da http://www.voltairenet.org/article133233.html
il testo originale in “Der Standard”, 2 gennaio 2006
“Una rivoluzione arancione è veramente indispensabile per instaurare la
democrazia?”
Vjaceslav Nikonov è un noto politologo russo, presidente della fondazione “Politika” di Mosca.
Di seguito, la traduzione del sunto in francese di un suo articolo pubblicato in un giornale austriaco. Il testo che proponiamo è parte di un più ampio servizio, curato dal prestigioso sito di “Reseau Voltaire”, dedicato all’analisi delle reazioni provocate nel mondo dalla recente crisi nelle relazioni tra Russia e Ucraina.
Sunto I gruppi liberali tanto all’estero quanto in Russia ritengono sempre di più che il modo di governare di Putin sia autoritario e inefficace. Dal momento che i regimi sgraditi ai liberali e dominati da una personalità forte sono considerati comunemente fragili, la conseguenza logica che ne deriva è quella, per cui uno scenario del tipo “Rivoluzione colorata” sarebbe destinato a ripetersi, come in Georgia, in Ucraina o in Kirghizistan. Naturalmente, nella Russia attuale, nulla è impossibile, ma a mio avviso coloro che considerano imminente una “rivoluzione della piazza” stanno scambiando i loro desideri per realtà.
Per quanto riguarda l’efficacia, non esiste un metodo per giudicare con precisione un governo. Gli Stati Uniti per esempio, che non possono certo essere considerati fragili, hanno dimostrato una tale efficacia in Iraq, al momento degli uragani o negli affari della CIA e della tortura, che a confronto la politica in Cecenia appare uno smagliante successo.
Il governo di oggi è sicuramente più efficace di quello di Eltsin nel corso degli anni ’90. A quel tempo non esisteva certo maggiore capacità di direzione, la produzione nazionale si era più che dimezzata e il Cremlino non era in grado di far votare una sola legge alla Duma, controllata dai comunisti. Ma allora pochi liberali parlavano di crollo del paese.
Certo, la Russia di oggi difficilmente può essere definita un modello democratico ed alcuni suoi sviluppi sono inquietanti. Ma è ridicolo affermare che staremmo passando da una “Democrazia” eltsiniana ad una “Autocrazia” putiniana. E’ difficile immaginare ai giorni nostri che carri armati sparino su un parlamento regolarmente eletto o che le ricchezze nazionali siano privatizzate a vantaggio di membri della famiglia o di amici d’affari del presidente, o ancora che la politica del paese sia interamente delegata ai suoi amici.
Inoltre la situazione in Russia è molto differente da quella dell’Ucraina prima della “rivoluzione arancione”. Non c’è Viktor Juschenko a dirigere l’opposizione russa e non c’è Kuchma alla presidenza, debole e detestato dall’opinione pubblica. Con una quota di popolarità che si avvicina al 70%, nessuno può rimproverare a Putin di non avere legittimità – o, dal momento che se ne parla, che sia disponibile a piegarsi senza resistenza alla pressione della piazza.
Del resto, in Russia non sono certo i liberali che mobilitano la piazza, ma i comunisti e i nazionalisti. Le loro rivoluzioni rosse e brune sarebbero certamente colorate, ma meno rosa che nei sogni dei liberali. Questi ultimi dovrebbero rassegnarsi a questa considerazione molto semplice: la Russia ha già conosciuto la sua rivoluzione arancione nel 1991 e i risultati non sono stati certo convincenti. Come, del resto, in Ucraina. Le crisi politiche del governo Juschenko dimostrano che i rivoluzionari colorati hanno anch’essi problemi di efficacia e di democrazia.
In effetti il principale problema del governo Putin agli occhi dei suoi critici occidentali risiede nel fatto che i suoi oppositori hanno perso il ruolo che avevano nello scacchiere politico. Ciò può capitare a tutti in politica e non giustifica certo una rivoluzione, che non viene mai messa in moto da avvenimenti di scarso rilievo. Malgrado ciò, io non dubito che nel 2008, alle prossime elezioni presidenziali, ci sarà un tentativo di far cadere il governo russo con mezzi diversi dalla via elettorale.
Centro di Cultura e Documentazione Popolare