www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 14-02-07

da voltairenet 3/2/’07
http://www.voltairenet.org/article145230.html
 
La Russia rompe con l’ultra-liberismo
 
Evgheni Primakov: è cominciata la seconda fase della ripresa russa
 
di Evgheni Primakov *
 
L'anziano Primo ministro Evgheni Primakov rileva che durante l'anno 2006, la Russia è entrata nella seconda fase della sua ripresa. Dopo essersi impegnato a riprendere il controllo delle ricchezze naturali e a restaurare il potere militare, Vladimir V. Putin ha rotto con le teorie reazionario-liberali. Oramai, lo stato si è nuovamente ingerito nell'economia per organizzare lo sviluppo del territorio, ivi compresa la parte asiatica della Federazione. I redditi che provengono dall'esportazione degli idrocarburi sono iniettati nell'economia interna per lottare contro la povertà, senza paura di rilanciare l'inflazione. Tuttavia, questa politica deve fare fronte a nuovi pericoli: il montare dello sciovinismo all'interno e l'avventurismo militare statunitense all'esterno.
 
9 febbraio 2007
 
Rottura significa che le grandi tendenze, le tendenze determinanti, sono sostituite da contro-tendenze. Non è assolutamente obbligatorio che acquistino immediatamente il loro profilo integrale, ancora meno che raggiungano il punto culminante della loro evoluzione. Se si parte da questa visione, ed è il mio caso, l'anno 2006 testimonia la rottura di tutta una serie di stereotipi imposti alla società russa dall'inizio degli anni 90. Che cosa voglio dire?
 
Primo. Dopo aver giocato molto tempo a tirare la corda, alla fine abbiamo, spero definitivamente, respinto l'idea che anche all’alba dell'economia di mercato, anche prima che fosse creato il primo mercato civilizzato evoluto, si potesse fare a meno di un'ingerenza risoluta dello Stato nella vita economica del paese. Secondo il parere dei dogmatici liberali, il ruolo dello stato deve limitarsi unicamente ad una macro regolazione e non c’è nessun bisogno degli investimenti dello stato nel settore reale dell'economia. Citiamo, come esempio, la posizione del ministero delle Finanze, ostile alla creazione di un Fondo di investimenti. In altri termini, ostile ad un finanziamento mirato, realizzato sul bilancio dello stato, dei progetti di cui il paese ha bisogno. Solo l'ostinazione del ministero dello Sviluppo economico che è entrato in conflitto con il ministero delle Finanze, ha permesso che questo Fondo veda ugualmente la luce. Del resto, la separazione nel 2006 del "tandem" ministero delle Finanze/ministero dello Sviluppo economico, che prima aveva difeso l'idea di escludere radicalmente lo stato dell'economia, è diventata un sintomo significativo di frattura.
 
Secondo. L'anno scorso abbiamo sentito il presidente Putin dire che, grazie alle elevate tariffe mondiali delle risorse esportate, le esportazioni di materie prime dovevano servire a sviluppare l'economia ed ad alzare il livello di vita dei russi. Non è forse questo il segno della rottura della tendenza difesa con zelo da quelli che dichiaravano che i Fondi di stabilizzazione non dovrebbero spendere nemmeno un copeco all’interno della Russia perché, dicevano, questo avrebbe fatto levitare l'inflazione? Del resto, l'inflazione, le cui cause sono molteplici, esiste anche quando non si mette mano ai Fondi di stabilizzazione. La politica di consolidamento sfrenato del corso monetario reale del rublo è anch’essa subordinata alla lotta contro l'inflazione- cosa che nuoce gravemente alla competitività dei produttori russi.
 
La creazione di Fondi di risorse non rinnovabili è una misura indispensabile, come testimonia la pratica mondiale. Ma, come spendere l'eccedente di redditi che provengono dal rialzo dei prezzi delle materie prime esportate? Ho letto un articolo del professore Alexeï Koudrine nella rivista Questioni di economia. Presenta un quadro interessante che mostra a quali fini è utilizzato il denaro dei fondi delle risorse non rinnovabili in Kuwait, in Alaska, in Cile, in Norvegia ed in Venezuela. Se si deve credere a questo quadro, in tutti questi paesi, senza eccezione, il denaro dei fondi diventa in un modo o nell'altro una fonte di finanziamento dell'economia nazionale.
 
