www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 07-04-05

La solita dichiarazione demagogica del segretario di stato USA


Il commento redazionale, di cui proponiamo la traduzione, è apparso nel sito dell’ “Istituto dei paesi della CSI”, che raccoglie gli studiosi delle questioni relative allo spazio post-sovietico, particolarmente vicini ai settori dell’amministrazione presidenziale russa che più operano per un maggiore ruolo dello Stato in ambito economico e nelle linee della politica estera. Occorre sottolineare che l’Istituto è diretto dal professor Konstantin Zatulin, eletto deputato, alle ultime elezioni legislative, nelle liste del partito di maggioranza “Russia Unitaria” e componente (insieme ad alcuni altri esponenti del suo partito, del PCFR e di “Rodina”), del gruppo interpartitico che, alla Duma, promuove iniziative di denuncia dell’allargamento della NATO ad Est. 

Appare chiaro come il commento, che prende a pretesto una polemica con la Segretaria di Stato USA, in realtà intenda mettere in evidenza le contraddizioni acute che hanno contraddistinto e ancora contraddistinguono le diverse componenti dell’amministrazione presidenziale russa, nel loro approccio alla politica estera. Contraddizioni, su cui evidentemente da sempre lavorano alacremente l’imperialismo americano e i suoi alleati, nella loro offensiva per il pieno controllo dello spazio post-sovietico e per la destabilizzazione politica della stessa Federazione Russa.

Per parte nostra riteniamo, pur non condividendo alcune delle valutazioni contenute in questo commento (ad esempio, il drastico giudizio sulla presunta “conversione” filo-occidentale del governo comunista moldavo, oggi, a nostro avviso, invece alle prese con reiterati tentativi di sovversione interna ad opera di forze fanaticamente filo-NATO che richiedono risposte tattiche necessariamente flessibili), che sia più che mai improcrastinabile l’avvio di una lucida riflessione sulla natura del furioso attacco imperialista alla Russia (e, in particolare, a quei settori del suo establishment, che schematicamente possiamo definire “borghesi nazionali”), aggiornando gli strumenti di analisi ed evitando le frequenti semplificazioni, in uso anche tra molte componenti dello stesso movimento antimperialista in Russia e nel resto del mondo, che impediscono di cogliere, in ogni loro dettaglio, la caratteristiche del durissimo scontro in atto negli attuali assetti di potere nell’immensa Federazione.



da http://www.materik.ru
28 marzo 2005

Il 25 marzo scorso il segretario di Stato USA Condoleeza Rice ha rilasciato una significativa dichiarazione in merito alla politica USA verso la CSI. Incontrando i giornalisti del “Washington Post”, ha dichiarato che la politica degli USA non è finalizzata a stringere d’assedio la Russia. Conducendo le “rivoluzioni fiorite” nelle ex repubbliche sovietiche, gli USA, secondo le sue affermazioni, agiscono nell’interesse della Russia. Come ha fatto notare la Rice, proprio la Russia dovrebbe essere più interessata di tutti al fatto che i suoi vicini alle frontiere occidentali e meridionali siano repubbliche democratiche e prosperose. “Fondamentale è il fatto che lo spazio attorno alla Russia stia cambiando e in modo drammatico – ha sottolineato -. Ma nessuno aspira a circondare la Russia. L’assedio è una concezione del XIX secolo”. Nell’amministrazione USA si ritiene che in tutto lo spazio post-sovietico è in corso un autentico processo di democratizzazione. E, naturalmente, gli USA intendono sostenere questo processo positivo. “Noi e anche altri cerchiamo di promuovere la democratizzazione, la liberalizzazione, e, in ultima analisi, una grande fioritura in tutto lo spazio rappresentato dall’ex Unione Sovietica”, - ha affermato Rice.

Prima di tutto, occorre rilevare che questa dichiarazione era maturata da lungo tempo. Lo scorso anno, ad iniziare dagli avvenimenti in Azerbaigian e in Georgia, poi in Adzharia e in Ossezia meridionale e, infine, in Ucraina, gli USA hanno fatto di tutto per evitare di rendere pubblica la sostanza della loro politica nello spazio post-sovietico. Ma dopo i fatti di Kirghizia non è stato più possibile tacere, dal momento che l’ondata di critiche agli USA nei “media” russi è cresciuta vertiginosamente fino a raggiungere oggi un punto critico, quando persino i più liberali e filo-occidentali dei “media”, dei commentatori e dei giornalisti hanno cominciato ad accusare gli USA di avere l’intenzione di accerchiare la Russia e di creare un cordone sanitario attorno al nostro paese. Ciò che l’ “Istituto dei paesi della CSI” aveva previsto fin dal dicembre 2003, alla fine è diventato senso comune di grandi masse e della elite politica della Russia. Per gli americani tacere in tali condizioni avrebbe significato che le critiche alla politica USA in sostanza sono giuste. Perciò, il Dipartimento di Stato ha avanzato un goffo tentativo di convincere l’opinione pubblica sia in Russia che negli altri paesi della CSI.

