Il
seguente articolo apparirà nel n. 6/2004 della rivista comunista “L’Ernesto”
La Russia nell’ “Asse del male”?
di Mauro Gemma
Un centinaio di personalità del blocco
atlantico invocano l’apertura di un fronte di “guerra fredda” con la Russia di
Putin, allo scopo di destabilizzare il grande concorrente eurasiatico, proprio nel momento in cui esso tenta di
riprendere il controllo delle enormi risorse energetiche del paese (1).
A sgomberare il campo da equivoci sul
futuro oscuro delle relazioni tra Russia e Stati Uniti ha provveduto, alla
vigilia delle elezioni presidenziali del 2 novembre, Zbignew Brzezinski, già
consigliere delle amministrazioni USA e teorico della strategia americana
nell’area eurasiatica. “L’idillio con Putin, sia per i repubblicani che per i
democratici, è finito. Non prevedo particolari differenze tra le posizioni di
Bush e di Kerry nei confronti del Cremlino. Nei prossimi anni tutta la politica
americana sarà caratterizzata dalla preoccupazione per gli sviluppi della
situazione in Russia. Tale preoccupazione è condivisa dai più influenti circoli
politici degli USA. E’ il riflesso della disillusione nei confronti di Putin,
che ha iniziato a condurre una politica apertamente antidemocratica, che si
traduce nella feroce e rovinosa guerra in Cecenia”, dichiara il noto
anticomunista, acerrimo nemico prima dell’URSS e poi della Russia, al giornale
filo-oligarchico russo “Novaja Gazeta” (fonte privilegiata di informazione e
commento sulle cose russe anche delle sinistre occidentali, moderate e
“alternative”) (2). E’ stata la più autorevole smentita anche a
quegli ambienti ufficiali russi (che hanno consigliato Putin a non nascondere
le sue preferenze per il candidato Bush) che, sulla scorta di un’esperienza
maturata già al tempo dell’URSS, continuano a considerare l’establishment
repubblicano meno disponibile di quello democratico a cedere alle pressioni
delle lobby anti-russe.
In questa cornice, che lascia prevedere il delinearsi di nuovi inquietanti
scenari di acuta tensione tra le massime potenze nucleari del pianeta, si
inquadra anche quella che può essere considerata una delle più importanti
offensive “mediatiche” di quest’anno. Si tratta della “lettera aperta” (3), firmata da un centinaio di illustri
personalità americane ed europee del blocco atlantico, indirizzata il 28
settembre “ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea e della NATO”. Gli
autori dichiarano di essere “profondamente preoccupati che questi tragici
avvenimenti (di Beslan) possano
esseresfruttati (dal presidente russo Vladimir Putin) per
minacciare ulteriormente l’esistenza della democrazia in Russia”. Tra le varie accuse rivolte a Putin c’è
anche quella di avere arbitrariamente imprigionato o costretto all’esilio “i
suoi avversari politici”: evidentemente ci si riferisce al petroliere
Khodorkovskij e agli altri magnati fuggiti in Occidente, che sono responsabili
del saccheggio della ricchezza nazionale e di gravissimi crimini di carattere economico.
In politica estera, gli autori della lettera, andando brutalmente al “nocciolo”
della questione, non mascherano la loro preoccupazione per la “pretesa” della
Russia di esercitare il pieno controllo sulle sue ricchezze energetiche e la
loro destinazione, quando osservano che Putin avrebbe “un atteggiamento
minaccioso…nei confronti della sicurezza energetica europea”. Essi affermano
che “è giunto il momento di ripensare i termini del nostro impegno con la
Russia di Putin” e invitano esplicitamente a schierarsi dalla parte delle
“decine di migliaia di democratici russi (con
in prima fila i residui del “clan Eltsin”) che stanno ancora combattendo
per difendere la libertà e la democrazia nel loro paese”.
E’ un appello esplicito alla rottura di ogni forma di collaborazione tra la
NATO e la Federazione Russa e al rilancio della “guerra fredda”.
Il testo integrale della “lettera” è stato pubblicato contemporaneamente da
diverse prestigiose testate occidentali, tra le quali spicca quella del
“Washington Post”, e ha immediatamente avuto un’enorme diffusione nell’intera
rete web.