L'esempio dell'Alaska è tipico. Sono stati creati due fondi: un fondo permanente ed un fondo di riserva. La metà circa del denaro dei fondi permanenti è versata alla popolazione dell'Alaska sotto forma di dividendi, il resto viene reinvestito. In quanto ai fondi di riserva, servono ad accreditare il bilancio. E’ fissato un limite all'utilizzazione dei mezzi dei Fondi ma questo limite è mobile, può essere rivisto nel corso della legislatura.
 
Perché l'esempio dell'Alaska è tanto importante? Perché questo territorio vive anche dei problemi di demografia e di sviluppo.
 
Altro esempio caratteristico, i Fondi petroliferi di Stato della Norvegia ( i fautori del ‘non toccare i fondi delle risorse non rinnovabili’ amano riferirsi alla pratica di questo paese). Ora, sempre secondo il quadro citato, il denaro del fondi norvegesi “non può essere utilizzato che per i trasferimenti al bilancio del governo centrale.”
 
Penso che già nel 2007 non si vedrà più trionfare la posizione di quelli che affermano l'impossibilità di spendere i redditi accumulati dai Fondi di stabilizzazione, nemmeno per creare delle infrastrutture per il trasporto in Russia, paese in cui 50.000 agglomerati non sono ancora collegati alle grandi vie. Né per coprire la partita dei redditi di bilancio il cui abbassamento è condizionato dalla riduzione delle tasse sui prodotti ad alta tecnologia, dell'industria di trasformazione e delle piccole imprese. Si è creata anche una rottura nella misura in cui è sempre più numerosa la parte della popolazione che comprende che l'alleviamento del peso delle tasse su questi parametri contribuirà alla necessaria modifica della struttura dell'economia russa, condurrà all'inseguimento del suo sviluppo e, in fin dei conti, aumenterà le somme che alimentano il bilancio.
 
Terzo. Nel 2006 è stata compiuta una svolta verso un'economia ad opzione sociale. Intendo parlare dei quattro progetti nazionali avanzati dal presidente Putin, concernenti la salute, l'educazione, la costruzione di alloggi e lo sviluppo dell'agricoltura. Il carattere risoluto di questa iniziativa è sottolineato dal fatto che, dagli inizi della riforma di mercato dell'economia russa, i dogmatici liberali affermavano che lo stato deve preoccuparsi unicamente dei più deboli, lasciando gli altri a risolvere da soli i loro problemi sociali. Rifiutavano, alla fine, ogni investimento dello stato sull'uomo.
 
Quarto. Nel 2006 è stata impegnata la lotta contro la corruzione. Non posso dire che abbia già superato il carattere" selettivo." Ma il fatto che certi corruttori di alto livello siano stati allontanati degli affari, il fatto che gli apparatchik di livello intermedio siano oggetto di procedimenti penali, ispira speranza. Una speranza che viene a rinforzare le dichiarazioni di Vladimir Putin, per il quale l'incontro dei funzionari di ogni livello col mondo degli affari era un male estremamente pericoloso. Se nel 2007 questi propositi saranno seguiti da misure ferme, la corruzione sarà privata del suo concime nutritivo in Russia.
 
Il ruolo dello Stato nell'economia non cala
 
I miglioramenti economici del 2006 sono indiscutibili. Sono già parecchi anni che lo sviluppo economico prosegue: vicino al 7% del Pil, che è molto superiore al livello medio mondiale. L'essenziale è che questo sviluppo si svolge qui senza importanti recessioni e si mantiene su un lungo periodo. Per la prima volta l'inflazione non ha superato il limite del 10%. Le riserve di oro e di valuta hanno raggiunto una cifra record. Il livello di vita della popolazione è salito. Penso che tutti questi risultati positivi siano legati, in buona parte, alla rottura delle tendenze disegnate negli anni 90.
 
