Quale
interessante contributo a un dibattito serrato e scevro da pregiudizi sugli sviluppi della situazione in Russia,
proponiamo un articolo apparso nel settimanale del PdCI
da “La Rinascita della sinistra”, 20 maggio 2005
Putin come
Roosevelt?
di Gian Paolo Caselli e Gabriele Pastrello
Russia. Centralizzare per decentralizzare, uno Stato forte che limiti i
poteri forti e permetta poteri diffusi: questi gli slogan che il presidente
potrebbe fare suoi
La guerra (fredda) continua. Il messaggio del maresciallo Badoglio sembra
essere il principio ispiratore dei commenti, prese di posizione, analisi di
giornalisti, politici la cui unica stella pare essere che la Russia sia
comunque un pericolo anche nella sua forma postsovietica, mai ai loro occhi
sufficientemente democratica. Ma tutto ciò ha una ragione; con il non mai
abbastanza esorcizzato ottobre del 1917, venne alla luce un animale politico
anfibio: per la prima volta, un movimento politico rivoluzionario di origine
socialista riusciva a raggiungere i vertici di uno Stato, completando con la
conquista del potere statale un’onda lunga anti-capitalistica iniziata
nell’Ottocento.
Questa duplicità – l’essere movimento politico anti-capitalista e Stato – pose
grandi problemi agli stessi bolscevichi: i due poli del problema li ritroviamo
pari pari, infatti, nell’oscillazione tra due opposte strategie, da quella
offensiva dell’invasione della Polonia nel 1920, a quella “difensiva” del
“Socialismo in un Paese solo”. La prima improntata al ruolo rivoluzionario
della Russia sovietica, la seconda attenta alla conservazione dello Stato
sovietico, ideologicamente giustificata dalla necessità di resistere
all’accerchiamento, per poi riprendere la spinta rivoluzionaria, ma in realtà
una svolta a partire dalla quale la ragion di Stato della Russia sovietica avrà
la preminenza sulle esigenze “rivoluzionarie”. Ed infatti l’esito vittorioso
della Seconda guerra mondiale sarà la costruzione di una cintura di influenza
intorno alla Russia sovietica, in cambio del riconoscimento dello status quo
nel resto d’Europa. La Russia rivoluzionaria era stata sostituita da uno Stato
che si muoveva secondo una logica di potenza geopolitica, non per questo meno
pericoloso nella competizione mondiale.
A metà degli anni Ottanta, quando Gorbaciov
propose un armistizio, rinunciando proprio a quella cintura di Paesi-satelliti,
pegno della vittoria voluto da Stalin e impostando la fuoriuscita dal
totalitarismo con la separazione di partito e Stato, e l’introduzione di
riforme di mercato, gli Stati Uniti e, più in generale tutti i Paesi
occidentali, prodighi di promesse e di discorsi, furono del tutto avari di
aiuti concreti. Naturalmente venne argomentato che quegli aiuti sarebbero stati
inutili, e che l’obiettivo di riforma di Gorbaciov era una mission
impossibile. Ma una maggiore conoscenza della storia avrebbe dovuto rendere
cauti: anche il vecchio Joseph Kennedy (il padre del presidente), ambasciatore
a Londra all’inizio della Seconda guerra mondiale, e parti consistenti dell’establishement
americano, sostenevano che era inutile aiutare l’Inghilterra contro Hitler,
e indubbiamente se Roosevelt non l’avesse fatto sarebbe diventato davvero
inutile.
Il fatto è che questo mancato aiuto a Gorbaciov aprì la strada alla
dissoluzione dell’Unione Sovietica e al decennio caotico che seguì. L’obiettivo
strategico era chiaro. Alcuni uomini vicini a Gorbaciov si chiedevano se
un’URSS stabile e cooperativa non sarebbe stata meglio, per gli stessi USA, di
una Russia instabile e affamata. Sottovalutavano evidentemente due cose: la
voglia di vendicarsi dei passati settanta anni di paura della sovversione
comunista, e il timore della potenza geopolitica che una Russia stabilizzata
avrebbe comunque potuto esercitare. Ma per quanto con piedi d’argilla, il gigante
russo restava e resta pericoloso per ragioni squisitamente geopolitiche. Non è
male ricordare che il giovane Marx era a favore del libero scambio in quanto vi
vedeva la leva per scalzare le oligarchie ancien régime e introdurre
condizioni capitalistiche, che avrebbero sviluppato il proletariato (e
avvicinato la rivoluzione socialista). Marx faceva due errori: primo,
sottovalutava la capacità delle oligarchie di patteggiare con le potenze
economiche “cosmopolite” emergenti per diventare le maggiori beneficiarie
dell’apertura, e bloccare lo sviluppo desiderato da Marx (l’esperienza
sudamericana degli ultimi centocinquant’anni è emblematica); secondo, Marx
sottovalutava la capacità di una strategia listiana (dal nome dell’economista
tedesco Friedrich List, che primo la propose, dopo un soggiorno negli Stati
Uniti allora – metà del XIX secolo – non ancora convertiti al verbo liberista)
di creare proprio quelle condizioni di sviluppo capitalistico da lui
desiderate.
