Note a margine dell’incontro di Putin con la stampa estera
di Mauro Gemma
Per capire il clima in cui si è svolto il 31 gennaio, alla
presenza di quasi un migliaio di giornalisti, il tradizionale incontro annuale
del presidente russo con la stampa
mondiale, occorre necessariamente prima soffermarsi sulle caratteristiche del
furioso attacco propagandistico, a cui è sottoposta la Russia da più parti.
Putin, rispondendo alle decine di domande rivoltegli nelle 3 ore e mezza della sua conferenza, ha inteso, da un lato smontare, uno per uno, gli argomenti che ormai da tempo caratterizzano i commenti e le analisi della stampa occidentale in merito agli sviluppi della politica russa, quasi si voglia preparare le opinioni pubbliche ad una rinnovata fase di “guerra fredda”. Allo stesso tempo, il presidente russo, riaffermando il diritto del suo paese a svolgere un ruolo da protagonista nella scena mondiale, ha voluto lanciare un chiaro segnale a tutti coloro che, in Russia e fuori dalla Russia, non nascondono la volontà di mettere in discussione la sua stessa leadership, anche attraverso l’utilizzo di metodi illeciti e violenti.
Putin sa bene che, dietro gli attacchi portati da un massiccio apparato
propagandistico (che gode del sostegno di potenti istituzioni statali e private
occidentali, in particolare statunitensi) alla sua presunta deriva
“autoritaria” e a quella che viene definita la riaffermazione di un “ruolo
imperiale” della Russia, si cela in realtà il tentativo di creare le condizioni
per imprimere una netta inversione di rotta agli orientamenti della politica
russa, che non escludono neppure soluzioni di forza.
Lo scopo è evidentemente quello di riportare al potere i clan oligarchici e le
elite “compradore” che avevano costruito le loro fortune nell’era di Eltsin e
che sono state, in seguito, estromesse da Putin, in nome di una politica più
attenta agli “interessi nazionali” della Russia, che ha comportato la
riappropriazione da parte dello Stato di settori strategici dell’economia, a
cominciare da quello energetico. E di assicurare, in tal modo, la riassunzione
di un ruolo protagonista delle corporazioni multinazionali (che certo non si
accontentano dell’assicurazione di non procedere a nuove nazionalizzazioni e
delle proposte di investimento, nel rispetto di leggi che tendono a favorire
gli interessi del blocco di potere che oggi unisce borghesia nazionale e
settori dell’apparato statale) nell’immenso mercato delle materie prime della
Federazione Russa, determinandone l’inesorabile declino verso la condizione di
“appendice coloniale” dell’Occidente.
Non è certo dovuto al caso che, pochi giorni prima della conferenza stampa del
presidente, uno dei principali oppositori di Putin, il magnate Boris
Berezovskij, da tempo “in esilio” a Londra, non abbia esitato, in un’intervista
a France Presse (di cui “Nuove Resistenti” propone in questo numero la
traduzione integrale), a dichiarare addirittura il proprio “diritto” alla
preparazione di un vero e proprio colpo di stato, da attuarsi con
caratteristiche analoghe a quelle che hanno portato al potere in Ucraina i
sostenitori degli interessi occidentali. Un violento incitamento alla sedizione
(“Oggi ogni azione violenta da parte dell’opposizione è giustificata, inclusa
la presa del potere con la forza. E io sto lavorando per arrivare esattamente a
questo”) che, visti gli stretti legami di Berezovskij con i gruppi di pressione
legati alla coalizione anglo-americana, non rappresenta certo solo un passo
poco meditato del malversatore russo alla ricerca di una rivincita.
Lo smascheramento dei legami tra la rete di spie britanniche, scoperta a Mosca, e le organizzazioni non governative che affermano di battersi “per il ripristino della democrazia in Russia”, rende fin troppo eloquentemente conto di un piano, definito nei dettagli, che punta direttamente all’innesco di un’operazione eversiva e che giustifica la decisione delle autorità di Mosca (condivisa, peraltro, anche dai comunisti russi all’opposizione) di esercitare un controllo più rigido sul torrente di finanziamenti stranieri alle cosiddette ONG.
Della lunga conferenza stampa di Putin, che ha riguardato tutti i principali
temi di politica interna e internazionale, assume un significato particolare
proprio lo spazio dedicato alle questioni della politica estera e la particolare
fermezza con cui si è inteso rispondere agli “inguaribili sovietologi” (l’allusione era evidentemente diretta alla
stessa Condoleeza Rice), che, indispettiti dal riaffermato ruolo della Russia
nelle vicende mondiali, continuano a riproporre i medesimi stereotipi del
passato confronto con l’Unione Sovietica.