Ma si può considerare che così facendo abbiamo raggiunto un limite a partire dal quale il ruolo dello stato si appiattirebbe nell'economia? No. Non si può giudicare così la situazione. Nel 2006 i successi sono stati corredati da una serie di sproporzioni che esigono che lo stato prenda delle misure serie per eliminarle. Mi fermerò solamente su alcune di esse.
 
La prima. Malgrado una dinamica economica positiva non si vede l’uscita dalla crisi demografica. Che riveste due dimensioni nel nostro paese. Da un lato, la diminuzione della popolazione in generale, dell'altro, la partenza abbastanza frequente di persone che lasciano delle regioni essenziali sul piano economico: la Siberia, il Transbaikal e l'Estremo Oriente. Nel 1991, in quella che oggi è la circoscrizione federale della Siberia vivevano 22 milioni di persone; oggi non sono più di 19 milioni. Verso la fine di 2.025, secondo le previsioni di Rosstat, in Siberia non resteranno che poco più di 17,5 milioni di abitanti, quasi il 20% in meno rispetto al 1991. La circoscrizione federale della Siberia rappresenta quasi un terzo della superficie della Russia ed il problema non risiede unicamente nel fatto che questo terzo è poco popolato. Il popolamento è molto impari. Come diceva all'epoca della riunione del Mercury club, il rappresentante del presidente Putin in questa circoscrizione, Anatoli Kvachnine, se si traccia un cerchio di 300 km.di raggio attorno a Novosibirsk, si troveranno 12 milioni di abitanti, sui 19 che popolano oggi la Siberia.
 
La situazione demografica è ancora più difficile in Estremo Oriente, dove la popolazione è diminuita di più del 16% in quindici anni. Per risolvere il problema demografico, cosa che costituisce un obiettivo nazionale primario, bisogna proporre un piano complesso e sistemico per lo sviluppo di queste regioni. Mi si potrà ribattere che sono già stati adottati un gran numero di progetti di questo tipo. Risponderò che nessuno di essi ha rivestito un carattere di insieme, multilaterale e sistemico. Certamente, qui si riflette il fatto che il controllo non è all'altezza per questi progetti disparati concernenti un problema che è di un'importanza vitale per la Russia, di un'importanza economica, geopolitica e che tocca direttamente gli interessi della sua sicurezza. Poco prima della fine del 2006, il presidente Putin ha evocato questo tema davanti al Consiglio di sicurezza. Ha confidato nelle missioni. Vedremo come saranno concretizzate nel 2007.
 
Seconda sproporzione. Lo sviluppo della nostra economia nel 2006 ha condotto ad una dinamica di consumi piuttosto elevata. Questo va molto bene. Ma l'aumento dei consumi è accompagnato dal persistere di una debole competitività dei prodotti dell'industria russa. Un tale squilibrio stimola l'incremento delle importazioni, il cui ritmo è molto superiore a quello dell'industria nazionale. La parte del commercio all’ingrosso e al dettaglio nel Pil è stata superiore del 35% sull'anno scorso. Mentre la parte dell'industria nel Pil è diminuita. Non si tratta, naturalmente, di portare meno attenzione allo sviluppo del commercio e della sfera dei servizi, cosa che era un difetto dell'economia durante il periodo sovietico, o di mettere dei limiti alle importazioni. Non bisogna farlo. Ma porsi intanto con più forza il problema della competitività della produzione nazionale. Per giungere ad una soluzione bisogna mettere obbligatoriamente l'industria sulla via dell'innovazione. E ciò non potrà accadere, qui, senza un serio intervento dello stato.
 
In questi ultimi anni, è stato effettuato in Russia un vero salto, con la creazione di un Fondo di investimento finanziato dal bilancio, di un fondo speculativo, di ambiti economici speciali, la formazione prevista di un retta pubblica per lo sviluppo che sarà specializzato nel finanziamento dei progetti di investimenti a lungo termine, particolarmente in materia di esportazione. Allo stesso tempo, e non si possono chiudere gli occhi su questo, l'utilizzazione degli strumenti creati per le attività di innovazione è di debole ampiezza. In Russia, per esempio, sono state create in tutto e per tutto quattro zone di innovazione e di sviluppo. Diciamo, a titolo di paragone, che in Cina sono 57.
 
