Reazioni e commenti in Russia dopo la tragedia di Beslan
di Mauro Gemma
Come hanno reagito gli opinionisti russi di fronte agli sviluppi
della tragica vicenda del massacro di Beslan?
Quello che balza immediatamente agli occhi è la singolare sintonia, che sembra
indicare una comune regia, con cui si sono mossi gli organi di stampa più
direttamente legati ai grandi oligarchi, oggi in rotta di collisione con
l’amministrazione presidenziale, a cui si sono associati alcuni ambienti
“radicali” (tale viene considerato il giornale “Novaja Gazeta”, in realtà
finanziato anch’esso dai magnati e in cui
scrivono alcuni dei principali responsabili della catastrofe della
Russia, ruderi dell’era di Eltsin, di cui hanno esaltato il massacro del
Parlamento avvenuto nel 1993 (1)) e una parte della “sinistra estrema”.
Costoro non hanno esitato a riprendere l’intero armamentario propagandistico in
merito alle questioni della politica russa in uso in Occidente, il quale sembra
proporsi come obiettivo prioritario quello di mettere in difficoltà l’attuale
presidente Vladimir Putin, oggi impegnato, con una determinazione che non può
non essergli riconosciuta, a districarsi tra gli ostacoli e le contraddizioni
che incontra il suo tentativo di affermare, dopo i disastri provocati dal
decennio eltsiniano seguito alla vittoria controrivoluzionaria del 1991 e che
hanno largamente influenzato anche un lungo periodo dei suoi mandati, un ruolo
di primo piano della Russia e la ricostruzione di quelle fondamentali basi
economiche e politiche necessarie al suo risanamento.
Tra le priorità c’è sicuramente la salvaguardia dell’unità e della coesione del
grande stato eurasiatico, la cui disgregazione e destabilizzazione rappresenta
fin dai primi anni ’90 dello scorso secolo, senza ombra di dubbio, uno dei
principali obiettivi strategici dei concorrenti imperialisti della grande
potenza nucleare, i quali sono saldamente installati ai suoi confini e
dispongono di un micidiale meccanismo di alleanze politico-militari forse già
in questo momento in grado di intervenire in qualsiasi situazione di crisi che
si manifesti ai margini e all’interno stesso della Federazione Russa.
Ecco allora che non stupisce il fatto che, immediatamente dopo la presa degli
ostaggi da parte del manipolo di terroristi ceceni, siano apparsi in molti
“media” (ricordiamo, che in misura
ragguardevole sono tuttora controllati dai grandi gruppi oligarchici
nazionali colpiti dalle ultime iniziative di Putin e dai “network” delle
comunicazioni internazionali), pur nel contesto di una scontata esecrazione
della tragedia avvenuta nell’Ossezia settentrionale, una serie di significativi
“distinguo” rispetto al giudizio da dare in merito al comportamento tenuto
dalle strutture federali. Tali esternazioni sembravano proporsi lo scopo di
attribuire le principali responsabilità della tragedia alle caratteristiche
“tecniche” della reazione russa all’attacco terroristico e ad un’attitudine
“cinica” dello stesso Vladimir Putin, che non avrebbe tenuto nella giusta
considerazione gli aspetti umanitari della vicenda.
Sono state prevalentemente queste interpretazioni di alcuni tra i principali
organi “liberal” russi, ispirati dai loro finanziatori, ad offrire il pretesto
per le “richieste di chiarimento” partite da governi dell’Occidente ed
esponenti dell’establishment americano ed europeo (a cui si sono immediatamente
associati, con trasporto e senza fermarsi a riflettere un attimo, settori
significativi della cosiddetta “sinistra antagonista” che sembrano aver
abbracciato la causa di un movimento separatista caucasico che, a nostro
avviso, ha storicamente meno ragioni di quelle che potrebbe addurre un
eventuale “movimento per l’indipendenza della nazione indiana” nel West
nordamericano o un movimento irredentista del Sud-Tirolo incorporato nello
stato italiano solo 86 anni fa! (2) ), tese con ogni evidenza a mettere in imbarazzo nei
confronti dell’opinione pubblica russa e internazionale e, in qualche modo, a
“ricattare” un Vladimir Putin alle prese con uno dei più difficili momenti
della propria carriera politica e ancora troppo condizionato dallo scenario
“geopolitico” emerso dalla disgregazione dell’URSS, dalle pressioni che le
potenze imperialiste e i grandi gruppi economici internazionali sono in grado
di esercitare su una Russia indebolita e costretta ad un ruolo “di più basso
profilo” nel contesto planetario e dalle stridenti contraddizioni che
caratterizzano l’apparato statale e lo schieramento politico-sociale che lo
hanno sostenuto fino ad oggi.