Una strategia listiana è stata alla base dello sviluppo di grandi late-comer
come Germania, Giappone e Italia. Una strategia listiana è stata alla base
dello sviluppo prima della Russia zarista, come ha raccontato lo storico
Gerschenkron, e poi della Russia sovietica. Si tratta ora in Russia di riprendere,
riammodernandola, la strategia listiana naufragata nell’assolutezza
irriformabile del piano. Fu l’inscindibilità dei due lati della rete di governo
(pianificazione e partito) che convinsero Gorbaciov (come, prima ancora, aveva
convinto i massimi esponenti della scuola di riforma delle economie
pianificate, i polacchi Brus e Laski, allievi dei grandi economisti polacchi
Lange e Kalecki) che il sistema era irriformabile e si poteva quindi solo
scindere partito e Stato, aprire al pluralismo dal lato politico e al mercato
dal lato economico.
La Russia è enorme e c’è spazio per tutto il mercato che si vuole, ma solo una
visione d’insieme può aiutare a far crescere quei pilastri di un sistema
economico che difficilmente il mercato da solo può riconoscere come strategici
nel lungo, se non addirittura nel lunghissimo periodo. La strategia listiana va
ripresa a partire dal mercato, non contro il mercato; noi italiani in
particolare dovremmo essere attrezzati per capirlo: l’Iri del dopoguerra, fino
agli anni Sessanta, ha avuto in Italia un simile ruolo strategico; ed è grazie
a quella strategia che l’Italia è diventata una potenza industriale (anche se
la smemoratezza liberista odierna l’ha dimenticato). Chi è minacciato da una
simile strategia? Non certo il mercato e la concorrenza in generale, bensì
quegli agenti sul mercato che della mancanza di regole fanno la ragione
della loro crescita, interessati a tenere lo spazio russo permeabile a tutte le
influenze, obiettivo che è primario interesse di Putin contrastare.
Questo dà conto di una polemica costante di parte statunitense sugli
inestirpabili arcaismi della Russia, oppure delle polemiche contro la battaglia
putiniana contro gli oligarchi in quanto pericolosa per il “pluralismo”, oppure
dei ricorrenti timori sull’irreversibilità della scelta di mercato della
Russia. E’ comprensibile come a questi spunti polemici si accodino i nostri
liberal-liberisti prima antisovietici poi antirussi in servizio permanente
effettivo. Meno comprensibile che a questa polemica partecipino settori di
sinistra nostrani poco attenti sia ai reali problemi di trasformazione della
Russia, sia ai concreti potenziali interessi geopolitici dell’Unione Europea
nei confronti della Russia.
Putin: l’azione
Quando Putin è prima diventato capo del governo e poi presidente della
Repubblica russa al posto di Yeltsin si è trovato di fronte ad una situazione
drammatica: politica, economica e sociale; si trattava semplicemente di
ricostruire una statualità russa che non esisteva più od era esistita solo
nella versione sovietica, fermare il processo di disintegrazione economica e
sociale, ridare una speranza effettiva di sviluppo economico ai cittadini
russi, restituire alla Russia un ruolo importante negli affari mondiali. Come è
facile capire, non erano compiti che potessero essere affrontati né nello
spazio di mesi, né di pochi anni, né nello spazio di un decennio. Se si hanno
chiari questi punti di partenza, diventa più semplice ed anche più
intellettualmente onesto giudicare quello che è stato fatto dalla presidenza
Putin, senza lasciarsi prendere da un atteggiamento che è molto comune in
occidente fra le forze progressiste: e cioè di giudicare attraverso le lenti di
un gorbaciovismo che non ha mai elaborato il lutto del fallimento riformista di
Gorbaciov e che giudicando Putin come una variante se non un continuatore dello
Yeltsinismo degli anni Novanta, continua a non voler vedere né i limiti
dell’operare di Putin né i suoi meriti nel contesto storico in cui opera, di
fatto congiungendosi nel giudizio con i corifei di un liberalismo tradito che
sarebbe soffocato nella realtà russa dall’operare di Putin e dei siloviki
(uomini dell’ex KGB), rigettando l’esperienza postsovietica nella condanna
storica del sempiterno autoritarismo russo in una catena che semplicisticamente
va da Ivan il Terribile, passando per Pietro il Grande, ai Romanov, a Lenin,
Stalin e Putin.
