei conti
all’interno del gruppo dirigente russo, e che si fosse alla vigilia di una
svolta epocale negli indirizzi strategici della politica del paese.
Anche, sul piano della comunicazione
con l’opinione pubblica, Putin opera una svolta radicale rispetto all’ “era
Eltsin”.
Non è più il riferimento ai valori delle “più civili società dell’Occidente” il
tema dominante della retorica presidenziale, ma “gli interessi nazionali”, il
ruolo della storia patria (sia del periodo pre-rivoluzionario che di quello
sovietico, in particolare attraverso l’esaltazione della funzione determinante
dell’URSS nella vittoria contro il nazifascismo), il richiamo all’orgoglio
patriottico, il recupero di alcuni simboli dell’epoca sovietica (ad esempio,
con il ripristino della musica del vecchio inno sovietico e, più recentemente,
con il recupero della “stella rossa” tra gli emblemi militari) e, addirittura,
una sostanziale rivalutazione della stessa figura di Stalin, a cui, tuttora,
che piaccia o meno, continua a guardare con simpatia, se non con nostalgia,
circa il 40% dei cittadini della Federazione Russa (4).
L’insieme di queste proposte e l’innovazione nello stile presidenziale
producevano, quale primo significativo effetto politico, il sostanziale
“abbassamento della guardia” da parte dell’opposizione di sinistra (spiazzata,
tra l’altro, sul proprio terreno propagandistico, quello del richiamo alla
“dignità nazionale” (5) ) e una caduta verticale dell’intensità di
quelle lotte operaie che, negli anni precedenti, erano state in grado di
condizionare i comportamenti dello stesso Eltsin.
Si determinava una sorta di “effetto illusione” (di ritornare ai
fasti e ai simboli della potenza sovietica, recuperandone anche le garanzie
sociali, come pare essere ancora nelle attuali aspirazioni di almeno due terzi
dei cittadini russi), che, come è stato riconosciuto (con una spietata
autocritica) dagli stessi comunisti, è risultato fatale per l’opposizione,
producendone il “disarmo” nel corso di praticamente un anno e mezzo di
legislatura.
Le “illusioni” dei comunisti (su cui ancora oggi è in corso il dibattito
autocritico nel partito) dovevano, purtroppo, lasciare il posto alla
constatazione che, almeno sul piano della politica interna (per quanto riguarda
le oscillazioni nella politica estera, in seguito all’adesione alla “coalizione
antiterrorista”, si è dovuto attendere l’11 settembre 2001), le cose non sarebbero
cambiate rispetto al decennio precedente, e che la lotta intrapresa contro
alcuni magnati nascondeva in realtà un rimescolamento delle carte all’interno
degli assetti di potere russi e l’emergere di nuovi soggetti, determinati ad
assumere il timone delle politiche liberali del regime.
Così il governo affidato a Michail Kasjanov, in cui emergevano alcune figure
(Gref, Illarionov, Kudrin), cresciute all’ombra dell’ultraliberismo
tecnocratico di personaggi come l’ex premier Gaydar, doveva ben presto - nel
forse calcolato disinteresse del presidente, che scaricava così su altri
l’assunzione di misure impopolari (6), vedendosi così riconosciuto
dall’opinione pubblica un ruolo “super partes” -, abbandonare l’impostazione
delineata nelle dichiarazioni programmatiche del primo scorcio del 2000,
rigettando il programma economico di Ishajev, e avviando un programma di nuove
riforme in senso liberista. Con, in aggiunta, la strada spianata dalla perdita
della maggioranza parlamentare comunista, in un ambito di stabilità
istituzionale sconosciuto in tutto il decennio precedente.
Nel giro di pochi mesi, il “vecchio” ha così potuto riprendere il sopravvento,
in politica interna. Questa volta, però, in un contesto di politica estera, in
cui sembrava delinearsi uno spazio per le ambizioni di protagonismo dei gruppi
dirigenti nazionali che stanno, seppur gradualmente, consolidando il processo
di restaurazione capitalistica.