I “distinguo” si sono poi trasformati in un attacco pesantissimo quando, ad
esempio nel caso del commento apparso nel sito internet “Gazeta.ru”, anch’esso
notoriamente finanziato dagli oligarchi, si invocava la necessità di convocare
un tavolo di trattative con i mandanti del massacro, mettendo così in atto la
linea tracciata dal principale ispiratore della politica americana verso la
Russia, l’autorevole consigliere di vari presidenti USA Zbignew Brzezinski e
dagli esponenti “neoconservatori” che hanno dato vita, insieme agli uomini di
Maskhadov e Zakaev, a un “Comitato Americano per la Pace in Cecenia” (a cui
sicuramente fa riferimento quella campagna dei radicali italiani a sostegno
della “resistenza cecena”, che oggi potrebbe trovare inaspettate sponde anche
in una “sinistra antagonista” pronta ad “abboccare all’amo”, come già avvenne
nel caso della Jugoslavia), che si propone di fare pressione sulla Russia
perché negozi il definitivo sganciamento della Cecenia dal corpo dello stato
federale russo, preparando così le condizioni per la rivendicazione di nuove
“indipendenze”.
Tutto ciò sta ad indicare con chiarezza la straordinaria sintonia esistente tra
gli sviluppi della situazione cecena e le mosse politiche delle cordate dei
magnati e dei loro protettori occidentali, i cui interessi oggi vengono messi
ancora più in discussione dalla prepotente riaffermazione della necessità di
forme efficaci di controllo statale sulle risorse strategiche del paese.
Nell’articolo di “Gazeta.ru” dal titolo “Una politica esplosiva”, il suo autore
afferma in modo esplicito che “il detonatore principale dei terroristi è rappresentato da Putin e
dalla sua crudele politica” e si fa
portavoce delle “elites estromesse dal potere”, affermando che esse intendono
rientrare in gioco anche esternando la
loro disponibilità ad intavolare un
dialogo con i terroristi a tutto campo e “non solo sulle questioni che fanno
comodo a Putin” (3).
Un altro coro di violente critiche all’operato del presidente è venuto poi da
alcuni settori dell’estrema sinistra, con l’attribuzione all’attuale
amministrazione di presunte caratteristiche “zariste”, proponendo in alcuni
casi la discutibile tesi dell’esistenza di un aggressivo “imperialismo russo”,
a cui si opporrebbe la “resistenza cecena”, e sottovalutando, o addirittura
rimuovendo del tutto, il ruolo che l’imperialismo e i suoi alleati nella
regione stanno svolgendo, con frenetico attivismo (4).
Una sottovalutazione del contesto internazionale, in cui si è consumata la
tragedia di Beslan, a onor del vero e a dispetto delle valutazioni che questo
partito aveva esplicitato almeno fino a non molto tempo fa, caratterizza oggi,
a nostro parere, anche le posizioni del “Partito Comunista della Federazione Russa”
(o almeno quella metà circa del gruppo dirigente del PCFR che non ha seguito la
scissione dello scorso luglio che ha dato vita in questi giorni al “Partito
Comunista Russo del Futuro”), il quale, nella sua ormai radicata e per certi
aspetti pregiudiziale opposizione a quello che definisce il “regime di Putin”,
sembra dimenticare che il Presidente russo, nella sua strenua difesa del
carattere unitario della Federazione, non è poi così distante dalle tesi che, a
più riprese, i comunisti hanno espresso in merito alle implicazioni
geostrategiche della “questione cecena” e che sono apparse in documenti
ufficiali e negli interventi dello stesso Ghennadij Zjuganov (5).
Della vera natura dell’attacco
propagandistico dei “media” dimostra invece di avere piena consapevolezza
l’intellettuale marxista Dmitrij Jakushev che, nel sito di “Levaja Rossija” (Russia di sinistra), di cui è
redattore, ha pubblicato un tagliente articolo (6), in risposta ai critici di Putin di ogni
colore.
