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La Russia
prossima ventura
di Giulietto Chiesa
da Galatea di dicembre 2005
Dove va la Russia? Domanda periodicamente emergente, che storicamente ha quasi
sempre significato una constatazione implicita: va e non viene, cioè va da
un'altra parte. Russia versus Europam, per esempio. Ma la domanda è oggi
particolarmente pertinente, perchè fino a ieri sembravamo tutti convinti che,
dopo la "fine della storia" di Francis Fukuyama, la Russia non
andasse da nessuna parte per il semplice fatto che, come tutti, era già
arrivata al capolinea, rappresentato dal mercato, dallo stato di diritto, dalla
democrazia. Invece non era così. Niente affatto. E qui sorgono molte domande,
che concernono non la Russia, ma noi. Perchè, per esempio, ci eravamo tutti
illusi che il problema Russia fosse ormai definitivamente risolto? Non è -
viene il sospetto - che il nostro modo eurocentrico, o occidentalecentrico ,
non funziona bene per descrivere il mondo contemporaneo? Ma questo è un altro
discorso.
Resta il fatto che la Russia va piuttosto verso l'Asia che non verso l'Europa.
Per giunta tutto ci dice che la Russia - parlo dei russi - vorrebbe, avrebbe
voluto, spasmodicamente, "venire" verso l'Europa, ma le cose sono
andate storte, contro i nostri e i loro desideri. C'è molto di ancestrale e di
profondo, per esempio, nella diffidenza dei russi verso la Cina. Bisogna affondare
nei secoli per capire che è scomodo e pieno di pericoli avere come vicini
popoli grandi e in espansione. I cinesi ebbero le stesse sensazioni sgradevoli
quando la Russia arrivò d'impeto, quasi risucchiata dalle immensità vuote della
Siberia, fin sulle rive dell'oceano Pacifico. Reciproca diffidenza storica,
dunque. I russi di oggi, quando pensano al loro futuro, sognano una società
assai più vicina a quella tedesca, o francese, che non a quella cinese. Parigi
e Berlino sono le loro mete ideali, come lo erano trecento, quattrocento anni
orsono.
Paradossalmente, anche per i cinesi, la meta ideale non è certamente Mosca, ma
lo sono New York, San Francisco, Los Angeles. Invece gli uni e gli altri
convergono sull'Asia, dove entrambi i popoli vivono e vivranno. Potrò
sbagliarmi, ma tutto questo mi fa pensare che il nostro modello di vita, per
quanto gradevole all'apparenza, specie da coloro che lo guardano da fuori, non
sia così facilmente esportabile come siamo abituati a ritenere. Vedi, per
esempio, l'Irak. Siamo andati lì - abbiamo spiegato - per portargli la libertà
e per abbattergli la dittatura che li opprimeva, e loro, ingrati, rispondono a
colpi di bombe e di kamikaze.
Ma anche questo è un altro, e lungo, discorso. Resta il dato che la Russia, appena
affacciatasi verso il mondo occidentale, se ne è ritratta. E sta tornando verso
una forma di potere autocratico assai simile a quella di Alessandro II, quando
ancora lo zar era non solo il re, ma il proprietario in senso stretto del
territorio che governava. Singolare e - avrebbe detto Niccolò Machiavelli -
"maravigliosa" evoluzione, nel senso di imprevista, curiosa,
sorprendente. Altro che fine della storia! Si potrebbe dire, al contrario, con
Giovanbattista Vico, che siamo di fronte a un vero e proprio ricorso storico.
Si dà il caso, infatti, che Vladimir Putin ha realizzato, piano piano, senza
fare proclami, passo dopo passo, un'operazione che ha mutato la fisionomia del
potere in Russia. Di che si tratta? Del fatto che praticamente il sistema degli
oligarchi privati costruito da Boris Eltsin tra il 1992 e il 1999 - anno in cui
è stato allontanato dal potere dagli stessi oligarchi - è stato sostituito da
un sistema di oligarchi di stato. Nomina dopo nomina, il nuovo zar ha portato
ai vertici di quasi tutte le più importanti compagnie energetiche del paese i
suoi uomini più fidati. A cominciare da Gasprom, il gigante per eccellenza di
gas e petrolio, scendendo per li rami, si può dire che il presidente-zar
detiene il controllo diretto di tutta l'energia della Russia. Restano fuori da
questo controllo, ma è pura apparenza, le imprese petrolifere e industriali di
Roman Abramovic e il colosso elettrico Rao-EES, sotto la presidenza del
"liberale" e ultra neo-liberista Anatolij Ciubais. L'apparenza
consiste nel fatto che Roman Abramovic non resterebbe un attimo in possesso dei
beni di cui dispone e che è riuscito a rapinare nell'epoca della caccia all'oro
eltsiniana, se non fosse totalmente, incrollabilmente fedele allo zar. Il quale
gli ha lasciato perfino una via di fuga, rappresentata dalle sue compere
natalizie in campo calcistico, e varie altre piccole e medie scappatelle
finanziarie negli offshore di tutte le latitudini. Sarà là che andrà a
rifugiarsi non appena lo zar si spazientisse. E la stessa, identica cosa vale
per Ciubais, che rimane al suo posto (dove arrivò per nomina di Boris Eltsin)
solo ed esclusivamente perchè è riuscito a conquistare, piegandosi, la
benevolenza del padrone.
