www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 07-10-04

da http://www.left.ru/2004/13/yakushev112.html

Le azioni delle autorita’ russe e il fronte unito contro Putin


di Dmitrij Jakushev

All’ultima sequela di atti di diversione, le autorità russe hanno risposto con il cambiamento del sistema di elezione dei governatori e dei presidenti delle repubbliche, con il passaggio alla formazione della Duma di Stato esclusivamente sulla base di liste di partito, ed anche con la fusione di “Gasprom” e di “Rosneft”. Tutte queste azioni rispondono pienamente alla logica del rafforzamento delle posizioni del potere centrale in tutti gli ambiti. Proprio così sono state valutate dai più autorevoli “media” russi e stranieri. Come ci si doveva attendere, i tentativi di rafforzare economicamente e politicamente il potere centrale russo, hanno provocato in questi stessi “media” un’ondata di indignazione.

Si è agitata in particolare la stampa occidentale. Basti citare i titoli dei più autorevoli giornali europei e americani: “La Russia potrebbe intossicarsi con la medicina di Putin” (“The Financial Times”, Gran Bretagna), “Ogni dittatore ha bisogno della sua Beslan” (“The Times”, Gran Bretagna), “Come rispondere al putch di Putin” (“The Washington Post”, USA), “La democrazia del KGB” (“The Wall Street Journal”, USA), “Le nuove tendenze economiche: “Gazpromizatsja” e “Jukosizatsja” (“The Financial Times”, Gran Bretagna), “Il monopolio energetico: veleno per l’economia russa” (“Die Welt”, Germania) “Putin ritiene che in Russia ci sia un deficit di dittatura” (“Die Presse”, Austria), e altri dello stesso tenore.

Colpisce il livello particolarmente mediocre di tutto questo giornalismo. In generale, salvo qualche rara eccezione, nella lettura, non è necessario andare oltre i titoli di tutti questi articoli. Dovunque ricorre il cliché dell’agente del KGB, della dittatura, dell’abbandono delle riforme, del ritorno ai tempi dell’URSS. Ancora una volta si ha la conferma che la libertà di parola, nelle condizioni dell’imperialismo, è prerogativa delle forme più primitive di propaganda.
Per noi l’importante è che tutta questa – se si utilizza il termine del conduttore del programma “Però” Mikhail Leontyev – “mediatica” dimostra eloquentemente l’intimo rapporto esistente tra l’imperialismo e il moderno potere russo. Nel “Washington Post”, il giornale portavoce dell’establishment USA, il collaboratore dell’istituto Carnegie Robert Kegan scrive: “la dittatura in Russia non è meno pericolosa per gli interessi USA, della dittatura in Iraq”. Dal che si deduce quale potrebbero essere le misure nei confronti della Russia, quando se ne presenterà l’occasione. Come si può allora criticare le autorità russe per il deciso incremento dei fondi destinati alla difesa?

L’atteggiamento dell’Occidente imperialista nei confronti delle Russia e delle sue autorità del momento dimostra in modo convincente anche il fallimento della politica che Putin aveva intrapreso per far entrare la Russia nel club imperialista. Non vi verrà mai inclusa, come si sarebbe dovuto capire già in precedenza. La Russia interessa all’Occidente, come territorio da cui poter estrarre petrolio e gas, senza alcun riguardo per la popolazione locale, e non come partner paritario nell’ambito del club imperialista. Così, è evidente che l’Occidente preferirebbe la prosecuzione della politica eltsiniana, fino alla dissoluzione dello stato unitario. E per perseguire ciò sono indispensabili politici del tipo Rizhkov e Javlinskij (noti esponenti liberali, nota del traduttore), non certo Putin. Non c’è dubbio sul fatto che le autorità russe comprendono in pieno questa situazione. Ma sorge la domanda: sono pronte a cambiare la loro politica? E ci sono nella società e nella classe dirigente le forze su cui appoggiarsi per ottenere ciò? Si capisce che, per cambiare la politica in senso antimperialista, il presidente borghese Putin dovrebbe individuare nella classe dirigente un partito patriottico su cui anch’egli, innanzitutto, potrebbe contare. Oppure questo stesso partito dovrebbe delinearsi ed esigere da Putin una politica antimperialista e, nel caso egli si dimostrasse inadeguato nel far fronte alla situazione, dovrebbe proporre al paese un nuovo leader.