Promotore dell’appello è il primo presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel
(4). Per tradurre in pratica l’iniziativa
anti-russa, Havel si è naturalmente servito di numerose potenti collaborazioni.
Tra le innumerevoli fondazioni e istituti che lo sostengono sistematicamente
nella sua azione di promozione della penetrazione della NATO nell’est europeo e
dell’offensiva contro quel che resta della presenza comunista su scala
mondiale, l’ex “dissidente” ha potuto contare sull’appoggio della cosiddetta
“Nuova iniziativa atlantica”, un progetto dell’ “America Enterprise Institute”
da lui creato nel 1996.
Nel lanciare l’iniziativa, Havel si è naturalmente preoccupato di preservarne
il carattere rigorosamente “bipartisan”. E’ questa la ragione che spiega la
“trasversalità” delle adesioni raccolte sia in ambito ultra-conservatore, che
tra gli esponenti del “centro-sinistra” clintoniano e socialdemocratico. Tra le
firme si contano quelle di rappresentanti dell’anticomunismo più spinto
dell’attuale corso est-europeo, come Landsberghis, l’ex presidente di quella
Lituania recentemente associata alla NATO, dove numerosi militanti comunisti
sono sepolti in galera da oltre un decennio, l’ex premier bulgaro Philip
Dimitrov e l’ex ministro e “dissidente” polacco Bronislaw Geremek.
Immancabili le firme del filosofo francese André Glucksmann e del verde tedesco
Reinhardt Butifoker
E non è certo casuale che tra le firme di italiani, oltre a quella (scontata)
dell’esponente radicale Daniele Capezzone, spicchino quelle dell’ex premier
socialista Giuliano Amato e del capo di governo italiano che ha partecipato
all’aggressione alla Jugoslavia nel 1999, il presidente dei “democratici di
sinistra” Massimo D’Alema.
Rigorosamente bilanciata tra “falchi” e “colombe” è la pattuglia americana. Il
“Corriere della sera” scrive di “un partito trasversale americano che si è
venuto formando tra politici democratici, repubblicani e indipendenti…Vanno
dall’ideologo neoconservatore William Bristol all’ex ambasciatore all’ONU
Richard Holbrooke, un liberal che diverrebbe segretario di Stato se John Kerry
fosse eletto presidente; dall’ex direttore della CIA James Woolsey, un falco,
all’ex vicedirettore della Sicurezza Nazionale sotto Bill Clinton, James
Steinberg, una colomba; da Francis Fukuyama, l’autore de “La fine della
storia”, a Robert Kagan, il teorico del divario tra l’America (Marte) e
l’Europa (Venere)” (5).
Contemporaneamente al lancio dell’appello, si è provveduto a dar vita a una
serie di centri e di siti internet che dovrebbero affiancare con un
“bombardamento” propagandistico la “battaglia democratica” in Russia. Tali
iniziative sono coordinate dal cosiddetto “Centro per il futuro della Russia”,
un’istituzione che conta sul sostegno finanziario del banchiere neofascista
Richard Mellon Scafe e il cui “cervello” organizzativo pare essere l’ex
direttore della CIA Woolsey, che, come abbiamo visto, compare tra i firmatari
dell’appello. Compito di tale centro dovrebbe essere quello di denunciare
sistematicamente “le violazioni dei diritti dell’uomo” in Cecenia e “gli
attentati alla libertà di stampa” nell’insieme della Federazione Russa,
organizzando campagne di denuncia, pressione e mobilitazione della “società
civile” in Russia e all’estero.
Tutte queste iniziative, di cui l’appello è sicuramente la più clamorosa, si
proporrebbero di convincere l’Occidente, considerato ancora titubante, della
necessità di una nuova mobilitazione, simile a quella dei tempi della “guerra
fredda”, al fine di contenere la Russia e bloccare il processo “totalitario” in
corso. Nella fase attuale, secondo i promotori dell’offensiva, muterebbero,
rispetto al passato “comunista”, solo le caratteristiche ideologiche del nuovo
“totalitarismo”. Si tratterebbe di un’ideologia che farebbe leva sulle
inclinazioni autoritarie dell’identità nazionale russa che non si esita a
definire “ataviche”.
