Russia: La crescita del ruolo dello Stato nell’economia allarma le multinazionali dell’occidente
Come contributo alla comprensione degli importanti processi economici e politici in corso nella società russa, delle ragioni che hanno determinato un brusco raffreddamento delle relazioni tra Mosca e l’Occidente e gli attacchi sempre più insistenti concentrati sulla persona del presidente Putin e, conseguentemente, dei tentativi di destabilizzazione dell’assetto istituzionale locale – peraltro già attraversato da laceranti contraddizioni - , proponiamo ai nostri lettori due interessanti (e, ovviamente, allarmati per le sorti del “libero mercato” in Russia) articoli apparsi nel giornale del grande padronato italiano. Augurandoci che anche la “sinistra alternativa”, nel definire il suo approccio alla realtà russa di oggi, sia capace di analisi altrettanto acute.
Articoli ripresi da “Il Sole-24 Ore” del 12 febbraio 2005
Stop alle compagnie straniere nelle gare d’appalto del settore minerario
“Non rispondono ai nostri interessi”
di Vladimir Sapozhnikov
Mosca. Il ministero delle Finanze russo suona l’allarme: l’anno scorso gli investimenti esteri diretti in Russia sono scesi a quota 6,6 miliardi di dollari, circa un miliardo in meno rispetto ai risultati registrati nel 2003. Nonostante il fatto che durante l’incontro ieri al Cremlino con il presidente Vladimir Putin il primo vicepremier Aleksej Kudrin non si fosse spinto oltre una semplice constatazione di questo “fatto preoccupante”, in molti hanno subito collegato i timori del capitale internazionale alla crisi della compagnia petrolifera Yukos, considerata come avvio di una parziale rinazionalizzazione dell’industria di idrocarburi russa.
Un altro passo in questa direzione è stato fatto dal ministero delle Risorse
naturali, che per la prima volta nella storia economica post-sovietica ha messo
al bando l’eventuale partecipazione di compagnie straniere alle gare d’appalto
con cui nel 2005 dovranno essere venduti i diritti allo sfruttamento
industriale dei giacimenti strategici del petrolio, dell’oro e del rame. “Vi
potranno partecipare soltanto compagnie russe con meno del 49% di capitale
straniero”, ha dichiarato il ministro delle Risorse naturali Jurij Trutnev,
senza fare segreto del fatto che alla base della decisione vi fossero motivi
“politici”. Le compagnie straniere potrebbero acquistare i diritti allo
sfruttamento “per aumentare la propria capitalizzazione di mercato o per
avviare la produzione in un futuro non meglio precisato”. Ma entrambe le
opzioni, ha sottolineato il ministro, “non corrispondono agli attuali interessi
economici della Russia”.
La lista “nera” comprende, oltre alle riserve petrolifere off-shore del mare di Barents, anche il
giacimento petrolifero di Sakhalin-3, contenente 4,6 miliardi di barili di
greggio e 770 miliardi di metri cubi di gas naturale, da tempo nel mirino
dell’americana ExxonMobil. Inoltre per le compagnie straniere sarà chiuso
l’accesso ai campi auriferi di Sukhoj Log, nonché ai giacimenti di Udokan, che
secondo le stime russe potrebbero contenere rispettivamente 1.029 tonnellate
d’oro e 20 milioni di tonnellate di rame. Brutta notizia per le major
petrolifere ma anche per il terzo produttore d’oro al mondo, la compagnia
canadese Barrick Gold, che si preparava a sfidare i big russi come Norilsk
Nickel e Bazel (ex Sibirskij Alljuminij).
“Oggettivamente la nuova normativa abbasserà il grado della concorrenza, e come
conseguenza lo Stato russo dovrà vendere i diritti a un prezzo scontato”, ha
dichiarato Kye Nielsen della norvegese Statoil. Per garantire alla produzione
petrolifera russa un tasso di crescita pari al 10% l’anno, bisogna investire
nella prospezione geologica dei nuovi giacimenti almeno quattro miliardi di
dollari l’anno. Secondo molti analisti, i limiti imposti dal Governo Fradkov
all’accesso delle compagnie straniere alle risorse naturali della Russia
potrebbero ridurre ulteriormente l’afflusso degli investimenti esteri nel
Paese, con un impatto negativo sull’industria petrolifera. E l’Agenzia
internazionale dell’energia (Iea) ha già registrato una certa diminuzione delle
esportazioni di petrolio dalla Russia.
di Roberto Capezzuoli
Il governo di Vladimir Putin si sta riappropriando delle risorse strategiche russe, un obiettivo già evidente nei passi compiuti nei mesi scorsi nei confronti della Yukos. Il giro di vite annunciato questa settimana riguarda la partecipazione alle aste con cui verranno aggiudicate le licenze per lo sviluppo di giacimenti petroliferi e minerari: le offerte potranno venire soltanto da società a controllo locale. La mossa lascia con un palmo di naso le imprese occidentali ansiose di partecipare all’espansione della capacità produttiva russa in campo petrolifero, nel gas naturale e anche in settori come quelli dell’oro e del rame.
La chiusura agli stranieri è favorita dalla liquidità garantita al Cremlino
dalle alte quotazioni del greggio e dalle performances ottenute dai prezzi di
nickel, rame e diamanti, i tesori di cui è ricco il sottosuolo russo. Sei anni
fa, quando il barile di petrolio stentava a superare quota 12 dollari, la
Russia aveva le casse vuote e aveva sospeso i pagamenti dei debiti accumulati
con il Club di Parigi. A riportare sotto controllo i conti contribuì la buona
volontà dell’Occidente, che agevolò una graduale ripresa dei prezzi petroliferi
proprio per disinnescare la situazione critica di Mosca e di altri Paesi
esportatori.
Nelle stime odierne, i giacimenti russi di greggio e di gas sono al centro
delle manovre per evitare situazioni di carenza d’offerta nel mondo. Ma la
corsa allo sviluppo di queste risorse vede ora l’Occidente in funzione
subalterna. Forse le major del
petrolio saranno ancora le benvenute nel Paese, purché la loro tecnologia si
riveli necessaria e purché si accontentino di pacchetti di minoranza. I loro
finanziamenti invece potrebbero non essere più indispensabili: lo dimostrano
accordi come quello da 6 miliardi di dollari firmato da Pechino con la
petrolifera statale Rosneft. La Cina si assicura risorse “prepagate”, ma a
prezzi vantaggiosi, e la Russia si finanzia.
Tuttavia la decisione ridurrà comunque la sua capacità di crescita, già messa
in dubbio dalle recenti analisi dell’Agenzia internazionale dell’Energia,
secondo cui l’espansione nella produzione petrolifera sta perdendo colpi. Il
rischio è che nell’anticamera di Putin restino in lista d’attesa, insieme a
società come Exxon, Bp, Total e Barrick, anche lo sviluppo economico russo e il
libero mercato.