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Lo schieramento politico russo alla vigilia delle elezioni legislative


di Mauro Gemma

Qual’è lo scenario degli schieramenti politici in Russia, a oltre 12 anni dagli avvenimenti dell’agosto 1991 che hanno portato a compimento il processo controrivoluzionario, i cui contorni sono andati delineandosi al tempo della “perestrojka” gorbacioviana, e a 10 anni dal colpo di stato dell’ottobre 1993, con cui Boris Eltsin, il primo leader della Russia post-sovietica, eliminava anche sul piano formale le istituzioni del potere sovietico, e avviava radicali riforme nel sistema politico, in senso presidenzialista?

Con il referendum-farsa sulla nuova “Costituzione della Federazione Russa”, che seguì alla sanguinosa resa dei conti con il Soviet Supremo, i protagonisti della controrivoluzione ottennero una vittoria significativa, procedendo alla drastica riduzione delle prerogative di una democrazia degna di questo nome, in modo da avere mano libera nella realizzazione delle riforme economiche che hanno marcato il processo di trasformazione capitalistica fino ai giorni nostri.

Da quel momento l’operato del parlamento (ribattezzato Duma di Stato), svuotato dal “golpe” del 1993 - e ancor più dalle elezioni del 1999 che hanno privato i comunisti della maggioranza dei seggi - di reali poteri di controllo dell’arbitrio presidenziale e ridotto al rango di “cassa di risonanza” di un processo legislativo deciso dall’esecutivo, viene determinato in larga misura dai rapporti di forza esistenti tra i diversi gruppi oligarchici che hanno assunto il controllo dei meccanismi economici a partire dal 1991.

Di conseguenza, i partiti che, di volta in volta, hanno occupato i seggi parlamentari sono venuti a coincidere in larga parte con apparati di notabili e “tecnici”, espressione delle diverse “lobbies” oligarchiche in competizione feroce tra loro.

Ed è solo negli ultimi anni, dopo l’avvento alla presidenza di Vladimir Putin, che sono stati avviati esperimenti organizzativi “più sofisticati” (con esiti contraddittori), allo scopo di creare strutture partitiche e organizzazioni di massa a rimorchio della figura carismatica del nuovo leader russo, con programmi nazionalistici e populistici in grado di penetrare tra gli strati meno consapevoli dei settori popolari più colpiti e turbati dall’effetto nefasto delle riforme economiche, sottraendoli in tal modo all’influenza dei comunisti e neutralizzandone il potenziale destabilizzante per i nuovi assetti di potere: è il caso del partito “Russia Unitaria”.

In tutti questi anni, la funzione di opposizione alle politiche economiche e sociali del “nuovo corso”, nel parlamento e nel paese, è stata svolta quasi unicamente dal Partito Comunista della Federazione Russa (che, in alcune occasioni, ha svolto un ruolo di supplenza degli stessi sindacati) il quale, dopo aver scongiurato diversi tentativi di collocarlo fuorilegge, in particolare nei primi anni ’90, è stato in grado di raccogliere il grosso delle forze russe che non hanno rinnegato la militanza comunista dopo la scomparsa del vecchio PCUS.

Certo, il PCFR può oggi contare anche sul sostegno di una serie di altre forze di sinistra, ma la loro rilevanza organizzativa ed elettorale pare essere troppo limitata, perché si possa parlare di un solido e compiuto sistema di alleanze, con poli diversi di aggregazione significativi, in cui emergano anche componenti non comuniste (e in particolare, quelle socialiste e socialdemocratiche).

In realtà le uniche entità organizzate degne di questo nome (che comunque non possono competere con il PCFR) sono le piccole, ma agguerrite organizzazioni comuniste “a sinistra” del PCFR, quasi tutte di tradizione “terzinternazionalista” e di orientamento marxista-leninista, nate dal dissolvimento del PCUS, mentre quelle socialiste di sinistra e le esperienze che fanno riferimento alle esperienze dei movimenti “no global” presenti in occidente (a cui partecipano anche sparute pattuglie di trotskisti), come la sezione russa di “Attac”, il gruppo “Resistenza socialista” di Ilja Budraytskis, “Alternative” di Aleksandr Buzgalin,e il gruppo di intellettuali che si raccolgono attorno a Boris Kagarlitzkij e all’ “Istituto dei problemi della globalizzazione”, sono assolutamente marginali (probabilmente neanche un centinaio di militanti in tutta la Federazione Russa).

