www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 18-10-06

da http://forum.msk.ru
 
Russia: uno sguardo sulle vicende politiche del 2006
L’opinione del politologo russo Anton Surikov 
 
Il politologo russo Anton Surikov, che fu alla fine degli anni ’90 collaboratore del ministro Masljukov nel governo Primakov appoggiato dai comunisti, non può essere certo considerato un sostenitore dell’attuale presidente russo Vladimir Putin.
Egli ha partecipato, insieme ad alcuni esponenti della “nuova sinistra” russa, come Boris Kagarlitskij, alla costituzione del cosiddetto “Fronte di Sinistra”, protagonista, negli ultimi anni, di alcune iniziative “di piazza” contro la politica dell’attuale amministrazione presidenziale.
Nei passaggi, da noi tradotti, del suo contributo ad una tavola rotonda promossa da “Forum.msk.ru”, Surikov – la cui analisi, che non può subire il rimprovero di essere “partigiana” dell’attuale dirigenza russa, appare abbastanza obiettiva - illustra i momenti più significativi della politica russa nel 2006 e indica gli uomini e i gruppi dell’opposizione funzionale al “progetto americano” per la Russia.
 M.G.
 
Il 2006 è l’ultimo anno prima delle elezioni. E’ indubbio che oggi la situazione appare estremamente favorevole per Vladimir Putin. In primo luogo, per gli Stati Uniti in questo momento la priorità geopolitica rimane il Medio Oriente. Gli americani si sono impantanati in Afghanistan, dove hanno ripreso forza i talebani, impegnati in azioni contro le forze di occupazione. E si sono impantanati in Iraq, dove, nel 2005, le perdite umane furono già 2.500, mentre il paese è sull’orlo della guerra civile. Infine, gli insuccessi di Israele nel sud del Libano hanno creato un altro focolaio di instabilità nella regione.
 
Tutto ciò va inquadrato sullo sfondo del conflitto israeliano-palestinese ancora da comporre, ed anche della situazione creatasi attorno alla Siria e all’Iran con il suo programma nucleare. Qui si ha l’impressione che gli americani non sappiano che cosa fare con il presidente iraniano Ahmadinejad che li ha spinti in un angolo, ponendoli di fronte alla scelta: o abbandonare le loro pretese in merito alla questione del nucleare, o cominciare una guerra, il cui esito è assolutamente imprevedibile. In ogni caso, concentrati sulle vicende mediorientali, gli americani ora hanno di fronte anche l’evidente prospettiva di non poter manifestare il proprio attivismo in altre regioni, in particolare in Russia e nella CSI. La stampa occidentale critica Putin per la sua presunta intromissione negli affari interni delle ex repubbliche sovietiche e per il “restringimento della democrazia”. Ma tali critiche non si sono ancora trasformate nell’assunzione da parte del governo americano di misure concrete indirizzate contro la Russia.
 
Un’altra importante conseguenza dell’instabilità in Medio Oriente è costituita dall’aumento dei prezzi mondiali del petrolio. Se alla fine del 1998, ai tempi dell’amministrazione Clinton, un barile di petrolio costava 8-9 dollari, oggi il suo prezzo si aggira sui 60 dollari, e solo poco tempo fa era cresciuto anche fino a 75 dollari. E, probabilmente, non è questo il limite: gli esperti ritengono che, in caso di guerra degli USA all’Iran e dei possibili tentativi di bloccare il trasporto navale nello stretto di Ormuz, il prezzo del barile crescerebbe fino a 100 e addirittura 150-200 dollari. Ma se anche non ci fosse la guerra, è molto improbabile che il petrolio scenda sotto i 45-50 dollari.
 
Naturalmente, la ragione dell’aumento dei prezzi non è da ricercarsi solo nell’instabilità della regione mediorientale. Un ruolo importante lo gioca anche il rapido ritmo dello sviluppo di Cina e India, che hanno sempre più bisogno di petrolio. E la politica degli americani, il loro attivismo sul piano militare tengono in grandissima considerazione questo fattore.
 
Per Putin, gli altissimi prezzi del petrolio sono un regalo del destino. Essi permettono la crescita economica, innalzano il reddito della popolazione, permettono di fronteggiare puntualmente il debito con l’estero contratto dallo Stato. In sostanza, rappresentano la base di quella stabilità interna, che la popolazione della Russia considera il più importante merito del presidente.
 
Infine, c’è ancora un fattore, legato alla CSI. Nel 2003-2005 la politica della Russia nello spazio post-sovietico aveva registrato alcuni insuccessi attribuibili alle “rivoluzioni colorate”, che avevano procurato grattacapi al Cremlino. Ma, a quanto pare, dagli insuccessi Putin ha tratto una lezione. Al momento attuale, sembrerebbe che egli sia riuscito in parecchi casi a prendersi una rivincita. In Ucraina, la poltrona di primo ministro è tornata a Viktor Janukovic che, pur rimanendo un sostenitore dell’indipendenza, ha ripreso a trattare con la Russia da posizioni evidentemente non ostili.
 