A questo proposito, la via innovativa dello sviluppo diventa assolutamente indispensabile per la Russia anche a causa delle sue difficoltà demografiche. Queste trascinano ad una riduzione dell'offerta di mano d’opera, situazione alla quale si può rimediare solamente attraverso un'intensificazione del lavoro e l’innalzamento della sua produttività, cose impossibili al di fuori dal progresso tecnico e tecnologico.
 
Terza sproporzione. A dispetto di una certa diminuzione del numero delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, lo scarto tra i 10% della popolazione che ha i redditi più elevati ed il 10% della popolazione che ha i redditi più bassi, scava una fossa. Secondo le cifre di Rosstat, i redditi monetari dei cittadini più agiati sono in aumento mentre quelli dei più sfavoriti stagnano. Sono dunque i ricchi a beneficiare di più della crescita economica. È una tendenza allarmante, lontana dal contribuire alla stabilità sociale in Russia.
 
Allo stesso tempo, conviene notare un'altra faccia del problema, che qualificherei come una circostanza aggravante. Si sa che, nei paesi evoluti, la miseria è fondamentalmente appannaggio dei disoccupati, degli immigrati, delle famiglie numerose ma da noi, in Russia, il 35% delle persone che toccano meno del minimo vitale o che se ne avvicinano sono delle famiglie di lavoratori con uno o due bambini. In Russia, i poveri sono, nella loro grande massa, dei salariati o dei pensionati. Basti dire che più di due lavoratori su tre nell'agricoltura percepiscono un stipendio inferiore al minimo vitale, più di uno su due nel campo della cultura e dell'arte. Il basso costo della mano d’opera crea, più che altro, una mancanza di interesse per il progresso tecnico e tecnologico.
 
Un'altra sproporzione importante proviene dal fatto che, malgrado lo sviluppo del federalismo, in fondo, conserviamo il sistema finanziario di un Stato unitario. E se, ancora alcuni anni fa, si poteva giustificare o si poteva spiegare ciò con la volontà di mantenere l'integrità territoriale del paese, di utilizzare i flussi finanziari dal Centro verso le regioni per consolidare lo stato unico, questa spiegazione perde senso da quando si è edificata una verticale del potere, con la nomina dei governatori. Tanto più che, in tutti gli Stati federativi, la centralizzazione politica è rinforzata da un'autonomia economica accresciuta degli enti della Federazione. Ma di quale aumento dell'autonomia economica delle nostre regioni si può parlare, se la maggior parte di esse riversano al Centro una gran parte delle tasse raccolte localmente e esse stesse dipendono completamente dai trasferimenti e delle sovvenzioni del Centro federale? Questa pratica è spiegata spesso dalla necessità di livellare la situazione economica e sociale nell'insieme del paese. È realmente indispensabile, ma non con l'obliquità di mezzi che non soddisfanno né le entità beneficiarie né le entità donatrici.
 
Certamente, le sproporzioni sono ancora numerose da noi. Citiamo ancora:
 
* il rallentamento dei ritmi di crescita delle esportazioni di petrolio ed altre materie prime che non sono compensate da un aumento delle esportazioni di prodotti ad alto valore aggiunto;
 
* l'assenza di un sistema di crediti a lungo termine a tassi accettabili mentre è necessario garantire uno sviluppo economico importante e stabile;
 
* la crescita degli investimenti esteri che si limita al settore relativamente ristretto delle materie prime;
 
* il considerevole ritardo di uno dei paesi più ricchi di prodotti energetici per quanto attiene all'efficacia dell'utilizzazione dell'energia;
 
* l'assenza di un meccanismo che protegga in modo affidabile contro una definizione monopolista dei prezzi;
 
* un alto potenziale intellettuale che non è in rapporto con un rendimento estremamente debole sul mercato mondiale, costituente solamente il 0,5% della produzione ad alta tecnologia;
 
* infine, le gravi lacune del meccanismo di adozione delle decisioni, sapendo il governo in anticipo rispetto alla maggioranza parlamentare sosterrà automaticamente tutti i progetti di legge che sottoporrà all'esame della Duma. L'esempio più flagrante di ciò è la legge detta di monetarizzazione dei vantaggi, le cui gravi lacune hanno avuto un impatto negativo sul 2006, soprattutto sull'accesso ai medicinali dei beneficiari.
 