Se ricordiamo che nell’agosto 1998 la Russia era percepita da quasi tutti gli
osservatori come un Paese economicamente sull’orlo di un baratro economico e
politico, la ripresa economica dell’economia russa negli anni successivi è
sicuramente degna di rispetto: la crescita è stata forte, ed anche quest’anno
si prevede che sarà oltre il 7% e le previsioni per i prossimi due anni sono
dello stesso ordine di grandezza. Il quadro macroeconomico è stabile, la
bilancia commerciale è in considerevole avanzo, l’inflazione è sotto controllo
ed in tendenziale diminuzione. Come si legge in ogni articolo che si occupi
dell’economia russa, le ragioni della crescita sono attribuite alla
svalutazione del rublo ed all’alto prezzo del petrolio sui mercati
internazionali. Questo è sicuramente vero; ma questa crescita da molti era
stata giudicata di breve periodo, chiamando l’economia russa economia virtuale
in cui la maggior parte delle imprese distruggeva valore aggiunto, gli scambi
fra imprese erano svolti attraverso il baratto e le imprese accumulavano
pagamenti arretrati non pagando tasse, salari e contributi.
Sono passati ben pochi anni e quasi più nessuno parla di economia virtuale, il
baratto fra imprese è diminuito così come l’ammontare degli arretrati. Sono
bastati quattro anni di svalutazione del rublo che ha ridato competitività
all’economia russa, la rimonetizzazione dell’economia ed un periodo di ragionevole
stabilità politica garantita dalla presidenza Putin ed un prezzo medio per il
petrolio russo intorno ai ventotto dollari per cambiare completamente le
prospettive dell’economia russa. E’ vero che l’economia russa è una economia
dipendente dai settori petrolifero ed energetico ma, come è affermato
dall’ultimo rapporto della World Bank, cominciano ad apparire segni di
espansione in altri settori manifatturieri e quindi cominciano ad apparire i
primi segni di una effettiva modernizzazione dell’intero settore
manifatturiero. In questo quadro economico, tutto sommato soddisfacente, si
sollevano grandi preoccupazioni per il significato politico dell’affaire
Khodorkhovsky, per l’attuale crisi bancaria, l’omicidio del giornalista
dell’edizione russa di Forbes Klebnikov, e per l’impasse della crisi
cecena, presi ciascuno come esempi della deriva autoritaria della presidenza
Putin.
Per quanto riguarda il problema Khodorkhovsky la questione è molto semplice:
non si tratta d’altro che della continuazione della battaglia
dell’amministrazione Putin contro quel gruppo di magnati che nei turbolenti e
drammatici anni Novanta si sono impadroniti di larga parte dell’economia russa
con mezzi per niente ortodossi – avvicinabili al furto ed alla rapina – con
l’appoggio dell’amministrazione yeltsiniana. Khodorkhovsky è l’ultimo di una
lunga lista di tycoons che hanno perso gran parte del loro potere
all’interno della Russia: Gusinsky, Potanin, Beresovsky, Abramovich.
Qualunque sia la ragione, e molte ne vengono avanzate, per cui
l’amministrazione Putin ha deciso di porre sotto accusa il petroliere, è
evidente che le classi dirigenti russe hanno deciso che parti essenziali
dell’economia russa non possono essere governate da persone che hanno costruito
le loro fortune in modo piratesco, ma che soprattutto hanno voluto essere
potere politico sotto Yeltsin ed ancora vogliono mettere in discussione e
sfidare il potere politico centrale. Il pensiero politico liberale non ha
niente a che spartire con gli oligarchi russi, anzi qualunque liberale degno di
questo nome sarebbe dalla parte dell’amministrazione Putin nella sua battaglia
contro l’oligarchia economica. Era dalla parte di Putin anche il direttore
della edizione russa della rivista economica americana Forbes, Paul
Klebnikov che è stato ucciso probabilmente per avere pubblicato nel 2001 un
libro contro gli oligarchi e per avere pubblicato recentemente i nomi dei 100
più ricchi cittadini russi che non sono per niente amati dal popolo russo. Chi
ha ucciso Klebnikov ha sicuramente voluto attaccare Putin e la sua politica di
riforme.
Il sistema bancario russo nel mese di luglio è stato scosso dalle difficoltà di
alcune piccole banche private che avevano problemi di liquidità; ma non si
tratta come è stato detto da più parti di una crisi del sistema bancario. In
realtà probabilmente ci troviamo di fronte ad una salutare shake up di
un sistema troppo frammentato che comprende più di mille banche, spesso
sottocapitalizzate e che spesso appartengono a gruppi finanziari che conducono
affari non sempre limpidi e trasparenti. E’ anche probabile che tutto questo
preluda ad un ruolo sempre maggiore delle due più grandi banche russe, la
Sberbank e la Vneshtorgbank, che sono di proprietà statale nel finanziamento
dell’economia russa, assumendo un ruolo che le banche di interesse nazionale
hanno svolto in Italia nel dopoguerra.