Nel frattempo, alcuni segnali positivi nelle azioni delle autorità russe, che parlano della possibilità di un serio cambiamento del vettore politico, sono visibili già oggi. La Russia ha dato l’impressione di schierarsi più apertamente e decisamente dalla parte dell’Ossezia meridionale e dell’Abkhazia, il che dà la speranza che la volontà dei popoli di queste repubbliche di riunificarsi alla Russia verrà realizzata e che essi non saranno lasciati alla mercé del regime di Saakashvili. All’incontro dei capi di stato della CSI ad Astana (nel Kazakhstan, dove si sono fatti grandi  passi avanti nella definizione di uno spazio economico comune eurasiatico e dove i leader di Kazakhstan, Bielorussia e Ucraina hanno inteso difendere Putin dagli attacchi occidentali dopo la tragedia di Beslan, nota del traduttore), Putin, per la prima volta, ha parlato in modo inaspettatamente benevolo di Lukashenko, da cui in precedenza era solito prendere le distanze. E’ naturale che, quando Putin pensava di essere in procinto di entrare nel club imperialista, il suo atteggiamento nei confronti di Lukashenko, che l’imperialismo aveva definito malfattore internazionale e canaglia, fosse in notevole misura sprezzante. Non conviene certo avere rapporti amichevoli con i malfattori e le canaglie. Ora, invece, sembra quasi che Putin abbracci il caro amico Lukashenko e affermi che lo ha sempre amato come un fratello. Chissà cosa succederà, quando l’Occidente presenterà anche Putin come un malfattore.

In Russia le energiche misure assunte da Putin per la centralizzazione del potere e il rafforzamento del controllo statale sul settore del petrolio e del gas rappresentano il catalizzatore di un processo, avviato da lungo tempo, di formazione di un fronte unito contro il presidente che va da Maskhadov e Kasparov fino a Zjuganov e Tiulkin (presidente del Partito Comunista Operaio Russo). L’opinione che del regime hanno tutte queste, a prima vista, diverse forze, è letteralmente coincidente. Dovunque, in primo piano viene posta la democrazia borghese che, nel contesto dato, significa solo libertà di saccheggio della Russia per le compagnie multinazionali, e dovunque viene completamente dimenticato il ruolo dell’imperialismo e la posizione del regime di Putin nei suoi confronti. E’ comprensibile che “non si accorgano” dell’imperialismo Javlinskij o Kasparov, ma convenite che è strano che a non voler riconoscere il suo ruolo siano Tiulkin o Zjuganov. Allora spontaneamente sorgono gli interrogativi sugli sponsor oligarchici dei “comunisti” e sul loro ruolo nella formazione dell’attuale posizione dei partiti formalmente di sinistra. Questo fronte unito contro Putin, senza ombra di dubbio, verrà appoggiato da molti governatori, dal grande capitale privato e dall’imperialismo straniero.

Una descrizione precisa della manifestazione congiunta di PCFR e “Mela” (il partito liberale di Javlinskij, tra i maggiori fruitori dei finanziamenti dei gruppi oligarchici, nota del traduttore), con la partecipazione della Novodvorskaya e dei nazionalisti tatari, è offerta dal giornale “Kommersant” del 17 settembre: “Il conduttore del meeting, il leader dell’ala giovanile di “Mela” ha dato la parola a Valerja Novodvorskaya, leader di “Unione Democratica” (formazione legata all’oligarca Berezovskij, “esule” in Gran Bretagna, nota del traduttore), che in quel momento stava concedendo un’intervista a giornalisti occidentali…Ma, indicando una bandiera dell’URSS, impugnata da uno dei comunisti intervenuti al meeting, ha risposto che non sarebbe intervenuta, “fino a quando da qui non se ne vanno quegli idioti di comunisti”. Al posto della signora Novodvorskaya è intervenuto il primo segretario del comitato cittadino di Mosca Vladimir Ulas (che ha sostituito il leader della sinistra del partito Kuvayev, tra i fondatori del “Partito Comunista Panrusso del Futuro”, che raccoglie parte consistente del vecchio gruppo dirigente del PCFR, nota del traduttore), il quale ha annunciato “che guarda con soddisfazione all’unità raggiunta tra PCFR e “Mela”.