C’è da dire, del resto, che il PCFR non è certo quel “blocco monolitico” formato da una base “nostalgica” e fideista,  descritto da certa propaganda dozzinale utilizzata anche nel nostro paese, ma che è attraversato al suo interno da un ricco dibattito, in cui si confrontano componenti (comprese quelle “socialdemocratiche”, oggi probabilmente più rilevanti tra le file del partito, che non nelle minuscole organizzazioni “socialiste” create in questi anni), a volte anche molto distanti tra loro, dal punto di vista dei riferimenti ideologici, come è dato di cogliere dall’esame delle pubblicazioni e dei siti internet che fanno riferimento al partito.

LE ELEZIONI POLITICHE DEL 7 DICEMBRE 2003

Nel momento in cui scriviamo queste note, a poche settimane dalle elezioni per il rinnovo della Duma, previste per il 7 dicembre 2003, dei 23 partiti e coalizioni che sono stati ammessi alla consultazione (la maggior parte dei quali operanti perlopiù sulla carta), i sondaggi sembrano restringere la possibilità di accedere al parlamento a non più di 5-6 blocchi, in larga parte coincidenti con gli schieramenti attualmente presenti nella Duma, che si contenderanno i 450 seggi in una competizione che avverrà per metà con il sistema proporzionale e per l’altra metà con il maggioritario a turno unico.

IL CENTRO

In questo momento, il partito centrista di governo Jedinaja Rossija” (“Russia Unitaria”) rappresenta il raggruppamento più forte presente nelle aule della Duma, in seguito al processo di fusione realizzatosi alla fine del 2001 tra il partito creato da Putin, “Unità”, ed altri partiti e movimenti presentatisi autonomamente alle elezioni del 1999, e, in particolare, “Patria-Tutta la Russia”, la formazione politica diretta allora dall’ex premier Evghenij Primakov e dal sindaco di Mosca  Jurij Luzhkov.

Se dovesse essere confermato l’esito della consultazione di quattro anni fa, “Russia Unitaria” potrebbe contare su circa il 36% dei consensi: il risultato che permise di privare i comunisti, che pure furono il primo partito con il 24,3% dei voti, della maggioranza alla Duma che, da allora, smise di rappresentare un seppur minimo contrappeso agli enormi poteri dell’amministrazione presidenziale, la cui direzione era ormai passata dalle mani di Boris Eltsin a quelle del suo “delfino”, il dinamico e astuto ex dirigente del KGB Vladimir Putin, allora in procinto di cogliere il suo primo mandato a capo dello Stato.

A dimostrare lo stretto legame tra “Russia Unitaria” e l’amministrazione presidenziale, c’è, non solo l’annuncio che Vladimir Putin (rinunciando per una volta al suo presunto ruolo “super partes” garante degli interessi e dell’unità della nazione, e gettando nella contesa elettorale tutto il peso della sua ancor non scalfita popolarità) ha reso pubblica la sua preferenza per “Russia Unitaria”, ma ancor più il fatto che a dirigere la massima istanza dell’organizzazione, il suo “Consiglio politico superiore”, sia stato chiamato, lo scorso marzo, il ministro degli interni Boris Gryzlov, fedelissimo del presidente, a cui, considerate le funzioni di governo assolte, verranno date possibilità pressoché fuori controllo di influire sull’andamento della campagna elettorale.

Molti analisti hanno descritto “Russia Unitaria” (che dichiara oltre 600.000 iscritti), come il primo tentativo di realizzare, nella Russia post-sovietica, un partito di massa funzionale alle esigenze della politica del Cremlino, simile, per molte caratteristiche, al vecchio PCUS, con l’ambizione di esercitare una vasta egemonia sociale, attraverso la creazione di una serie di “cinghie di trasmissione”: è evidente, ad esempio, il ruolo assolutamente preponderante degli uomini del partito nelle strutture dirigenti dei sindacati ufficiali, che contano ancora su milioni di iscritti e su mezzi finanziari di tutto rispetto.

Al momento della convocazione del congresso di marzo, i sondaggi non apparivano comunque confortanti: il principale istituto demoscopico russo, VZIOM, attribuiva a “Russia Unitaria” uno scarso 21%, molto al di sotto della “performance” del PCFR.

Non convinceva l’opinione pubblica il coinvolgimento di molti dirigenti del partito nella compagine governativa, che negli ultimi anni si è resa responsabile di alcune misure dal carattere antipopolare, funzionali soprattutto ai vecchi e nuovi gruppi oligarchici, che si sono assicurati il controllo dei voti non solo dei partiti di destra, ma anche dei gruppi parlamentari di centro: questi ultimi, infatti, sulla maggior parte delle delibere di carattere economico, non registrano frequentemente neppure contenute defezioni. Tutto ciò, naturalmente, agli occhi dell’elettorato non poteva che apparire in stridente contraddizione con il frasario populista, ricco di accenni agli interessi materiali dei “semplici cittadini e delle famiglie”, che, presentando il partito come un’alternativa allo strapotere oligarchico, aveva permesso il successo di “Unità” nel 1999.

