Il commento redazionale, di cui proponiamo la traduzione, è
apparso nel sito dell’ “Istituto dei paesi della CSI”, che raccoglie gli
studiosi delle questioni relative allo spazio post-sovietico, particolarmente
vicini ai settori dell’amministrazione presidenziale russa che più operano per
un maggiore ruolo dello Stato in ambito economico e nelle linee della politica
estera. Occorre sottolineare che l’Istituto è diretto dal professor Konstantin Zatulin,
eletto deputato, alle ultime elezioni legislative, nelle liste del partito di
maggioranza “Russia Unitaria” e componente (insieme ad alcuni altri esponenti
del suo partito, del PCFR e di “Rodina”), del gruppo interpartitico che, alla
Duma, promuove iniziative di denuncia dell’allargamento della NATO ad Est.
Appare chiaro come il commento, che prende a pretesto una polemica con la
Segretaria di Stato USA, in realtà intenda mettere in evidenza le
contraddizioni acute che hanno contraddistinto e ancora contraddistinguono le
diverse componenti dell’amministrazione presidenziale russa, nel loro approccio
alla politica estera. Contraddizioni, su cui evidentemente da sempre lavorano
alacremente l’imperialismo americano e i suoi alleati, nella loro offensiva per
il pieno controllo dello spazio post-sovietico e per la destabilizzazione
politica della stessa Federazione Russa.
Per parte nostra riteniamo, pur non condividendo alcune delle valutazioni
contenute in questo commento (ad esempio, il drastico giudizio sulla presunta
“conversione” filo-occidentale del governo comunista moldavo, oggi, a nostro
avviso, invece alle prese con reiterati tentativi di sovversione interna ad
opera di forze fanaticamente filo-NATO che richiedono risposte tattiche necessariamente
flessibili), che sia più che mai improcrastinabile l’avvio di una lucida
riflessione sulla natura del furioso attacco imperialista alla Russia (e, in
particolare, a quei settori del suo establishment, che schematicamente possiamo
definire “borghesi nazionali”), aggiornando gli strumenti di analisi ed
evitando le frequenti semplificazioni, in uso anche tra molte componenti dello
stesso movimento antimperialista in Russia e nel resto del mondo, che
impediscono di cogliere, in ogni loro dettaglio, la caratteristiche del
durissimo scontro in atto negli attuali assetti di potere nell’immensa
Federazione.
da http://www.materik.ru
28 marzo 2005
Il 25 marzo scorso il segretario di Stato USA Condoleeza Rice ha
rilasciato una significativa dichiarazione in merito alla politica USA verso la
CSI. Incontrando i giornalisti del “Washington Post”, ha dichiarato che la
politica degli USA non è finalizzata a stringere d’assedio la Russia.
Conducendo le “rivoluzioni fiorite” nelle ex repubbliche sovietiche, gli USA,
secondo le sue affermazioni, agiscono nell’interesse della Russia. Come ha
fatto notare la Rice, proprio la Russia dovrebbe essere più interessata di
tutti al fatto che i suoi vicini alle frontiere occidentali e meridionali siano
repubbliche democratiche e prosperose. “Fondamentale è il fatto che lo spazio
attorno alla Russia stia cambiando e in modo drammatico – ha sottolineato -. Ma
nessuno aspira a circondare la Russia. L’assedio è una concezione del XIX
secolo”. Nell’amministrazione USA si ritiene che in tutto lo spazio
post-sovietico è in corso un autentico processo di democratizzazione. E,
naturalmente, gli USA intendono sostenere questo processo positivo. “Noi e
anche altri cerchiamo di promuovere la democratizzazione, la liberalizzazione,
e, in ultima analisi, una grande fioritura in tutto lo spazio rappresentato
dall’ex Unione Sovietica”, - ha affermato Rice.
Prima di tutto, occorre rilevare che questa dichiarazione era maturata da lungo
tempo. Lo scorso anno, ad iniziare dagli avvenimenti in Azerbaigian e in
Georgia, poi in Adzharia e in Ossezia meridionale e, infine, in Ucraina, gli
USA hanno fatto di tutto per evitare di rendere pubblica la sostanza della loro
politica nello spazio post-sovietico. Ma dopo i fatti di Kirghizia non è stato
più possibile tacere, dal momento che l’ondata di critiche agli USA nei “media”
russi è cresciuta vertiginosamente fino a raggiungere oggi un punto critico,
quando persino i più liberali e filo-occidentali dei “media”, dei commentatori
e dei giornalisti hanno cominciato ad accusare gli USA di avere l’intenzione di
accerchiare la Russia e di creare un cordone sanitario attorno al nostro paese.
Ciò che l’ “Istituto dei paesi della CSI” aveva previsto fin dal dicembre 2003,
alla fine è diventato senso comune di grandi masse e della elite politica della
Russia. Per gli americani tacere in tali condizioni avrebbe significato che le
critiche alla politica USA in sostanza sono giuste. Perciò, il Dipartimento di
Stato ha avanzato un goffo tentativo di convincere l’opinione pubblica sia in
Russia che negli altri paesi della CSI.