Il contesto interno ed internazionale
 
Nel 2006, se si cerca di analizzare la situazione politica nel paese, il fatto che rialzino la testa i nazionalisti, mossi dalla xenofobia, pare uno dei fenomeni più dolorosi. Il patriottismo deve essere uno dei tratti dominanti del cittadino della Russia. Questo vuol dire l'amore della Patria e del popolo. Ma ciò che caratterizza i nazionalisti, è il desiderio di ferire gli altri sottolineando la superiorità del proprio popolo sugli altri. Certi considerano l'internazionalismo che si oppone a ciò come una formulazione comunista alla quale dovrebbe sostituirsi il nazionalismo, nelle condizioni di sviluppo della Russia nel quadro del mercato. Una tale interpretazione è completamente falsa e nefasta.
 
Il suo carattere nefasto può essere ancora meglio contrassegnato quando, per dei motivi incontestabilmente sani- è indiscutibile- si utilizza una terminologia ambigua come l'affermazione della "democrazia sovrana" della Russia.
 
Certamente, la Russia era e rimane uno Stato sovrano, dalla storia antica e ricca. Naturalmente, le istituzioni statali russe sono originali, come la mentalità di una gran parte della popolazione, dei russi come degli altri popoli del nostro paese. La Russia marcia verso valori universali come la democrazia ma segue le sue proprie vie che tengono conto delle tradizioni, della storia, del carattere plurietnico dello stato, della sua situazione geografica. Come numerosi altri paesi del resto, non ammette infondate ed astratte prediche dagli stranieri, ed ammette ancora meno che le si voglia imporre un modello di struttura della società, di forma dell’amministrazione. Ma è indispensabile che tutto ciò che entra nel concetto di sovranità dello stato, non serva a quelli che, all'interno come all'esterno del paese, tentano di allontanare la Russia dai processi oggettivi in corso: la globalizzazione, l'internazionalizzazione dell'attività economica, l'avvicinamento tra le civiltà. È indispensabile difendere gli interessi della Russia e di tutta la sua popolazione. Ma ciò si deve fare senza un confronto con altri popoli e paesi che sarebbe umiliante, nefasto e pericoloso per noi.
 
Parliamo del contesto internazionale nel quale la Russia si sta sviluppando. La fine della Guerra Fredda si è accompagnata ad un arretramento del sistema bipolare ed ha cominciato ad essere edificata nel mondo un'organizzazione multipolare. La Cina e l'India, che possiedono un potenziale umano colossale, si sviluppano velocemente. Nel 2006, la somma dei Pil di questi due paesi ha superato quello degli Stati Uniti. Dato che la crescita economica in Cina ed in India è 2,5 volte superiore a quella degli Stati Uniti, sembra evidente che questi due paesi sono quelli che assicurano il più grande apporto allo sviluppo dell'economia mondiale. Nel 2006, anche la quota dell'Unione Europea nel Pil mondiale ha superato quella degli Stati Uniti. Il Brasile e l'Argentina si sono trasformati in paesi post-industriali. Il processo di integrazione nell’America latina è promettente. È difficile immaginare che la Russia, il cui sviluppo è dinamico, non diventi un centro autonomo in questo mondo multipolare.
 
Ma esistono degli ostacoli obiettivi al divenire di questa organizzazione multipolare del mondo. Si tratta della politica degli Stati Uniti. Nelle attuali condizioni, è il paese del mondo più evoluto sul piano economico, il più forte sul piano militare ed il più all'avanguardia scientifica e tecnologica. In questo contesto, sotto il governo dell'attuale amministrazione statunitense, abbiamo visto rafforzarsi l'influenza di quelli che tentano di preservare le posizioni egemoniche degli Stati Uniti in questa fase di edificazione di un'organizzazione multipolare del mondo. Ciò ha delle ripercussioni negative sul processo di neutralizzazione delle minacce contro le quali urta l'umanità dalla fine della Guerra Fredda.
 