Non è superfluo ricordare che “Unità” venne creata appositamente per fronteggiare la drammatica crisi di consensi che stava vivendo il gruppo che si raccoglieva attorno a Eltsin. La nuova formazione rovesciò allora tutti i pronostici, contenendo l’avanzata comunista e riuscendo in tal modo a privare l’opposizione della maggioranza alla Duma. Il nuovo partito riuscì a sbaragliare persino il raggruppamento di centro-sinistra dell’ex premier Primakov,che nel 1998 (dopo una drammatica crisi che aveva portato la Russia sull’orlo della bancarotta e di fronte a un’ondata di lotte sociali senza precedenti) aveva cercato di invertire la rotta della politica economica, attraverso una brusca frenata degli indirizzi “liberisti” e con la formazione dell’unico governo (presto travolto dal pesante intervento del presidente russo, che non esitò a far uso delle prerogative che gli erano consentite dalla “sua” Costituzione) che, dopo il 1991, aveva potuto contare sull’appoggiodei comunisti.

Non è certo dovuto al caso che il congresso di “Russia Unitaria” svoltosi nel marzo 2003 abbia impresso una svolta nella tattica da adottare in campagna elettorale, che presenta caratteristiche di spregiudicatezza simili a quelle adottate dal “partito del potere” nel 1999.

Anche se Boris Gryzlov ha sostituito, alla guida del partito, Aleksandr Bespalov (proprio l’uomo che, in precedenza, aveva esercitato alcune critiche alle modalità dei processi di privatizzazione, in particolare nel settore energetico, perseguiti dagli esponenti del governo diretto da Mikhail Kasjanov vicini alla destra liberista, arrivando a minacciare addirittura il passaggio all’opposizione), importanti cambiamenti sono stati comunque introdotti nelle strutture di direzione e nelle modalità d’applicazione della linea politica.

Innanzitutto, ai vertici del partito sono stati chiamati 6 potenti governatori di regioni strategiche del paese, che del partito non hanno neppure la tessera: tra questi Egor Strojev (della regione di Oriol, luogo natale del leader comunista Zjuganov) e Aman Tulejev (governatore della regione mineraria di Kemerovo), entrambi in passato vicini al Partito Comunista. Ad essi ultimamente si è aggiunto Nikolay Khodiriov, anch’egli ex comunista e governatore di Nizhnij Novgorod, il terzo polo industriale della Russia. Contemporaneamente veniva formalmente sancito il principio (che certo non si è applicato a Gryzlov e neppure al ministro delle “situazioni di emergenza” Serghey Shoigu, già a capo di “Unità”, un’altra figura che gode di relativa popolarità) di una più netta separazione degli incarichi di governo e di partito.

Per quanto riguarda la linea politica – se si vanno ad esaminare i documenti approvati dal congresso e il programma elettorale -, da un lato viene ribadita l’assoluta fedeltà a Putin (con toni che rasentano il “culto della personalità”), capitalizzando il quasi assoluto monopolio esercitato dall’amministrazione presidenziale nel sistema di comunicazione di massa e viene auspicato un ulteriore rafforzamento delle sue prerogative di potere. Si esprime anche totale sostegno alla  politica internazionale del presidente, “diretta al rafforzamento del ruolo della Russia nel mondo”. Di richiami al “ruolo della Russia”, alla “Patria” e all’ “Ordine” è del resto infarcito tutto il programma elettorale.

Ma la vera novità sta nel fatto che viene formulata, per la prima volta in modo esplicito, una critica al governo, e vengono prese le distanze dagli esponenti del cosiddetto “vecchio partito del potere”, legato alla “famiglia” eltsiniana.

Nel programma elettorale si afferma che “il partito politico “Russia Unitaria” non considera solo la veloce crescita economica come il compito fondamentale del paese: non è meno importante la qualità di tale crescita…Ogni riforma perde di significato, quando la gente sta peggio. “Russia Unitaria”, al contrario dei riformatori degli anni ’80 e ’90, che non hanno ottenuto una crescita del tenore di vita della maggioranza, accoglierà solo le riforme che siano in grado di garantire il benessere di tutti”.