Così, già a partire dalla primavera del 2001, al programma economico di Ishajev
si sostituiva quello del tecnocrate Gref (molto vicino al famigerato Chubajs,
personaggio di spicco del clan Eltsin), che prevedeva il varo di un nuovo
pacchetto di riforme economiche, che si proponevano il completamento della
transizione liberale del paese. Riforme che sono state approvate - con il
contributo determinante di tutto lo schieramento “borghese” (compresa la destra
liberale di Gaydar formalmente all’opposizione, ma che annovera nella compagine
ministeriale alcuni uomini ad essa vicini) e realizzate con una determinazione,
sconosciuta precedentemente.
E’ un elenco vastissimo di misure.
Ad esempio, il varo di un nuovo “codice del lavoro” più flessibile, che limita
fortemente i diritti sindacali e “canonizza” l’intensificazione dei livelli di
sfruttamento nelle aziende. La liberalizzazione dei prezzi dell’acqua, del gas,
dell’elettricità e del riscaldamento, contestuale ai processi di
privatizzazione delle aziende, che ha fortemente colpito i settori più poveri
della popolazione, creando situazioni di emergenza sociale, che, in alcuni
casi, sono sfociati in violenti movimenti spontanei di piazza (in particolare
nell’Estremo Oriente, mentre nella grande città di Voronezh le lotte sono state
dirette dall’organizzazione locale del PCFR). La riforma del “fondo abitativo”,
che ha portato al dilagare della speculazione privata nel mercato immobiliare,
determinando, tra l’altro, aumenti vertiginosi degli affitti. Il tentativo
(questa volta seriamente intrapreso) di procedere alla privatizzazione e allo
smantellamento dei “monopoli strategici”: nelle ferrovie dello stato, con
conseguente aumento delle tariffe, ma soprattutto nel ricchissimo settore
energetico, con la completa privatizzazione di alcune aziende (“Slavneft”,
nelle mani dell’oligarca Abramovitch) e l’inizio dell’assalto decisivo al
colosso “Gazprom”, la cui completa liberalizzazione sembra comunque essere
stata rimandata a dopo le elezioni politiche e presidenziali, in caso di
conferma dell’attuale quadro istituzionale. L’avvio di incisive riforme di
stampo liberista nei settori dell’istruzione e della sanità. E infine, il varo,
tra tumultuose contestazioni, dentro e fuori le mura del parlamento, della
legge che consente la compravendita delle terre di proprietà statale, che ha
avuto l’effetto di provocare la rottura definitiva del “compromesso
istituzionale” con i comunisti e il conseguente passaggio del PCFR alle forme
più radicali di opposizione permesse dalla costituzione russa.
Sul piano dell’amministrazione dello stato, il nuovo impulso dato alle riforme
economiche è stato accompagnato da un’inversione di tendenza rispetto a quei
processi di decentralizzazione, se non addirittura di disgregazione
dell’immensa Federazione, che avevano caratterizzato l’ “era Eltsin” e che
avevano fatto temere il diffondersi di processi di secessione su vasta scala,
con il rafforzamento di potentati locali, asserviti, in molti casi, agli
interessi delle multinazionali straniere.
Abbiamo assistito all’accelerazione della politica di accentramento, nelle mani
dell’amministrazione presidenziale e dell’esecutivo ad essa funzionale, delle
fondamentali leve decisionali e degli strumenti di controllo sociale,
confidando anche su una certa stanchezza dell’opinione pubblica nei confronti
del parlamento, quasi svuotato, dopo le elezioni del 1999, della sua funzione
di efficace contrappeso istituzionale.
La “verticale del potere” (così viene chiamato il controllo dell’esecutivo
centrale) ha registrato un altro indubbio successo, con il relativo
ridimensionamento delle prerogative dei capi delle amministrazioni regionali e
autonome, ottenuto, in particolare, attraverso il sostanziale addomesticamento
della loro tribuna principale, il “Consiglio della Federazione” (la “Camera
alta” che raggruppa i rappresentanti di regioni, repubbliche e territori
autonomi), passata sotto la presidenza di un uomo, Serghey Mironov, esponente
di punta del “clan pietroburghese” legato a Putin.
In questi ultimi anni si è cercato di “mettere ordine” nell’apparato dei
“media”, con l’assunzione del controllo delle maggiori catene di informazione
del paese, sotto l’egida di consorzi formati da esponenti delle elites
economiche vicine al Cremino, a cominciare da Arkadij Volskij, capo dell’Unione
degli industriali russi.
