www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 09-11-06

Da www.left.ru
 
Russia: dopo Putin, quali prospettive?
 
Dmitrij Jakushev
 
ottobre 2006
 
Dmitrij Jakushev, intellettuale marxista russo della redazione di “Left.ru”, descrive, con ragionevole pessimismo, i possibili sviluppi della situazione politica in Russia, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2008, che vedranno il definitivo abbandono da parte di Vladimir Putin della presidenza della Federazione.
 
In questo momento, nessuno, probabilmente, nutre più dubbi sul fatto che nel 2008 Putin abbandonerà il posto di presidente. Nella società ciò provoca un allarme non del tutto infondato, poiché oggi nessuno sa con precisione come sarà la Russia dopo Putin e, addirittura, se essa continuerà ad esistere. Gleb Pavlovskij, uno degli ideologi del corso putiniano e uomo di grande competenza, in una lunga intervista concessa alla rivista “Expert”, sul tema “La Russia dopo Putin”, afferma:
 
“Siamo arrivati. Ma non sappiamo dove. Non lo sappiamo per l’insufficienza degli strumenti di identificazione e riconoscimento dei propri problemi. Siamo in presenza di un deficit di discussione. In mancanza di una discussione il nostro orizzonte sociale non è definito. Mancando una visione di insieme della struttura sociale della Russia e della sua politica, trovano spazio anche le più tetre concezioni. Di qui derivano nichilismo e incompetenza. Io non voglio in questa occasione avanzare una critica culturale, ma semplicemente far notare il fatto che stiamo navigando a vista, con improvvisazione. Da molto tempo ormai si è smarrita la cultura dell’identificazione dei passaggi di fase”.
 
L’intervista stessa di Pavlovskij è titolata in modo quasi apocalittico “Passaggio verso l’ignoto”. Non penso che il politologo vicino al potere voglia solo spaventare il pubblico. La rivista “Expert” non è certo una tribuna destinata a questo scopo, e il pubblico stesso non ha certo bisogno di ciò per nutrire preoccupazioni. Più semplicemente, in queste parole di Pavlovskij si riflettono lo smarrimento e l’incomprensione del gruppo stesso al potere, di come proseguire oltre e in che direzione. La situazione per loro è giunta ad un vicolo cieco. Non intendono spingere verso un’alleanza con gli imperialisti occidentali, ma alla Russia viene anche impedito di unirsi a Chavez e a Lukashenko. Mentre il grande capitale, che non ha certo l’intenzione di trasformarsi in “patriottico”, guarda al potere con diffidenza e in modo non amichevole. Tutta la politica in queste condizioni si trasforma in una sorta di navigazione a vista senza fine, senza obiettivi e prospettive chiari.
 
Un altro eminente ideologo dell’attuale potere, il vice-capo dell’amministrazione presidenziale Vladislav Surkov, intervenendo di fronte agli attivi riuniti del “Partito russo della vita” e di “Rodina”, ha dichiarato:
 
“A mio avviso, il più grande difetto del sistema politico risiede nel fatto che poggia sulle risorse di un’unica personalità, e di conseguenza di un unico partito. Sapendo che il partito, a ben vedere, è solo una parola. Il problema è che non esiste un forte partito alternativo, che nella società non esiste una “seconda gamba”, su cui poggiare qualora la prima si paralizzasse. Ciò rende instabile il sistema”.
 
E’ evidente che l’attuale stabilità della Russia, che rende così radiosi i ceti medi, in effetti non è così garantita, in virtù del fatto che in misura significativa poggia sulle “risorse di un’unica persona”. La “rinascita” putiniana potrebbe in un attimo trasformarsi in una nuova fase di catastrofe sociale e nazionale. Naturalmente, è lo stesso Putin a rendersi conto dell’instabilità del sistema, che, in più di un’occasione a mo’ di battuta ha affermato che nel 2009 sarà il leader dell’opposizione.
 
Nel corso dell’amministrazione Putin si è riusciti a fare molto: si è riusciti a liberare la Russia dal giogo del debito, facendo quasi dimenticare la sigla FMI, a nazionalizzare e a porre sotto il controllo dello stato molte attività strategiche, prima di tutto nel settore energetico, a ripristinare l’efficienza dell’esercito, a pacificare la Cecenia, in cui da molto tempo non c’è guerra ed è in atto un’effettiva ricostruzione, a far rientrare la Russia nella politica mondiale in qualità di giocatore indipendente. Ma, in compenso, a Putin non è riuscito l’essenziale: formare un’elite nazionale in grado di consolidare tutti questi successi. Di qui deriva anche la sensazione di precarietà della Russia contemporanea, e il diffondersi di grandi paure in vista delle elezioni. Il compito, posto all’inizio della gestione Putin, di un rinnovamento dell’elite non è andato oltre il messaggio al “Palazzo sociale della gioventù”, la stesura del libretto “Putin. La sua ideologia” e il movimento “Nashi” (“I nostri”, tentativo malriuscito di costruzione di un movimento giovanile “patriottico” di massa a sostegno di Putin, nota del traduttore). C’è solo da ridere. In realtà non c’è stato alcun rinnovamento. In Russia esiste ancora la stessa elite compradora degli anni ’90, che fa finta di esprimere lealtà alla politica nazionale di Putin. E, appunto, ciò avviene perché tutto poggia “sulle risorse di un solo uomo”. E cercare di cambiare tale situazione con i mezzi di cui dispone il gruppo più vicino a Putin, non è possibile. In realtà, i nemici della politica attuale non si trovano solo in “Altra Russia” (espressione dell’opposizione liberista filo-occidentale), ma nell’amministrazione presidenziale medesima, nel governo, nei poteri regionali, nel grande “business”, ovunque.
 