Il proposito è evidentemente quello di attirare il consenso di almeno una parte di quell’elettorato “di protesta”, che aveva già votato per “Unità” nel 1999, ma che ne era rimasto deluso dalle mosse politiche seguenti. E’ una quota quantificabile in un 10-12% degli elettori, che potrebbe risultare decisiva per allontanare definitivamente lo spettro di una grande affermazione comunista.
In alcune occasioni, il partito ha cercato di tradurre in iniziative politiche parlamentari e di massa la “svolta” di marzo. Ciò è avvenuto, ad esempio, con la presentazione di critiche al progetto di riforma delle tariffe e con l’appoggio ad alcune manifestazioni di blanda protesta contro il carovita, promosse dai sindacati ufficiali.

“Russia Unitaria” ha cercato anche di intercettare gli umori “antiamericani” presenti in larga parte dell’opinione pubblica, ad esempio quando, al tempo dell’aggressione USA all’Iraq, ha convocato a Mosca una grande manifestazione contro la guerra.
Sul terreno della propaganda “Russia Unitaria” non ha avuto esitazioni ad appropriarsi anche di slogan e simboli che appartengono alla tradizione sovietica: addirittura, in uno dei suoi manifesti elettorali risaltano i ritratti di Stalin e Dzerzhinskij.

Più recentemente, è stato lo spettacolare arresto di Khodorkovskij (l’oligarca - a capo della gigantesca compagnia petrolifera “Yukos”, in procinto di cadere sotto il controllo di azionisti americani -, la cui possibile partecipazione alla prossima campagna presidenziale, in competizione con Putin, è costata molto caro) a far salire vertiginosamente le quotazioni di “Russia Unitaria” (balzata al 30% delle intenzioni di voto, nei giorni immediatamente seguenti al blitz dei servizi di sicurezza), tra quegli elettori che, nei clamorosi sviluppi della vicenda, hanno colto il segnale che Putin e il suo gruppo starebbero finalmente “facendo sul serio” nella lotta contro le odiate oligarchie.

Ma la strategia adottata dall’entourage presidenziale, per creare ulteriori elementi di difficoltà all’opposizione di sinistra, non si è esaurita nella “svolta” di “Russia Unitaria” e nei colpi di scena delle ultime settimane.
Prima di tutto, si è cercato di coinvolgere nella strategia elettorale dell’amministrazione molti piccoli raggruppamenti di “sinistra moderata”, per ottenere il loro sostegno nella parte proporzionale della consultazione, in cambio di un massiccio apporto di voti a qualche candidatura nei collegi uninominali: valga per tutti l’esempio del minuscolo “Partito socialdemocratico di Russia”,a cui i sondaggi attribuiscono meno dello 0,1% (nel 1999 raccolse solo 58.000 voti!), fondato da Mikhail Gorbaciov e aderente all’Internazionale Socialista (in cui potrebbe fungere da “cinghia di trasmissione” dell’amministrazione presidenziale, con Gorbaciov nella veste di “portavoce” all’estero, dove l’ex leader della “perestrojka” è sicuramente più ascoltato che in Russia).

Ci sono poi altri schieramenti politici più consistenti e strutturati del gruppuscolo gorbacioviano, che si definiscono “a sinistra” di “Russia Unitaria” nell’attuale maggioranza, e che si muovono su una linea di unità d’azione con il partito del presidente. 
Si tratta, in particolare, del “Partito Popolare della Federazione Russa”di Ghennadij Rajkov, operante alla Duma con il proprio gruppo “Deputato popolare”, che, pur avendo scarse probabilità di raggiungere il 5%, può comunque contare sulla presenza nelle sue file di alcuni potenti governatori e candidati locali, in grado di vincere nei collegi uninominali. Già nell’attuale legislatura la frazione “Deputato popolare” è composta da 53 parlamentari eletti solo nei collegi uninominali, che hanno sempre appoggiato tutte le iniziative legislative del governo, mentre il “Partito popolare”afferma di avere circa 110.000 iscritti.

Un discorso analogo può essere fatto per la coalizione tra i partiti degli speaker delle due camere del parlamento, Serghey Mironov (uomo del “clan pietroburghese”, che Putin ha imposto alla presidenza del Consiglio della Federazione) e l’ex comunista Ghennadij Selezniov, leader rispettivamente del “Partito russo della vita” e del “Partito della rinascita della Russia”.