Ne citerò tre. La prima, è la proliferazione delle armi nucleari e di altri mezzi di distruzione di massa oltre ai cinque membri ufficiali del club nucleare che hanno imparato a dare prova di moderazione nelle questioni relative all'impiego di queste armi. Il secondo, è il terrorismo internazionale che si manifesta sotto i tratti dell'islamismo, benché non abbia niente a che vedere con l'islam in quanto religione. La terza, sono i conflitti regionali che si sviluppano. Il pericolo è ancor più grande, dal momento che queste tre minacce possono venire a cumularsi.
 
La dottrina dell'unilateralismo è fallita: e dopo?
 
Al tempo della Guerra Fredda, la stabilità nell'arena internazionale era assicurata dalla mutua dissuasione delle due superpotenze, che dirigevano i due campi ideologici avversi. In altri termini, riposava su un confronto dai limiti nettamente segnati.
 
Adesso, solo attraverso gli sforzi comuni e mirati di tutti i grandi centri del mondo multipolare in formazione possono essere scongiurate le nuove minacce. Ma questa verità, che sembra indiscutibile, è lontana dall’essere facilmente realizzabile. Come ha mostrato l'operazione in Iraq, gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto esclusivo di determinare quale paese minacciava la sicurezza internazionale e di decidere da soli se occorreva o no adoperare la forza contro di loro. Allo stesso tempo, hanno proclamato la loro ferma volontà di ‘esportare la democrazia’ nei paesi il cui regime a loro non conviene.
 
Si può constatare fin d’ora l'insuccesso di questa politica. Una constatazione che è ammessa anche da numerosi rappresentanti statunitensi. Anche il presidente Bush ha ammesso recentemente, per la prima volta, che gli Stati Uniti non hanno vinto in Iraq. E come! In seguito all'operazione statunitense, questo paese arabo è affondato nel caos. E’ iniziata una guerra civile su basi religiose. Il pericolo di spartizione dell'Iraq è sempre più reale. L'Iraq si è trasformato nella principale piazza di armi di Al-Qaida.
 
L'insuccesso della politica statunitense in Iraq ha dato un colpo mortale alla dottrina dell'unilateralismo. È ciò che hanno mostrato le ultime elezioni al Congresso americano, che hanno visto il Partito repubblicano perdere la maggioranza nelle due Camere.
 
Ma questo colpo mortale non significa ancora la fine di questa dottrina, tanto più in quando si cerca in tutti i modi di prolungarle la vita. E questo è testimoniato dalla "nuova strategia" proclamata dagli Stati Uniti al riguardo dell'Iraq. Consiste nel fatto che il presidente Bush ha deciso, a dispetto del Congresso e dell'opinione pubblica maggioritaria, di mandare altri 22.000 soldati di rinforzo in Iraq. Questa decisione è del tutto negativa e senza prospettive, come se agli Stati Uniti, per uscire dal vicolo cieco iracheno, bastasse semplicemente aumentare di un sesto la presenza delle loro truppe di occupazione. Questa decisione, nel suo carattere cinico, vuole ignorare il fatto che il numero dei soldati statunitensi che hanno trovato la morte in Iraq è già superiore a quello delle vittime degli attentati terroristici newyorchesi del 11 settembre 2001, senza parlare delle decine e delle decine di migliaia di morti iracheni.
 
Negli Stati Uniti il fatto è che si comprende sempre più ampiamente il pregiudizio causato dal carattere unilaterale delle soluzioni di forza adottate. Ma ciò non significa che l'amministrazione statunitense sia pronta ad intraprendere delle azioni multilaterali condivise per bloccare le nuove minacce che pesano sulla sicurezza e la stabilità nel mondo. Fatto caratteristico, non si punta sul rafforzamento e l'ammodernamento del meccanismo internazionale universalmente riconosciuto, che è l'Onu, ma sull'estensione del blocco militare della Nato.
 
Creata al tempo della Guerra Fredda come organizzazione regionale, al momento, la Nato estende poco a poco la sua influenza con la forza su altre regioni.
 