Ma, in realtà, le ragioni di un’iniziativa di tale pesantezza appaiono ben più
concrete. In tal senso, occorre fare un passo indietro nel tempo, dando uno
sguardo alle più recenti fasi che hanno scandito il progressivo deterioramento
delle relazioni tra la Federazione Russa e gli Stati Uniti.
A questo proposito, ci sembra illuminante citare testualmente quanto si può
leggere su “reseau voltaire.net” il 4
ottobre 2004:
“Le relazioni tra il Cremlino e la Casa Bianca si sono raffreddate il 2 luglio
2003, con l’arresto per frode fiscale di Platon Lebedev, presidente del gruppo
bancario “Menatep”. Esse si sono ancor più tese con l’arresto di Mikhail
Khodorkovskij, presidente del gruppo petrolifero “Yukos-Sibneft”, il 25 ottobre
2003, ugualmente per frode fiscale. Sono divenute acide con l’arresto in Qatar,
nel febbraio 2004, di tre agenti dei servizi segreti russi, denunciati dalla
CIA per essere venuti ad assassinare Zelimkhan Yandarbiyed, considerato il
mandante della presa degli ostaggi al teatro di Mosca. Sono entrati in una fase
di scontro, nel mese di settembre, dopo la dichiarazione di Vladimir V. Putin
che attribuiva la cattura degli ostaggi di Beslan ai servizi segreti
anglo-sassoni.
Il Cremlino si è poi impegnato in una politica di riappropriazione delle
ricchezze nazionali, privatizzate sotto Boris Eltsin a vantaggio di un pugno di
sodali, liquidando uno ad uno gli “oligarchi”. Questo processo, che viene
vissuto dal popolo russo come il recupero dei beni collettivi rubati, è
analizzato negli Stati Uniti alla stregua di una nazionalizzazione mascherata,
di un ritorno strisciante al collettivismo statalista. Esso ha toccato gli
investimenti di Wall Street, in particolare in seguito all’arresto di
Khodorkovskij. Egli in effetti era vicino alla famiglia Bush, fino a diventare
consigliere della loro società di investimenti, il gruppo “Carlyle”.
Per il FSB (l’ex KGB), sebbene
tali elementi non figurino negli atti giudiziari, Mikhail Khodorkovskij non era
solo un uomo d’affari, ma anche un traditore. In combutta con Henry Kisinger e
George Soros, avrebbe preparato il rovesciamento di Vladimir Putin e la
decisione del suo arresto sarebbe stata presa all’ultimo momento per impedire
un colpo di stato.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 esiste un accordo non scritto tra i
membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che li autorizza ad
assassinare all’estero i capi terroristi, senza che ciò possa creare incidenti
diplomatici. In tal modo, la CIA ha potuto liquidare nello Yemen uomini
sospettati di appartenere ad un’organizzazione terrorista internazionale,
lanciando un missile “Predator”, senza sollevare proteste. Allo stesso modo il
FSB ha ritenuto di potere assassinare in Qatar Yandarbiyed per vendicare le 129
vittime della cattura degli ostaggi al teatro di Mosca nell’ottobre 2002. Ma
gli agenti del FSB sono stati denunciati dalla CIA alle autorità del Qatar e
bloccati all’aeroporto di Doha mentre si accingevano a lasciare il paese.
Incarcerati, sono in attesa di processo e rischiano la pena di morte. Per il
Cremlino è stata la prova definitiva che la “guerra mondiale al terrorismo” non
è che un artificio retorico privo di senso, utilizzato dalla Casa Bianca per
avere la possibilità di passare oltre il diritto internazionale”.
Poi c’è stata la tragedia di Beslan, che ha rappresentato il momento di massima
tensione nei rapporti russo-americani, come abbiamo avuto modo di analizzare in
un nostro precedente articolo (6). In
quell’occasione la risposta di Vladimir Putin è stata durissima: nel corso di
un incontro con i giornalisti stranieri ha inchiodato alle loro responsabilità,
chiamandoli esplicitamente in causa, quegli ambienti occidentali che “vogliono
indebolire la Russia esattamente come i Romani volevano distruggere Cartagine” (7).