Per il suo programma di riforme “socialmente orientate”, può definirsi di centro-sinistra anche il partito liberale “Jabloko” (Mela) di Grigorij Javlinskij (che, oscillando nei sondaggi tra il 4,5-5% delle intenzioni di voti, rischia di vedere drasticamente ridotta la sua rappresentanza parlamentare). In questo caso, però, il rapporto con l’amministrazione presidenziale non sempre è stato improntato ad un idillio. Soprattutto nell’ultimo anno, “Jabloko” (sostenuta finanziariamente da Khodorkovskij e da alcuni grandi magnati in feroce concorrenza con i “clan” a cui va oggi la preferenza dell’amministrazione presidenziale), che afferma di rappresentare quei settori della “società civile” russa, soprattutto delle grandi città, che aspirano ad una democrazia liberale compiuta, ha manifestato una vivace insofferenza per quelle che considera le tendenze autoritarie e accentratrici in atto nel paese e per la corruzione dilagante negli apparati dell’amministrazione statale, fino ad arrivare a presentare insieme ai comunisti (di cui condivide la richiesta di maggiori poteri al parlamento) una mozione di sfiducia nei confronti del governo Kasjanov.

LA DESTRA

A destra abbiamo due formazioni, in grado di superare, seppur di poco, il “quorum” nella quota del proporzionale.

Prima di tutto, l’ “Unione delle forze di destra”, diretta dagli esponenti più noti dell’establishment ultraliberista (Gaydar, Nemtsov, Kirienko, Kakhamada, con Cjubais alla sua guida), che ha diretto il processo delle riforme economiche, almeno nella prima fase degli anni ’90 dello scorso secolo, e che ancora oggi può contare sulla presenza nel governo di uomini ad essa legati. Il tristemente noto oligarca Anatolij Cjubais, già “braccio destro”di Boris Eltsin,ha recentemente illustrato il programma del partito, precisando che il suo orizzonte strategico è rappresentato dalla costruzione di un “impero liberale”, che sappia garantire con la necessaria fermezza il consolidamento del processo “riformista”. Il richiamo alla funzione attribuita al presidente della Federazione Russa non potrebbe essere più chiaro. L’ “Unione delle forze di destra” è naturalmente il partito che più si batte contro il processo di costruzione di  uno stato unitario con la Bielorussia antimperialista di Aleksandr Lukashenko, contro cui ha organizzato alcune clamorose provocazioni, e che più spinge per una politica di collaborazione con gli Stati Uniti. E’ accreditata di un 5-6% di consensi.

All’estrema destra si colloca il “Partito liberal-democratico di Russia” di Vladimir Zhirinovskij, il cui obiettivo fondamentale è quello di attrarre, con una fraseologia ultranazionalista e populista, la parte più arretrata dell’elettorato popolare, per poi attestarsi, in parlamento, su una linea di sostanziale subordinazione alle scelte di fondo operate dal governo. Ai “liberal-democratici” viene attribuito fino all’8% delle intenzioni di voto, in grado di garantire la terza posizione tra le forze della futura Duma.

LA SINISTRA

L’ala sinistra dello schieramento politico russo è tuttora largamente egemonizzata dal Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) che, uscito da un periodo di scontri interni, iniziato nella primavera del 2002 con il tentativo dell’amministrazione russa di estromettere i comunisti da ogni sede decisionale, attraverso l’allontanamento degli esponenti dell’opposizione dalle presidenze delle commissioni parlamentari, nei primi mesi del 2003 sembrava avere ritrovato una certa compattezza attorno alla figura del suo presidente Ghennadij Zjuganov, sostenuto, in quell’occasione, dalle componenti più a sinistra dell’organizzazione, particolarmente agguerrite a Mosca e a San Pietroburgo.

Il PCFR si è così assestato su una linea di dura contrapposizione sia nei confronti dell’esecutivo russo presieduto da Kasjanov che nei confronti di Putin, attaccati in quanto considerati i principali responsabili dell’accelerazione del processo di liberalizzazione e privatizzazioni, attuatosi negli ultimi due anni, e di una politica internazionale ritenuta troppo “arrendevole” rispetto all’aggressività degli Stati Uniti e del loro sistema di alleanze, in particolare dopo i fatti dell’11 settembre 2001.
Praticamente fino alla fine del 2002 il partito, in tutte le sue istanze era stato impegnato in una fase di duro confronto interno, che ha visto contrapporsi, alla maggioranza dei militanti, i componenti del gruppo parlamentare “più dialoganti” con l’amministrazione presidenziale e quei membri del Comitato Centrale più direttamente coinvolti nell’apparato istituzionale (in particolare, i governatori di alcune importantissime regioni).