L’amministrazione presidenziale ha rafforzato il controllo delle strutture di
sicurezza, istituendo alla fine del 2002 una “Commissione federale
anti-terrorismo”, saldamente nelle mani di Nikolay Patrushev”, direttore del
FSB (ex KGB) e Boris Gryzlov, ministro degli interni, “fedelissimi” di Putin.
In questa mossa alcuni osservatori hanno visto il tentativo di Putin di
controllare saldamente la fase preparatoria della campagna elettorale, in vista
delle elezioni legislative che si svolgeranno alla fine del 2003 (7).
Anche in Cecenia, pur essendo realisticamente ancora ben lontani dalla
soluzione del problema, Putin, il 23 marzo 2003, ha incassato un parziale
successo, attraverso lo svolgimento di un referendum - che propone un’ampia
autonomia alla repubblica, in cambio dell’accettazione della sovranità della
Federazione Russa - a cui, secondo le fonti ufficiali ritenute attendibili
anche dai “media” occidentali, avrebbe partecipato il 65% degli elettori, che
avrebbero accordato il 95% dei loro consensi ai quesiti proposti (8).
Abbiamo accennato alla docilità che caratterizza l’atteggiamento anche della
Duma (il parlamento), dove la coalizione dei gruppi vicini al presidente
assicura la maggioranza di 238 seggi su 450, che viene quasi sempre rafforzata
dall’apporto dei gruppi liberali e di destra, in occasione di numerose
votazioni.
Il presidente ha segnato un altro punto a suo favore, in occasione della
decisione di procedere alla fusione dei due principali partiti centristi
“Unità” e “Patria-Tutta la Russia” in un’unica formazione politica chiamata
“Russia Unita”, che si propone l’obiettivo di scalzare il Partito Comunista
dalla prima posizione elettorale, e che ha cercato di dotarsi di una capillare
organizzazione di massa (con 400.000 iscritti, una dinamica organizzazione
giovanile chiamata “Quelli che avanzano insieme” e una presenza, con le proprie
bandiere azzurre, ad iniziative di piazza) e di sfruttare i suoi forti legami
con gli apparati che dirigono i potenti sindacati ufficiali. Il partito, a cui
appartengono molte delle più importanti cariche politiche del paese, sia a
livello nazionale che locale, potrà sicuramente contare, nel corso della
campagna elettorale, sul sostegno di potenti strumenti mediatici, in
particolare radiotelevisivi, che ne stanno costruendo l’immagine di forza
capace di autonomia e spirito critico rispetto alle scelte del governo e in
grado di competere con i comunisti sul terreno di un programma “orientato
socialmente”. Gli ultimi sondaggi, risalenti all’inizio di marzo 2003,
collocano “Russia Unita” al secondo posto dopo i comunisti, con il 23% delle
intenzioni di voto, ben al di sotto, comunque, del 36% raccolto insieme da
“Unità” e “Patria-Tutta la Russia” nelle elezioni del 1999. All’abbraccio di “Russia
Unita” si è sottratto il presidente della “Camera alta” Serghey Mironov, che ha
dato vita a un suo partito di centro, chiamato “Partito russo della vita”, al
quale i sondaggi attribuiscono non più dell’1% delle intenzioni di voto.
Sul versante di destra dello schieramento politico russo, le due forze
liberali, vale a dire “Mela” di G. Javlinskij, propugnatrice di maggiori
aperture sociali, e l’ “Unione delle forze di destra”, che raggruppa gli
esponenti dei settori che sostengono scelte liberiste più radicali (Gaydar,
Nemtzov e Chubajs), in occasione della discussione parlamentare in merito alle
scelte di politica economica, pur trovandosi formalmente all’opposizione, non
hanno mai ostacolato l’iniziativa del governo, in cui, per altro, sono inseriti
alcune personalità molto vicine al partito di Gaydar. Entrambi i partiti
dovrebbero farcela a superare lo sbarramento elettorale, con previsioni di
voto, rispettivamente del 7% e del 6%.
Buone probabilità di entrare nella Duma ha anche l’estrema destra nazionalista
di Zhirinovskij, che sembra contare su uno “zoccolo duro” del 6%, pur avendo
sempre avallato tutte le iniziative messe in campo dall’amministrazione
presidenziale e dal governo.