Questa organizzazione ha già dispiegato le sue forze armate in Afganistan. E nessuno sa come la situazione vada ad evolversi. Non ci si può che allarmare quando, per esempio, si vedono certi media studiare l'ipotesi di un intervento armato in Iran ed in Siria, che sarebbe condotto dalla Nato in mancanza degli Stati Uniti. Naturalmente, tra queste discussioni e la concretizzazione dell'idea la distanza è grande. Alcuni dei membri della Nato probabilmente non vorranno percorrere questa strada. Ma non occorre stare in guardia per vedere che i nuovi membri della Nato ed i paesi che vogliono ad ogni costo integrare questa alleanza sono spesso pronti a pagare un prezzo incredibilmente elevato in cambio della buona disposizione degli Stati Uniti al loro riguardo.
 
L'alleanza Nordatlantica che non cessa di inglobare nuovi paesi, si è avvicinata alle nostre frontiere. Ciò non può mancare di inquietarci, beninteso. Tanto più che l'espansione della Nato è corredata da un retorica antirussa così come da una offensiva politica degli Stati Uniti nelle ex-repubbliche sovietiche. Mosca non può fare a meno di vedere degli atti dettati dal malcontento che provano certi ambienti occidentali vedendo che la Russia sta ritrovando un promettente grande potenziale, ritorna nella sua posizione di grande potenza. Non è questo ciò che mostra la reazione isterica che ha provocato, in Occidente, il fatto che la Russia intraprenda in modo risoluto di vendere i suoi prodotti energetici a prezzo di mercato?
 
La Russia: una politica estera ottimale
 
In queste condizioni, il nostro paese conduce, direi, una politica estera ottimale. Costretta a consolidare il suo potenziale militare strategico e tattico, la Russia dimostra in tutti i modi possibili la sua volontà di diventare una delle principali forze per la stabilizzazione della situazione internazionale. L’anno passato ha confermato i successi della politica estera russa: lo stabilirsi di strette relazioni, talvolta anche strategiche, con numerosi paesi dell'Asia, in modo particolare con la Cina e l'India, la volontà incrollabile di intrattenere dei legami stretti con i paesi europei e relazioni di partnership reciprocamente vantaggiose con gli Stati Uniti. L'essenziale è che il presidente Putin ha adottato una linea che coniuga la ferma difesa degli interessi nazionali della Russia con la volontà di evitare ogni scontro con gli altri paesi.
 
Mi sembra che i politici occidentali dovrebbero riflettere sul ruolo e la posizione della Russia nel mondo di oggi. Non di una Russia fittizia nella quale la politica interna degenererebbe in minaccia per i suoi vicini. Non di una Russia immaginaria che utilizzerebbe ai fini imperiali le consegne di prodotti energetici negli altri paesi. Ma della Russia reale, che non ha intenzione di restare nella scia politica di nessuno ma che, allo stesso tempo, concentra i suoi sforzi sulla lotta contro il terrorismo internazionale, contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, non accetta la divisione del mondo in funzione delle civiltà e delle religioni, cerca di adoperare le sue eccezionali possibilità per mettere fine al conflitto estremamente pericoloso del Vicino Oriente. Della Russia che conduce una politica che raffredda le teste calde a cui l'Iraq non ha insegnato niente e che sono pronte a ripetere con la forza le loro azioni mortali contro i regimi che a loro dispiacciono.
 
Si può dire, in conclusione, che l'anno 2006 è stato nell’insieme positivo per la Russia. Processi positivi sono stati ottenuti nell'economia e nella politica. Ma i problemi sospesi di certe sproporzioni sono apparsi più nettamente. È assolutamente necessario prestare la più grande attenzione a questo inizio dell’anno 2007, in quanto l'anno sarà reso più complesso per il contesto elettorale.
 
*Evgheni Primakov
 
Ex presidente del KGB, successivamente ministro degli Affari Esteri poi Primo Ministro. Oggi è accademico e presiede la Camera del Commercio e dell'Industria della Federazione della Russia. Questo articolo è stato redatto a partire dall'intervento pronunciato da M. Evgheni Primakov il 12 gennaio 2007, durante il simposio annuale del Mercury Club.
 
Traduzione dal francese Bf per resistenze.org