E’ ancora “reseau voltaire.net” (8) a rilevare come la clamorosa presa di
posizione contro il corso politico di Putin si manifesti proprio nel momento di
maggiore difficoltà per gli USA ad esercitare uno stabile controllo sulle
risorse petrolifere del pianeta, dovuto in particolare ad importanti fenomeni
di resistenza di popoli e stati, registrabili in alcune aree “calde”,
strategiche dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico. E’ sempre
più evidente che la poderosa armata americana non riesce ad avere la meglio
dell’eroica Resistenza irachena e a stabilizzare il controllo delle aree di
produzione del paese. In Venezuela, altro grande produttore di petrolio, le
azioni di destabilizzazione, messe in atto dall’amministrazione Bush, hanno
avuto come effetto solo quello di rafforzare la Rivoluzione “bolivariana” e il
prestigio popolare del suo leader Hugo Chavez. Gli Stati Uniti sono stati
costretti in tal modo a rinunciare, almeno in parte significativa, a
diversificare le loro fonti di approvvigionamento. Si presenta, inevitabile, la
necessità di alzare il tiro direttamente sugli obiettivi principali della
competizione: i tre maggiori produttori del mondo, vale a dire l’Arabia
Saudita, l’Iran e, naturalmente, la Russia, con la sua insopportabile richiesta
di porre delle regole alla penetrazione delle multinazionali nel suo sterminato
territorio.
Una nuova diversa strategia, di conseguenza, potrebbe caratterizzare il secondo mandato di Bush. Il complesso
militare-industriale e le multinazionali del petrolio cercano di ridefinire gli
obiettivi, creando, allo scopo, nuove “squadre”.
La pressione propagandistica del potente fronte delle “personalità” del blocco
atlantico risponde pienamente allo scopo.
note
(1) Gran parte
delle informazioni contenute in questo articolo sono reperibili nel lungo e
dettagliatissimo contributo apparso il 4 ottobre 2004 nel sito francese di
analisi internazionali “reseau voltaire.net”. http://www.reseauvoltaire.net/
(2) “L’idillio dell’America con Putin è finito”. Intervista a
Zbignew Brzezinski. “Novaja Gazeta”, n. 76, 14 ottobre 2004. , http://2004.novayagazeta.ru/nomer/2004/76n/n76n-s10.shtml
(3) La versione italiana della “Lettera aperta ai Capi di Stato
e di governo dell’Unione europea e della NATO” è apparsa il 30 settembre in “Il
Foglio”.
(4) L’artefice della cosiddetta “rivoluzione di velluto”
cecoslovacca del 1989 è uno degli alfieri dell’atlantismo. Il suo servilismo
nei confronti degli Stati Uniti è giunto fino
al punto di spingerlo a proporre una modifica della legge elettorale
della Repubblica Ceca, per permettere all’ex segretario di stato USA Madeleine
Albright di succedergli nella carica di capo dello stato. Fortunatamente la
proposta è apparsa balzana persino alla
stessa donna politica americana, di cui non si può mettere certo in discussione
la provata fede anticomunista. Nel luglio 2004, su suo suggerimento, il governo
ceco ha creato addirittura un “dipartimento per i paesi totalitari” in seno al
ministero degli esteri. Insieme all’ex premier spagnolo José Maria Aznar,
Vaclav Havel si è distinto per il
feroce accanimento nei confronti di Cuba, fino ad organizzare lo scorso
settembre, nelle sale del Senato ceco,
una conferenza internazionale “per la democrazia a Cuba”, con il compito
esplicito di appoggiare l’attività controrivoluzionaria e terroristica nell’
“Isola della libertà”.
(5) Ennio Caretto, “Appello a Europa e NATO: Putin resti
democratico”, “Corriere della Sera”, 29 settembre 2004
(6) Mauro Gemma, “Russia: dopo la tragedia di Beslan”,
“L’Ernesto”, n.4/2004.
(7) “Le Monde”, 8 settembre 2004
(8) “Le dispositif Woolsey”, www.reseauvoltaire.net
, 4 ottobre 2004