da http://www.left.ru/2004/13/yakushev112.html
Le azioni delle autorita’ russe e il fronte unito
contro Putin
di Dmitrij Jakushev
All’ultima sequela di atti di diversione, le autorità russe hanno risposto con
il cambiamento del sistema di elezione dei governatori e dei presidenti delle
repubbliche, con il passaggio alla formazione della Duma di Stato
esclusivamente sulla base di liste di partito, ed anche con la fusione di
“Gasprom” e di “Rosneft”. Tutte queste azioni rispondono pienamente alla logica
del rafforzamento delle posizioni del potere centrale in tutti gli ambiti.
Proprio così sono state valutate dai più autorevoli “media” russi e stranieri.
Come ci si doveva attendere, i tentativi di rafforzare economicamente e
politicamente il potere centrale russo, hanno provocato in questi stessi
“media” un’ondata di indignazione.
Si è agitata in particolare la stampa occidentale. Basti citare i titoli dei
più autorevoli giornali europei e americani: “La Russia potrebbe intossicarsi
con la medicina di Putin” (“The Financial Times”, Gran Bretagna), “Ogni
dittatore ha bisogno della sua Beslan” (“The Times”, Gran Bretagna), “Come
rispondere al putch di Putin” (“The Washington Post”, USA), “La democrazia del
KGB” (“The Wall Street Journal”, USA), “Le nuove tendenze economiche:
“Gazpromizatsja” e “Jukosizatsja” (“The Financial Times”, Gran Bretagna), “Il
monopolio energetico: veleno per l’economia russa” (“Die Welt”, Germania)
“Putin ritiene che in Russia ci sia un deficit di dittatura” (“Die Presse”,
Austria), e altri dello stesso tenore.
Colpisce il livello particolarmente mediocre di tutto questo giornalismo. In
generale, salvo qualche rara eccezione, nella lettura, non è necessario andare
oltre i titoli di tutti questi articoli. Dovunque ricorre il cliché dell’agente
del KGB, della dittatura, dell’abbandono delle riforme, del ritorno ai tempi
dell’URSS. Ancora una volta si ha la conferma che la libertà di parola, nelle
condizioni dell’imperialismo, è prerogativa delle forme più primitive di
propaganda.
Per noi l’importante è che tutta questa – se si utilizza il termine del
conduttore del programma “Però” Mikhail Leontyev – “mediatica” dimostra
eloquentemente l’intimo rapporto esistente tra l’imperialismo e il moderno
potere russo. Nel “Washington Post”, il giornale portavoce dell’establishment
USA, il collaboratore dell’istituto Carnegie Robert Kegan scrive: “la dittatura
in Russia non è meno pericolosa per gli interessi USA, della dittatura in
Iraq”. Dal che si deduce quale potrebbero essere le misure nei confronti della
Russia, quando se ne presenterà l’occasione. Come si può allora criticare le
autorità russe per il deciso incremento dei fondi destinati alla difesa?
L’atteggiamento dell’Occidente imperialista nei confronti delle Russia e delle
sue autorità del momento dimostra in modo convincente anche il fallimento della
politica che Putin aveva intrapreso per far entrare la Russia nel club
imperialista. Non vi verrà mai inclusa, come si sarebbe dovuto capire già in
precedenza. La Russia interessa all’Occidente, come territorio da cui poter
estrarre petrolio e gas, senza alcun riguardo per la popolazione locale, e non
come partner paritario nell’ambito del club imperialista. Così, è evidente che
l’Occidente preferirebbe la prosecuzione della politica eltsiniana, fino alla
dissoluzione dello stato unitario. E per perseguire ciò sono indispensabili
politici del tipo Rizhkov e Javlinskij (noti
esponenti liberali, nota del traduttore), non certo Putin. Non c’è dubbio sul fatto che le autorità
russe comprendono in pieno questa situazione. Ma sorge la domanda: sono pronte
a cambiare la loro politica? E ci sono nella società e nella classe dirigente
le forze su cui appoggiarsi per ottenere ciò? Si capisce che, per cambiare la
politica in senso antimperialista, il presidente borghese Putin dovrebbe
individuare nella classe dirigente un partito patriottico su cui anch’egli,
innanzitutto, potrebbe contare. Oppure questo stesso partito dovrebbe
delinearsi ed esigere da Putin una politica antimperialista e, nel caso egli si
dimostrasse inadeguato nel far fronte alla situazione, dovrebbe proporre al
paese un nuovo leader.