L’esito di questo duro scontro, che non sembra avere provocato drammatiche lacerazioni nella base e negli apparati locali del partito (che continua a mantenere intatta la sua forza organizzata di circa 600.000 iscritti), ha portato all’allontanamento di un gruppo significativo di personalità dirigenti, che si è raccolto fin dall’inizio attorno alla figura dello “speaker” della Duma Ghennadij Selezniov, il quale si era rifiutato di obbedire disciplinatamente all’indicazione del PCFR di abbandonare il proprio posto, dopo l’ultimatum sulle presidenze di commissione, lanciato dal governo ai comunisti.

Selezniov, che, già da dirigente del PCFR, aveva dato vita ad un gruppo di pressione di orientamento “socialdemocratico” chiamato “Rossija”, dopo la sua uscita dal partito, ha creato, con il sostegno del Cremlino, il “Partito della rinascita della Russia”, legando definitivamente il proprio futuro politico a quello dell’amministrazione presidenziale.

Le ultime fasi della vita del PCFR sono state caratterizzate da un forte richiamo alle proprie radici ideali e alla propria storia di “erede” del PCUS, e dall’ appello alla mobilitazione rivolto a quello “zoccolo duro” di opinione pubblica che si pronuncia senza esitazione per il “socialismo” e che sarebbe in grado (secondo molti analisti) di assicurare comunque sempre dal 15 al 20% del consenso elettorale.

Di qui la decisione del congresso del partito svoltosi il 6 settembre di andare alle elezioni con un raggruppamento elettorale, certo aperto ad alleanze con settori non comunisti, ma nettamente caratterizzato dalla fedeltà all’identità, alla storia e ai simboli del partito comunista e da un programma alternativo alle scelte economiche e sociali del “nuovo corso” russo.

Ciò contribuisce a spiegare la ragione per cui anche alcune componenti delle formazioni che si collocano più “a sinistra” del PCFR, a cominciare da quella più influente (oltre 1.400.000 voti alle elezioni del 1999 e, ancora oggi, circa 10.000 iscritti), il “Partito Comunista Operaio Russo- Partito Rivoluzionario dei Comunisti” (PCOR-PRC), diretto da Viktor Tiulkin e Anatolij Kriuchkov (leader dei due partiti prima della fusione), abbiano deciso, se non di mettere da parte le profonde divergenze ideologiche che le dividono dal partito di Zjuganov fin dai tempi del PCUS, almeno di accettare una convergenza elettorale, per impedire la dispersione dei voti dell’estrema sinistra.

A onor del vero, la resa dei conti con il gruppo di Selezniov non ha messo la parola fine al travagliato dibattito interno che attraversa il PCFR, fin dai tempi della sua formazione, e che è caratterizzato dalla presenza di diverse tendenze e correnti di pensiero, alcune delle quali non direttamente riconducibili al “marxismo-leninismo”.

Ad esempio, lo stesso presidente Ghennadij Zjuganov è noto per le sue posizioni ideologiche eclettiche, che cercano di conciliare le radici marxiste-leniniste del comunismo sovietico con elementi del bagaglio culturale specificamente “russo”, attraverso concessioni (che, in più di una occasione, hanno destato perplessità tra gli studiosi di orientamento marxista) alla retorica “nazional-patriottica” e a suggestioni culturali (tra queste, in particolare, il cosiddetto “eurasismo”) che individuano un filo di continuità tra le varie fasi della storia della “potenza russa”, fin dalle sue origini medievali, e l’esperienza sovietica uscita dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Zjuganov gode dell’appoggio, in particolare, di quegli ambienti (vecchi quadri delle forze armate sovietiche e di intellettuali e giornali ) che auspicano la ricostruzione di una grande potenza, in grado di esercitare un contrappeso efficace all’egemonia occidentale: tra i militari, Viktor Ilyukin, leader del “Movimento di sostegno all’esercito”, e gli esponenti dell’ “Unione degli ufficiali sovietici”,mentretra gli intellettuali possiamo citare Aleksandr Prokhanov, direttore del giornale “Zavtra” e alcuni tra i continuatori del dibattito che, in epoca sovietica, si svolgeva nelle pagine di riviste come “Molodaja Gvardia” e “Nash Sovremennik” (“Giovane Guardia” e “Nostro contemporaneo”).

La stessa candidatura, tra i primi tre della lista proporzionale federale, dell’ex governatore della regione del Kuban, l’ “indipendente” nazionalista Nikolay Kondratjenko, è da attribuirsi alla pressione di queste componenti.

