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- 10-09-04
Peacelink: Intervista a Giulietto Chiesa - I mandanti di
Beslan
di
Enrico Piovesana
D. - Nei suoi articoli e nelle sue
interviste di questi ultimi giorni sulla tragica vicenda di Beslan lei ha
sostenuto che dietro il sequestro della scuola non ci sarebbe solo l’ala
fondamentalista del separatismo ceceno, quella che fa capo a Shamil Basayev, e
che tantomeno sia il caso di tirare in ballo al-Qaeda.
Ci può spiegare meglio quali sono secondo lei i mandanti occulti di quella
azione terroristica?
G.C. - Che gli esecutori materiali del sequestro facciano capo al fanatico
leader integralista islamico ceceno Shamil Basayev non v’è alcun dubbio. Ma
dietro di lui non c’è la rete terroristica internazionale di Osama Bin Laden,
come affermano sia il Cremlino che i media occidentali...
Dietro a Basayev c’è, come c’è sempre stato, un uomo potentissimo e
temibilissimo: Boris Berezovsky, il gran capo dei cosiddetti ‘oligarchi’
anti-putiniani, che dal suo dorato esilio londinese guida una guerra senza
quartiere contro l’uomo che lui stesso ha contribuito a mandare al potere e che
poi, una volta al Cremlino, lo ha tradito.
D. - Potrebbe ricordarci chi è
questo Berezovsky, com’è evoluto il suo rapporto con Putin fino a diventare
così tremendamente conflittuale e quali legami ci sono tra lui e Basayev?
G.C. - E’ una storia un po’ complicata, ma merita di essere ripercorsa. E’ la
storia stessa della Russia di oggi e del durissimo scontro di potere che la sta
dilaniando, quella che vede da una parte Putin e la sua corte di ex agenti del
Kgb nostalgici dei tempi andati e fedeli allo spirito della “Grande Russia”, e
dall’altra Berezovsky e gli altri oligarchi e mafiosi russi arricchitisi
nell’era Eltsin. Un’èlite tradizionalmente filo-occidentale che dopo un
decennio di potere assoluto pensava di poter rimanere sulla cresta dell’onda
anche con Putin.
D. - E invece avevano fatto male i
conti?
G.C. - Sì. Questi ricchissimi e potentissimi signori, appoggiati da chi in
Occidente voleva che la Russia divenisse un ricco mercato rimanendo però
politicamente debole e inoffensiva, pensavano di poter manovrare Putin come
avevano fatto con Eltsin, continuando a fare affari d’oro e a farli fare ai
loro amici occidentali. Per questo Berezovsky, arricchitosi illegalmente con la
privatizzazione della compagnia aerea Aeroflot e con la televisione di Stato
russa Ort, fece di tutto nel 1999 per portare Putin al Cremlino. Fu lui, come
venne fuori in seguito da alcune intercettazioni telefoniche, a finanziare l’ex
agente segreto ceceno Shamil Basayev permettendogli di comprare le armi e le
connivenze adeguate per compiere, nell’agosto ’99, l’incursione guerrigliera in
Dagestan che, assieme ai quasi contemporanei attentati di Mosca, fornì a Putin
il pretesto per scatenare la seconda guerra cecena. Una guerra che lo mise in
luce come il salvatore della Patria e che fu il suo trampolino di lancio verso
il Cremlino.
D. - Basayev era un agente dei
servizi segreti russi?
G.C. - Certo! Era un agente del Gru, il servizio segreto militare russo. La
sua missione principale in passato per conto del Cremlino era stata quella di
sostenere la rivolta separatista in Abkhazia (Georgia) all’inizio degli anni
Novanta e di dirigere poi gli apparati di sicurezza della neonata repubblica
indipendente d’Abkhazia.
D. - Ma torniamo a Putin. Cosa
accadde tra lui e Berezovsky dopo il suo arrivo al Cremlino?