Jakushev, che non da oggi lamenta l’assenza in Russia di una forza
autenticamente “antimperialista” capace di condizionare pesantemente “da
sinistra” Putin (che pur sempre rimane il rappresentante della “borghesia
nazionale”, di cui incarna le aspirazioni e i limiti), entra in durissima
polemica con le tesi dei “radicali” e dei “sinistri” sostenitori della
“resistenza cecena” (indicando esplicitamente Politkovskaja e Kagarlitskij),
mettendo direttamente in relazione la campagna scatenatasi in Russia e in
Occidente con le dinamiche (7) dell’attacco terroristico, che su tale campagna
evidentemente intendeva fare affidamento.
Scrive Jakushev: “Si può affermare che il piano dell’attacco terroristico di
Beslan era il seguente: sequestrare una grande quantità di bambini, allo scopo
di rendere impossibile un assalto, e allo stesso tempo ottenere la pressione
dell’ “opinione pubblica democratica mondiale” per costringere le autorità
russe a sedersi al tavolo delle trattative con i leader dei banditi, che nelle
persone di Zakaev e Maskhadov avevano già cercato di presentarsi come garanti
degli ostaggi. Naturalmente le trattative sarebbero potute cominciare solo con
la mediazione delle istituzioni dell’imperialismo. Tutto ciò non rappresenta
che il logico proseguimento della politica condotta dall’imperialismo nella
regione e in rapporto alla Russia”. Ma gli avvenimenti non si sono svolti
secondo le intenzioni dei mandanti dell’attacco per ragioni puramente dovute al
caso, quando l’esplosione accidentale di un ordigno nella palestra della scuola
di Beslan, ha fatto precipitare la situazione, determinando le condizioni del
sanguinoso epilogo della tragedia, che certamente ha messo in rilievo anche lo
stato comatoso in cui versano le strutture della sicurezza russa devastate
dalle “riforme” postsovietiche.
A Jakushev non sfugge l’elemento di novità rappresentato dalla reazione di
Putin in questa occasione, rispetto alle precedenti, quando nelle dichiarazioni
degli “ambienti ufficiali” russi ci si è sempre attenuti esclusivamente al
tradizionale “cliché” del “terrorismo internazionale” e del richiamo alla sola
matrice di “Al Qaeda”. Questa volta, afferma ancora Jakushev, “si è manifestato
un evento straordinario e completamente nuovo…Mai in precedenza Putin aveva
indicato così chiaramente i veri
ispiratori del terrorismo”. Nel suo messaggio alla nazione – fa osservare
Jakushev – il presidente afferma, con toni autocritici, che “bisogna riconoscere
che non abbiamo mostrato comprensione della complessità e della pericolosità
dei processi che avevano luogo nel nostro proprio paese e nel mondo intero.
Quantomeno non abbiamo saputo reagire adeguatamente. Abbiamo mostrato
debolezza. E ai deboli gliele suonano. Alcuni vogliono strapparci un pezzo più
grasso, altri li aiutano. Li aiutano pensando che la Russia, una delle più
grandi potenze nucleari, continui a rappresentare per loro una minaccia.
Dunque, la minaccia va eliminata. Il terrorismo, indubbiamente, è solo uno
strumento per raggiungere questi scopi” (8).
Ora – è la conclusione di Jakushev -, “non si possono più nutrire dubbi sul
fatto che dietro ai banditi, che terrorizzano la popolazione della Russia, ci
siano i servizi speciali dell’imperialismo” e che “il vero obiettivo di coloro
che oggi sconvolgono il Caucaso settentrionale non sia la libertà della
Cecenia, ma l’attuale potere russo e la stessa Russia”.
Note
(1) Incredibile appare l’esaltazione che il
giornale “Liberazione” (“Anna Politkovskaya, la giornalista che fa paura
al Cremlino, 9 settembre 2004) fadel ruolo dei personaggi che gravitano
attorno ai vari comitati e fondazioni “per i diritti umani” (che, oltre alla
causa dei ceceni, stanno seguendo con trepidazione la “persecuzione” del
magnate truffatore ed evasore Khodorkovskij), dirette emanazioni delle lobby
statunitensi che intendono spartirsi la Russia. Tali organismi, di cui sono
noti i legami con gli attivisti radicali italiani filo-NATO, che da tempo conducono un’isterica campagna antirussa nel
nostro paese, hanno il compito, esattamente come è avvenuto nella ex
Jugoslavia, di preparare le condizioni per ogni genere di interferenza
occidentale negli affari interni della Russia, proponendo uno scenario da
“emergenza umanitaria”, ingigantendo i numeri delle vittime e delle
distruzioni che sarebbero provocate
dalla presenza militare russa, giustificando di fatto la bestiale ondata
terroristica (questa si ad aver provocato ormai migliaia e migliaia di vittime
in diverse località della Russia, in particolare tra gli appartenenti ad etnie
caucasiche, musulmani e cristiani ortodossi), dimenticando che molti
osservatori internazionali sono pronti a riconoscere che le consultazioni
condotte dall’amministrazione russa circa la proposta di autonomia alla Cecenia
in ambito federale non possono essere considerate una farsa.