In questi anni, le posizioni di Zjuganov sono state spesso sottoposte a dura critica, non solo dai gruppi marxisti-leninisti e da singoli intellettuali marxisti esterni al PCFR, ma anche da componenti agguerrite della sinistra interna, che si sono raccolte attorno all’ “Associazione degli studiosi russi di orientamento socialista” e alla sua rivista teorica “Dialog” e che, negli anni ’90, hanno trovato i loro rappresentanti, a livello di direzione politica del partito, in Aleksandr Shabanov e Nikolay Bindiukov.

Oggi, il ruolo di interprete delle posizioni “di sinistra” sembra essere svolto dal popolare leader dei comunisti di Mosca, Aleksandr Kuvajev, che è stato in grado di instaurare un dialogo con le componenti più di sinistra del movimento comunista russo, compresi alcuni settori del “trotskismo”.
C’è da dire, del resto, che anche tra altri importanti dirigenti del partito sembrano prevalere posizioni di maggiore aderenza alla tradizione teorica “marxista-leninista”, come nel caso dei due vicepresidenti Valentin Kuptzov e Ivan Melnikov (che non proviene dall’apparato del PCUS, ma dagli ambienti accademici, essendo tuttora docente dell’Università di Mosca, che è arrivato ai vertici del partito dopo la fine dell’URSS, e che viene indicato come uno dei possibili successori di Zjuganov – l’altro nome che circola è quello di Serghey Reshulskij, che sembra più allineato alle posizioni “nazional-patriottiche” del presidente) e di figure storiche come l’ex numero due del PCUS di Gorbaciov Jegor Ligaciov e l’ultimo presidente del parlamento sovietico Anatolij Lukyanov.
Le componenti più classicamente “socialdemocratiche”, oggi ridimensionate e messe in difficoltà dalla fuoruscita di Selezniov, si raccolgono attorno a Viktor Zorkaltsev, e potrebbero ritrovare vitalità, in caso di sconfitta del partito alle elezioni politiche di dicembre.

Nello stesso tempo, almeno fino alla fine dell’estate 2003, il PCFR ha continuato, nell’ambito delle sue alleanze – attraverso la coalizione da loro guidata, chiamata “Unione Popolare Patriottica di Russia”(UPPR) -, a mantenere rapporti di stretta collaborazione con una serie di personalità e forze indipendenti, capaci di attrarre il consenso anche di settori di sinistra più moderata e di coloro che, pur non essendo comunisti, hanno sempre visto nel PCFR la forza che più conseguentemente si erge a difesa dei cosiddetti “interessi nazionali”, violati e continuamente intaccati dalle scelte di inserimento nei meccanismi del “mercato mondiale”, operate dai gruppi oligarchici russi. E’ il caso dell’ala sinistra del “Partito Agrario” (dal 1999 a fianco di Putin) che, presentatasi con i comunisti già alle scorse elezioni politiche, ha creato la frazione parlamentare “Agro-industriale”. Il suo leader Nikolay Kharitonov capeggia la lista nazionale del PCFR, insieme a Zjuganov e Kondratjenko.

Nell’ambito dello schieramento “popolare-patriottico” è sempre apparsa di particolare rilievo la posizione di Serghey Glaziov, già ministro nel primo governo post-sovietico presieduto da Gaydar, e clamorosamente dimessosi dopo il colpo di stato dell’ottobre 1993, oggi leader del “Congresso delle Comunità Russe”, in cui militò lo scomparso generale Aleksandr Lebed. Egli è considerato un economista di rilievo (in buoni rapporti con l’ex governatore della Banca di Stato Viktor Gerashenko, silurato per dare spazio a una “nuova generazione” di banchieri più in linea con le riforme del governo).

Glaziov, che ha dimostrato doti di buon “comunicatore” nei dibattiti televisivi, è rispettato negli ambienti accademici e ritenuto in grado di poter dialogare con quei settori di “borghesia nazionale” e di piccola e media imprenditoria più insofferenti nei confronti del corso liberista impresso dai ministeri finanziari e di bilancio del governo russo.
Glaziov, fino alla scorsa estate, era ritenuto uno dei possibili componenti della “testa di lista” di un grande raggruppamento “patriottico”, capeggiato dal PCFR,  in vista delle  elezioni di dicembre.
Il quadro sopra descritto, che sembrava limitare al minimo i danni della scissione di Selezniov e compagni, si traduceva, sul piano delle previsioni di voto, in un sostenuto rialzo delle quotazioni del PCFR (31% all’inizio dell’estate).

Ma gli effetti della controffensiva politica e “di immagine”, lanciata dal fronte centrista, non mancavano di produrre i loro effetti anche tra le forze di opposizione, nella fase di avvio della campagna elettorale, immediatamente dopo la pausa estiva.
Abbiamo già esaminato le caratteristiche della strategia di “spostamento a sinistra” attuata dai collaboratori di Putin, sia con il riordino politico-organizzativo di “Russia Unitaria”, che attraverso la dislocazione di altre formazioni, in grado di intercettare, a beneficio dell’establishment, almeno una parte del voto “di protesta”.