La Novodvorskaya e il PCFR a ranghi serrati: non è un aneddoto, ma, come possiamo constatare, un dato di fatto. Non è neanche un segreto che PCFR e “Mela” abbiano sponsor in comune e, di conseguenza, posizioni comuni e manifestazioni comuni.
Ecco, a proposito, anche un frammento della dichiarazione del leader del PCOR Tiulkin in merito alle riforme proposte degli organi di potere, la quale, nel complesso, se non fosse per il rituale riferimento al socialismo, non si differenzia praticamente in nulla dalle valutazioni dei partiti neoliberali e della stampa occidentale ed oligarchica russa:
“In pratica si propone di introdurre un meccanismo di nomina dei governatori, che segue la precedente riforma della camera alta, trasformandola di fatto in un organo svuotato di funzioni, composto sempre di più da uomini vicini al presidente, non comprendente nessun esponente dell’opposizione. Esso avvicina il moderno sistema politico russo all’assolutismo dei tempi di Nicola “il sanguinario”. Non si possono nutrire dubbi sul fatto che la proposta di introduzione del sistema proporzionale puro di elezione della camera bassa, unitamente alla riforma del sistema elettorale e della legislazione sui partiti politici, farà in modo che in pratica nel paese venga annientato il cosiddetto multipartitismo politico, e che in tutti i rami del potere rimanga un solo partito: il partito del sostegno alla persona del presidente…Il sistema della cosiddetta “direzione anticrisi”, creato da Putin, sfocerà nella formazione di uno stato di polizia con la continua paura dei cittadini di fronte al pericolo di nuove tragedie, con il controllo totale da parte delle strutture di sicurezza della vita politica e privata dei cittadini, con la  definitiva trasformazione dei diritti e delle libertà democratici in una finzione”.

E’ evidente che in questa dichiarazione non c’è nulla dell’essenziale che un comunista avrebbe l’obbligo di dire. E in che cosa consiste l’essenziale? Che le azioni di Putin sono provocate dalla necessità di rafforzare lo stato di fronte all’imperialismo, che cerca di farlo a pezzi. Questo pensiero è stato espresso con chiarezza nelle dichiarazioni del presidente. E allora, chi, se non i comunisti, è obbligato a dire che non si può respingere l’imperialismo, se si resta sul terreno della proprietà privata, del mercato, vale a dire sul terreno del capitalismo, su cui anche l’imperialismo è sorto. Che le azioni di Putin da sole non potranno salvare la Russia dall’annientamento: ecco cosa è obbligato a dire un comunista.

Che è indispensabile un movimento di massa antimperialista, socialista, che è necessaria una decisa espropriazione delle corporazioni, che è necessaria una lotta senza quartiere contro la “quinta colonna”, rappresentata dalla propria borghesia, che aspetta di vedere l’instaurazione del dominio imperialista in Russia, nella convinzione che solo l’imperialismo è in grado di garantire le sue posizioni. Nulla di ciò o di simile a ciò è riscontrabile nelle posizioni di Tiulkin e nemmeno in quelle di Zjuganov. Del resto, non potrebbe andare diversamente.

Il fatto è che, approdando all’unità con i neoliberali, non è possibile per definizione approntare un programma comunista. Come è possibile, in alleanza con “Mela” e “Comitato-2008” (accozzaglia di ultraliberisti e radicali “alla Pannella”, diretti dall’ultramiliardaria Irina Khakamada. Costoro  si propongono, usufruendo di enormi finanziamenti russi e occidentali e di emittenti e giornali – tra cui “Novaya Gazeta”, fonte privilegiata di informazione russa della “sinistra moderata” e di quella “più a sinistra” del nostro paese - come “alternativa democratica” a Putin, nota del traduttore), esigere l’espropriazione delle corporazioni, la lotta con la borghesia, la rovina del “mercato”? (…) Di socialismo, in un blocco con costoro, si può parlare solo astrattamente, proprio come fa Tiulkin, ricordando che “si può fuoruscire dall’attuale situazione – risolvendo le contraddizioni tra le nazionalità, politiche e sociali – solo avviandosi sulla strada del socialismo”. Quale socialismo? Quello svedese? Quello di Schroeder o di Blair? Di quale socialismo parli Tiulkin non è assolutamente chiaro. In ogni caso, non del socialismo marxista, che liquida la proprietà privata ed espropria gli espropriatori, ma, al contrario di che cosa fare nel blocco con i neoliberali.

In tal senso il “putinismo rosso” - termine con cui alcuni demagoghi intendono spaventare un pubblico poco istruito -, vale a dire una parziale coincidenza delle posizioni dei comunisti a proposito dell’imperialismo con quelle di un nascente gruppo patriottico di borghesia ha più fondamento per esistere, di quanto ne abbia il “neoliberalismo rosso” dei sostenitori di Tiulkin e Zjuganov. In ogni caso, in un’alleanza antimperialista, nessuno impedirà ai comunisti di sviluppare e sostenere con coerenza il proprio programma. Ci sono tutti i presupposti, dal momento che si capisce che nessuna borghesia nazionale, rimanendo sul terreno del capitalismo, difenderà la Russia e che la salvezza è possibile solo avviandosi sulla strada del comunismo. In tale alleanza i comunisti non avranno difficoltà a dimostrare al popolo che le azioni della borghesia nazionale non sono sufficienti, che solo i comunisti rappresentano i più conseguenti antimperialisti (...)

Traduzione dal russo di Mauro Gemma