Putin non ha certo rinnegato le linee portanti della politica estera russa,
che, in piena sintonia con altri protagonisti della scena mondiale, come la
Cina, l’India e le potenze emergenti del Sud del mondo (valga per tutti, lo
stato felice delle attuali relazioni della Russia con il Venezuela,
singolarmente assente nei commenti della stampa dei paesi “atlantici”),
affermano, in ogni occasione e in aperta polemica con le pretese egemoniche dell’amministrazione
USA, la realizzazione di un clima di “coesistenza pacifica” che favorisca il
“multipolarismo”, la non ingerenza negli affari interni di ogni paese, la
negazione dell’esistenza di “stati canaglia”, la denuncia della politica del
“doppio standard” e il pieno rispetto delle regole di diritto internazionale
sancite dalla Carta dell’ONU. Putin ha voluto anche in questa occasione
rimarcare le caratteristiche “di pace” dell’iniziativa internazionale russa,
assumendo precisi impegni a inserire nell’agenda del G8, di cui la Russia sta
per assumere la presidenza, la ricerca di soluzioni concrete non solo, come è
stato rimarcato dai media, al problema della sicurezza energetica su scala
planetaria, ma anche alle piaghe più drammatiche che investono l’umanità (a
cominciare dalla fame e dalle pandemie).
Ma di fronte alla furibonda campagna mediatica, scatenata in seguito
all’apertura del contenzioso con l’Ucraina sul gas e tendente ad attribuire
alle decisioni della Russia un carattere aggressivo e imperialistico che deve
essere contenuto, il presidente ha voluto anche avvertire gli interlocutori che
il suo paese non ha intenzione di farsi intimidire, assicurando che esso non ha
bisogno certo dell’arma del gas per difendersi, disponendo ancora di un potenziale
bellico (in fase di rafforzamento, con “un nuovo sistema missilistico capace di
sfidare anche i sistemi più sofisticati di difesa aerea” che nessun altro paese
possiede) più che sufficiente a difenderlo da qualsiasi tipo di minaccia di
aggressione esterna.
Putin ha poi risposto alle numerose critiche avanzate nei confronti
dell’atteggiamento tenuto dalla Russia nello spazio post-sovietico, lasciando
chiaramente intendere di voler costruire un solido argine al dilagare delle
cosiddette “rivoluzioni colorate” (duro è stato, in particolare, il giudizio
espresso sugli attuali dirigenti di Ucraina e Georgia).
Ad esempio, rispondendo alla domanda relativa alle cause dell’appoggio
accordato all’Uzbekistan di Islam Karimov, in occasione dei drammatici avvenimenti
registratisi nella città di Andizhan, egli ha affermato, formulando un evidente
atto di accusa nei confronti delle ingerenze occidentali, che “noi meglio di
voi sappiamo ciò che è successo, e sappiamo anche chi, dove e in quale misura
ha preparato la gente che ha infiammato la situazione in Uzbekistan e, in
particolare, in quella città”.
Quanto poi alle relazioni della Russia con il presidente bielorusso Lukashenko,
soprattutto in vista delle imminenti elezioni presidenziali, Putin, pur
riconoscendo una non completa coincidenza di vedute con il suo omologo di
Minsk, ha voluto comunque ribadire la ferma intenzione di proseguire nel
processo di costruzione di un’unica entità statale dei due paesi slavi della
CSI, nel quadro di una politica di integrazione dello spazio post-sovietico, i
cui obiettivi lo accomunano, per alcuni aspetti di fondo, a Lukashenko.
E’ emersa così la ferma determinazione a non “sganciare” la Bielorussia (un
paese che se fosse collocato in America Latina e non nell’ex URSS, forse, per
le peculiarità della sua politica sociale e della sua collocazione
oggettivamente antimperialista, sarebbe trattato con maggiore riguardo anche
dalle forze della sinistra europea). Ciò giocherà sicuramente un ruolo nel
respingere il tentativo di destabilizzare la situazione politica della piccola
repubblica ex sovietica, che quasi certamente, con il sostegno di una campagna
mediatica “studiata a tavolino”, verrà messo in atto in coincidenza con le
elezioni del prossimo mese di marzo, al fine di provocare il rovesciamento
violento di Lukashenko e dell’attuale dirigenza bielorussa e, sul modello della
“rivoluzione arancione” in Ucraina, di consentire all’Occidente di intervenire
pesantemente con la propria “mediazione”.
La fermezza della posizione russa, in particolare nei confronti del partner
americano, è andata ben oltre i confini della CSI, e si è manifestata
sull’insieme delle questioni più scottanti dell’agenda internazionale
(partnership strategica con la Cina di cui si sono esaltati i risultati
raggiunti, netta contrarietà all’accelerazione del processo di indipendenza del
Kosovo dalla Serbia, ecc.). Reazioni positive si sono registrate nel mondo
arabo, in particolare di fronte alla volontà espressa dal presidente russo di
rispettare incondizionatamente il verdetto democratico delle elezioni in
Palestina, e di concedere fiducia alla nuova dirigenza di Hamas.
Interessanti sono apparse anche le reazioni registrate nel mondo politico
russo, al di là dello scarso rilievo accordato ad esse dagli osservatori
occidentali. In particolare, il Partito Comunista della Federazione Russa
(PCFR), principale forza di opposizione, per bocca del suo numero due Ivan
Melnikov, ha pronunciato parole di apprezzamento per le “intelligenti posizioni
patriottiche” assunte da Vladimir Putin, Un giudizio lusinghiero, che proviene
da una forza politica che, negli ultimi anni, si è distinta per la sua ferma
opposizione a quasi tutte le scelte operate dall’attuale amministrazione russa.
MAURO GEMMA