In Bielorussia, qualche tempo prima, la “rivoluzione colorata”, annunciata dall’Occidente, è clamorosamente fallita. In Abkhazia, all’ultimo momento, si è profilata una soluzione della crisi. La “rivoluzione” kirghiza non si è tradotta nella destabilizzazione della Valle di Ferghana. Al contrario, i suoi effetti più evidenti si sono visti nel radicale cambiamento del posizionamento geopolitico dell’Uzbekistan, nella chiusura della base americana di Khanabad e nel significativo rafforzamento dell’Organizzazione per la collaborazione di Shanghai. Ciò, a sua volta, ha consentito di sviluppare la collaborazione in ambito energetico della Russia e dei paesi dell’Asia Centrale con la Cina. Infine, dopo la morte di Shamil Basayev e Abdul Khalim Sadulayev si è assistito ad un ulteriore rafforzamento delle posizioni di Ramzan Khadirov. Oggi si può affermare con certezza che la guerra in Cecenia è finita e che è stato eliminato un pericoloso focolaio di tensione, che da lungo tempo legava le mani alla Russia in politica interna ed estera.
 
In generale, nell’ottavo anno della presidenza Putin, le posizioni di politica estera appaiono solide come mai era accaduto in precedenza. Grazie ai prezzi del petrolio, il Cremlino vive nell’abbondanza. Sulle frontiere la situazione è complessivamente tranquilla, ad eccezione della Georgia. Ma la Georgia non è assolutamente in grado di creare problemi irrisolvibili alla Russia, senza l’appoggio diretto degli USA e dell’Occidente. E tale appoggio, non a parole ma nei fatti, non sembra all’ordine del giorno.
 
Il Cremlino ha conservato normali rapporti con l’amministrazione USA, in cerca di sostegno per risolvere i problemi del “terrorismo internazionale”, dell’Iran e della Corea del Nord, e con il nuovo governo della Germania, dopo la sostituzione di Schroeder. Putin, pur non cadendo nell’antiamericanismo, sviluppa in parallelo rapporti, anche nel settore energetico e delle tecnologie militari, con Cina, Venezuela, Iran, Siria, sostiene le relazioni con Hamas ed Hezbollah. In tal modo, la politica estera della Russia si sviluppa su più direttrici.
 
Allo stesso tempo rimangono alcuni problemi irrisolti. Ad esempio, la dipendenza dell’elite economica russa e della burocrazia, incline alla corruzione, dai conti presso banche straniere, dalle proprietà all’estero. Ciò rende i vertici della società dipendenti dagli americani stessi, e facilmente manipolabili. Un altro problema è rappresentato nel lungo termine dalla possibile instabilità economica, nel caso i prezzi del petrolio dovessero crollare.
 
Di fronte a questa prospettiva, la via d’uscita è una sola: non fare affidamento sulle sole materie prime, modernizzare velocemente la base infrastrutturale e dare un energico impulso allo sviluppo dei settori in grado di concorrere sui mercati interno ed estero. Ma non si può realizzare ciò, facendo unicamente affidamento sul mercato e sterilizzando la massa monetaria nel fondo di stabilizzazione, collocato negli USA. Qui è necessario il ruolo attivo dello stato, rilevanti investimenti statali.
 
Nelle prime fasi della sua presidenza, Putin aveva rifiutato l’ingerenza statale nell’economia, motivando ciò con il grado di corruzione ed inefficacia dell’apparato statale, che “avrebbe rubato tutto”. Ma nei suoi più recenti messaggi all’Assemblea Federale egli si è pronunciato in modo ben diverso. Inoltre, sono stati avviati alcuni passi verso la creazione di un fondo di investimento. Comunque, un quadro più chiaro circa l’evoluzione delle opinioni del presidente si potrà avere solo nel 2008, quando dovrà andarsene dal Cremlino.
 
(…)
 
(In questo contesto) assume rilievo il protagonismo dell’opposizione fuori dal parlamento. A prima vista, tale opposizione si presenta eterogenea. Ma un’analisi più approfondita permette di cogliere con chiarezza un vero e proprio schema organizzativo, che è venuto precisandosi nell’estate-autunno 2006.
 
Tale sistema può essere così descritto. In alto, ad occupare un ruolo centrale, Stanislav Aleksandrovic Belkovskij. Da questo centro, si sviluppano rapporti a tutto campo. Ci sono uomini come Dmitrij Olegovic Rogozin e Aleksandr Andrejevic Prokhanov, Ci sono il Partito Nazional-Bolscevico (NBP) di Eduard Limonov e il DPNI di Aleksandr Bjelov. Ci sono anche Boris Berezovskij e Mikhail Khodorkovskij (attraverso uno dei suoi avvocati). C’è lo schieramento liberale, rappresentato da Mikhail Kasjanov, Garri Kasparov, Vladimir Rizhkov e i sostenitori di “Altra Russia”. E poi troviamo le ambasciate dei paesi dell’Occidente, che sono tra i promotori delle iniziative di “Altra Russia”, a cui partecipano. Infine, c’è la radio liberale di opposizione “Eco di Mosca”, che appartiene a Gazprom, il cui consiglio direttivo è capeggiato da Dmitrij Medvedev. (singolare e significativa appare la convergenza nella lotta contro Putin di uomini e gruppi ultra-nazionalisti, parafascisti e antisemiti e l’opposizione liberale filo-occidentale e filo-sionista, nota del traduttore).
 
Traduzione dal russo di Mauro Gemma per www.resistenze.org