Nel frattempo, alcuni segnali positivi nelle azioni delle autorità russe, che
parlano della possibilità di un serio cambiamento del vettore politico, sono
visibili già oggi. La Russia ha dato l’impressione di schierarsi più
apertamente e decisamente dalla parte dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia,
il che dà la speranza che la volontà dei popoli di queste repubbliche di
riunificarsi alla Russia verrà realizzata e che essi non saranno lasciati alla
mercé del regime di Saakashvili. All’incontro dei capi di stato della CSI ad
Astana (nel Kazakhstan, dove si sono
fatti grandi passi avanti nella definizione
di uno spazio economico comune eurasiatico e dove i leader di Kazakhstan,
Bielorussia e Ucraina hanno inteso difendere Putin dagli attacchi occidentali
dopo la tragedia di Beslan, nota del traduttore), Putin, per la prima volta, ha parlato in modo inaspettatamente
benevolo di Lukashenko, da cui in precedenza era solito prendere le distanze.
E’ naturale che, quando Putin pensava di essere in procinto di entrare nel club
imperialista, il suo atteggiamento nei confronti di Lukashenko, che
l’imperialismo aveva definito malfattore internazionale e canaglia, fosse in
notevole misura sprezzante. Non conviene certo avere rapporti amichevoli con i
malfattori e le canaglie. Ora, invece, sembra quasi che Putin abbracci il caro
amico Lukashenko e affermi che lo ha sempre amato come un fratello. Chissà cosa
succederà, quando l’Occidente presenterà anche Putin come un malfattore.
In Russia le energiche misure assunte da Putin per la centralizzazione del
potere e il rafforzamento del controllo statale sul settore del petrolio e del
gas rappresentano il catalizzatore di un processo, avviato da lungo tempo, di
formazione di un fronte unito contro il presidente che va da Maskhadov e
Kasparov fino a Zjuganov e Tiulkin (presidente
del Partito Comunista Operaio Russo). L’opinione che del regime hanno
tutte queste, a prima vista, diverse forze, è letteralmente coincidente.
Dovunque, in primo piano viene posta la democrazia borghese che, nel contesto
dato, significa solo libertà di saccheggio della Russia per le compagnie multinazionali,
e dovunque viene completamente dimenticato il ruolo dell’imperialismo e la
posizione del regime di Putin nei suoi confronti. E’ comprensibile che “non si
accorgano” dell’imperialismo Javlinskij o Kasparov, ma convenite che è strano
che a non voler riconoscere il suo ruolo siano Tiulkin o Zjuganov. Allora
spontaneamente sorgono gli interrogativi sugli sponsor oligarchici dei
“comunisti” e sul loro ruolo nella formazione dell’attuale posizione dei
partiti formalmente di sinistra. Questo fronte unito contro Putin, senza ombra
di dubbio, verrà appoggiato da molti governatori, dal grande capitale privato e
dall’imperialismo straniero.
Una descrizione precisa della manifestazione congiunta di PCFR e “Mela” (il partito liberale di Javlinskij, tra i maggiori
fruitori dei finanziamenti dei gruppi oligarchici, nota del traduttore), con la partecipazione della
Novodvorskaya e dei nazionalisti tatari, è offerta dal giornale “Kommersant”
del 17 settembre: “Il conduttore del meeting, il leader dell’ala giovanile di
“Mela” ha dato la parola a Valerja Novodvorskaya, leader di “Unione
Democratica” (formazione legata
all’oligarca Berezovskij, “esule” in Gran Bretagna, nota del traduttore), che in quel momento stava
concedendo un’intervista a giornalisti occidentali…Ma, indicando una bandiera
dell’URSS, impugnata da uno dei comunisti intervenuti al meeting, ha risposto
che non sarebbe intervenuta, “fino a quando da qui non se ne vanno quegli
idioti di comunisti”. Al posto della signora Novodvorskaya è intervenuto il
primo segretario del comitato cittadino di Mosca Vladimir Ulas (che ha sostituito il leader della sinistra
del partito Kuvayev, tra i fondatori del “Partito Comunista Panrusso del
Futuro”, che raccoglie parte consistente del vecchio gruppo dirigente del PCFR,
nota del traduttore), il quale
ha annunciato “che guarda con soddisfazione all’unità raggiunta tra PCFR e
“Mela”.
La Novodvorskaya e il PCFR a ranghi serrati: non è un aneddoto, ma, come
possiamo constatare, un dato di fatto. Non è neanche un segreto che PCFR e
“Mela” abbiano sponsor in comune e, di conseguenza, posizioni comuni e
manifestazioni comuni.