Ma è soprattutto contro il Partito Comunista della Federazione Russa che, dopo
il furioso scontro sulla questione della proprietà delle terre, è stata avviata
un’offensiva, allo scopo evidente di relegarlo definitivamente al ruolo di
forza messa ai margini dai processi decisionali di fondo.
Per la prima volta, dai tempi di Eltsin, sono riecheggiate le richieste, da
parte di deputati centristi, di messa al bando del partito, accusato di
“cospirare contro la democrazia”. In quell’occasione, Putin, che prendeva
abilmente le distanze dall’iniziativa repressiva, si rivolgeva in modo diretto
ai comunisti, chiedendo loro esplicitamente di abbandonare le loro radici
ideologiche, per trasformarsi finalmente in una forza socialdemocratica.
Subito dopo, nella primavera del 2002, avveniva il “golpe istituzionale”.
I comunisti, con una forzatura dell’esecutivo direttamente ispirata, secondo
loro, da Putin, venivano estromessi dalla responsabilità delle principali
commissioni parlamentari da loro controllate, a cominciare dalla presidenza del
parlamento (affidata a Ghennadij Selezniov, leader dell’ala “socialdemocratica”
del PCFR), e privati così di importanti funzioni di condizionamento del lavoro
parlamentare, nonché delle “risorse amministrative” ad esse legate. Nello
stesso tempo, venivano esercitate pressioni nei confronti di Selezniov, che si
traducevano nell’apertura di uno scontro, senza precedenti all’interno del
PCFR, con il presidente del partito Zjuganov ( su cui convergeva l’ “ala
sinistra” rappresentata, in particolare, dal segretario dell’organizzazione di
Mosca Kuvajev), che ha chiamato a raccolta le componenti più moderate,
influenti in particolare tra gli amministratori e nei gruppi parlamentari
nazionali e locali. Selezniov e i presidenti di alcune commissioni
parlamentari, sostenuti apertamente dall’amministrazione presidenziale,
sferravano un attacco alla linea di “opposizione comunista irriducibile”
propugnata da Zjuganov, rilanciando le ragioni del dialogo con il regime in
nome degli “interessi nazionali”, e mantenevano i loro incarichi istituzionali,
determinando così, dopo un infuocato dibattito nel Comitato Centrale, il loro
allontanamento dai ranghi del partito.
Da quel momento il PCFR - che ancora negli ultimi tempi ha subito la defezione
di alcuni esponenti di rilievo, una crisi nei rapporti con alcune componenti
della coalizione “patriottica” (l’Unione popolare-patriottica di Russia) e una
strumentalizzazione senza precedenti delle sue difficoltà da parte dei “media”
di regime -, in previsione della campagna elettorale, sembra avere operato una
netta svolta “a sinistra”, testimoniata, negli interventi dei suoi dirigenti,
dal recupero dei contenuti “socialisti” e “sovietici”, quali segni distintivi
dell’identità del partito e dalla volontà di impegnarsi nella costruzione di un
vasto movimento di opposizione sociale, attraverso un più incisivo radicamento
tra i lavoratori.
Tale cambiamento di linea, che presenta certamente il rischio di alienare le
simpatie di settori di elettorato di sinistra più moderata, induce comunque
alcuni osservatori di parte avversa a prevederne un impatto su quei vasti
settori di opinione pubblica, che hanno subito un peggioramento delle loro
condizioni dall’attuazione delle riforme attuate dal governo Kasjanov. Valga
per tutti il giudizio di Vladimir Rizhkov, brillante deputato della maggioranza,
che, dopo l’espulsione di Selezniov dal partito, ha scritto: “Non è il caso di
sottovalutare la capacità dei comunisti di trarre vantaggio dalla
drammatizzazione della situazione, in particolare di fronte ad un peggioramento
delle condizioni economico-sociali della gente. Le elezioni del 2003 per la
Duma potrebbero riservare amare sorprese al Cremlino. L’attuale maggioranza
alla Duma sembra convinta che, con al Cremlino un presidente energico e
popolare, con il controllo dei “media”, con risorse finanziarie e
amministrative praticamente illimitate, essa sarà in grado di risolvere
qualsiasi compito. Io non ne sono per niente convinto…Ciò che sta accadendo
oggi dà ai comunisti ortodossi e radicali tutte le carte in mano…Effettivamente
un partito comunista collocato all’opposizione radicale sarà in grado di
ricevere molti più consensi di quanti ne abbia oggi. E allora Putin dovrà
affrontare lo stesso problema che si trovò di fronte Eltsin a metà degli anni
’90, quando la sua iniziativa era paralizzata, dal momento che la maggioranza
della Duma apparteneva ai suoi oppositori” (9).