Qualche tempo fa, Igor Shuvalov, un collaboratore del presidente, ha dichiarato che la compagnia di stato “Rosneft” verrà privatizzata completamente in un periodo compreso tra i tre e i dieci anni. “La storia delle nazionalizzazioni si trasformerà in privatizzazione”, ha fatto notare, con il sorriso di quello che la sa lunga, Shuvalov. E come non ricordare uno dei più potenti oligarchi russi, il signor Fridman che, parlando al termine del periodo eltsiniano riguardo al sistema dei principali oleodotti, affermò che prima o poi esso “verrà ingoiato”, avendo in mente la privatizzazione di questo appetitoso pezzo di proprietà statale. Ebbene questi uomini sono ancora qui. Si annidano nel potere e nel grande business. I loro appetiti non sono certo diminuiti. Se le previsioni di Shuvalov fossero azzeccate, allora la “rivoluzione arancione” in Russia potrebbe assumere le forme di una svolta silenziosa della politica statale verso il neoliberalismo. E allora non ci sarebbe bisogno di Kasparov e di Limonov (l’ex premier passato all’opposizione neoliberista e il leader dei nazi-bolscevichi, accomunati dall’opposizione a Putin, nota del traduttore).
 
Occorre avere ben chiaro che la realizzazione delle previsioni di Shuvalov significherebbe una svolta di 180 gradi della politica statale e l’abbandono del corso putiniano, il cui contenuto di fondo è racchiuso nella restituzione al controllo statale (sebbene parziale) dei settori strategici dell’economia. E’ proprio questa politica, attuata da Putin contro il parere delle elite affaristiche, che gli ha assicurato il sostegno delle masse popolari. Proprio queste scelte hanno permesso al governo centrale di concentrare nelle sue mani risorse significative e gli ha dato la possibilità di condurre una politica interna ed estera relativamente indipendente.
 
Non appena le parole di Shuvalov si realizzassero e la “storia delle nazionalizzazioni si trasformasse in privatizzazione”, immediatamente ci si avvierebbe nella direzione opposta, quella della Russia di Eltsin, che pensavamo appartenesse al passato. La privatizzazione delle compagnie di stato, che oggi rappresentano la base di uno stato russo relativamente indipendente, porterebbe in breve tempo al ripristino della politica estera dei tempi di Kozyrev (ministro degli esteri con Eltsin), alla confederalizzazione della Russia e ad un vero e proprio collasso sociale.
 
(Per argomentare queste sue affermazioni, l’autore prosegue citando testualmente la presa di posizione del presidente dell’Unione degli industriali e degli imprenditori russi, la Confindustria russa, Shokin)
 
Le speranze dei capitani d’industria sono state espresse in modo estremamente chiaro. Lo stato non deve immischiarsi nell’economia. In particolare Shokin è irritato dal fatto che lo stato assuma il controllo delle imprese più redditizie. Se lo stato proprio intende acquisire delle aziende, dovrebbe farlo con quelle che devono essere rese competitive, e dopo averle fatte crescere a spese della società, dovrebbe poi consegnarle a qualche capitalista, perché possa tranquillamente “scremare la panna”. A quel momento, poiché la legittimazione dei capitali privati può essere garantita solo dall’Occidente, non ci sarà alcun dubbio che la borghesia russa farà di tutto per assicurare la propria lealtà, anche a costo della svendita e della divisione del proprio paese. E allora nessun Putin sarà in grado di arrestare questo processo.
 
Che lo stato, sotto la direzione di Putin, e il mondo degli affari russo abbiano imboccato strade diverse, è dimostrato dall’andamento del debito estero della Russia. Mentre lo stato si affanna per ridurre il debito estero, le corporazioni e le banche lo incentivano. Il debito estero della Russia al 1 luglio 2006 ammontava a 287,4 miliardi di rubli, vale a dire 28,9 in più (11,2%) del 1 gennaio. In tal modo, l’economia russa si integra con quella mondiale, naturalmente in modo subordinato e con l’obiettivo di sfruttare insieme all’Occidente le ricchezze naturali e la popolazione della Russia. La politica estera e interna dello stato russo, che aspira ad essere indipendente, non corrisponde certo a queste potenti spinte. E tale discordanza non può protrarsi ancora per molto tempo.
 
Ciò renderà quasi inevitabile il ritorno ad una politica neoliberale. Quale che sia “l’erede” di Putin a vincere le elezioni presidenziali, sicuramente avrà molte meno possibilità di frustrare le aspirazioni neoliberali delle elite. Ciò significa una situazione, in cui, in linea di principio, non possiamo escludere che Putin possa passare all’opposizione. Ma questa è già un’altra storia.
 
Traduzione dal russo di Mauro Gemma per www.resistenze.org