Per quel che riguarda la preoccupazione circa il controllo dei media, questa ha
sicuramente un certo fondamento: l’ultimo licenziamento di due noti
commentatori televisivi testimonia questa tendenza; è indubbio che allo stato
attuale la democrazia russa abbia dei tratti che la fanno somigliare a quello
che alcuni studiosi chiamano “managed democracy”. Può essere solamente una
mossa difensiva di Putin in un momento in cui probabilmente la Russia sta
andando incontro ad un periodo di riforme molto importanti, come quella del
sistema bancario, del sistema di welfare di origine sovietica,
dell’esercito, dell’assetto oligarchico dell’economia, tutte misure che
cambieranno la vita dei cittadini russi nel prossimo futuro. In un momento
difficile e probabilmente decisivo può essere una tentazione difficilmente
resistibile per l’amministrazione Putin minimizzare il dibattito interno ed il
dissenso.
Questo non significa né che si è tornati a tempi pre-gorbacioviani né a quelli
yeltsiniani: in Russia si vota, internet funziona, i partiti esistono, esiste
una ricchezza di giornali e riviste, i cittadini russi viaggiano in tutto il
mondo; la Russia non dà sicuramente l’impressione di essere un Paese che sta
regredendo a forme più antidemocratiche ed incivili di quelli precedenti, bensì
soffre di problemi di crescita che sono tipici di ogni paese al suo livello di
sviluppo.
Putin: la prospettiva
Se è sbagliato aprire un credito illimitato a Putin (che non a caso gli
viene dato entusiasticamente da Berlusconi), bisogna anche dire che mentre su
Putin è legittimo sospendere il giudizio, sugli oligarchi il giudizio è netto e
immediato: da loro non può nascere alcuna democrazia. Prima di diventare il
presidente del New Deal, Franklin Delano Roosevelt scrisse un libro
programmatico in cui effettuava una sintesi originale dei due filoni classici
della politica statunitense: quello hamiltoniano, centralizzatore, e quello
jeffersoniano, de-centralizzatore. Centralizzare per decentralizzare, uno Stato
forte che limiti i poteri forti e permetta poteri diffusi, questi erano gli
slogan rooseveltiani: potrebbero essere quelli di Putin?
Non sappiamo se, limitato lo strapotere degli oligarchi, Putin costruirà le
condizioni per una reale democratizzazione della vita pubblica russa. Ma
sappiamo di sicuro che il potere degli oligarchi è lo strapotere del
“liberismo” senza regole, da cui non si procede certo verso quello del
“liberalismo” attento ai limiti, ai contrappesi del potere, come garanzia per i
diritti individuali. Putin va incalzato per quello che farà dopo aver avuto
ragione degli oligarchi, non per impedirgli di batterne lo strapotere: questa è
la differenza tra la critica della destra liberista, nostalgica della guerra
fredda, e della sinistra, sia che si voglia liberale oppure no. Putin dovrà
affrontare seriamente il problema di allargamento democratico che è stato
segnalato con urgenza dai sommovimenti ieri in Georgia e Ucraina, e oggi in
Kirghisistan. Putin ha all’interno un consenso molto vasto, è urgente che
trasformi questo consenso in forme di partecipazione maggiormente democratiche.
A suo tempo, Yeltsin alzò la bandiera della democratizzazione radicale e vinse
contro le esitazioni di Gorbaciov, che però voleva costruire una democrazia
basata su regole certe. Il risultato fu un sistema in cui il potere era, se
possibile, ancor più incontrollato e oligarchico (anche se il controllo sul
territorio era invece minimizzato) che nella Russia sovietica. Anche Putin deve
riflettere sulla possibilità che la bandiera della democrazia sia alzata oggi
di nuovo da chi vuole la dissoluzione della Russia; una possibilità che
difficilmente può essere contrastata semplicemente arroccandosi. E’ ovvio che
solo il proseguimento del progetto riformista in corso in Russia, pur con tutte
le sue ambiguità, può costituire il presupposto per la formazione di una forma
di alleanza economica e politica fra Unione Europea e Russia. Le forme
istituzionali sono da inventare, ma deve essere chiaro che solo la formazione
di un blocco centro-europeo che abbia chiari i propri interessi economici,
politici ed anche culturali, può avere una parte nel gioco dei prossimi
vent’anni nello scontro fra USA e Cina.