G.C. - La riconoscenza di Putin, eletto trionfalmente come presidente di
guerra, nei confronti di Berezovsky durò molto poco. Il nuovo zar dagli occhi
di ghiaccio non voleva essere un fantoccio nelle mani degli oligarchi, dei
mafiosi e dei loro amici occidentali. Il suo programma fu chiaro fin da subito:
restaurare la potenza della “Grande Russia” accentrando tutti i poteri nelle
sue mani e in quelle dei suoi fedelissimi, e dunque togliendo di mezzo gli
oligarchi. Il loro leader, Berezovsky, fu il primo obiettivo. L’arma usata,
come avverrà anche in seguito (si veda il caso Kodorkovsky-Yukos), fu quella
giudiziaria. Accusato di corruzione per la gestione degli utili Aeroflot a
Berezovsky non rimase altra scelta: il carcere o l’esilio. Scelse di fuggire a
Londra, da dove iniziò la sua guerra per abbattere colui che lo aveva tradito.
Una guerra combattuta con un’arma già sperimentata: il sostegno al terrorismo
ceceno. Un’arma cinica volta a destabilizzare la Russia e a dimostrare che
Putin non è più in grado di fare quello per cui era stato eletto: garantire la
sicurezza dei russi. Una spietata guerra per il potere combattuta sulla pelle
della popolazione russa e di quella cecena. Una guerra che Berezovsky combatte
con interessati aiuti stranieri.
D. - A chi si riferisce?
G.C. - Mi riferisco ai servizi segreti occidentali di quei paesi, Stati Uniti
in testa, che hanno sempre sostenuto l’oligarchia eltsiniana non solo perché
questa garantisce affari facili nel mercato russo ma perché costituisce una
garanzia contro il rischio di una Russia stabile e potente, un’eventualità che
spaventa molto l’Occidente. Sarà poi solo una coincidenza, ma dopo Beslan il
gradimento del presidente americano Bush è salito di undici punti percentuali.
D. - Quindi, in conclusione, chi
ci sarebbe dietro al sequestro nella scuola di Beslan?
G.C. - Per compiere azioni come quella di Belsan ci vuole la manodopera, che è
cecena ma che potrebbe anche essere di altre nazionalità caucasiche, i soldi,
che sono di Berezovsky e dei suoi amici oligarchi e mafiosi, e l’organizzazione
logistica. Quest’ultima può essere gestita in parte con la corruzione della
autorità locali, ma necessita anche di un livello di organizzazione superiore.
E secondo me qui entra in ballo lo zampino di qualche servizio segreto
occidentale. Non ho elementi per provarlo, ma sono certo che è così. E lo è
pure Putin, anche se non lo dice esplicitamente. Ma è questo che intendeva secondo
me quando, nel suo ultimo discorso alla nazione, ha parlato di “forze esterne”
che minacciano la stabilità della Russia.
D. - Non ritiene che questa sua
spiegazione dei fatti finisca per fare troppo il gioco di Putin, che comunque
ha delle gravi responsabilità per il modo in cui gestisce la crisi cecena, per
le brutalità che i militari russi hanno compiuto e stanno compiendo in Cecenia?
Mi rendo conto che quello che dico
possa far piacere al Cremlino. Ma a me questo non interessa, non è certo mio
interesse adulare Putin. Io dico solo quello che so, quello che capisco in base
alla mia esperienza in merito a queste faccende. Se la verità finisce per
favorire Putin non è affar mio.
D. - Già, la verità. Sembra che la
prima vittima della tragedia di Belsan sia stata proprio la verità, vista la
censura che le autorità russe hanno imposto ai giornalisti ‘non allineati’ che
stavano cercando di andare in Ossezia: Anna Politkovskaya (Novaya Gazeta)
avvelenata in aereo, Andrei Babitsky (Radio Free Europe) arrestato per
teppismo, Amro Abdel Hamid (Al-Arabiya) arrestato all’aeroporto, due reporter
georgiani (Rustavi 2) fermati a Beslan. Cosa ne pensa?
G.C. - La censura della libertà di stampa è una delle più importanti ed
efficaci armi con cui Putin combatte la sua guerra per il controllo
dell’opinione pubblica russa e mondiale, che non vuole venga influenzata da
giornalisti “liberali” vicini all’ambiente degli oligarchi e quelli dei gruppi
di pressione occidentali.