Il messaggio lanciato al paese - e ai restanti, marginali oligarchi privati -
con l'arresto e la condanna di Mikhail Khodorkovskij è stato proprio questo.
Chi non si piega sarà liquidato. Con i mezzi "moderni" del
"diritto telefonico", quelli cioè in cui l'indipendenza della
magistratura russa finisce quando la "vertushka" (il telefono diretto
con il Cremlino di cui sono dotati tutti gli uffici principali del potere)
suona.
Dunque, poichè in Russia nulla di nuovo è stato costruito, in questi ultimi 14
anni, per lanciare il paese verso una profonda riorganizzazione - di mercato,
appunto - dell'economia, e poichè la Borsa di Mosca è per il 70% la borsa del
petrolio e del gas, come è sempre stata, il controllo dell'energia significa il
controllo del paese. Al quale va aggiunto il controllo - stavo per scrivere
"statale", mentre dovrei dire "personale" - assoluto sui
media televisivi centrali.
Tutte cose che con la democrazia occidentale non hanno molto a che fare (salvo
che con quella particolarissima democrazia occidentale che è l'Italia di
Berlusconi. Ma anche questa è un'altra storia, nella quale probabilmente si
riuscirebbe a capire la ragione dell'amicizia comprovata tra lo zar e il
premier). E molti si chiedono che succederà adesso, tra poco, quando
teoricamente Vladimir Putin, stando alle regole formali che fino a oggi ci
autorizzano a definirlo un leader delle democrazie occidentali, dovrà
abbandonare il potere perchè la sua Costituzione ne delimita le possibilità di
rielezione oltre il secondo mandato.
Non scommetterei un soldo bucato sull'eventualità che se ne vada davvero. E
dove mai potrebbe andare un uomo così giovane? E come immaginare che possa
lasciare il potere a qualcun altro, sulla cui lealtà assoluta (non occorre che
abbia letto Machiavelli per saperlo) contare sarebbe atto di altissimo rischio?
E perchè mai Vladimir Putin avrebbe costruito e accumulato, con certosina
determinazione, un tale sconfinato potere politico ed economico sul proprio
paese e sui propri sudditi? Per lasciarlo a chi?
Resta dunque da studiare quali saranno le vie più probabili attraverso cui,
senza troppo vulnerare l'involucro "democratico" del potere russo, lo
zar resterà al comando. Lo farà forse imponendo alla Duma (interamente sotto il
suo controllo) di votare una modifica della Costituzione? Troppo scoperto, ma
non da escludere, come extrema ratio. Oppure con un gioco di prestigio
consistente nell'accelerazione del processo di unificazione tra Russia e
Bielorussia. In tal modo si creerebbe un nuovo stato, con una nuova
Costituzione unificata. Il presidente del nuovo stato (che dovrà avere una
nuova denominazione, per la gioia degli editori di carte geografiche e atlanti)
sarebbe eletto per la prima volta e per due o tre mandati consecutivi. Quanto
basta allo zar per arrivare ad un'età avanzata e per garantirsi una vecchiaia
davvero sicura. Alla testa delle due ex repubbliche unite basterebbe mettere
due primi ministri con poteri analoghi (cioè minimi) a quelli dell'attuale capo
del governo di Mosca. E il gioco sarebbe fatto. Forse è in questa chiave che
vanno lette le due recenti promozioni di due fedelissimi del presidente.
Dmitrij Anatolievic Medvedev, nuovo oligarca di stato, oltre che capo
dell'Amministrazione presidenziale, che diventa primo vice-premier nel governo
di Nikolai Fradkov, e Sergei Borisovic Ivanov che, restando ministro della
Difesa, diventa anche vice-premier.
Ecco dove va la Russia. L'abbiamo promossa, frettolosamente, repubblica
democratica, secondo i nostri gusti. Adesso scopriamo che non lo è. Putin, dal
canto suo, non è un improvvisatore. Sa perfettamente che la finzione
democratica sta per finire, così come sta finendo l'illusione dell'Imperatore
d'oltre oceano, che egli fosse un alleato definitivo nella "grande lotta
contro il terrorismo internazionale". Per questo Putin porta la Russia in
Asia, verso est. Là c'è la Cina, che non è stata ancora promossa nel campo
democratico e che non lo sarà neppure domani, perchè deve diventare il nemico
con cui fare i conti del dominio mondiale. Diventare alleati, per Mosca e
Pechino, sta diventando, più che una scelta, una necessità urgente da
adempiere.