Ecco, a proposito, anche un frammento della dichiarazione del leader del PCOR
Tiulkin in merito alle riforme proposte degli organi di potere, la quale, nel
complesso, se non fosse per il rituale riferimento al socialismo, non si
differenzia praticamente in nulla dalle valutazioni dei partiti neoliberali e
della stampa occidentale ed oligarchica russa:
“In pratica si propone di introdurre un meccanismo di nomina dei governatori,
che segue la precedente riforma della camera alta, trasformandola di fatto in
un organo svuotato di funzioni, composto sempre di più da uomini vicini al
presidente, non comprendente nessun esponente dell’opposizione. Esso avvicina
il moderno sistema politico russo all’assolutismo dei tempi di Nicola “il
sanguinario”. Non si possono nutrire dubbi sul fatto che la proposta di
introduzione del sistema proporzionale puro di elezione della camera bassa,
unitamente alla riforma del sistema elettorale e della legislazione sui partiti
politici, farà in modo che in pratica nel paese venga annientato il cosiddetto
multipartitismo politico, e che in tutti i rami del potere rimanga un solo
partito: il partito del sostegno alla persona del presidente…Il sistema della
cosiddetta “direzione anticrisi”, creato da Putin, sfocerà nella formazione di
uno stato di polizia con la continua paura dei cittadini di fronte al pericolo
di nuove tragedie, con il controllo totale da parte delle strutture di sicurezza
della vita politica e privata dei cittadini, con la definitiva trasformazione dei diritti e delle libertà democratici
in una finzione”.
E’ evidente che in questa dichiarazione non c’è nulla dell’essenziale che un
comunista avrebbe l’obbligo di dire. E in che cosa consiste l’essenziale? Che
le azioni di Putin sono provocate dalla necessità di rafforzare lo stato di
fronte all’imperialismo, che cerca di farlo a pezzi. Questo pensiero è stato
espresso con chiarezza nelle dichiarazioni del presidente. E allora, chi, se
non i comunisti, è obbligato a dire che non si può respingere l’imperialismo,
se si resta sul terreno della proprietà privata, del mercato, vale a dire sul
terreno del capitalismo, su cui anche l’imperialismo è sorto. Che le azioni di
Putin da sole non potranno salvare la Russia dall’annientamento: ecco cosa è
obbligato a dire un comunista.
Che è indispensabile un movimento di massa antimperialista, socialista, che è
necessaria una decisa espropriazione delle corporazioni, che è necessaria una
lotta senza quartiere contro la “quinta colonna”, rappresentata dalla propria
borghesia, che aspetta di vedere l’instaurazione del dominio imperialista in
Russia, nella convinzione che solo l’imperialismo è in grado di garantire le
sue posizioni. Nulla di ciò o di simile a ciò è riscontrabile nelle posizioni
di Tiulkin e nemmeno in quelle di Zjuganov. Del resto, non potrebbe andare
diversamente.
Il fatto è che, approdando all’unità con i neoliberali, non è possibile per
definizione approntare un programma comunista. Come è possibile, in alleanza
con “Mela” e “Comitato-2008” (accozzaglia
di ultraliberisti e radicali “alla Pannella”, diretti dall’ultramiliardaria
Irina Khakamada. Costoro si propongono,
usufruendo di enormi finanziamenti russi e occidentali e di emittenti e
giornali – tra cui “Novaya Gazeta”, fonte privilegiata di informazione russa
della “sinistra moderata” e di quella “più a sinistra” del nostro paese - come
“alternativa democratica” a Putin, nota del traduttore), esigere l’espropriazione delle
corporazioni, la lotta con la borghesia, la rovina del “mercato”? (…) Di
socialismo, in un blocco con costoro, si può parlare solo astrattamente,
proprio come fa Tiulkin, ricordando che “si può fuoruscire dall’attuale
situazione – risolvendo le contraddizioni tra le nazionalità, politiche e
sociali – solo avviandosi sulla strada del socialismo”. Quale socialismo?
Quello svedese? Quello di Schroeder o di Blair? Di quale socialismo parli
Tiulkin non è assolutamente chiaro. In ogni caso, non del socialismo marxista,
che liquida la proprietà privata ed espropria gli espropriatori, ma, al
contrario di che cosa fare nel blocco con i neoliberali.
In tal senso il “putinismo rosso” - termine con cui alcuni demagoghi intendono
spaventare un pubblico poco istruito -, vale a dire una parziale coincidenza
delle posizioni dei comunisti a proposito dell’imperialismo con quelle di un
nascente gruppo patriottico di borghesia ha più fondamento per esistere, di
quanto ne abbia il “neoliberalismo rosso” dei sostenitori di Tiulkin e
Zjuganov. In ogni caso, in un’alleanza antimperialista, nessuno impedirà ai
comunisti di sviluppare e sostenere con coerenza il proprio programma. Ci sono
tutti i presupposti, dal momento che si capisce che nessuna borghesia
nazionale, rimanendo sul terreno del capitalismo, difenderà la Russia e che la
salvezza è possibile solo avviandosi sulla strada del comunismo. In tale
alleanza i comunisti non avranno difficoltà a dimostrare al popolo che le
azioni della borghesia nazionale non sono sufficienti, che solo i comunisti
rappresentano i più conseguenti antimperialisti (...)
Traduzione dal russo di Mauro Gemma