Per i comunisti, ai primi di settembre, al momento dello svolgimento del loro congresso, si è manifestato un ulteriore serio elemento di difficoltà, rappresentato dalla sorprendente decisione di Glaziov di presentarsi alla consultazione di dicembre con una propria coalizione di “opposizione”. Tale coalizione, chiamata “Rodina” (Patria) è stata presentata come non in contrapposizione ai comunisti (a cui viene persino proposto un patto di unità d’azione nella prossima legislatura), ma quale tentativo di valorizzare una presenza autonoma, in uno schieramento di centro-sinistra, di componenti laburiste, socialiste e “nazionaliste”, la maggior parte delle quali in passato aveva accettato (come del resto, Glaziov) l’egemonia comunista, nell’ambito dell’Unione Popolare Patriottica di Russia, ma che oggi propendono per un atteggiamento “più costruttivo” nei confronti dello schieramento filopresidenziale, manifestando una certa fiducia nel fatto di poter agire sulle sue contraddizioni interne e non considerando le più recenti “aperture sociali”, le critiche al governo dei suoi programmi elettorali  e i blitz contro alcuni oligarchi alla stregua di una pura manovra tattica.

Questa operazione ha raccolto adesioni soprattutto tra formazioni politiche e gruppi informali, alcuni dei quali facevano parte dell’Unione Popolare Patriottica di Russia: oltre al già citato “Congresso delle Comunità Russe” di Glaziov, occorre nominare in particolare, per la loro relativa consistenza, il “Partito delle regioni di Russia” di Jurij Skokov e “Volontà Popolare”, diretta da Serghey Baburin, che si definisce “movimento patriottico di sinistra”
Nel blocco elettorale “Rodina” sono confluite pure alcune componenti di “sinistra socialista” come il piccolo “Partito Russo del Lavoro” del deputato del gruppo parlamentare “indipendente” “Regioni di Russia” Oleg Shein (che, pur avendo sempre polemizzato con il “nazionalismo” di Zjuganov, non sembra avere problemi a ritrovarsi a fianco di Serghey Baburin, di Valentin Varennikov, esponente del KGCP, il “Comitato di salute pubblica” che nell’agosto ’91 spianò la strada a Eltsin, oppure di uomini legati alle gerarchie della Chiesa Ortodossa, come Aleksandr Krutov, presidente dell’ “Unione dei cittadini ortodossi”).

La coalizione che, in caso di affermazione, potrebbe addirittura contribuire al rafforzamento complessivo della sinistra, in cui il ruolo e l’identità dei comunisti uscirebbero rafforzati, rischia, purtroppo ( gli ultimi sondaggi attribuiscono a “Rodina” il 3,5%), di trasformarsi nell’ennesima dispersione del voto di opposizione, con la conseguenza di consolidare l’attuale esecutivo.

In effetti, le ultime rilevazioni demoscopiche sembrano confermare questa tendenza, marcando la forte ripresa di “Russia Unitaria”, data al 28/30% ai primi di novembre, e il netto ridimensionamento (a cui potrebbe contribuire anche quel massiccio ricorso ai brogli da parte dell’amministrazione, che ha sempre contraddistinto tutte le tornate elettorali più importanti) del PCFR, che non supererebbe il risultato del 1999, con l’aggravante di perdere il primato elettorale nel proporzionale e subire, di fronte alla vasta coalizione che si sta raccogliendo attorno al partito di Putin, una cocente sconfitta in molti collegi uninominali.

I riflessi che un tale scenario potrebbe determinare sulle scelte di Putin, alla vigilia delle elezioni presidenziali, sono facilmente prevedibili: allentata (forse definitivamente) la scomoda pressione dei comunisti, e in presenza di nuovi rapporti di forza tra le cordate oligarchiche più favorevoli a quelle vicine al presidente (spicca la figura di Oleg Deripaska, apparso ultimamente molto legato a Putin, eche pare stia approfittando della “caduta in disgrazia” di Khodorkovskij, per appropriarsi di pezzi del suo “impero”), un’altra sterzata “riformista” potrebbe essere inevitabile, proprio in direzione dell’instaurazione di quell’ “impero liberale”, dai tratti autoritari e polizieschi, che rappresenta l’obiettivo strategico del progetto di consolidamento del capitalismo in Russia.

Torino, 10 novembre 2003