Non è privo di significato, poi, che gli stessi personaggi (a cominciare dalla
Politkovskaya), così ostinatamente schierati a fianco del micronazionalismo dei
banditi ceceni (solo perché così piace ai loro amici americani), non esitino a
scagliarsi contro le autonomie presenti all’interno della confinante Georgia (
occorrerebbe ricordare che in Abkhazia - dove Sabina Morandi, senza
preoccuparsi della coerenza delle proprie affermazioni, non ha alcuna
esitazione ad accreditare la tesi di Politkovskaya e soci su presunte “pulizie etniche” da parte dei russi - l’80%
della popolazione ha tuttora il passaporto della Federazione Russa!), in
predicato di entrare nella NATO, frequentata dalle truppe americane e
retroterra del terrorismo ceceno, avamposto dell’accerchiamento in atto della
Federazione Russa.
A proposito dell’attività delle organizzazioni “informali” sembrano appropriate le riflessioni che lo
stesso presidente russo Vladimir Putin ha fatto il 26 maggio scorso, in
occasione del suo messaggio all’Assemblea Federale: “Certo non tutti nel mondo
hanno intenzione di confrontarsi con una Russia indipendente, forte e fiduciosa
in sé stessa. Oggi nella concorrenziale lotta globale vengono attivamente
utilizzati strumenti di pressione politica, economica e informativa. Il
rafforzamento del nostro senso dello stato a volte viene spacciato per
autoritarismo…Alcune parole sulle organizzazioni sociali non politiche. Nel
nostro paese esistono e lavorano costruttivamente migliaia di istituzioni e
unioni civili. Ma non tutte sembrano orientate alla difesa dei reali interessi
delle persone. Per una parte di queste organizzazioni il compito prioritario è
diventato la riscossione di finanziamenti da parte di influenti fondazioni
straniere. Per altre il mettersi al servizio di gruppi discutibili e di
interessi commerciali. Perciò i problemi più acuti del paese e dei suoi
cittadini non vengono presi in considerazione. Si deve dire che, quando il discorso
verte sulle violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, della limitazione
degli interessi reali delle persone, a volte la voce di simili organizzazioni
neppure si leva. E ciò non stupisce: semplicemente non possono “mordere la
mano” da cui ricevono il cibo(…). Sul messaggio di Putin all’Assemblea
Federale è disponibile una rassegna stampa nel n. 81 di “Nuove Resistenti”, http://www.resistenze.org.
Per capire la complessa rete che sta dietro alla campagna internazionale
di discredito del presidente russo, torna utile leggere l’articolo apparso
nelle pagine dell’autorevole giornale britannico “The Guardian” (8 settembre
2004), firmato da John Laughland, fiduciario del “British Helsinki Human Rights
Group”: “…le cosiddette “crescenti critiche” sono di fatto dirette da uno
specifico gruppo dello spettro politico russo e dei suoi sostenitori americani.
Gli esponenti che dirigono le critiche russe al modo come Putin ha gestito la
crisi di Beslan sono i politici filo-USA Boris Nemtsov e Vladimir Rizhkov –
uomini associati alle riforme del mercato neo-liberale più spinto che hanno
avuto effetti tanto devastanti sotto Boris Eltsin così amato dall’Occidente – e
il Carnegie Endowment’s Moscow Centre. Fondato dal quartier generale di
Washington, questa influente fondazione – che opera in coppia con la
militare-politica Rand Corporation, allo scopo di produrre documenti sul ruolo
della Russia nel sostegno agli USA a ristrutturare il “Più grande Medio
Oriente” – ha ripetutamente biasimato Putin per le atrocità in Cecenia…Costoro
tengono essenzialmente la stessa linea che è stata espressa dai leader ceceni,
come Ahmed Zakaev, in esilio a Londra…
La durezza nei confronti di Putin si spiega forse con il fatto che, negli USA,
il gruppo che si impegna per la causa
cecena è rappresentato dal “comitato Americano per la Pace in Cecenia” (ACPC).
