www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 09-02-06

Note a margine dell’incontro di Putin con la stampa estera


di Mauro Gemma

 

Per capire il clima in cui si è svolto il 31 gennaio, alla presenza di quasi un migliaio di giornalisti, il tradizionale incontro annuale del presidente russo con  la stampa mondiale, occorre necessariamente prima soffermarsi sulle caratteristiche del furioso attacco propagandistico, a cui è sottoposta la Russia da più parti.

Putin, rispondendo alle decine di domande rivoltegli nelle 3 ore e mezza della sua conferenza, ha inteso, da un lato smontare, uno per uno, gli argomenti che ormai da tempo caratterizzano i commenti e le analisi della stampa occidentale in merito agli sviluppi della politica russa, quasi si voglia preparare le opinioni pubbliche ad una rinnovata fase di “guerra fredda”. Allo stesso tempo, il presidente russo, riaffermando il diritto del suo paese a svolgere un ruolo da protagonista nella scena mondiale, ha voluto lanciare un chiaro segnale a tutti coloro che, in Russia e fuori dalla Russia, non nascondono la volontà di mettere in discussione la sua stessa leadership, anche attraverso l’utilizzo di metodi illeciti e violenti.


Putin sa bene che, dietro gli attacchi portati da un massiccio apparato propagandistico (che gode del sostegno di potenti istituzioni statali e private occidentali, in particolare statunitensi) alla sua presunta deriva “autoritaria” e a quella che viene definita la riaffermazione di un “ruolo imperiale” della Russia, si cela in realtà il tentativo di creare le condizioni per imprimere una netta inversione di rotta agli orientamenti della politica russa, che non escludono neppure soluzioni di forza.


Lo scopo è evidentemente quello di riportare al potere i clan oligarchici e le elite “compradore” che avevano costruito le loro fortune nell’era di Eltsin e che sono state, in seguito, estromesse da Putin, in nome di una politica più attenta agli “interessi nazionali” della Russia, che ha comportato la riappropriazione da parte dello Stato di settori strategici dell’economia, a cominciare da quello energetico. E di assicurare, in tal modo, la riassunzione di un ruolo protagonista delle corporazioni multinazionali (che certo non si accontentano dell’assicurazione di non procedere a nuove nazionalizzazioni e delle proposte di investimento, nel rispetto di leggi che tendono a favorire gli interessi del blocco di potere che oggi unisce borghesia nazionale e settori dell’apparato statale) nell’immenso mercato delle materie prime della Federazione Russa, determinandone l’inesorabile declino verso la condizione di “appendice coloniale” dell’Occidente.


Non è certo dovuto al caso che, pochi giorni prima della conferenza stampa del presidente, uno dei principali oppositori di Putin, il magnate Boris Berezovskij, da tempo “in esilio” a Londra, non abbia esitato, in un’intervista a France Presse (di cui “Nuove Resistenti” propone in questo numero la traduzione integrale), a dichiarare addirittura il proprio “diritto” alla preparazione di un vero e proprio colpo di stato, da attuarsi con caratteristiche analoghe a quelle che hanno portato al potere in Ucraina i sostenitori degli interessi occidentali. Un violento incitamento alla sedizione (“Oggi ogni azione violenta da parte dell’opposizione è giustificata, inclusa la presa del potere con la forza. E io sto lavorando per arrivare esattamente a questo”) che, visti gli stretti legami di Berezovskij con i gruppi di pressione legati alla coalizione anglo-americana, non rappresenta certo solo un passo poco meditato del malversatore russo alla ricerca di una rivincita.

Lo smascheramento dei legami tra la rete di spie britanniche, scoperta a Mosca, e le organizzazioni non governative che affermano di battersi “per il ripristino della democrazia in Russia”, rende fin troppo eloquentemente conto di un piano, definito nei dettagli, che punta direttamente all’innesco di un’operazione eversiva e che giustifica la decisione delle autorità di Mosca (condivisa, peraltro, anche dai comunisti russi all’opposizione) di esercitare un controllo più rigido sul torrente di finanziamenti stranieri alle cosiddette ONG.


Della lunga conferenza stampa di Putin, che ha riguardato tutti i principali temi di politica interna e internazionale, assume un significato particolare proprio lo spazio dedicato alle questioni della politica estera e la particolare fermezza con cui si è inteso rispondere agli “inguaribili sovietologi”  (l’allusione era evidentemente diretta alla stessa Condoleeza Rice), che, indispettiti dal riaffermato ruolo della Russia nelle vicende mondiali, continuano a riproporre i medesimi stereotipi del passato confronto con l’Unione Sovietica.