E’ giusto definire goffo questo tentativo, in quanto non è basato su un’argomentazione seria. Gli USA hanno continuato la politica che li ha sempre caratterizzati dalla fine degli anni ’80, quando si trattava dei loro rapporti con l’URSS, prima, e, in seguito, con la Russia. In tal modo, pur accompagnando il loro atteggiamento con roboanti affermazioni circa l’amicizia e il partneriato con la Russia, in realtà hanno progressivamente allontanato il nostro paese dall’Europa Orientale, mentre la struttura militare del blocco NATO si presentava alle frontiere della regione di Pskov. Inoltre tutte le serie obiezioni della diplomazia e dell’opinione pubblica russe in merito all’allargamento della NATO venivano accolte da un candido sorriso e da dettagliate argomentazioni secondo le quali si stava assistendo ad un allargamento della “zona della democrazia” che avveniva nell’interesse della stessa Russia, che si era avviata su un cammino democratico. Con tali argomentazioni il discorso riguardante i rapporti di forza tra i potenziali militari e le minacce alla sicurezza russa veniva semplicemente ignorato, con l’aiuto del solito argomento, secondo cui “noi non abbiamo alcuna intenzione di attaccarvi”. Si sarebbe potuto rispondere: “Ma se è così, allora collocheremo i nostri missili a Cuba. Anche noi non abbiamo nessuna intenzione di aggredirvi”.

In effetti, questa politica della “presa in giro preventiva” si era consumata negli anni ’90, quando rispondeva alla linea disfattista filo-occidentale del regime guidato da Eltsin. Tale politica permetteva di parlare del fatto che tutto andava secondo copione, che l’occidente era il nostro alleato, che non dovevamo averne paura, che non avrebbe combinato nulla di male alle frontiere russe. Per la prima volta questo mito è stato messo a dura prova al momento dell’aggressione NATO contro la Jugoslavia. Allora all’attacco militare è stato sottoposto uno stato europeo democratico, la cui esistenza all’interno delle sue precedenti frontiere assolutamente non conveniva all’Occidente. Si poneva una questione di fondo: e se la Russia, per qualche ragione, non dovesse più convenire all’Occidente all’interno delle attuali frontiere? Ad esempio, se dovessero pensare che noi vendiamo petrolio e gas a prezzi troppo cari, oppure che importiamo troppe scorte radioattive sul nostro territorio. In generale si potrebbe trovare un milione di scuse.

Ma in seguito negli USA e in Russia sono arrivate nuove amministrazioni e si è cominciato a dimenticare la Jugoslavia, poi è venuto l’11 settembre 2001 e su pressione del gruppo filo-occidentale al Cremlino è stato creato un nuovo mito, quello dell’ “alleanza antiterroristica”. In verità, dopo una serie di attentati terroristici in Russia, quando l’Occidente di fatto ha preso le parti dei terroristi ceceni, si è iniziato a mettere in dubbio anche questo mito, che è sembrato svanire dopo l’aggressione USA contro l’Iraq, che non aveva alcun rapporto con il terrorismo e che, anzi, lo ostacolava. Ad ogni modo, tale mito ha continuato ad essere diffuso tra l’opinione pubblica russa dai liberali filo-occidentali del Cremlino. Però, l’opinione pubblica in Russia, scontrandosi con la realtà concreta del comportamento degli USA, si è gradatamente sottratta all’influenza di questo mito. Ciò è avvenuto nel 2004 dopo la serie delle cosiddette “rivoluzioni di velluto” nella CSI ed i tentativi degli USA di creare qui basi militari.

Sta forse Washington ingannando di nuovo la Russia? Sembrerebbe che questo copione non debba più ripetersi. Al tempo della democrazia in qualche modo i russi hanno imparato a non credere a Washington solo sulla parola. Essi intendono prendere in considerazione e analizzare non le parole, ma i fatti. E i fatti testimoniano che agli Stati Uniti non è la democrazia nella CSI ad interessare in particolare, ma piuttosto l’orientamento filo-occidentale e la presenza militare. Ad esempio, il rovesciamento del regime relativamente democratico di Shevarnadze e l’appoggio al regime autoritario di Saakashvili non ha niente a che vedere con la difesa della democrazia. Oppure l’appoggio a Voronin in Moldavia, che ha cambiato radicalmente il suo orientamento in filo-occidentale e ha falsificato le elezioni.

Infine, parlano da sole le intense azioni degli emissari americani, in particolare dell’ambasciata degli USA, contro il regime relativamente democratico di Akayev. E’ ormai venuto il tempo di separare le questioni della democrazia da quelle della sicurezza. Sono due sfere differenti e i riferimenti alla democrazia non possono servire a giustificare il disinteresse verso le questioni della sicurezza, a cominciare dalla discutibile affermazione secondo cui “le democrazie non si colpiscono l’un l’altra”.

E dato che l’accerchiamento della Russia è effettivamente in atto, la signora Rice non è riuscita a convincerci. Quanto succede non è una concezione del XIX secolo. E’ la concezione del XX secolo. Si presuppone che la signora Rice non possa non saperlo e che stia cercando di trarre in inganno l’opinione pubblica americana. La politica dell’ “accerchiamento” è stata attuata dall’Inghilterra e dalla Francia dopo Versailles nei confronti della Germania sconfitta e consisteva nella creazione di una rete di alleanze in Europa, diretta contro la Germania. Ad esempio, le alleanze della Cecoslovacchia e della Polonia, che di fatto hanno stretto la Germania in una morsa. Lo scopo di tale politica era quello di non dare alla Germania la possibilità di rafforzarsi e di mantenerla costantemente in una condizione di dipendenza e di semi-vassallaggio. A parere della maggioranza degli storici, proprio questa politica ha condotto alla crescita del revanscismo tedesco e in ultima analisi alla seconda guerra mondiale. C’è da pensare che la signora Rice abbia confuso consapevolmente i dati storici, per nascondere spiacevoli associazioni con la rovinosa politica dell’ “Entente”, che nella sostanza viene oggi sostenuta anche dall’attuale Dipartimento di Stato americano.

Traduzione dal russo di Mauro Gemma