E’ giusto definire goffo questo tentativo, in quanto non è basato su
un’argomentazione seria. Gli USA hanno continuato la politica che li ha sempre
caratterizzati dalla fine degli anni ’80, quando si trattava dei loro rapporti
con l’URSS, prima, e, in seguito, con la Russia. In tal modo, pur accompagnando
il loro atteggiamento con roboanti affermazioni circa l’amicizia e il
partneriato con la Russia, in realtà hanno progressivamente allontanato il
nostro paese dall’Europa Orientale, mentre la struttura militare del blocco
NATO si presentava alle frontiere della regione di Pskov. Inoltre tutte le
serie obiezioni della diplomazia e dell’opinione pubblica russe in merito
all’allargamento della NATO venivano accolte da un candido sorriso e da
dettagliate argomentazioni secondo le quali si stava assistendo ad un
allargamento della “zona della democrazia” che avveniva nell’interesse della
stessa Russia, che si era avviata su un cammino democratico. Con tali
argomentazioni il discorso riguardante i rapporti di forza tra i potenziali
militari e le minacce alla sicurezza russa veniva semplicemente ignorato, con
l’aiuto del solito argomento, secondo cui “noi non abbiamo alcuna intenzione di
attaccarvi”. Si sarebbe potuto rispondere: “Ma se è così, allora collocheremo i
nostri missili a Cuba. Anche noi non abbiamo nessuna intenzione di aggredirvi”.
In effetti, questa politica della “presa in giro preventiva” si era consumata
negli anni ’90, quando rispondeva alla linea disfattista filo-occidentale del
regime guidato da Eltsin. Tale politica permetteva di parlare del fatto che
tutto andava secondo copione, che l’occidente era il nostro alleato, che non
dovevamo averne paura, che non avrebbe combinato nulla di male alle frontiere
russe. Per la prima volta questo mito è stato messo a dura prova al momento
dell’aggressione NATO contro la Jugoslavia. Allora all’attacco militare è stato
sottoposto uno stato europeo democratico, la cui esistenza all’interno delle
sue precedenti frontiere assolutamente non conveniva all’Occidente. Si poneva
una questione di fondo: e se la Russia, per qualche ragione, non dovesse più
convenire all’Occidente all’interno delle attuali frontiere? Ad esempio, se
dovessero pensare che noi vendiamo petrolio e gas a prezzi troppo cari, oppure
che importiamo troppe scorte radioattive sul nostro territorio. In generale si
potrebbe trovare un milione di scuse.
Ma in seguito negli USA e in Russia sono arrivate nuove amministrazioni e si è
cominciato a dimenticare la Jugoslavia, poi è venuto l’11 settembre 2001 e su
pressione del gruppo filo-occidentale al Cremlino è stato creato un nuovo mito,
quello dell’ “alleanza antiterroristica”. In verità, dopo una serie di attentati
terroristici in Russia, quando l’Occidente di fatto ha preso le parti dei
terroristi ceceni, si è iniziato a mettere in dubbio anche questo mito, che è
sembrato svanire dopo l’aggressione USA contro l’Iraq, che non aveva alcun
rapporto con il terrorismo e che, anzi, lo ostacolava. Ad ogni modo, tale mito
ha continuato ad essere diffuso tra l’opinione pubblica russa dai liberali
filo-occidentali del Cremlino. Però, l’opinione pubblica in Russia,
scontrandosi con la realtà concreta del comportamento degli USA, si è
gradatamente sottratta all’influenza di questo mito. Ciò è avvenuto nel 2004
dopo la serie delle cosiddette “rivoluzioni di velluto” nella CSI ed i
tentativi degli USA di creare qui basi militari.
Sta forse Washington ingannando di nuovo la Russia? Sembrerebbe che questo
copione non debba più ripetersi. Al tempo della democrazia in qualche modo i
russi hanno imparato a non credere a Washington solo sulla parola. Essi
intendono prendere in considerazione e analizzare non le parole, ma i fatti. E
i fatti testimoniano che agli Stati Uniti non è la democrazia nella CSI ad
interessare in particolare, ma piuttosto l’orientamento filo-occidentale e la
presenza militare. Ad esempio, il rovesciamento del regime relativamente
democratico di Shevarnadze e l’appoggio al regime autoritario di Saakashvili
non ha niente a che vedere con la difesa della democrazia. Oppure l’appoggio a
Voronin in Moldavia, che ha cambiato radicalmente il suo orientamento in
filo-occidentale e ha falsificato le elezioni.
Infine, parlano da sole le intense azioni degli emissari americani, in
particolare dell’ambasciata degli USA, contro il regime relativamente
democratico di Akayev. E’ ormai venuto il tempo di separare le questioni della
democrazia da quelle della sicurezza. Sono due sfere differenti e i riferimenti
alla democrazia non possono servire a giustificare il disinteresse verso le
questioni della sicurezza, a cominciare dalla discutibile affermazione secondo
cui “le democrazie non si colpiscono l’un l’altra”.
E dato che l’accerchiamento della Russia è effettivamente in atto, la signora
Rice non è riuscita a convincerci. Quanto succede non è una concezione del XIX
secolo. E’ la concezione del XX secolo. Si presuppone che la signora Rice non
possa non saperlo e che stia cercando di trarre in inganno l’opinione pubblica
americana. La politica dell’ “accerchiamento” è stata attuata dall’Inghilterra
e dalla Francia dopo Versailles nei confronti della Germania sconfitta e
consisteva nella creazione di una rete di alleanze in Europa, diretta contro la
Germania. Ad esempio, le alleanze della Cecoslovacchia e della Polonia, che di
fatto hanno stretto la Germania in una morsa. Lo scopo di tale politica era
quello di non dare alla Germania la possibilità di rafforzarsi e di mantenerla
costantemente in una condizione di dipendenza e di semi-vassallaggio. A parere
della maggioranza degli storici, proprio questa politica ha condotto alla
crescita del revanscismo tedesco e in ultima analisi alla seconda guerra
mondiale. C’è da pensare che la signora Rice abbia confuso consapevolmente i
dati storici, per nascondere spiacevoli associazioni con la rovinosa politica
dell’ “Entente”, che nella sostanza viene oggi sostenuta anche dall’attuale
Dipartimento di Stato americano.
Traduzione dal russo di Mauro Gemma