Putin non ha certo rinnegato le linee portanti della politica estera russa, che, in piena sintonia con altri protagonisti della scena mondiale, come la Cina, l’India e le potenze emergenti del Sud del mondo (valga per tutti, lo stato felice delle attuali relazioni della Russia con il Venezuela, singolarmente assente nei commenti della stampa dei paesi “atlantici”), affermano, in ogni occasione e in aperta polemica con le pretese egemoniche dell’amministrazione USA, la realizzazione di un clima di “coesistenza pacifica” che favorisca il “multipolarismo”, la non ingerenza negli affari interni di ogni paese, la negazione dell’esistenza di “stati canaglia”, la denuncia della politica del “doppio standard” e il pieno rispetto delle regole di diritto internazionale sancite dalla Carta dell’ONU. Putin ha voluto anche in questa occasione rimarcare le caratteristiche “di pace” dell’iniziativa internazionale russa, assumendo precisi impegni a inserire nell’agenda del G8, di cui la Russia sta per assumere la presidenza, la ricerca di soluzioni concrete non solo, come è stato rimarcato dai media, al problema della sicurezza energetica su scala planetaria, ma anche alle piaghe più drammatiche che investono l’umanità (a cominciare dalla fame e dalle pandemie).


Ma di fronte alla furibonda campagna mediatica, scatenata in seguito all’apertura del contenzioso con l’Ucraina sul gas e tendente ad attribuire alle decisioni della Russia un carattere aggressivo e imperialistico che deve essere contenuto, il presidente ha voluto anche avvertire gli interlocutori che il suo paese non ha intenzione di farsi intimidire, assicurando che esso non ha bisogno certo dell’arma del gas per difendersi, disponendo ancora di un potenziale bellico (in fase di rafforzamento, con “un nuovo sistema missilistico capace di sfidare anche i sistemi più sofisticati di difesa aerea” che nessun altro paese possiede) più che sufficiente a difenderlo da qualsiasi tipo di minaccia di aggressione esterna.


Putin ha poi risposto alle numerose critiche avanzate nei confronti dell’atteggiamento tenuto dalla Russia nello spazio post-sovietico, lasciando chiaramente intendere di voler costruire un solido argine al dilagare delle cosiddette “rivoluzioni colorate” (duro è stato, in particolare, il giudizio espresso sugli attuali dirigenti di Ucraina e Georgia).


Ad esempio, rispondendo alla domanda relativa alle cause dell’appoggio accordato all’Uzbekistan di Islam Karimov, in occasione dei drammatici avvenimenti registratisi nella città di Andizhan, egli ha affermato, formulando un evidente atto di accusa nei confronti delle ingerenze occidentali, che “noi meglio di voi sappiamo ciò che è successo, e sappiamo anche chi, dove e in quale misura ha preparato la gente che ha infiammato la situazione in Uzbekistan e, in particolare, in quella città”.


Quanto poi alle relazioni della Russia con il presidente bielorusso Lukashenko, soprattutto in vista delle imminenti elezioni presidenziali, Putin, pur riconoscendo una non completa coincidenza di vedute con il suo omologo di Minsk, ha voluto comunque ribadire la ferma intenzione di proseguire nel processo di costruzione di un’unica entità statale dei due paesi slavi della CSI, nel quadro di una politica di integrazione dello spazio post-sovietico, i cui obiettivi lo accomunano, per alcuni aspetti di fondo, a Lukashenko.


E’ emersa così la ferma determinazione a non “sganciare” la Bielorussia (un paese che se fosse collocato in America Latina e non nell’ex URSS, forse, per le peculiarità della sua politica sociale e della sua collocazione oggettivamente antimperialista, sarebbe trattato con maggiore riguardo anche dalle forze della sinistra europea). Ciò giocherà sicuramente un ruolo nel respingere il tentativo di destabilizzare la situazione politica della piccola repubblica ex sovietica, che quasi certamente, con il sostegno di una campagna mediatica “studiata a tavolino”, verrà messo in atto in coincidenza con le elezioni del prossimo mese di marzo, al fine di provocare il rovesciamento violento di Lukashenko e dell’attuale dirigenza bielorussa e, sul modello della “rivoluzione arancione” in Ucraina, di consentire all’Occidente di intervenire pesantemente con la propria “mediazione”.


La fermezza della posizione russa, in particolare nei confronti del partner americano, è andata ben oltre i confini della CSI, e si è manifestata sull’insieme delle questioni più scottanti dell’agenda internazionale (partnership strategica con la Cina di cui si sono esaltati i risultati raggiunti, netta contrarietà all’accelerazione del processo di indipendenza del Kosovo dalla Serbia, ecc.). Reazioni positive si sono registrate nel mondo arabo, in particolare di fronte alla volontà espressa dal presidente russo di rispettare incondizionatamente il verdetto democratico delle elezioni in Palestina, e di concedere fiducia alla nuova dirigenza di Hamas.


Interessanti sono apparse anche le reazioni registrate nel mondo politico russo, al di là dello scarso rilievo accordato ad esse dagli osservatori occidentali. In particolare, il Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR), principale forza di opposizione, per bocca del suo numero due Ivan Melnikov, ha pronunciato parole di apprezzamento per le “intelligenti posizioni patriottiche” assunte da Vladimir Putin, Un giudizio lusinghiero, che proviene da una forza politica che, negli ultimi anni, si è distinta per la sua ferma opposizione a quasi tutte le scelte operate dall’attuale amministrazione russa.

 

MAURO GEMMA