Gli analisti delle Fondazioni al servizio
dell'imperialismo seguono con preoccupazione gli sviluppi della situazione in
Russia e confermano, dati alla mano, la sempre maggiore presenza
dello Stato nei settori strategici dell'economia.
da http://www.unita.it/index.asp?SEZIONE_COD=ARKINT&TOPIC_TIPO=I&TOPIC_ID=41071
24.02.2005
Il Cremlino non tollera intrusioni nel cortile di casa
e negli affari
Quella tra il Cremlino e la Casa Bianca è un'alleanza di
facciata, avvelenata da tensioni e conflitti d'interesse in settori strategici.
Lo sostiene Lilija Shevtsova, analista del Carnagie Endowment for International
Peace di Mosca nota in Occidente soprattutto per il volume, pubblicato nel
2003, Putin's Russia. Secondo
la politologa, sulla relazione pesano un mutamento degli equilibri geopolitici
nello spazio postsovietico favorevole a Washington e le inquietudini generate
negli investitori occidentali dallo smembramento del colosso petrolifero Yukos
e dallo spettro di altre nazionalizzazioni sulle rive della Moscova.
Lilija Fëdorovna, qual è il
clima del vertice di Bratislava?
«Al di là dell'enfasi posta sulla lotta comune alla minaccia
nucleare, Bush e Putin sono consapevoli che i rapporti tra i due Paesi
attraversano una fase di raffreddamento. A condizionare sono soprattutto la
crisi ucraina, culminata con la vittoria del candidato filo-occidentale
Yushenko nelle elezioni presidenziali del dicembre scorso, e l'affaire Yukos,
ormai prossimo alla conclusione dopo che la principale sussidiaria della
compagnia è finita in mani pubbliche».
Secondo il politologo
Vitalij Tret'jakov, i contrasti tra la Russia e gli Stati Uniti derivano dalla
difficoltà di conciliare le pulsioni egemoniche del Cremlino nell'area ex
sovietica con l'imperialismo globale della Casa Bianca. È d'accordo?
«L'approccio aggressivo dell'amministrazione Bush, emerso con
chiarezza in occasione della guerra in Iraq, non giustifica l'interferenza di
Mosca nelle vicende politiche delle repubbliche indipendenti dell'ex Urss. La
Russia non dispone d'altra parte delle risorse economiche necessarie a
rafforzare il proprio ruolo di potenza regionale: lo ha dimostrato la sconfitta
del candidato sostenuto da Putin nelle elezioni ucraine».
Kiev ha voltato le spalle
al suo grande vicino?
«Gli ucraini hanno scelto l'Occidente perché la Russia non è
in grado di offrire una prospettiva di benessere alle popolazioni del suo ex
impero. Dal Kirghizistan nel cuore dell'Asia fino alla Bielorussia alle porte
dell'Unione Europea, qualora si sviluppasse un'opposizione liberal-democratica
alle elites al potere, Washington e Mosca si troverebbero su barricate
opposte».
Vista dal Cremlino, la
democrazia è uno strumento usato dall'Occidente per allargare la propria zona
d'influenza?
«Putin è convinto che la Russia abbia diritto a una sua
“dottrina Monroe” nello spazio postsovietico. Ha giudicato un'intromissione
l'appoggio offerto dalla Casa Bianca alla rivoluzione arancione guidata da
Yushenko. Il Cremlino, del resto, non è disposto ad accettare una mediazione
internazionale per i conflitti in corso nell'arco di instabilità che arriva
fino alla Cecenia e al Caucaso».
Veniamo all'offensiva
giudiziaria che ha travolto Yukos: allontanerà le multinazionali del petrolio
dal mercato russo?
«La situazione è complessa. Le major occidentali sanno che
gli investimenti in Russia comportano rischi politici elevati, ma non per
questo battono in ritirata. L'americana ConocoPhillips e il gigante moscovita
Lukojl hanno di recente avviato una joint venture miliardaria; Chevron-Texaco
valuta nuovi programmi e British Petroleum continua l'esplorazione dei
giacimenti della Siberia e dell'Estremo Oriente».
Il Cremlino ha posto delle
condizioni agli operatori stranieri?
«Il modello è l'intesa con ConocoPhillips: la compagnia di
Houston è sbarcata in Russia dopo aver ricevuto il via libera personalmente da
Putin ed essersi impegnata a limitarsi a una quota di minoranza in Lukojl».
I settori strategici devono
rimanere nelle mani del Cremlino?
"Proprio così. Lo conferma il monopolio pubblico della
rete degli oleodotti: un monopolio che sinora nessun privato è riuscito a
intaccare e che fissa la dipendenza delle compagnie dalle scelte di Mosca».
Lo smembramento di Yukos si
accompagna a un'espansione della presenza pubblica nel settore petrolifero.
Come reagisce il mercato?
«L'espropriazione della compagnia fondata da Mikhajl
Khodorkovskij è arrivata come una doccia fredda sul dialogo energetico tra
Washington e Mosca. Tanto più che i siloviki, gli uomini dell'entourage
presidenziale che provengono dagli apparati di sicurezza, potrebbero spingere
oltre sulla via delle nazionalizzazioni. Sono moltissime in effetti le società
russe che per ottimizzare i profitti hanno adottato pratiche fiscali analoghe a
quelle di Yukos: dal dicembre scorso anche il secondo operatore di telefonia
mobile del Paese, Vimpelkom, è oggetto di richieste milionarie da parte del
Tesoro».