La lista degli “americani in vista” che sono suoi membri è una rassegna dei più
rappresentativi neoconservatori sostenitori entusiasti della “guerra al
terrore”. Essa include Richard Perle, noto consigliere del Pentagono; Elliot
Abrams con la fama di Iran-Contra; Kenneth Adelman, ex ambasciatore USA all’ONU
che aveva incitato all’invasione dell’Iraq, pronosticando che sarebbe stata
“una passeggiata”; Midge Decter, biografo di Donald Rumsfeld e direttore della
Heritage Foundation di destra; Frank Gaffney del militarista Centre for
Security Police; Bruce Jackson, ex ufficiale dell’intelligence militare USA e
una volta vice-presidente della Loockeed Martin, ora presidente del Comitato
USA sulla NATO; Michael Ledeen dell’American Enterprise Institute, ammiratore
del fascismo italiano e ora fautore di un cambiamento di regime in Iran; e R.
James Woolsey, ex direttore CIA, che è uno dei principali sostenitori dei piani
di George Bush di rimodellare il mondo musulmano in base alle direttive USA.
L’ACPC diffonde energicamente l’idea che la ribellione cecena mette in evidenza
la natura non democratica della Russia di Putin, e ricerca sostegni per la causa
cecena, enfatizzando la serietà delle violazioni dei diritti umani nella
minuscola repubblica caucasica. Il comitato paragona la crisi cecena alle altre
cause “musulmane” alla moda, Bosnia e Kosovo, giungendo alla conclusione che solo un intervento internazionale nel
Caucaso è in grado di stabilizzare la situazione…Provenendo da entrambi i
partiti politici, i membri dell’ACPC rappresentano la spina dorsale della
politica estera dell’establishment USA, e le loro opinioni sono di fatto quelle
dell’amministrazione USA”
John Laughland, “The Cechens’ American friends”, The Guardian,
September 8 2004
http://www.guardian.co.uk/comment/story/0,1299318,00.html
(2) Non ritorniamo
sulle caratteristiche della “questione caucasica”, che sono state da noi
esaminate in precedenti lavori pubblicati, a più riprese, da L’ERNESTO.
(3) “Una politica esplosiva”
http://www.gazeta.ru/comments/2004/09/02_a_162210.shtml
(4) Esemplare è il lungo commento che il gruppo
trotskista russo “Resistenza socialista” dedica agli avvenimenti di Beslan, in
cui, invece di interrogarsi sul fatto che, nella situazione attuale di grande
debolezza dell’insieme delle forze comuniste e di tutto il movimento di classe del
paese, l’unica realistica alternativa a Putin e al suo blocco sociale diretto
dalla “borghesia nazionale” potrebbe essere rappresentata dalla rivincita della
“borghesia compradora” e dal definitivo assoggettamento della Russia alle
logiche dell’imperialismo, si ipotizzano fantapolitici sbocchi rivoluzionari, e
si discetta in modo delirante addirittura sulla possibilità di sottrarre
l’egemonia sulla “resistenza cecena” alle mafie locali. “Beslan.
L’inizio della fine di Putin”. http://www.socialism.ru/analyses/russia/2004/beslan.html
(5) Interventi di Zjuganov e di altri esponenti
comunisti russi sulla questione cecena e, più in generale, su quella “delle
nazionalità”, sono apparsi in L’ERNESTO e in http://www.resistenze.org
(6)Dmitrij Jakushev, “Chi dà ordini al
terrore?” http://www.left.ru/2004/12/yakushev_terror111.html
(7) Sulla “regia occulta” del massacro di Beslan
rimandiamo anche alla lucida analisi di Manlio
Dinucci apparsa con il titolo “Il
grande gioco dietro la strage” in “Il Manifesto”, 10 settembre 2004.
(8) La
traduzione, a cura di Mark Bernardini, del “Messaggio alla Nazione” di Vladimir Putin è reperibile nel n. 87 della rassegna “Nuove
Resistenti” in http://www.resistenze.org.