da Liberazione del 03/01/2006
Lo strappo di Mosca
in cerca di una nuova “grandeur”
di Giancarlo Lannutti
Quanti pensavano (con più o meno malcelata soddisfazione) che la Russia fosse
ormai definitivamente declassata al ruolo di potenza di secondo piano e avevano
spostato tutta la loro attenzione sulla Cina, come unico Paese in grado di
contestare in prospettiva il ruolo degli Stati Uniti quale superpotenza
planetaria, si vedono ora costretti a ricredersi e a rifare i loro calcoli,
almeno in una certa misura.
Con la “guerra del gas” tra Mosca e Kiev l’orso russo (questa volta nella pelle
di Vladimir Putin sostenuto dai manager del potente monopolio Gazprom) ha
sferrato una robusta zampata; e lo ha fatto proprio nel momento in cui gli è
toccato in sorte di assumere la presidenza di turno del G8, il club “dei
ricchi” nel quale era stato accolto a suo tempo con una buona dose di
degnazione e a patto che «facesse il bravo», che si mostrasse cioè buono,
arrendevole e “democratico” (naturalmente alla loro maniera). E invece oggi
Putin non solo non fa il bravo ma mostra di voler dire in tono fra l’orgoglioso
e il velatamente sprezzante: «Badate che ci sono anch’io, anzi che (noi russi)
ci siamo ancora e con noi dovete rassegnarvi a fare i conti». La ricerca di una
nuova grandeur insomma e la riaffermazione di un ruolo e di una strategia che
la dissoluzione dell’Urss e la diaspora politica di tante ex-repubbliche
sovietiche - dalla Georgia all’Ucraina, per non parlare degli Stati baltici e
di qualche Paese centroasiatico - avevano messo di fatto in discussione. La
disputa sul prezzo del gas è infatti solo apparentemente un fatto semplicemente
economico, ma ha al contrario una valenza prettamente politica.
Sul piano dei semplici rapporti commerciali, infatti, il diritto di Mosca a
esigere da Kiev il pagamento del gas a prezzi di mercato è difficilmente
contestabile: gli sconti e i benefici si danno, da che mondo è mondo, in cambio
di qualche cosa (il che avviene perfino con i Paesi del Terzo mondo, alla
faccia di tutte le belle parole sulla solidarietà che notoriamente non costano
niente); e se l’Ucraina di Yushenko e della cosiddetta “rivoluzione arancione”
ha scelto di voltare le spalle, non solo metaforicamente, alla Russia fino a
chiedere l’adesione alla Nato, doveva certamente aspettarsi che questo avrebbe
comportato il pagamento di un prezzo. Che vale, certamente, anche come un
avvertimento a chiunque altro fosse tentato di seguire la stessa strada di
Kiev, o anche a chi l’ha già seguita come appunto la Georgia.
Ricordiamo che poco meno di un anno fa, in occasione delle solenni celebrazioni
del 50° della fine della seconda guerra mondiale, il presidente Bush è andato
sì a Mosca, a un appuntamento che non poteva certo disertare, ma si è recato
subito dopo a Tbilissi, tessendo in modo plateale gli elogi appunto dei vari
Yushenko e Sakashvili; Putin se la era evidentemente e comprensibilmente legata
al dito e oggi presenta il conto. La vendetta, si sa, è un piatto che si
consuma freddo e il conto appare oggi particolarmente salato.
Non solo per la diretta interessata, cioè per l’Ucraina - con il corollario dei
Paesi Baltici, della Georgia, della Moldova, dell’Armenia, dell’Azerbaigian e
anche della ex-satellite Polonia - ma anche per i Paesi dell’Europa
occidentale, cioè degli stessi “colleghi” al tavolo del G8. Solo la Germania è
in un certo senso al riparo, grazie alla lungimiranza (chiamiamola cosi) di
Gerhard Schroeder che è entrato nel consiglio di amministrazione del consorzio
fra Gazprom e imprese tedeschi, finalizzato alla costruzione di un gasdotto
Russia-Europa occidentale sotto il Mar Baltico che tagli fuori appunto
l’Ucraina; e in posizione abbastanza tranquilla è per ora anche la Gran
Bretagna, che importa solo il 10 per cento del suo fabbisogno di gas, anche se
in prospettiva questa percentuale salirà addirittura all’80 per cento (si
calcola nel 2020) grazie all’esaurirsi delle risorse del Mare del Nord. Ma
altri Paesi europei, a cominciare dal nostro, si troveranno ben presto in guai
seri, se Kiev insisterà a “pompare” dal gasdotto verso l’Europa le forniture
che Mosca gli nega; il che spiega la decisione di convocare una riunione
d’urgenza a livello comunitario.
Di fronte a questo scenario, Washington non ha esitato a condannare
l’iniziativa della Russia che, ha detto un portavoce, «provocherà incertezze
nel settore energetico», con una critica neanche troppo velata all’uso del gas,
e più in generale delle risorse energetiche, come arma di pressione politica.
Ma è una critica a dir poco singolare da parte di chi professa il
super-liberismo e l’applicazione indiscriminata delle “sacrosante” leggi del
mercato come una vera e propria ideologia o come un segnale di civiltà; e ancor
più da parte di chi ricorre in modo così brutalmente spregiudicato all’impiego dell’arma
delle risorse energetiche da avere scatenato le guerre in Iraq e in Afghanistan
proprio per mettere le mani sul petrolio e sul gas del Golfo e dell’Asia
centrale (senza parlare delle sporche manovre fra Mar Caspio, Balcani e Caucaso
- leggi Cecenia - che tanta parte hanno avuto nei sanguinosi conflitti nella
ex-Jugoslavia e che prevedevano anche lì la realizzazione di oleodotti e
gasdotti che tagliassero fuori la Russia), proprio fra l’altro per prendere per
la gola, insieme al Giappone, quei Paesi europei che oggi paventano le
conseguenze della mossa di Putin.
Se questo è lo sfondo, se ne deduce che la partita al tavolo del G8 sarà a dir
poco movimentata. Lo lasciano intendere fra l’altro certi commenti di stampa,
come quello del britannico Times, che definisce «anacronistica» la presidenza
di turno affidata alla Russia, o dell’americano Los Angeles Times, che
definisce «un passo falso» la mossa di Putin (o per lui del Gazprom) in quanto
«mina la credibilità della Russia ». Che fare dunque? Cacciare Mosca dal G8,
visto che vi era stata ammessa come “questuante” ai tempi di Eltsin mentre
pretende ora non solo di essere alla pari con gli altri ma anche di fare la
voce grossa? L’ipotesi non è certo praticabile, e le diplomazie di tutti i
Paesi che contano sono freneticamente al lavoro per ricercare un compromesso.
Se Putin voleva comunque imporsi come primo attore sul proscenio mondiale,
bisogna dire che questa volta c’è riuscito in pieno.