I sondaggi degli ultimi mesi, del resto, non smentiscono queste previsioni,
attribuendo ai comunisti percentuali di consenso che superano il 30% (10),
e che, nella peggiore delle ipotesi, li confermano primo partito della Russia,
in grado questa volta di raccogliere i voti anche di quelle formazioni alla sua
sinistra (i partiti di Ampilov, Tiulkin, Prigarin, ecc.) che nelle recenti
consultazioni contavano tra il 3% e il 5% dei consensi. Del resto, le ripetute
scissioni di “destra”, che il PCFR ha subito nell’ultimo anno, non sembrano
avere, al momento, alcun impatto sul piano elettorale: il “Partito della
rinascita della Russia”, fondato da Selezniov, non sembra convincere più
dell’1% degli elettori, e tutte le formazioni socialdemocratiche, nell’ipotesi
improbabile che si unificassero, non sarebbero in grado di “sfondare” lo
sbarramento elettorale.
NOTE
(1)
Sulla lotta politica tra le
elites al potere e sulle caratteristiche del cosiddetto “Gruppo di San
Pietroburgo”, “I clan che comandano al
Cremino”, www.equilibri.net,
12 dicembre 2001
(2) “La
concezione della politica estera della Federazione Russa”, www.mid.ru
(3) La politica
estera russa è stata ampiamente trattata dall’autore di questo articolo in
alcuni lavori pubblicati su “L’Ernesto”
(4) E’ il dato che
emerge da un sondaggio effettuato dall’importante istituto demoscopico “Fondo
per l’opinione pubblica (FOM) il 22 febbraio 2003
(5) Scrive in un articolo dai toni autocritici il
leader del PCFR Ghennadij Zjuganov: “Non dobbiamo dimenticare che, negli ultimi
anni, sono cambiate radicalmente molte cose, compresa l’atmosfera ideale e
politica del paese. Non avendo le forze per contrastare le posizioni dello
schieramento popolare-patriottico in campo ideologico, il regime dominante ha
adottato la tattica di appropriarsi delle nostre parole d’ordine. La svolta
definitiva del regime verso la retorica patriottica si è verificata con Putin.
Certo, ciò ha rappresentato una vittoria ideale dell’opposizione, in quanto
siamo stati in grado di sradicare le illusioni liberali cosmopolite dalla
coscienza di massa. Ma, nello stesso tempo, non avremmo dovuto arrestarci di
fronte a questo risultato, bensì procedere oltre, riempiendo i generici slogan
patriottici di contenuti socialisti. E, contemporaneamente, dissociarci con
nettezza dall’ideologia pseudopatriottica statale, che caratterizza la
fraseologia del regime dominante”. “Pravda”,
giornale del PCFR, 14-15 gennaio 2003.
(6) In alcuni momenti, Putin è intervenuto abilmente
per generare l’impressione di non condividere e di voler correggere l’operato
del governo: ad esempio, ha criticato duramente, con ampio rimbalzo mediatico,
in sintonia con gli umori dell’opinione pubblica, le previsioni di bilancio del
2002, definite “poco ambiziose”.
(7) E’ l’opinione
del politologo Iosif Diskin,
copresidente del “Consiglio di strategia nazionale”. “Putin si sta preparando alle elezioni”, www.apn.ru, 12 marzo 2003
(8) “The Financial Times: i ceceni hanno votato per il piano di
Putin di regolamento del conflitto”, www.strana.ru, 24 marzo 2003
(9) Vladimir Rizhkov, “Non sta rischiando solo il Cremino”, www.politcom.ru, 1
maggio 2002. La traduzione in italiano dell’articolo si trova nella
rassegna stampa di www.lernesto.it
(10) E’ scontato, in ogni caso, che il ferreo
controllo dei meccanismi elettorali e dell’apparato dei “media” unito alla
prevista pratica dei brogli, a cui ci hanno abituato tutte le precedenti consultazioni
russe, potrebbe diminuire, anche di molto, la prestazione del PCFR.